NOTE:
[1]. Un altro ramo d’Este possedeva il marchesato di San Martino e Borgomanero, e trasmise i titoli, nel 1757, per matrimonio ai Belgiojoso, casa d’origine longobarda, che un tempo possedette molte terre in Romagna, e talvolta anche le città di Imola, Faenza, Ravenna ed altre.
Il Frizzi, nelle Memorie di Ferrara, dice che i principi d’Este furono «i più moderati e generosi che prima e poi vantar potesse alcuna città d’Italia!»
[2]. Leti, Italia regnante, vol. II. Una relazione delle entrate, spese, forze e modo di governo di tutti i principi d’Italia esistente nell’archivio Mediceo fra le carte Strozziane, filza 320, e che pare della prima metà del Seicento, dice che Sisto V pose in castello tre milioni d’oro, e che la rendita papale era di due milioni d’oro, i quali oggi risponderebbero a ventotto milioni di franchi; e che sarebbe stata doppia qualora ne’ pontifizj vi fossero state gabelle come negli altri Stati. Nella qual somma non comprendeasi l’entrata libera e particolare del papa, gonfiata dalle rendite della dataria e degli uffizj vacabili. Bisogna che il tesoro di Sisto fosse dissipato se Urbano VIII, poi Innocenzo X contrassero tanti debiti.
[3]. Nel 1596 Carlo Emanuele di Savoja lagnasi col papa che, in una numerosa promozione di cardinali, non abbia nominato alcuno de’ suoi raccomandati. Il papa risponde al 31 agosto: — Essendo i cardinali consiglieri del papa, è strano che i principi vogliano farvi nominare loro creature. Che direbbero del papa s’egli volesse avere ne’ consigli dei principi persone di sua confidenza?» Cibrario, Memorie cronologiche.
Sulla promozione di cardinali del 1596 dà preziose particolarità il cardinale d’Ossat, Lettera 67, offrendo la più bella e viva pittura della Corte romana d’allora. Altre ne ha su quella del 99. In quel tempo v’avea sei cardinali milanesi: Federico Borromeo, Agostino Cusani che diceva non dipender da altri che dalla propria coscienza, Flaminio Piatti, Tolomeo Gallio, Nicolò Sfondrati e il cardinal Alessandrino. Monsignor Taverna pur di Milano era governatore di Roma, poi ebbe la porpora. Napoletani erano i cardinali Gesualdo figlio del principe di Venosa, Aragona figlio del marchese del Guasto, Acquaviva figlio del duca d’Atri, Santa Severina, cioè Antonio Santorio; Siciliano don Simone d’Aragona figlio del duca di Terranuova.
[4]. Gualdo Priorato racconta che il principe Panfili, incaricato dal re di Spagna di presentare la solita chinea, «compariva in un abito al più sublime segno arricchito, e l’arnese del cavallo tutto d’oro massiccio, con più di 200 mila scudi di diamanti attorno. Era servito da venti paggi e sessanta palafrenieri, con ricca e bizzarra livrea, otto carrozze a sei della sua stalla».
[5]. «Arrivò il Lavardino in Roma domenica 16 novembre 1687, ed affettò d’entrare in giorno di festa, per render più superba la sua comparsa agli occhi del papa. Il suo corteggio consisteva in duecento officiali di guerra, trecento soldati di guardia, cento gentiluomini e cento cortigiani di servizio. E i cardinali d’Estrée e Maldachino uscirono ad incontrarlo, ciascuno con tre carrozze a sei, un miglio fuori della città, ed in questo modo entrò dalla parte della porta del Popolo, che è quella per dove suol farsi la cavalcata ordinaria degli ambasciatori, con una carrozza superbissima, e con lui sedevano ne’ due luoghi maggiori i due cardinali d’Estrée e Maldachino. Nell’entrar di detta porta si presentarono i gabellieri o siano officiali della dogana, chiedendo la visita delle robe, divise in più di quaranta muli con le coperture a fiori di giglio. Risposero le genti dell’ambasciatore, che tenevano ordini di tagliar il naso (o Sisto, Sisto, e dove sei!) e le orecchie a chi si sia che ardisse di guardar le robe di sua eccellenza. Di modo che i gabellieri nell’intendere così fatto complimento, con sberrettata sino a terra, si ritirarono tutti modesti nelle loro casuccie. Il mastro di casa camminava innanzi gettando monete d’argento, con l’armi ed impronto del re Luigi, ed il vulgo nel raccorle non mancava di gridare spesso Viva la Francia.
«In questa maniera dunque, con regio trionfo, entrò Lavardino in Roma, traversando a lungo più della metà della città, passato ad alloggiare nel superbo palazzo Farnese, ch’è il più superbo di Roma, nella di cui piazza s’ordinarono tutti gli officiali e soldati, chi con la spada sfoderata in mano, chi con il pistoletto, facendo una nobilissima spalliera tutto all’intorno, aspettando l’arrivo di tutti i cortigiani e muli di carico, e così armati restarono sino che furono scaricate tutte le robe: ed il tutto seguì senza che v’arrivasse minimo disturbo, non ostante il numero infinito del popolo che si trovava dappertutto concorso, non già per la solita curiosità, ma mosso dallo stupore di veder entrare in Roma un ambasciatore mano armata, a dispetto del papa, con tanta vergogna d’una città così regia, così santa e così popolata; e i più zelanti andavano esclamando ad alta voce: Eh! che se fosse stato Sisto al Vaticano, il Lavardino sarebbe stato in Parigi, o che si sarebbe molto pentito d’essersi avvicinato a Roma.
«Lo spavento che portò alla città questo marchese fu così grande, che il governatore di Roma con i suoi ministri di giustizia, e con questi quella gran ciurmaglia di sbirri non ardivano uscir di casa, per essersi sparsa la voce che dall’ambasciadore si era dato ordine a quella sua gente armata di correr notte e giorno all’intorno del suo quartiere del palazzo Farnese, col tagliar il naso e le orecchie a quanti sbirri si potessero scontrare. Di più, l’ambasciatore s’era dichiarato in presenza di molte persone, acciocchè si spargesse la voce per la città tanto più presto, che nell’andar egli per Roma, ovvero l’ambasciatrice sua moglie, se scontrava cardinali od altri che non gli rendessero tutti gli onori dovuti ad un ambasciatore del re Cristianissimo, che lo farebbe pentire nel punto stesso; di modo che nessuno ardiva uscir di casa, se non quei soli che volevano rendere gli onori dovuti a sua eccellenza, che affettava d’andar per Roma ogni giorno, come andava l’ambasciatrice, con ducento guardie ciascuno a cavallo all’intorno delle carrozze. Il papa, più timoroso degli altri, si chiuse nel Vaticano, insieme col cardinal Cibo, decano del collegio e suo principal ministro, e da una finestra con un occhialone guardavano questo bello spettacolo di veder andare per Roma così armato il Lavardino: e questo durò per lo spazio di nove mesi.
«Questa è una guanciata delle più sensibili e delle più vergognose, che abbia ricevuto mai principe alcuno nel mondo, nè mai città ebbe un affronto di tal natura. Ma che principe poi! Un papa con uno Stato così grande, con tante guardie a piedi ed a cavallo, con una numerosa guarnigione nel castello, con una città forte, qual è Roma, con più di quindicimila persone capaci a portar l’armi, senza un numero di più d’ottomila ecclesiastici, che a colpi soli di sassate avrebbono potuto tener lontano dalle mura di Roma il Lavardino, tanto più per esser forte in se stessa. E quando se gli fossero chiuse le porte in faccia?...» Leti, Vita di Sisto V, part. III. l. 3.
[6]. Ove il Leti esclama: — Sisto, in luogo di andar a fare il sanctificetur innanzi al crocifisso, avrebbe fatto preparare un laccio, e dati gli ordini necessarj per far strangolare l’ambasciadore; ed al sicuro o che l’ambasciadore non sarebbe venuto, o che sarebbe stato strangolato».
[7]. Ap. Arckenholz, Vita della regina Cristina, t. IV. app. 32.
[8]. Lo racconta Marco Foscarini nell’arringa sopra i provveditori di Dalmazia.
[9]. Capitolare del consiglio dei Dieci, nº 78. Ma al 12 gennajo 1621 si fa querela perchè lasciavano «mesi ed anni i rei, senza farsi progresso ne’ processi».
[10]. Pag. IV. 50. Sulla regolarità di quel processo s’è già scritto da molti; e qual v’è tribunale che non sia infallibile? Ben ne fece ammenda il consiglio dei Dieci con decreto 16 gennajo 1622, che fu letto nel maggior consiglio; poi in Sant’Eustachio gli fu posta quest’iscrizione:
ANTONIO FOSCARENO EQVITI BINIS LEGATIONIBVS AD ANGLIÆ GALLIÆQVE REGES FVNCTO, FALSOQVE MAIESTATIS DAMNATO, CALVMNIA IVDICII DETECTA, HONOR SEPVLCRL ET FAMÆ INNOCENTIA X VIRVM DECRETO RESTITVTA MDCXXII.
Marco Foscarini riformatore, in un’arringa tenuta nella correzione del 1761-62 diceva: — Tegno per domestica tradition la grata e tenera memoria de quel zorno 16 gennaro 1662, quando xe stada dichiarada nel mazor consegio con solene parte, e po resa nota a tutte le Corti, la tragica vicenda caduta sora un cittadin che avea sostenude le prime dignità della patria. Xe stà allora che la povera mia casa ha accolto un prodigioso numero de nobili concorsi a manifestar sentimenti misti de lagrime e de consolation ecc.»
Il processo contro il Fornaretto vorrebbe mettersi al 1505; ma pare favoloso. Costui, andando la mattina a portar il pane per le case, trovò il fodero d’un pugnale e se lo pose in tasca; la ronda, che avea tratto dal canale un ucciso, arrestò il Fornaretto, e gli trovò addosso quel fodero, corrispondente al pugnale che portava in cuore l’assassinato. Ben bastava per accusarlo; la tortura avrà fatto il resto.
[11]. Marino Cavalli, nella Relazione del 1543 al senato veneto, parlando del commercio di Germania dice: — Le merci che vi si portano sono spezie, ori filati, panni di seta e di lana, saponi, vetri, cristalli, sete tinte e crude, e simili altre cose. Da Venezia si servono di qualche panno di seta, ma pochi, perchè hanno dalli Fiorentini e d’ogni parte d’Italia damaschi e rasi per un terzo minor prezzo di quelli di Venezia; e se ben sono di più trista sorte, non avendo essi giudizio, o non curandosene molto, avendoli a miglior mercato, li pigliano volentieri, sì come si usa anche in Germania. Però non saria forse fuor di ragione che quest’eccellentissima repubblica, non potendosi tirar li cervelli di quei paesi ad usar drappi perfettissimi, accomodasse li drappi al volere e cervel loro, e concedesse che si lavorasse in Venezia per qualche parte panni di seta di minor prezzo e di più basso carato, per avere quell’utile che Fiorentini e Milanesi, che sono più lontani e che pagano più condotta, hanno. E certo a me pare che questa cosa non si doverìa lasciar per derelitta, ma abbracciarla come di molta importanza; la qual potria in tre o quattro anni avviarsi e augumentar con simile maniera il doppio di quel che al presente è; e se pure per qualche rispetto non si volesse permettere questo in Venezia, si potria almeno concederlo alle altre città, come Padova, Verona, Vicenza e Treviso, che hanno copia grande di sete, e per non le poter lavorare esse, le vendono a Bologna, Firenze, Lucca, Genova, Modena e Milano; e si nutriscono a questo modo del nostro latte popoli alieni, e li nostri s’impoveriscono e sminuiscono, com’è accaduto in Vicenza, che di ventiquattromila anime che soleva fare, per la rovina di altri mestieri e per la proibizione di rilevar questo di nuovo è ridotta che non ne fa quattordicimila; e il medesimo potrà avvenire delle altre. Ho sentito io molti a ridere dell’ignoranza de’ Mori, che avendo loro il fior delle sete, le vendono a noi altri, e poi da noi stessi comprano li panni di seta lavorati: ma l’istesso forse si potria dire di noi, che facendo ogn’anno più di trecentomila scudi di sete nelle quattro città nominate, non le volendo lasciar lavorare, li nostri le vendono alli vicini, dalli quali comprano poi li panni di seta, li quali per contrabbando si portano in questa o nelle altre città; e così, oltre il traffico e l’arricchirsi che fanno li forestieri in Germania, che lo ponessimo far noi, li lasciamo anco arricchire nel paese nostro. Mi son maravigliato molte volte come questo Stato abbia per leggi statuito che tutti quelli che vogliono passar con merci a Lione per luoghi suoi, debbano venir prima a Venezia, e di là poi trarle per dove lor piace, per far questa città capo di ogni contrattazione; il che, sebbene per qualche tempo è parso cosa utile, si è poi veduto ch’è riuscita dannosa e impossibile, perchè gli Alemanni, che di natura son poco obbedienti, e non vogliono esser forzati a cosa alcuna, quello che per comodità prima facevano, ora violentati non vogliono fare, e hanno prese le strade di Trieste e di Milano, lasciando le terre di Vostra Serenità, e conducono le merci per dove lor piace, con la grandezza ed esaltazione d’altri e danno nostro. Ma concedendo che il condur queste merci forestiere riesca e sia utile, non so intender per qual ragione quelle che nascono nel paese di Vostra Serenità, sopra le quali si può mettere quanti dazj e disponer come ne pare, lo si lascino trar fuori senza condurle a Venezia e senza farle lavorare nelli paesi nostri; e questo lo dico sì per le sete che per le ferramenta e acciaj del Bresciano, li quali solevano per costituzione tutti essere condotti in questa città, dove Siciliani, Toscani, Napoletani, Francesi, Spagnuoli e Portoghesi venivano a levarli, mentre ora potendo esser cavati di Bresciana per ogni luogo, Genova è fatta capo di questo commercio. Io parlo per utile pubblico e senza interesse alcuno». Relazioni venete, vol. III. pag. 102.
[12]. L’opera era stata suggerita da Luigi Grotto, detto il Cieco d’Adria, che quantunque perdesse gli occhi sin da fanciullo, studiò attento e fu valente idraulico; e nell’orazione da lui recitata a tal uopo in senato, adoprava il principio enunziato un secolo dopo dal famoso padre Castelli, che un corso d’acqua di determinata misura può passare per una sezione più o meno ristretta secondo la maggiore o minor sua velocità. Vedasi una memoria del ministro Paleocapa, pubblicata nel 1856 sopra il protendimento delle spiaggie dell’Adriatico.
[13]. Fra questi va distinto Federico landgravio d’Assia, che abjurata l’eresia nel 1637, entrò nell’Ordine, prese Tunisi nel 1640, poi nominato cardinale, si segnalò nella peste andando a visitare e soccorrere gl’infetti.
[14]. «Persona assennata, che allora si trovò in Venezia, mi assicurò che le parve di vedere il dì del finale giudizio; tanti erano i gemiti, le lagrime e gli urli dell’uno e dell’altro sesso. Andava il popolo fanatico per le contrade deplorando la grande sciagura, vomitando spropositi contro la Provvidenza, maledizioni contro de’ Turchi, e villanie senza fine contro del generale Morosini, chiamandolo ad alte voci traditore». Muratori, ad annum.
Giovanni Sagredo era ambasciadore ordinario in Francia al tempo della Fronda, caro al Mazarino, dal quale impetrò sussidj per la guerra di Candia; passò poi ambasciadore in Inghilterra, e già citammo i ragguagli che di là scriveva (Cap. CLVII, not. 19). Stese pure Memorie storiche de’ monarchi ottomani, l’Arcadia in Brenta ed altre opere rimaste inedite e peccanti di strano secentismo. In patria ebbe le prime dignità e fu anche eletto alla suprema nel 1676, ma il maggior consiglio non l’approvò.
[15]. Sul trattamento degli schiavi è curioso un dispaccio di Carlo Emanuele II, che mandava a cercare l’alleanza dell’Inghilterra, e fra gli altri vantaggi faceva riflettere che, essendo egli in permanente ostilità con la Porta in grazia del regno di Cipro, gli armatori sotto la sua bandiera potrebbero catturare sudditi greci di quella, e venderli agl’inglesi per ciurma a venti piastre per testa, mentre uno schiavo turco ne varrebbe cento. Sclopis, Relazioni fra Savoja e Inghilterra.
Gli armatori sotto bandiera di Malta e d’altri principi erano obbligati a mettere in libertà i prigionieri che facessero, sudditi della Porta ma di nazione greca. A Venezia gli schiavi, per mali trattamenti, poteano contro i padroni ricorrere al magistrato de’ Censori.
[16]. Il presidio di Vienna era comandato da Ferdinando degli Obizi padovano. La costui madre bellissima fu amata perdutamente da un gentiluomo, che penetratole in camera, nè con lusinghe o con minaccie potendo averla alle sue voglie, la pugnalò. In processo egli stette saldo al niego, e andò assolto. Ferdinando, che di cinque anni era stato testimonio della violenza, appena cresciuto uccise l’oltraggiatore, e fuggì in Austria, dove salì ai primi gradi militari.
[17]. Ragusi, situata su piccola penisola all’estremità orientale della Dalmazia, ha tanti attacchi coll’Italia, che non sarà fuor di luogo il divisarne. Fu fabbricata dai fuggiaschi dell’antica Epidauro nel 659, dominata dai Romani, poi dai Greci del Bass’Impero; molestata dalle correrie degli Slavi, se ne redense con un tributo. A quei residui d’un’onorevole civiltà s’unirono presto e Dalmati e Illirici, che la crebbero d’edifizj, e con una rôcca protessero il golfo. Datisi all’industria, cresceano valore alle materie prime che traevano dalla Bosnia. Nell’867 assalita dagli Arabi, sostenne un anno d’assedio, indi li respinse e gl’inseguì fino a Benevento.
Restò governata a Comune dai discendenti de’ primi fondatori e da alcuni nobili bosniaci, con un rettore che durava otto anni. Damiano, uno di questi, non volle deporre il comando, e vi si fece tiranno; ma i Ragusei si volsero a Venezia, la quale li liberò; ma per soggettarli a se stessa, e li tenne finchè Lodovico re d’Ungheria non li tornò indipendenti. Genovesi e Veneziani però ed altri navigatori dell’Arcipelago molestavano la repubblica in modo, che cercò sicurezza col mettersi alla protezione degli Ottomani, e comprarla con un tributo.
Il gran consiglio, ove entravano tutti i nobili sovra i diciotto anni, faceva leggi, nominava i magistrati, e aveva diritto di grazia: un senato di quarantacinque pregadi disponeva le cose da proporre al gran consiglio, e trattava gli affari esterni: il potere esecutivo era commesso a un piccol consiglio di sette senatori. Il rettore non durava più che quattro settimane, e dovea venir a parte d’ogni atto del governo; usciva di palazzo soltanto nelle grandi solennità coi mantello di damasco rosso, rossi i calzari e le calze, e gran parrucca in testa. I nobili non poteano esser tratti a prigione che da un nobile, e ad essi spettavano tutte le cariche. Ogni cosa poi v’era prefissa appuntino; a segno che Tuberone Cerva essendo entrato in senato con una veste più lunga della misura stabilita, gli fu raccorcia in piena assemblea; di che vergognoso, egli si fece frate. Dai matrimonj di nobili con plebei nacque una classe media, ammessa ad impieghi di seconda mano. La plebe stava sotto la clientela dei nobili.
Ragusi fu per quattro secoli il centro non solo de’ negozj, ma del sapere de’ popoli slavi e valacchi, situati sulla parte orientale dell’infima valle del Danubio, e vi furono coltivate contemporaneamente la letteratura italiana, la latina e la greca. Vi nacquero Baglivi medico, Marino Ghetaldi e il Boscovich matematici, l’erudito Banduri, l’epico Francesco Gondola, i poeti latini Stay, Resti, Zamagna e Cunich, e Faustino Gaglioffi nostro contemporaneo.
Molte memorie d’essa repubblica, come molte ricchezze e capidarte, perirono nel tremuoto del 1667, cantato dallo Stay.
[18]. Olivet, Histoire de l’Académie française, t. II, p. 134.
[19]. Vedi il Mercure galant, settembre 1686. La lista de’ rappresentanti di Francia in Italia e viceversa può trovarsi nella Storia degli Stati moderni di Schoel, vol. XXXIX.
[20]. Relazione, esistente negli archivj della marina a Parigi, e pubblicata da Eugenio Sue, Histoire de la Marine, vol. III, con altri curiosissimi documenti, ignoti ai nostri storici.
La notizia dell’atto codardo si sparse, ma non era voluta credere. Il duca d’Estrée, ambasciatore a Roma, così scriveva al signor di Pomponne: — Oltre la diversità del racconto, si rifletteva quanto fosse inverisimile. Se il re avesse voluto abbandonar Messina per considerazione degl’Inglesi, già l’avea sugli occhi prima che La Feuillade movesse di Francia; onde sua maestà non avrebbe spedito un nuovo maresciallo di Francia per far quest’abbandono, ma l’avrebbe ordinato al signor di Vivonne. Che se tale deliberazione si fosse presa dopo la partenza di La Feuillade, lo stesso corriere che portasse quest’ordine, n’avria portato uno a Toulon perchè il convoglio non partisse... Un fatto solo straordinario e mal a proposito può talvolta sventare i ragionamenti fondati sopra il buon senso e la verosimiglianza; pure questa notizia è sì grossolanamente immaginata, sì contraria alle precedenze e ad ogni probabilità, che la sola sfrontatezza di quei che la spacciano e il numero dei loro partigiani poterono farla credere per alcune ore...».
Pochi giorni di poi, il duca stesso trovava affatto naturale che si fosse lasciato una città sì discosta, sì popolosa, che non poteva ricever viveri se non da lontano, la cui gente cospira ogni momento contro i protettori, e al modo degl’insulari, ha la leggerezza e l’infedeltà per dote, e non può esser ritenuta nè colla clemenza nè colla severità.
[21]. Luigi XIV scriveva al duca d’Estrée: — Ho avviso da Messina che questi popoli, i quali con sensibile afflizione sono tornati al giogo di Spagna quando lo stato de’ miei affari non mi permise d’alleviarneli più a lungo, cercano tutti i mezzi per disfarsene: e so, a non dubitarne, che spacciarono in secreto a Costantinopoli, non solo per domandar assistenza, ma per darsi ai Turchi. Il dispiacere ch’io avrei di vedere una città sì cristiana cadere agl’Infedeli, il pericolo di cui si vede minacciato il resto di Sicilia, e il timore di un sì potente nemico pel resto d’Italia, mi portarono a studiarvi qualche riparo. Nè altro mi parve più opportuno che il darne avviso al papa, lo zelo e la carità del quale sapranno farne l’uso più utile a stornar tanto danno; e fosse crederà che le violente vie onde la Spagna è consueta servirsi per punire le colpe de’ Messinesi, son più capaci d’inasprire che di guarir tal sorta di mali.
«I ministri di Spagna, onde eludere i savj consigli di sua santità, particolarmente se penetrano che quest’avviso sia venuto da me, potranno attribuirlo al desiderio di procurar qualche alleggiamento ai Messinesi rimasti, e facilitare il rimpatriamento a quei che si ritirarono in Francia: ma quanto a questi ultimi io non ho bisogno d’altro che della pace che sta per stringersi, e della quale ho fatto condizione espressa che siano restituiti. Assicurate dunque il papa, che in tale avviso non ho altra vista che di porlo in istato di prevenire un pericolo, tanto formidabile per l’Italia e per tutta cristianità; e il solo interesse della cristianità mi fa operare. Voglio credere che sua santità mi saprà grado particolare dell’attenzione, colla quale io veglio in un affare che so quanto a lei stia a cuore.
«PS. Aggiungo, che la proposizione fatta a Costantinopoli per l’impresa di Sicilia, assegna che lo sbarco deve farsi ad Agosta, dove alcune fortificazioni furono demolite; e perciò sarebbe a questa piazza che ai Turchi importerebbe di ripararsi ecc.».
[22]. M. le marquis de Seignelay étant arrivé devant Gênes avec quatorze vaisseaux, dix galiottes, deux brûlots, deux frégates, huit flûtes, vingt-une tartanes, trente chaloupes, trente-huit bâteaux, dix felouques et vingt galères, après les saluts et les cérémonies accoutumés du sénat, qui députa à M. de Seignelay, le dixhuit sur les neuf heures du matin, après leur avoir fait connaître les intentions du roi et les sujets de plaintes qu’ils ont donné à sa majesté, leur demanda de sa part les quatre corps de galère qu’ils firent construire l’année dernière et armer pour les Espagnols, l’une desquelles serait armée et en état de naviguer; l’entrepôt du sel à Savone; et que quatre sénateurs iraient demander pardon au roi de leur conduite à son égard, et le prier d’oublier le passé.
Les députés du sénat demandèrent avec beaucoup de soumission du temps pour assembler le conseil et en délibérer; M. de Seignelay leur accorda jusqu’à cinq heures du soir, et leur dit que s’ils passaient cette heure, ce ne serait plus les mêmes conditions; et qu’ils devaient s’attendre à la désolation de leur ville s’ils n’accordaient pas ce qu’il leur demandait de la part de sa majesté. Cependant l’armée se mit en état, et les galiottes se portèrent sous le canon de la ville, et si près que le commandant des galères de Gênes envoya prier M. de Seignelay de faire retirer ces bâtimens qui étaient sous son canon; à quoi l’on ne fit aucune réponse.
Sur les quatre heures et demie, les Génois, au lieu de venir rendre compte de leur délibération, tirèrent sur nos galiottes, lesquelles commencèrent à jeter ses bombes dans la ville, et ont continué jusqu’au 22, que M. Seignelay fit cesser le feu et envoya le major des vaisseaux leur dire qu’il était informé du désordre que les bombes avaient fait dans leur ville, qu’ils étaient encore à temps de répondre aux propositions qu’il leur avait faites; ils demandèrent jusqu’au lendemain, ne pouvant pas répondre sur l’heure sans s’assembler.
Le lendemain matin, M. de Seignelay ne recevant point de réponse, fit recommencer de jeter des bombes. Quelque temps après, ils envoyèrent un homme sans caractère dire qu’ils ne pouvaient pas s’assembler sous le feu et à la chaleur des bombes; que leur consolation était qu’ils n’avaient point mérité le traitement qu’ils recevaient, et que toute la chrétienneté se plaindrait. On recommença à tirer de part et d’autre, et à résoudre la descente qui avait été projetée.
Le 24, deux heures avant jour, M. le marquis d’Amfreville, chef d’escadre, fit une fausse attaque du côté de l’est, proche les infirmeries, avec six-cent hommes, et M. le duc de Mortemart fit une descente à la pointe du jour à Saint-Pierre d’Arène, avec deux mille cinqcents hommes...
L’on débarqua proche un pont du côté de l’ouest, vis-à-vis une enceinte de murailles, où on trouva une forte résistence, d’où les ennemis firent un très-grand feu: s’y étant retranchés, ils en furent vigoureusement chassés...
M. le chevalier de Lery se fit porter proche un marais rempli de roseaux et un petit bois couvert, où une partie des ennemis s’était retirée, et d’où ils continuèrent de faire un très-grand feu, pour leur ôter la communication d’un pont qui leur était fort avantageux; quelques-uns se cachèrent dans les palais, et nous tuèrent assez de monde, sans pouvoir découvrir d’où venait le feu. Une autre partie des ennemis gagna du côté de l’est, vers la fanal; MM. les chevaliers de Jourville et de Berthomas, avec d’autres officiers des vaissaux et des galères, les suivirent, et coupèrent le chemin à ceux qui pouvaient venir du côté de la ville.
M. le duc de Mortemart ayant fait poster le reste de ses troupes en divers endroits du faubourg du côté de la ville, et ayant donné les ordres nécessaires pour s’en rendre le maître, ordonna qu’on fît débarquer les artifices, et qu’on commençat de mettre le feu au faubourg du côté de la ville, toujours en se retirant jusqu’au lieu où l’on avait fait le débarquement, et d’où il fit sa retraite après que le feu eût été mis par tout le faubourg.
M. le chevalier de Noailles, lieutenant-général des galères, et M. le commandant de la Bretesche, chef d’escadre, furent commandés, avec dix galères, pour cannoner les batteries du fanal, et pour favoriser la descente et la retraite de nos troupes; six galères par M. le chevalier de Breteuil, chef d’escadre, pour soutenir les galiottes, et les quatre autres par M. le comte de Beuil, capitaine de galère, pour la fausse attaque de M. le marquis d’Amfreville.
Cette action ne se fit pas sans une perte considérable de part et d’autre. Dalla biblioteca Imperiale di Parigi, Mélanges de Clairembot, vol. 257, p. 319.
Un altro ragguaglio sta nell’archivio degli Affari stranieri, Genova 1683-84, pag. 203: Sur les premières nouvelles qu’on reçut à Gênes que l’armée navale du roi venait de ce côté-là, les marchands français y furent menacés par le peuple, et ne purent depuis sortir quoi que ce soit de leurs maisons, parce que leurs voisins les en empêchèrent; lorsque la flotte parut, les menaces devinrent plus violentes, et les Français ne voyant pas de sûreté pour leur vie, prirent le parti d’abandonner leurs biens et leurs familles pour se retirer les uns dans la ville, les autres dehors dans des couvents de religieux. D’abord qu’ont eut tiré les premières bombes, on pilla les principaux, sans même épargner le sieur Aubert, consul de la nation, on enfonça les portes de leurs boutiques, on prit leur argent, leurs marchandises; et leurs papiers, aussi bien que leurs livres de compte furent brûlés ou déchirés.
Le lendemain il se forma dans la ville un corps d’environ quatrecents hommes du peuple, lesquels, agissant de leur chef et de concert, se divisèrent en quatre troupes, et achevèrent d’enlever tout ce qu’ils découvrirent appartenant aux Français. Ils en usèrent de même à l’égard de plusieurs Piémontais; et, sous prétexte de chercher ceux de l’une ou de l’autre nation qui se cachaient, ils entrèrent dans les maisons de quelques Gênois et les pillèrent: mais le sénat, pour prévenir la suite de ces désordres, commit le sieur Charles Japis, maître du camp général, avec une pleine autorité de se servir des voies qu’il jugerait à propos pour cela, lequel fit publier une défense genérale, sous peine de la vie, de porter des armes, et commanda quelques détachemens des troupes d’Espagne, qui arrêtèrent en deux jours trente ou quarante de ces voleurs, qu’il fit arquebuser, et par là il dissipa entièrement les autres; ce qui donne lieu aux Espagnols de se vanter qu’ils ont sauvé Gênes, autant de ses propres habitans que des armes des Français. Le sénat fit ensuite publier que tous ceux qui avaient pillé les effets des Génois et des étrangers, eussent à les rapporter au palais neuf, à peine de la vie; mais il y en eut si peu qui obéirent, qu’on peut dire que cet ordre demeura sans exécution. Cependant la perte des Français a été fort grande, et les Gênois même tombent d’accord qu’elle va à plus de cinqcent mille écus.
Il serait long et inutile de faire ici les détails des insultes qui ont été faites presque à tous les Français qui ont paru en ce temps-là dans les rues; il suffira de dire qu’il y en a deux qui ont été tués, l’un avec une barbarie sans exemple, l’autre avec une perfidie qui fait horreur. Le premier fut avec une troupe de Génois, qui en le menant lui donnaient à l’envi des coups de bayonette, et qui l’ayant conduit sur le môle, lui coupèrent la tête, mirent son corps en quartiers, et en jetèrent les pièces dans les canons qu’on tirait sur la flotte du roi. L’autre s’étant refugié avec tous ses effets chez un Génois qui se disait son ami, et qui lui avait offert sa maison, fut tué par cet homme d’un coup de pistolet par derrière.
On n’a point su encore précisément les noms des Génois qui ont été maltraités pour avoir été soupçonnés d’être d’inclination française, si ce n’est le sieur Christophe Centurion, qui fut pris, attaché et battu par une troupe de canailles, des mains desquels Hippolite Centurion, son parent, qui commandait au môle, ne le put tirer qu’en les assurant que c’était pour le faire mourir plus ignominieusement; mais il ne le garda qu’un jour ou deux, après quoi il le laissa aller pour lui donner le moyen de se remettre en sûreté à la campagne. On pourrait encore comprendre dans ce nombre le capitaine Pallavicini de la Valtelline, lequel, accusé d’intelligence avec les Français pour avoir supposé, à ce qu’on dit, un ordre qui ne lui avait point été donné de changer de poste, fut mis en prison, et y est encore.
On n’a point appris que les nobles aient aucune part aux mauvais traitemens qui ont été faits aux sujets de sa majesté; ils ont, au contraire, aidé à les sauver; ils les ont fait recevoir dans leurs maisons de campagne, et leur ont fait donner des escortes pour sortir de l’Etat, après en avoir retenu une partie dans les palais pour les mettre à couvert de la fureur du peuple. Les deux courriers ordinaires de Rome, qui dans les commencemens s’étaient malheureusement engagés dans la ville, ont assuré aussi que le doge et les officiers de la république leur avaient accordé tout ce qu’ils avaient demandé pour se garantir d’insulte. On a su même que Dominique Spinola ayant été accusé d’avoir donné asile à quelques Français en son château de Campi, comme il était vrai, le sénat ne l’a point désapprouvé.
A l’égard de l’effet des bombes, il a été terrible de toute marnière. Les premières qui tombèrent dans la ville, y mirent partout d’abord une confusion incroyable, et elle augmenta considérablement lorsque la nuit fit voir plus distinctement les feux dont le palais public et ceux des particuliers étaient embrasés. Ce fut alors que la plupart des gens, même ceux de la noblesse, abandonnèrent leurs maisons pour mettre leurs personnes en sûreté, et se sauvèrent sur la montagne: le doge s’y retira avec sa femme, et fut logé avec le conseil à l’Albergo; ce qui a fait dire que le roi a mis le sénat à hôpital. Mais le lendemain chacun ayant pensé à enlever de chez soi ce qu’il y avait de meilleur, ce fut une autre manière de confusion; les hommes et les femmes de toute sorte de conditions allaient criant et courant confusément dans les rues, chargés de tout ce qu’ils pouvaient porter, sans savoir même où ils le devaient mettre; et ce fut en ce temps-là que, sous l’escorte d’un détachement d’Espagnols, on fit transférer à l’Albergo le trésor de Saint-Georges, et que les juifs qui se réfugièrent hors de la ville, se mirent sur une colline, où il s étaient campés sous des tentes en fort grand nombre; il semblait que ce fût une nouvelle ville.
Enfin la perte est si considérable, que, parmi ceux qui la connaissent davantage, les uns disent quelle est de soixante millions d’écus, monnaie de France; les autres, qu’on ne saurait presque l’estimer si l’on fait réflexion aux bâtimens, aux marbres, aux peintures, aux meubles et aux marchandises qui y ont péri; un marchand joaillier a même dit qu’il s’y était fondu une quantité considérable de perles, dont on fait un grand commerce dans cette ville-là.
Mais, quelques désordres qu’il y ait dans la ville, il n’y en a pas moins dans le gouvernement. Le doge, quatre sénateurs et quatre nobles, tous attachés à l’Espagne par leurs intérêts particuliers et qui ont été nommés dans cette conjoncture par la république, pour la direction générale des affaires, avec une autorité entière et indépendante des conseils, en forment un qu’ils appellent la Junte, et sont les maîtres absolus de toutes les délibérations; en sorte qu’il ne faut pas s’étonner s’ils ont fait, depuis le départ de l’armée navale du roi, une nouvelle ligue offensive et défensive avec l’Espagne, et s’ils ont donné un décret portant défense à tous les Génois de proposer de s’accommoder avec la France, que du consentement de l’Espagne. Ils ont envoyé leurs dix galères, commandées par Jean Marie Doria, à la rencontre de celles d’Espagne, lesquelles étant arrivées le 16 de ce mois devant Gênes, au nombre de ving-sept; et ayant été saluées, selon la coutume, n’ont répondu que par trois coups de canon, et ont commencé par là à traiter les Génois comme leurs sujets. Ces galères n’ont pas été plutôt dans le port, que les officiers qui les commandent y ont choisis les lieux où ils ont voulu se placer, et ont mis en chacune de celles de la république une compagnie de Napolitains pour en être les maîtres comme des leurs; dans le même temps on a remis aux troupes du Milanais, qui étaient dans la ville, les postes etc.
[23]. Andò allora attorno un’iscrizione, proprio conforme al gusto corrente. Manet et apud Genuenses indeclinabile genu, nec enim hunc non cogitatum casum declinare possunt. En tamen Genua ad genua, id est dux senatoresque Genuensium ad genua procumbunt regis non Galileæ sed Galliæ, non Christi sed Christianissimi, cujus stellam non quidem polarem sed pyrobolarem, jam ante annum ipsi orientem viderunt. Veniunt hic adorabundi regem, ne noceat amplius, aurum thusque libertatis, olim invictæ nunc devictæ, afferunt et offerunt. Myrrham tamen splendidæ servitutis et crucis dono domum referunt. O pater papa! miserere eorum et per somnium eos mane remeantes domum, ne meent Mediolanum: illic enim ipsos expectat Herodes hispanus, ad geniculationem hancce novam fremens et tremens.
[24]. Il Cibrario (Istituzioni della monarchia di Savoja, p. 293) enumera le tasse certamente non minori nè men variate delle spagnuole, imposte dai duchi di Savoja; e nel proemio all’editto 12 dicembre 1633, Carlo Emanuele I attestava che «nelle passate guerre si sono tanto caricati i registri, che i proprietarj, non potendo con l’intero abbandono de’ frutti liberarsi dalle gravezze, hanno abbandonato i loro beni». Erano regalia perfin le candele, che tutte doveano esser bollate. Il primo appalto del tabacco si fece nel 1649 per lire duemila cinquecento, vendendosi il tabacco sodo trenta soldi la libbra, quarantacinque il pesto, e ad arbitrio quello con ingredienti. Allora pure s’introdussero le poste. Quanto all’amministrazione della giustizia già ne parlammo.
[25]. Cibrario, Instituzioni della monarchia di Savoja, p. 185. E per quel che segue, Carutti, Regno di Vittorio Amedeo II. Torino 1856.
[26]. Erano Serravalle, Menusiglio, Gorzegno, Bussolasco, Gisole, San Benetto, la Niella di Belbo, Fissoglio, Cravanzano, Serretto, Prunei, Loasio, La Scaletta, Carretto, Cairo, Montenotte, Rocchetta del Cairo, Miolia, il marchesato di Spigno, Bardinetto, Brovia, Rocca d’Arazzo, Rocchetta di Tanaro, Belvedere, Frinco, Vincio, Castelnuovo, Bruggiato, Montebercello, Rifrancore, Desana, Millesimo, colle frazioni di Cosseria, Plodio e Biestro, Arquetto, Ballestrino, Masino, Camerano.
[27]. De Gubernatis scrivea da Roma il 16 maggio 1690: — Giunse a questa Corte la notizia dell’eroica risoluzione presa da V. A. R. di arrischiare la sua reale persona e tutti i suoi Stati piuttosto di condiscendere alle dure ed inique condizioni, colle quali volea la Francia rendere come precaria quella sovranità. Tutta questa corte ha applaudito l’azione veramente forte ed invitta di V. A. R, e il popolo ne ha celebrato pubblici applausi con i Viva viva il duca di Savoja: e vengo assicurato che, dopo la liberazione di Vienna, non s’è mai udito a Roma un’allegrezza più universale».
[28]. Catinat, parlando della presa di Cavour, dice: On passa au fil de l’épée tout ce qui se présenta dans la ville; rien n’échappa à la fureur de nos soldats, qui, d’eux-mêmes et sans d’autres ordres que la présence de leurs officiers qui les conduisaient, attaquèrent la montagne et firent un grand carnage d’hommes, de femmes et d’enfants, qui s’y trouvaient: on fit pourtant ce que l’on put pour les retenir. La ville fut pillée et brûlée. Il y a eu plus de sixcent personnes tuées tant dans la ville, que dans la montagne. Mémoires, vol. I. p. 89.
[29]. Anche nel 1705, dopo che il duca ebbe chiarito guerra alla Francia, il maggiore della piazza di Torino pubblicò il premio di mezzo luigi per ogni Francese ammazzato. Il duca di Vendôme mandò dire che, per ogni testa di Francese, farebbe impiccare dieci Piemontesi. Abbiamo un editto del 5 gennajo 1702, dov’è ordinato a tutti i villaggi, cui s’accostino truppe cesaree, di toccar a martello, unirsi e ucciderle, sotto gravi pene. Annibale Visconti, comandante ai Cesarei, vi contrappose altra intimazione di far lo stesso verso gli Ispano-Francesi, colle comminatorie medesime.
[30]. Il Muratori, al 1696, scrive: — Mi trovava allora in Milano, e mi convenne udire la terribile sinfonia di quel popolo contro il nome, casa e persona di quel sovrano, trattando lui da traditore, e come reo di nera ingratitudine, che si fosse servito di tanto sangue e tesori degli alleati per accomodare i soli suoi interessi, con altre villanie che io tralascio. Ma d’altro parere si trovavano le persone assennate, considerando ch’egli, dopo aver liberato lo Stato di Milano dalla dura spina di Casale, ora, stante la cession di Pinerolo e la ricupera de’ suoi Stati, serrava in buona parte la porta dell’Italia ai Franzesi; con che si scioglievano i ceppi non meno suoi che del medesimo Stato di Milano. Se in quel bollore di passioni non riconobbe la gente questo benefizio, poco stette d’avvedersene; e tanto più perchè era incerto se, proseguendo la guerra, si fosse potuto ottenere tanto vantaggio».
[31]. De Gubernatis, ai 16 luglio 1697, scrive a Vittorio Amedeo di Savoja: — Sua Santità si inoltrò a dirmi che sarebbe necessaria la formazione di una lega di tutti i principi d’Italia contro chiunque tentasse di turbar la quiete direttamente o indirettamente. Interrogato il papa se entrerebbe nella lega, rispose liberamente e risolutamente di sì».
[32]. L’Olanda dal 1703 al 1711 pagò alla Savoja per sussidj due milioni seicenquarantamila corone: l’Inghilterra seicenquarantamila corone all’anno; e altre cinquantamila nel 1706, e centomila negli anni 9-10-11. Riccardo Hill fu inviato straordinario della regina Anna a Vittorio Amedeo; e la sua corrispondenza, pubblicata da W. Blackeley, offre curiose particolarità sulla storia di quel tempo. Egli scriveva: — L’esser rifuggito è ormai divenuto un mestiero. Gran differenza corre tra il profugo sui caffè di Londra e sulle frontiere nemiche».
[33]. Su questi tempi si ha uno sterminio di scritture, principalmente francesi. De’ nostri abbiamo la storia del marchese Ottieri, in sul principio abbastanza buona ma sempre gelata; e le Memorie di Agostino Umicalia, cioè del gesuita San Vitale. Vedi Charles Gay, Négociations relatives à l’établissement de la maison de Bourbon sur le trône des Deux-Siciles; Parigi 1853; e per i fatti guerreschi Pelet, Mémoires militaires pour servir à la guerre de la succession d’Espagne.
Le lettere dell’ambasciador veneto, pubblicate dal Mutinelli nel vol. IV della Storia arcana e aneddotica (Venezia 1859), informano a minuto di quei moti, tutti in favore dell’Austria, sopra i quali il Colletta passò di volo. Entrato poi don Filippo (1702), questo cattivavasi il popolo con indicibili magnificenze, col visitar le chiese, comunicarsi ripetutamente, e assistere colle lacrime al miracolo del sangue di san Gennaro. I nobili però protestavano solennemente contro ogni atto di sovranità che facesse quel che denominavano duca d’Angiò, e che il giuramento che dovessero prestargli sarebbe estorto a forza, nè li dispenserebbe dal favorire l’imperatore.
Nel seguente 1710, il miracolo del sangue non avvenne, donde grandissima desolazione e preghiere e «vivi sfoghi di penitenza. Tra le innumerabili pubbliche conversioni, nelle quali fu universalmente adorata la divina misericordia, si distinsero quelle dei tanti che si presentarono volontarj al tribunale del Sant’Officio a scoprirsi e ad accusarsi, alcuni per operatori di sortilegi, altri per seguaci di dottrine ereticali, e molti ancora per atei.... Un sì luttuoso disordine viene principalmente attribuito alle troppo scarse misure, alle quali resta ristretta l’autorità dell’accennato tribunale». Vol. IV, p. 486.
[34]. — Le spese di tutti questi preparativi di distruzione, rifletteva Voltaire, sarebbero bastate a fondare e far fiorire una colonia numerosa. Per l’assedio d’una grande città profondesi, mentre si fila il soldo quando occorra di riparare un villaggio rovinato».
[35]. In un dispaccio del febbrajo 1736 del marchese Villars a don Carlos, leggo: L’empereur ordonna au prince Eugène de secourir Turin. Le prince m’a raconté lui-même à Rastadt, qu’il representa à l’empereur l’impossibilité de secourir Turin. L’empereur lui ordonna de faire périr jusqu’au dernier homme de son armée, plutôt que de ne pas tenter le secours.
[36]. L’altra, regnante a Guastalla, avrebbe dovuto succedere: ma non ebbe che i principati di Sabbioneta e Bozzolo, e si estinse ella pure al 1746. Vedi la nota 2 del Cap. CLIII.
[37]. Journal historique sur les matières du temps, t. VII. p. 223
[38]. Egli scriveva: La cour impériale considère l’Italie comme le bijou de la maison d’Autriche, comme les Etats les plus féconds, et d’un produit plus liquide et plus abondant; comme un moyen de parvenir à ses vues sur tout le reste de l’Italie, et d’assurer la cour de Rome dans ses intérêts.
[39]. Storia arcana. Vedi pure frà Raffaele Filamondo, Il genio bellicoso di Napoli; Memorie storiche d’alcuni capitani celebri napoletani. Napoli, 1694.
[40]. Annotazioni dell’Alberoni alla propria vita. Negli Illustri Italiani ho dato una vita dell’Alberoni, dedotta da fonti originali.
[41]. I fatti di quella guerra furono divisati a lungo dal Burigny, che il Botta non fece che tradurre per tutta la storia siciliana senza correggerne le molte inesattezze, indicate già dal Blasi (Filottete), poi dal Lanza.
[42]. Un Loschi vescovo di Piacenza e un altro di Parma, il metafisico Dodici, il matematico Gervasi, Melchior Gioja, Gian Domenico Romagnosi.
Dubois e Saint-Simon fanno la caricatura dell’Alberoni; un panegirico il Poggiali (Memorie storiche di Piacenza), l’Ortis (Storia di Spagna), il Coxe (L’Espagne sous les Bourbons), il Bignami, il Romagnosi ed altri; ben lo apprezza John Russell nell’History of principal States of Europe from the peace of Utrecht. Voltaire, nella Vita di Carlo XII, ne parlò favorevolmente, e ringraziatone gli rispondeva, il marzo 1735: La lettre, dont votre éminence m’a honoré, est un prix aussi flatteur de mes ouvrages, que l’estime de l’Europe a dû l’être de vos actions. Vous ne me devez aucun remerciement, monseigneur: je n’ai été que l’organe du public en parlant de vous. La liberté et la vérité, qui ont toujours conduit ma plume, m’ont valu votre suffrage. Ces deux caractères doivent plaire à un génie tel que le votre: quiconque ne les aime pas, pourra bien être un homme puissant, mais il ne sera jamais un grand homme. Je voudrais être à portée d’admirer de plus près celui à qui j’ai rendu justice de si loin. Mais si Rome entend assez ses intérêts pour vouloir au moins rétablir les arts, le commerce, et remettre quelque splendeur dans un pays qui a été autrefois le maître de la plus belle partie du monde, j’espère alors que je vous écrirai sous un autre titre que sous celui de votre éminence, etc. Melchior Delfico tratta sempre l’Alberoni con frasi di questo tenore: — Nel tempo che il villan porporato diluvia la sua nera bile negli abusi della giurisdizione e del potere... Per colmo del suo nero carattere, aveva la singolare abilità di far alternare nel suo spirito i vizj i più contraddittorj... L’orgoglio e la viltà, la frode e la violenza, l’immorale furore e l’abjetta ipocrisia erano sempre pronte a servir quell’anima degna di tale corteggio ecc.». Memorie della repubblica di San Marino. Ai giorni nostri Donoso Cortes chiamava Ximenes e Alberoni «i due più grandi ministri della monarchia spagnuola, Alberoni è sommo per vastità di disegni, squisitezza e sagacia di genio straordinario. Venuto in miseri tempi, in cui la maestà di quella monarchia volgeva al tramonto, fu in grado di renderle dignità e potenza, dandole molto peso sulla bilancia politica d’Europa». Il cattolicismo, il liberalismo, il socialismo.
[43]. Il cerimoniale dell’entrata dell’infante e in Toscana e a Parma è distesamente riferito dal Gay, sopra la relazione d’un corriere di gabinetto toscano.
* La ricchissima cappella di pietre dure, annessa alla basilica Laurenziana, non fu mai terminata. Le casse contenenti i principi stettero lungamente l’una su l’altra, nelle volte sotterranee, dove infracidate, dettero agio a qualche sciagurato di insinuarvisi. Leopoldo II, volendo riparare alla vergognosa profanazione, dette carico, nel 1857, all’avv. regio Mantellini, al cavaliere Passerini e al prof. Bonaini di verificarne lo stato, per ricomporli entro nuove casse di noce affinchè potessero essere interrati.
Cinquanta casse furono ritrovate ed aperte, ventidue delle quali dischiuse e spogliate. La maggior parte non contenevano che ossa e polvere; alcune un cartellino di piombo col nome del sepolto.
In alcune si rinvennero gioje, ed in quelle dei granduchi medaglioni d’oro con la effigie loro e con rovescio allegorico. Nella cassa ove era il corpo del cardinal Carlo de’ Medici, vestito di abiti cardinalizj, con mitra in testa e cappello sui piedi, fu trovata una magnifica croce d’oro smaltata, che fu giudicata opera del Cellini, e un bellissimo anello vescovile con pietra smeraldina.
Terminata la verificazione, tutto fu riposto a suo luogo: le vecchie casse furon calate nelle nuove, ove fu posto un cartello in ottone, indicante qual fosse il corpo ivi giacente.
[44]. Il trattato di Torino, 26 settembre 1733, tra Francia e Sardegna è motivato così: Il est connu à l’univers que la maison d’Autriche abuse depuis longtemps du degré exorbitant de puissance auquel elle est montée; et qu’elle ne cherche qu’à s’agrandir encore aux dépens des autres. Non contente d’agir secrètement, elle n’a plus gardé de ménagements à se déclarer, voulant même disposer à son gré des royaumes sur lesquels elle ne peut s’arroger aucun droit: et c’est ainsi que l’empereur est venu à bout d’une partie de ses desseins, qui, ne tendant qu’à ôter toutes bornes à la puissance de sa maison, vont à renverser, toujours de plus en plus, cet équilibre tant désiré et si nécessaire.
Gay prova che la Spagna non accedette mai al trattato di Torino, in grazia delle pretensioni sulla Sardegna.
[45]. Il Muratori, che ha l’autorità d’un contemporaneo, racconta che il generale Filippi, ambasciatore cesareo a Torino, andò chieder conto al ministro Ormea della lega del Piemonte colla Francia e la Spagna, della quale si aveva notizia a Vienna. Ormea lo pregò a mettere tal domanda in iscritto; e sotto alla domanda scrisse: Questa lega non è vera. Il viglietto fu mandato a Vienna, e valse non poco a mantenere la persuasione pacifica: vista poi la bugia e chiesto come avesse ardito mentire sì francamente, l’Ormea spiegò che la lega era fatta colla Francia, ma non colla Spagna.
Nel dispaccio 12 febbrajo 1734 da Milano del marchese Villars al re di Francia leggesi: Le prince de Trivulce, arrivé de Vienne depuis peu de jours, m’a confirmé ce que j’avais déjà entendu de la haine terrible de l’empereur contre le roi de Sardaigne, et qu’il donnerait la moitié de l’Autriche pour pouvoir se venger de sa perfidie, répétant souvent que, pour le mieux tromper, il avait pris des investitures pour la Savoie, qu’on ne lui demandait pas.
[46]. Il Foscarini attesta che il Milanese «nodriva avversione grandissima alla Casa di Savoja, sotto di cui non avrebbe voluto capitare a verun patto», pag. 106; «presso ogni ordine di persone era in sommo detestata la dominazione savojarda», pag. 26. Il presidente De Brosses, che allora viaggiava in Italia, dice: Ce n’est pas que, si le roi de Sardaigne vient jamais à bout d’avoir Milan, il ne trouve de terribles difficultés à s’y maintenir, les Milanais ayant les Piémontais en exécration, et dans tout le reste de l’Italie ils ne sont guère moins odieux. Lettre XIV. Anche l’ambasciadore francese a Torino mostrava molta inquietudine delle preferenze de’ Milanesi: Tout cela prouve que les Milanais préféreraient la domination des Espagnols à celle du roi de Sardaigne. Archivj del deposito di guerra, 2810. 88.
[47]. Quando don Carlos accingeasi alla spedizione di Napoli, l’ottagenario Villars gli dava consigli, fra cui i seguenti: Je supplie V. A. R. de faire une réflexion bien importante, que, quelque zélés que soient les Napolitains, quelque désir ardent qu’ils aient de rentrer sous la domination de l’Espagne, la raison ne veut pas qu’ils hazardent leurs têtes et leurs fortunes, s’ils ne sont comme assurés qu’ils se donnent pour toujours, et ils ne peuvent l’espérer que lorsqu’ils peuvent compter que l’entrée de l’Italie est fermée aux armées de l’empereur. Les mêmes Napolitains, quelque bien intentionnés qu’ils soient, ne se rappelleront que trop l’année 1706; tous le Milanais, le Mantouan étaient aux deux couronnes, leurs armées tenaient l’Adige e le pied des Alpes. L’empereur ordonna au prince Eugène de secourir Turin. Le prince Eugène m’a raconté lui-même à Rastadt, qu’il représenta à l’empereur l’impossibilité de secourir Turin. L’empereur lui ordonna de faire périr jusqu’au dernier homme de son armée, plutôt de ne pas tenter le secours.
Je ne rappelle pas les fautes des généraux qui pouvaient l’empêcher. J’espère que Dieu n’abandonnera pas celui dont le roi veut bien se servir, au point d’en faire de pareilles.
Mais enfin, ce général n’a pas Mantoue; il faut garder le Pô. L’armée d’Espagne ou une partie y est nécessaire, et j’ai déjà pris la liberté d’écrire à leurs Majestés Catholiques, qu’elles doivent envoyer en Italie tout ce qu’elles auraient de troupes inutiles en Espagne. Si je ne puis tenir le Pô et le Mincio, je dois chercher une bataille, puisque tout général sage ne doit s’attacher à défendre de certaines situations, que lorsqu’il a lieu de croire que l’ennemi qui vient les attaquer périra dans de vaines attaques. Excepté cette raison, il faut marcher à l’ennemi, surtout avec les armées des Français, et je dirai aussi des Espagnols, auxquels je crois la même valeur.
Je répète donc à V. A. R. qu’elle ne peut prendre aucune confiance aux nouveaux sujets qu’elle veut se donner, qu’en les tranquilisant sur la crainte de changer de maîtres.
Après les premières idées générales sur la guerre que V. A. R. va entreprendre, elle permettra à mon zèle pour sa personne, à la confiance et aux bontés dont leurs Majestés Catholiques veulent bien m’honorer, et à l’ordre qu’elle me donne elle même, de lui dire ce que je pense sur sa conduite dans la guerre.
J’oserai lui donner pour premier conseil, de n’en pas croire son ardeur sur les périls de la guerre: il y a ceux que les rois et les princes doivent mépriser, et ceux auxquels il ne faut jamais qu’ils se commettent.
Ils doivent faire attaquer les places médiocres par leurs généraux, et ne pas honorer ces sièges de leur présence. S’il est question d’une bataille, il faut que votre armée vous voie marcher à la tête de la première ligne, et que vous vous montriez avant que l’on marche à la charge.
Quand votre première ligne est prête à charger, vous devez vous mettre entre la première et la seconde, pour donner vos ordres, pour faire soutenir les troupes, qui pourraient être ébranlées, mais que vous ne chargiez jamais à la tête de vos troupes, à moins que votre présence ne soit nécessaire pour empêcher l’ébranlement de l’armée.
Pour les lignes, n’allez jamais à la tranchée, que le troisième jour qu’elle est ouverte, connaître par vous-même si vos ingénieurs suivent bien vos projets. Ne vous pas exposer: ce ne sont pas des périls dignes de princes: mais leur présence, leur visite est nécessaire, non seulement pour presser les attaques, mais même pour se montrer aux troupes.
Les premiers soins, après ceux des actions, regardent la discipline et la subsistance. Pour pouvoir exercer une sévère discipline, il faut que la subsistance soit bien réglée.
N’ordonner que les punitions nécessaires, mais nulles grâces dans les premières fautes. Le général qui pardonne les premières, doit imputer à sa fausse clémence les secondes.
Il est bon que vos généraux parlent eux-mêmes aux troupes, pour leur faire connaître la nécessité d’être sages. Les bien traiter dans les grandes fatigues et leur faire donner de la viande outre leur paye ordinaire. C’est ainsi que l’on en a usé dans la conquête du Milanais. L’armée du roi est en bon état, et peut soutenir toutes les fatigues.
Je sais que V. A. R. a résolu de manger avec les gens de guerre. Rien n’est si nécessaire que de leur montrer souvent leur prince, leur général; qu’il veuille bien parler quelquefois à ceux qu’il connaît le moins, surtout à ses nouveaux sujets.
[48]. Winnington, pagator generale, riservava per sè un mezzo per cento sopra tali sussidj. Succedutogli il famoso Pitt, questo ricusò l’indegno avvantaggio, benchè potesse egli goderselo tanto meglio, in quanto lo trovava già stabilito. Dispaccio 11 marzo 1746 del cavaliere Ossorio.
I diplomatici che meglio figurarono in quelle difficili trattative, furono il marchese d’Ormea, il conte d’Agliè, il conte Maffei piemontesi, il cavaliere Ossorio siciliano. Lord Chesterfield, nella lettera a suo figlio del 18 novembre 1748, dice: — In qualunque corte o congresso, i ministri del re di Sardegna mostransi sempre i più abili, più cortesi, più disinvolti».
[49]. Da poi si limitò ai soli interessi e frutti.
[50]. Vedi Sclopis, Relazioni politiche ecc. Torino 1853.
[51]. Nel novembre 1704 fu la maggior piena che si rammenti del lago Maggiore, come anche del Po, superata solo da quella del 1839. Il Tevere nel 1750 fece il maggior allagamento che si ricordasse; ma esso fu superato da sessanta centimetri al 31 gennajo 1805.
[52]. Nei preliminari del trattato d’Aquisgrana è detto all’articolo 7, che, in considerazione delle restituzioni fatte dalla Francia, i ducati di Parma, Piacenza, Guastalla sono ceduti all’infante don Filippo e suoi discendenti legittimi e maschi, sotto le condizioni espresse negli atti di cessione dell’imperatrice e del re di Sardegna. Ora gli atti di cessione portano che Maria Teresa riserva i suoi diritti sui tre ducati qualora don Filippo non abbia discendenza maschile, o che egli salga al trono di Sicilia; e il re di Sardegna pure, quando don Filippo non abbia discendenti maschi, o il re di Sicilia passi al trono di Spagna. Quest’ultimo caso prevedeasi, e si supponeva che don Filippo dovesse succeder re di Napoli al fratello; dimenticando che, nel terzo trattato di Vienna davasi il trono delle Due Sicilie a don Carlos e a’ suoi discendenti maschi e femmine; sicchè egli poteva trasferire tal regno ad uno de’ suoi figli se non potesse unirlo alla monarchia di Spagna. Udendo la nuova stipulazione, Carlo III protestò, e nel trattato definitivo si pensò a correggere. L’imperatrice vi s’acconciò, stabilendo la riversibilità pei casi che non vi fosse discendenza maschile da don Filippo, o che questo fosse chiamato ai troni di Sicilia o di Spagna: ma il re di Sardegna non volle sviare dai preliminari; sicchè nel 1759, quando Carlo III passò redi Spagna, egli pretese la parte del Piacentino, cedutagli nel trattato di Worms. Furono dunque costrette Francia e Spagna a venire a patti con esso, e nella convenzione di Versailles 10 giugno 1763 Carlo Emanuele consentì che la riversione del Piacentino si limitasse alla Stura, e pei due casi che la linea maschile di don Filippo cessasse, o che questo principe passasse ad altro trono; intanto però Francia e Spagna obbligavansi dare al re di Sardegna il valor capitale di quel paese, col patto che lo restituerebbe in caso di riversibilità.
Nel trattato d’Aranjuez del 14 giugno 1752, fra l’imperatrice e i re di Spagna e Sardegna per mantenere la pace d’Italia, si convenne sui patti di maggior unione e reciproca difesa degli Stati, e sulle truppe da armarsi a vicenda. Da poi a Napoli nel 1759 si fece un nuovo trattato, che però non ebbe mai ratifica, ove si stipulava che le corone di Spagna e delle Due Sicilie non sarebbero mai riunite; l’imperatrice rinunziava alla riversibilità di Parma, Piacenza, Guastalla a favore di don Filippo, senza derogare al diritto del re di Sardegna sulla città e parte del territorio di Piacenza: solo all’estinzione della linea maschile e femminile di don Filippo ciascuno rientrerebbe ne’ diritti a cui rinunciò.
[53]. Giusta un conto reso al 10 dicembre 1732, la rendita dello Stato di Milano era:
| pel magistrato ordinario | L. | 12,929,182 |
| pel magistrato straordinario dell’annona | » | 79,784 |
| In tutto | L. | 13,008,966 |
[54]. Anche di qui nacquero dissidj. Carlo III, pel suo carattere di legato pontifizio, volle mandar un visitatore alla chiesa di Malta. I cavalieri lo respinsero, e Carlo sequestrò i beni di essi nel regno, e minacciava armi, finchè il papa e la Francia sopirono la quistione.
[55]. Nel trattato essendosi detto che un procuratore turco risederebbe nella capitale di Messina, tutta l’isola andò in fuoco pel ridestarsi delle pretensioni di Palermo: che se queste furono soddisfatte, sopravvissero i rancori.
[56]. Hamilton, ambasciadore inglese, raccolse settecentrenta vasi dipinti, censettantacinque terre cotte, trecencinquanta pezzi di vetri, seicenventisette bronzi, varj utensili, bassorilievi, maschere di creta, tessere, avorj, gemme, vezzi, fibule, seimila monete, e ogni cosa vendette al Museo Britannico per L. 8400.
Sulla storia letteraria del napoletano vedasi Pietro Ulloa.
A Napoli gli studj della giurisprudenza erano in gran fiore, e vi si fece da Domenico Albanese la bella edizione del Cujaccio (1758-85), più pregiata d’ogni altra. Filologi ed antiquarj che illustravano le scoperte d’Ercolano non la cedevano a inglesi e tedeschi: Sant’Alfonso di Liguori lagnavasi che si vendessero pubblicamente «libri che in Francia si bruciano per man del boja»: quarantott’anni aveva dettato all’Università G. B. Vico: il Genovesi previde la emancipazione delle colonie inglesi e la rivoluzione di Francia, dettò dalla prima cattedra d’economia politica, e tutti i sapienti gloriavansi d’essere stati suoi discepoli.
[57]. Per non turbare i fagiani, proibì i gatti nell’isola di Prócida sotto gravissime pene. Uno che volle conservar il suo, fu frustato dal boja per tutta l’isola, poi mandato alle galere. Gorani, Memorie secrete.
[58]. Quando gli nacque un maschio, Carlo regalò alla regina centomila ducati, e crebbe di dodicimila ducati annui il suo assegno; Napoli e il regno le donarono un milione per le fasce; la Spagna assegnò al principino quattrocentomila piastre annue.
[59]. A tacer quello che altri già notarono, cominciando dal Denina (Vicende della letteratura, tom. II, p. 27), egli copia intera la vita del Toledo dal Miccio, senza tampoco citarlo. A Carlo VI scriveva nella dedica: «Il maggior pregio onde dobbiamo gir alteri nel suo felicissimo regno, è l’aver ella col decoro dell’imperial maestà sostenuto e fatto valere tra noi ed a nostro pro i suoi legali diritti e le sue alte e supreme regalìe». Muore un bambino appena nato di Carlo II? e il Giannone scrive che «morte troppo acerba, crudele ed inesorabile a noi presto cel tolse, lasciandoci in amari lutti e pianti» Lib. XL, c. 4.
[60]. «L’istituzione del ducato di Benevento... fu caso, non ad arte... siccome sogliono essere tutte le altre cose di questo mondo, che, se si riguarda la loro origine, sorte a caso da tenuissimi principj, s’innalzano al sommo, ove poi giunte, uopo è che retrocedano, ed allo stato di prima ritornino, come portano le leggi delle mondane cose; leggi indispensabili, alle quali l’umana sapienza non vale ad opporsi nè a darvi riparo». Lib. III. c. 2.
[61]. Lib. VIII. 272. Della censura dice ch’è usurpazione l’attribuirsela la Chiesa, mentre «ai principi importa che lo Stato non si corrompa, e che i suoi sudditi non s’imbevino d’opinioni che ripugnino col buon governo: nel che ora più che mai è bisogno che veglino per le tante nuove dottrine introdotte contrarie all’antiche ed a’ loro interessi e supreme regalìe; poichè da quelle ne nascono le opinioni, le quali cagionano le parzialità che terminano poi in fazioni, e finalmente in asprissime guerre». lib. XXVII. c. 4.
Ivi egli discorre a lungo delle proibizioni poste nel regno ai vescovi di stampare senza licenza dei ministri regj, neppur i concilj e i calendarj, «ciò che poi si è inviolabilmente osservato sempre che i ministri del re han voluto adempire alla loro obbligazione ed aver zelo del servigio del loro signore».
Fin dall’introduzione alla nostra Storia universale noi ci mostrammo severissimi al Giannone, e ne soffrimmo amari rimbrotti. Lo scrittore italiano oggi più conosciuto (Manzoni) venne poi ad appoggiare que’ nostri giudizj, e mentre alcuni sentimentalisti perseverano a confondere il merito dello scrittore colla compassione al soffrente, autori serj appoggiarono il nostro parere; e vogliam solo accennare Alfredo Reumont, che lo adottò affatto, e dice che nichts als einen Auszug aus Parrino geliefert, dem er dann seine juristischen Excurse anhängt. Nur letztere haben Werth und sind voll Gelehrsamkeit und Scharfsinn: sonst ist dies Buch unendlich überschätzt worden. Historischer Geist ist in dem erzählenden Theile nicht: ist eine trockne, schleppende, reizlose Darstellung, ohne Anmuth des Styls, noch Lebendigkeit des Vortrags; eine langweilige monotone Pragmatik ohne tieferes eingehn in die sittlichen Zustände, ohne Geltendmachen der welthistorischen Beziehungen. Wie weit steht dieser Autor des achtzehnten Jahrhunderts, der in seinem Buche nur ein Advocat ist etc. Die Carafa von Maddaloni; Berl. 1851, t. II. p. 362.
Delle opere inedite del Giannone già parlammo alla nota 34 del cap. XXXI. La sua vita demmo negli Italiani Illustri.
L’Archivio storico per le provincie napoletane, fasc. 1, p. 120 del 1872 riferisce la discussione tenutasi l’aprile 1723 dal vicerè e dal Consiglio collaterale sulla stampa della storia del Giannone, che aveva eccitato molto scandalo: e vi si racconta di un quadro, ove il Giannone era dipinto frustato sopra un asino; e che il popolo minuto l’avea preso in tal odio, che guaj se compariva.
[62]. Contro l’avvocato generale di Savoja scrisse, fra molti altri, monsignor Fontanini un’opera che rimase inedita: L’indipendenza de’ feudi ecclesiastici di Piemonte da qualunque podestà secolare giustificata coi principj fondamentali del diritto pubblico dai tempi di Carlomagno in poi. La miglior opera è forse quella del Bianchi: Ragioni della Sede apostolica nelle presenti controversie colla Corte di Torino. Roma 1732.
[63]. Per saggio di moderate contese, ecco il titolo d’uno dei libri contro di lui: Ritrattazione solenne di tutte le ingiurie, bugie, falsificazioni, calunnie, contumelie, imposture, ribalderie, stampate in più libri da frà Daniello Concina contro la veneranda Compagnia di Gesù, da aggiungersi per modo di appendice alle due infami lettere teologico morali contro il reverendo padre Benzi della medesima Compagnia. Venezia, 1744, in-4º.
[64]. I ventun volumi in-4º(1732) non giungono che al 600. Filippo Angelo Becchetti domenicano fiorentino lo continuò con diciassette altri volumi fino al 1378; poi variò e restrinse il disegno, formandone un’altra continuazione in dodici volumi fino al 1587. È lode dell’Orsi il vederlo testè, non che seguìto, copiato dall’abate Rohrbacher nell’Histoire universelle de l’Eglise catholique.
[65]. Giacchè tutti citano un fatto di nessuna significazione, ricorderò anch’io come il figlio del famoso ministro Walpole gli pose un monumento in Inghilterra coll’epigrafe: Amato dai Cattolici, stimato dai Protestanti, papa senza nepotismo, monarca senza favoriti, e non ostante l’ingegno e il sapere, dottore senza orgoglio, censore senza severità. E il papa, referendolo a un suo amico, soggiungeva: — Io sono come le statue della facciata di San Pietro: alla lontana non c’è male; ma guaj a guardarle dappresso!» Più volentieri mentoverò l’elogio di Benedetto XIV fatto dal Galiani, una delle poche opere di questo scevera dagli epigrammi ch’erano a temersi dalla natura del lodatore e del lodato. E’ dice che «il segreto della saviezza di Benedetto XIV celavasi nel non fare». Delle sue azioni molto merito spetta al cardinale Valenti Gonzaga di Mantova segretario di Stato.
Le opere del Lambertini furono pubblicate dal portoghese gesuita Emanuele de Azevedo in 12 vol., Roma 1747 e seg. I quattro primi contengono l’opera più importante De servorum Dei beatificatione et beatorum canonizatione. Stimasi pur molto quella De synodo diœcesana.
* È assai bizzarro il vedere di che s’occupassero nella loro corrispondenza un papa e Voltaire. Questo, dedicando il Maometto a Benedetto XIV, gli scriveva un distico che cominciava:
Lambertinus hic est.
Il papa gli risponde che lo han criticato perchè egli fece breve l’hic: ma ch’egli lo avea difeso coll’esempio di Virgilio
Hic est quem promittere sæpius audis.
Voltaire lo ringrazia di ciò, e che poteva aggiungersi un altro esempio, ch’egli reca.
[66]. Il Muratori scrive al Magliabechi il 31 agosto 1704: — Già que’ padri han cominciato a farsi gloria di mordere qualunque persona capita loro sotto le mani, forse per far più cari i lor libricciuoli a chi ama il brusco della satira». Settant’anni più tardi, Pietro Verri, nell’elogio del Frisi, imputa i Gesuiti d’aver «portato all’eccesso un principio buono, qual è la stima e l’affetto pel ceto loro, onde osteggiarono chiunque a quello non apparteneva, e così ne venne una generale cospirazione, che gli attaccò nella pubblica opinione, unico appoggio col quale sosteneano quel meraviglioso edifizio».
[67]. «Si attaccherà un fuoco, il quale non terminerà nè così presto nè così bene... Questa faccenda non vuol andar a terminare molto placidamente... Non si può stare in questo bivio... È lunga pezza che si va tentando il vespajo... Converrà che un giorno nasca qualche stravagante disordine, e che si venga a rimedj violenti». Tom. VIII delle Apologie, e passim.
[68]. Trattato della vita e dell’impero dell’Anticristo. Il celebre Cordara vergò una difesa di questo suo confratello. Giuseppe Baretti nel Viaggio da Londra a Genova per l’Inghilterra, il Portogallo, la Spagna e la Francia, pubblicato in inglese nel 1770, divisa a lungo la persecuzione del Portogallo contro i Gesuiti e il supplizio del Malacrida; tutt’altro che favorevole all’Ordine, ma coll’indignazione d’ogni galantuomo contro l’ingiustizia. Pure bastò perchè gli fosse proibito di continuare l’opera stessa, che col titolo di Lettere famigliari avea cominciata a stampar in italiano a Milano e proseguita a Venezia, e il Baretti corse per le bocche coll’orribile taccia di gesuitante.
Vedansi i miei Italiani illustri.
[69]. Quattro sole pagine, 108-112, d’un libretto, stampato dal Bianchi Giovini a Capolago il 1847 col titolo Scelte lettere inedite di frà Paolo Sarpi, contengono contro i Gesuiti ben più infamie e stolidezze che non tutti i cinque volumi di Vincenzo Gioberti; giacchè, come se parlasse a Cinesi o ad Ottentoti, asserisce esser dottrina «insegnata concordemente dai Gesuiti, approvata dai loro teologi e generali, che è lecito l’assassinar l’accusatore e il giudice, lecito il furto, il giuramento falso, la simonia... che l’onania, il procurato aborto, la bestemmia, la ribellione contro il principe, il contrabbando, l’omicidio, il suicidio, il parricidio, il regicidio, e mille altre abominazioni sono o giustificate, o dichiarate lecite, od anche in certi casi obbligatorie; i precetti di Dio e della Chiesa non obbligano alcuno; la rivelazione, i profeti, i vangeli si possono credere e non credere, anzi sono cose credibili sì, ma non evidentemente vere...!»
[70]. Lettera a Jacopo Filiasi in Moschini, Letteratura veneziana, IV. 137.
[71]. Il Lanza, nelle Considerazioni al Botta, pag. 504, a minuto narra la cacciata de’ Gesuiti da Sicilia, sempre con soldati e con grande apparato di scorni e umiliazioni.
Il Tanucci è dipinto in bene da Pietro Ulloa.
[72]. Le reca Ravaignan nel Clément XIII et Clément XIV; documents historiques et critiques.
[73]. Dispaccio 30 novembre 1768 del marchese d’Aubeterre al ministro Choiseul, ap. Saint-Priest, pag. 82.
[74]. Theiner, vol. I. p. 208.
[75]. Autore delle Lettere di Clemente XIV fu Luigi Antonio de’ Caraccioli di Parigi, prete dell’Oratorio, rinomato per saper contraffare con atti e gesti le persone. Costui fu in corrispondenza con altezze e con papi e cardinali, viaggiò assai, e pubblicò un sobisso di opere, lette molto, massime in provincia e dai preti, che se ne valevano anche per fare i loro sermoni. Tutte però sono inferiori alle lettere suddette; donde taluno argomentò egli non facesse che pubblicarne i pretesi originali, che evidentemente sono una traduzione del testo francese; certamente di nessuna si trovò l’originale fra le carte di quelli cui fingonsi dirette. Cessatagli una pensione che avea dalla Polonia e una dall’Austria, morì poverissimo nel 1803.
[76]. Vedi i documenti in Saint-Priest. Il costui libro De la destruction des Jésuites, dettato da Enciclopedista, può leggersi con frutto pei documenti che reca. Crétineau Joly trattò il soggetto stesso in esagerazione opposta, presentando Clemente XIV in miserabile apparenza, ed appoggiandosi unicamente sopra documenti autentici. Con documenti autentici lo confuta il padre Theiner, che a Clemente XIV non solo trova le scuse della necessità, ma prodiga lodi di coraggio, prudenza, grandezza, tutte le virtù de’ migliori pontefici. Sempre esagerazione.
[77]. Maria Teresa, informatane, ne mandò scuse al papa. Theiner, vol. I. p. 129.
[78]. Choiseul ministro di Francia, al 4 ottobre, scriveva al suo ambasciadore: Je vous avoue mon étonnement de l’attention trop sérieuse que vous donnez aux supercheries de M. Tanucci et de M. le cardinal Orsini, et aux impostures mal adroites dont ils font usage auprès de vous. Des ministres de cette espèce ne sont assurément pas faits pour traiter des grandes affaires; et il faut se borner à mépriser les petits moyens de leur basse et artificieuse politique. Ap. Theiner, vol. I. p. 139.
[79]. Theiner, vol. II. p. 89.
[80]. Saint-Priest, p. 137.
[81]. In una lettera del ministro Choiseul al cardinale Bernis ambasciadore, del 26 giugno 1769, principal motore dell’abolizione compare Carlo III, e che il pontefice per ogni via allungasse la cosa. — Io credo col re di Napoli che il papa operi debole o falso: debole, se tituba nel fare quello che il suo spirito, il suo cuore, le sue promesse gl’impongono; falso, se cerca tener a bada le corone con speranze illusorie. In ambidue i casi, i riguardi sono inutili con lei, perocchè noi avremmo bel fare a risparmiarlo: s’egli è debole, lo diventerà più quando si accorga che nulla deve temere da noi; s’è falso, sarebbe ridicolo lasciarli concepire la speranza che noi soggiacessimo alle sue astuzie. E così faremmo, se aspettassimo che il santo padre avesse il consentimento di tutti i principi cattolici per l’abolizione de’ Gesuiti: ella ben vede che lungaggini, che difficoltà ne verrebbero. La corte di Vienna non darà il consenso che con restrizioni e con vantaggiosi patti: la Germania darallo con fatica: la Polonia, eccitata dalla Russia, per farci un mal tiro lo rifiuterà: la Prussia e la Sardegna (ben le conosco) faranno lo stesso. Quindi il papa non giungerà mai a riunire questo consenso di principi, e quando ci propone una tale clausola, ci tratta come ragazzi che non hanno cognizione degli uomini, degli affari e delle Corti. Ma quando il santo padre aggiunge che al consentimento de’ principi quello pur si deve congiungere del clero, egli vuol proprio la burla di voi. Il consenso del clero non potrà darsi nelle forme legali se non adunando un concilio; e questo non può esser convocato in paese cattolico, senza la volontà de’ principi e del pontefice. Ai principi soli della Casa tocca dunque di sollecitare il papa ad estinguere una società a loro infesta; e pei principi soli della casa di Borbone il santo padre deve determinarsi a questa accondiscendenza... S’io fossi ambasciadore a Roma, mi vergognerei di vedere il padre Ricci antagonista del mio padrone».
[82]. Corrispondenza fra Aubeterre e Choiseul, presso Ravaignan, pag. 362.
[83]. Nell’editto asserendosi che san Carlo l’aveva introdotta per vie oblique e senza il regio exequatur, l’arcivescovo Pozzobonelli rispose che tale formalità non era in quei tempi necessaria, nè poteva credere che il santo suo predecessore avesse ricorso a sotterfugi. Altrettanto protestò il Durini vescovo di Pavia. Già in Piemonte, coll’istruzione del 20 giugno 1755 (rinnovata poi da Carlalberto nel 1831) si proibiva la lezione propria di Gregorio VII «con altri infiniti libri maligni e sediziosi non meno di quelli che tentano di rendere al papa soggetta la podestà temporale de’ principi, insegnando che ai medesimi, quando sono scomunicati, non si possa obbedire di coscienza, o che al papa spetti il deporli e sciogliere i popoli dal giuramento di fedeltà».
[84]. «Non certamente (dice Theiner) per far violenza ai Gesuiti, ma unicamente per mantener l’ordine tra la folla». Eppure poche linee appresso assicura che «la popolazione guardò quest’avvenimento con calma e indifferenza profonda». Vol. II. pp. 338, 339.
[85]. Nell’Indice del 1744 si legge: Prohibentur libri omnes, opuscula, theses, aliaque omnia tam edita huc usque, quam imprimenda, tam contra quam pro Cornelio Jansenio et PP. Jesuitis.
[86]. Certo ne rideva Federico di Prussia, il re filosofo; e D’Alembert gli scriveva: — Dicesi che il conventuale Ganganelli non prometta carezze alla Compagnia di Gesù, e che san Francesco potrebbe esser l’uccisore di sant’Ignazio. Parmi che il santo padre farà una gran pazzia a cassare il suo reggimento delle guardie per compiacenza verso i principi cattolici. Questo trattato somiglia a quel dei lupi colle pecore, cui prima condizione fu che le pecore licenziassero i cani (16 giugno 1769). — Ecco cacciati i Gesuiti da Napoli; e presto (dicesi) saranno da Parma, e gli altri Stati borbonici tutti sbratteranno la casa... Con ciò la Corte di Roma perde le migliori sue truppe, le sue sentinelle morte. Parmi ch’essa raccolga insensibilmente le sue tende, e finirà coll’andarsene con i Gesuiti (14 dicembre 1767). — Il papa conventuale si fa tirar per le maniche innanzi sopprimere i Gesuiti. Qual meraviglia? Proporre al papa di cassar questa brava milizia, gli è come si proponesse al re di Prussia di congedare il suo reggimento delle guardie» (7 agosto 1769). E Duclos, altro scrittore filosofico, nel suo Voyage en Italie, pag. 40, meravigliandosi dell’invidia che gli altri Ordini professavano contro i Gesuiti, e della gioja jusqu’au scandale che manifestarono alla loro soppressione, conchiude: Le premier coup de tonnerre est tombé sur la Société, arbre dont la tige perçait la nue; mais que les moines doivent penser que, si l’on coupe les chênes avec la coignée, on fauche l’erbe. Leo (protestante) dice: — Il papa avea diritto d’abbattere l’Ordine, e negl’interessi della Chiesa potea veder ragioni sufficienti a ciò: ma che un sommo pontefice abbia potuto dimenticare a tal punto il principio, per cui Roma erasi elevata di sopra del mondo; che abbia ceduto alle istanze delle potenze temporali, prodotte sotto forma insultante, fu un porre a nudo che la santa Sede era scesa a uno stato di debolezza, di cui la ragione non sta tutta nelle circostanze generali, ma colpa n’è in parte l’uomo che l’occupava senz’aver la natura eroica richiesta dall’elevata sua posizione». Storia d’Italia, lib. XII. 4. Carlo Botta, arrabbiato ai Gesuiti, racconta che i Giansenisti si mostrarono duri con loro; e «molto maggiore umanità mostrarono i filosofi, ajutando e di consiglio e di denaro e di favore quei derelitti discepoli d’Ignazio. La compassione pubblica ora gli accompagnava; imperciocchè molti mentre all’esiglio s’incamminavano, ai più miserabili estremi erano o per infermità o per età o per povertà ridotti»; lib. XLVIII. Egli stesso enumera le loro colpe, cioè d’aver voluto maggioreggiare, e perciò studiare più degli altri; scegliere a gran cura i novizj; prolungarne le prove, tanto che non fossero aggregati se non dopo sicuri di quel che facevano; avere scuole migliori che le Università; acquistarsi la fiducia dei parenti e l’amor degli allievi; stare fra loro uniti per modo, che quegli stessi, i quali disgustati uscivano dall’Ordine, non ne sparlavano. Vedi il principio d’esso lib. XLVIII.
[87]. Perfino il marchese Gorani che andava a cercar espresso lo scandalo in ogni atto dei principi e dei preti, e che non s’esaurisce in bestemmiar i Gesuiti, nega affatto l’avvelenamento di papa Ganganelli, mentre ne descrive a minuto i delirj.
[88]. «La maggior parte dei cardinali che non erano stati consultati, e della nobiltà romana affezionata ai Gesuiti, attestarono una gioja poco decente, e un odio ingiusto o troppo violento. Le satire, che in tali circostanze inondano il pubblico, son più crudeli e atroci qui che altrove, perchè il fanatismo di Roma è in questo momento al sommo grado», così scriveva il cardinale Bernis, ap. Theiner, vol. II. p. 516. Il quale Theiner parla d’insulti fatti alla memoria di quel papa: «Il cardinale De Bernis fu obbligato a tenere a proprie spese una guardia secreta, che giorno e notte vegliasse attorno al catafalco per prevenire gli scandali...; noi abbiam avuto la pazienza di leggere quelle satire, che sono molte centinaja, e dobbiam convenire che passano in impudenza e grossolanità quelle che mai fossero fatte contro Gesuiti»; p. 521. Fu scritto anche in difesa di lui, e qualcuno, noveratine i meriti, conchiudeva:
E pur morii di morte aspra e spietata,
E Roma applaude al doloroso evento;
O mercede inumana! o Roma ingrata!
Il difensore non ferisce meno dell’offensore.
[89]. «Giona, benchè buttato in mare, si salvò nei ventre della balena. Bisogna aspettarsi che molti cardinali, nel futuro conclave, faranno i più grandi sforzi per eleggere un papa abbastanza ardito da ristabilir la Società, senza temere i torbidi e le dissensioni che si rinnoverebbero, e senza fermarsi all’idea d’un nuovo sovvertimento generale». Dispaccio del Bernis, ap. Theiner, vol. II. p. 511.
Sul Ricci vedansi i miei Italiani illustri.
[90]. Duller, Storia del popolo tedesco.
[91]. Bolla 7 agosto 1814, Sollicitudo omnium ecclesiarum.
[92]. Chi non vuol impelagarsi entro scritture mistiche, oscure, bizzarre, può informarsi di quel soggetto nel Mistero dell’amor platonico del medioevo, derivato da’ misteri antichi, opera in 5 volumi di Gabriele Rossetti, Londra 1840. Tutto si appoggia sopra l’esistenza di società secrete, in cui si conservarono per tradizione i misteri antichi; e gran parte vi è fatta alla massoneria, ricevendone sul serio fin le puerilità e il gergo. Principalmente se ne parla nel vol. III. cap. 2.
[93]. Nel Code de la nature, ou véritable esprit des lois de tous temps négligé ou méconnu; Partout, chez le Vrai Sage, non solo viene impugnata la religione, ma anche la proprietà, sostenendo che da questa derivano tutte le colpe. I nostri economisti bevvero queste esagerazioni.
[94]. Carli, Saggio d’economia politica sulla Toscana.
[95]. «Noi diciamo male de’ Barbari nello stordimento in cui siamo pel nostro immenso lusso; nondimeno v’ha de’ selvaggi, che ci potrebbero dar lezioni di giustizia, di costume, di felicità. Tra gli Apalaschiti non vi ha metalli, non si conosce proprietà di fondi, vi si coltiva con i legni e colle pietre in comune, si raccoglie in comune, si deposita il ricolto in pubblici magazzini, si distribuisce alle famiglie a proporzione de’ bisogni... Vi si vive al di là di cento anni, e sempre tra cuori lieti, festevoli, aperti, candidi». Valore delle cose e fatiche, cap. 1, nota.
[96]. Il marchese Gorani adduce una quantità d’aneddoti sull’abate Galiani, e conchiude: — Era l’uomo più ingegnoso delle Due Sicilie, ma il più scostumato. Tutto pareagli permesso, purchè la riuscita il giustificasse. Divenuto spensierato, non esisteva più che per soddisfare le sue inclinazioni. Era persuaso che gli uomini non meritavano la fatica d’occuparsi della loro felicità. I suoi emolumenti ascendeano a ventisettemila franchi, senza le eventualità; eppure trovavasi spesso alle strette, per le grandi spese della sua casa, della biblioteca e della fantasia. Ne’ consigli era sempre pel despotismo, e nessuno amò quanto lui il governo arbitrario. Era geloso e invido; non avrebbe sofferto si dicesse che un solo regnicolo s’avvicinasse al suo merito. Mai non fu amico d’un napoletano in cui potesse temer un rivale; era il nemico nato di qualunque suo compatrioto cercasse distinguersi». Mémoires secrets sur les Cours de l’Italie.
[97]. Molte opere d’architettura militare di frà Vincenzo Chiapetti perugino trovansi manoscritte a Parma.
[98]. Mostrava che dallo Stato uscissero nove milioni più che non se n’importasse. In un secolo si sarebbero dunque perduti novecento milioni! Il marchese Carpani gli oppose un altro bilancio, dove assicurava al commercio milanese l’attività di undici milioni. Tanto sono poco attendibili siffatti lavori. A Kaunitz spiacque il libro del Verri, volea lo avesse mandato privatamente al Governo, ben meritando di questo, anzichè farsi compatire dal pubblico. Deputato poi dalla Giunta a fare un bilancio meno aereo, il Verri pretese ancora trovare la passività di un milione e mezzo.
[99]. Meditazioni, § XXII.
[100]. Come il Verri de’ Milanesi, così l’Affò lagnavasi dei Parmigiani, e a frà Luca da Carpi scriveva il 18 giugno 1782: — Tutti sanno dire, niuno sa fare. Bisogna scoraggiarsi per forza, e troncar sovente per disperazione il corso de’ proprj studj... Lo credereste? Sono tre anni che vo cercando le notizie degli scrittori nostri; e, fuor di uno o due, non ho trovato un cane che mi abbia somministrato notizie qui in Parma, quand’io, povero diavolo, ho fatto il viaggio a Roma a tal fine ecc.». E al Bettinelli il 9 marzo 1790: — Ella ha dunque veduto il primo tomo de’ miei letterati, e me lo collauda per sua gentilezza, come pur si fa da molte parti. Qui non si trovano quattro Cristiani che l’abbiano guardato, e da nove mesi forse che è fuori, mi sento ancora domandare da molti se è poi vero che lavori io dietro le cose di Parma. Può credere con qual gusto io possa proseguire. È vero che mi trovo compensato dal giudizio degli estranei; ma è una gran pena il vedere tanta stupidità ne’ domestici... dovendo io metter in torchio la mia storia di Parma, che neppur essa si leggerà». Ap. Pezzana, Vita dell’Affò, pag. 181.
[101]. Il fatto è riferito da un gran lodatore delle cose venete, il Cicogna, Iscrizioni veneziane, tom. III. p. 275, S. Apollinare.
[102]. Cum agitur de delicto puniendo, lata interpretatio sumi debet, dice Menochio, Quæst. 69, nº 24. Vedi pure Quæst. 86, nº 8; e Farinacio, Consilia, 25, nº 14; e Bodino, Respublica, lib. III. c. 3.
[103]. Humiliores in metallum damnantur, honestiores in exilium mittuntur. Paolo, Dig. 38 De pœnis.
[104]. Giulio Claro, Quæst. 60, nº 24: Farinacio, Quæst. 98, nº 98, 102, 105.
[105]. Già nel 1671 il magistrato di Vienna propose e l’imperatore Leopoldo decretò una casa di correzione, ove collocare ben separate le donne pervertite, i figli disobbedienti, gli accattoni irrequieti, e l’altre persone disutili, per trattenerle in continuo lavoro. L’anno prima, essendo preside al senato l’Arese, a Milano erasi proposta una casa di lavoro pei poveri e correzione pei discoli; ma non fu attuata che nel 1758, aperta nel 1766. V’erano cenquaranta celle separate, di cui venticinque per le donne, venti pei ragazzi; e conoscendo qual supplizio fosse la solitudine, furono riservate a quei che prima mandavansi alle galee di Venezia, stabilendo che un giorno scontasse due di condanna.
[106]. Il padre Labat dice che in Italia, oltre la forca, usavano la mazzuola e la mannaja. Colla prima, messo il condannato sul patibolo con mani, piedi e ginocchia legate e gli occhi bendati, il boja gli dava d’un maglio sul capo, e così stordito lo sgozzava. La mannaja era un telajo, coi lati scanalati, entro cui scivolava un ceppo pesante, con un fendente, che lasciato cascare sul collo del paziente, gli facea saltar la testa (Voyage en Italie, 1730, tom. VII. p. 21). Questo ordigno non era nuovo, giacchè Jean d’Autun, biografo di Luigi XII, al 1507 racconta che Demetrio Giustiniani genovese, condannato a morte per ribelle, montò sul palco, si pose a ginocchio e stese il collo: il boja prese una corda cui era attaccato un grosso ceppo finito con un fendente, che scivolava fra due travi, e tirò la corda in modo che il ceppo tagliente cascò fra la testa e le spalle del Genovese, e la testa andò da una parte, il corpo dall’altra. Non era dunque novità la ghigliottina, anzi tale supplizio è disegnato nelle Symbolicæ quæstiones de universo genere di Achille Bocchi, 1555.
[107]. Beccaria, Proemio.
[108]. Je regarde (dice Brissot) ce traité comme la base des travaux faits sur cette partie. C’est, sans contredit, le premier livre philosophique qui ait paru dans ce genre. E nelle Nouvelles de la république des lettres (Berna 6 luglio 1781): Le traité Dei delitti e delle pene a le premier ouvert les yeux sur les abus des lois pénales. Di rimpatto Muyart de Vouglans, nella Confutazione del 1766, diceva: Que penser d’un auteur qui prétend élever son système sur les débris de toutes les notions qui ont été reçues jusqu’ici; qui, pour l’accréditer, fait le procès de toutes les nations policées, qui n’épargne ni les législateurs, ni les magistrats, ni les jurisconsultes?... E Jousse, nel Traité de justice criminelle del 1770: Le traité Des délits et des peines, au lieu de répandre quelque jour sur la matière des crimes, et sur la manière dont il doivent être punis, tend, au contraire, à établir un systême des plus dangereux et des idées nouvelles qui, si elles étaient adoptées, n’iraient à rien moins qu’à renverser les lois reçues jusqu’ici par les nations les plus policées.
[109]. Rousseau e l’Esprit d’Elvezio sono i libri su cui più si formarono i nostri. Di Rousseau tace il Beccaria, perchè questo era in urta cogli Enciclopedisti. Quanto ad Elvezio, il Morellet ne muove rimprovero ai nostri, scrivendo nel cap. III delle sue Memorie: Les Italiens, parmi lesquels je vivais, ne s’en occupaient pas encore, quoique ce fût le pays de l’Europe où cet ouvrage devait avoir le plus de succès, et a fini par l’obtenir; car de tous les Européens, ceux qui estiment moins l’humanité sont, sans contredit, les Italiens, qui, en général, ne croient pas assez à la vertu, et qui disent presque tous dès vingt ans le mot de Brutus, qu’il ne faut dire comme lui qu’en mourant: O vertu, tu n’es qu’un vain nom. Chi sa cosa significasse virtù fra gli Enciclopedisti, coglierà la portata di questo rimprovero a gente che curava gli uomini, non l’umanità.
[110]. Platone nel Gorgia.
[111]. Giustiniano, Nov. XVII. cap. 5: Cum vehementia corrige, ut paucorum supplicium alios omnes faciat salvos; Nov. XXX. cap. 11: Acerbe punito, ut paucorum hominum supplicio omnes reliquos continuo castiges; e lib. XXXI. Dig. Depos.: Ut exemplo aliis ad deterrenda maleficia sit. Pure Paolo dice che Pœna constituitur in emendationem hominum; leg. 20. Dig. De pœnis. Ma sant’Agostino posava: Pœna proprie dicitur læsio quæ punit et vindicat quod quisque commisit; Can. 4. quæst. 3. dist. 3. cas. 33.
[112]. «La morale, la politica, le belle arti, che sono le scienze del buono, dell’utile, del bello, derivano tutte da una scienza sola e primitiva, cioè la scienza dell’uomo; nè è sperabile che gli uomini giammai facciano in quella profondi e rapidi progressi, se non s’internano a rintracciare i primitivi principj di questa; oltre di che, non è possibile che ricercando le verità politiche ed economiche nella natura dell’uomo, la quale ne è la vera fonte». Ricerche sullo stile.
[113]. Gli argomenti di lui contro la pena di morte sono gli identici di Rousseau, e vennero confutati da Kant, il quale, movendo da tutt’altro principio che i teologi, pure anch’esso desume il diritto di punire da leggi morali e dalla responsabilità umana; e si propone per iscopo non il prevenire altri delitti, ma la soddisfazione della giustizia, e la riparazione ed espiazione della colpa. Nella traduzione del Beccaria per Collin de Plancy, 1823, sono recati tutti i commenti di Voltaire, Diderot, ecc.
Questi ultimi anni, furono assai controversi i meriti del Beccaria, e i lavori antecedenti possono vedersi riepilogati nel discorso di Faustino Hélie, anteposto all’edizione di Parigi 1856, il quale sostiene che Beccaria non solo sbrattò dalle false teorie, ma preparò i materiali a una nuova, che combinasse le due scuole opposte.
(Il Cantù ne trattò a pieno nel libro Beccaria e il Diritto penale). (Gli Editori)
[114]. Ecco un altro canone, esagerato per impedir l’abuso che se ne faceva, e inapplicabile coll’inesattezza del linguaggio. Puramente dichiarativa diremo l’interpretazione in quanto nè toglie nè aggiunge ai testi, ma le compete di dichiarare il senso virtualmente compresovi, a seconda dello spirito del codice tutto, delle disposizioni analoghe, del valore delle parole adoperate.
[115]. «Chiunque può sospettare di vedere in altrui un delatore, vi vede un inimico. Gli uomini allora si avvezzano a mascherare i proprj sentimenti, e coll’uso di nasconderli altrui, arrivano a nasconderli a se medesimi... E di questi uomini faremo noi gl’intrepidi soldati, difensori della patria e del trono?... Chi può difendersi dalla calunnia quando ella è armata dal più forte scudo della tirannia, il segreto? Qual sorte di governo è mai quello, ove chi regge sospetta in ogni suo suddito un nemico, ed è costretto, pel pubblico riposo, di toglierlo a ciascuno?» § IX.
[116]. E se la natura de’ processi condannasse uno ad evidenza innocente? o si scoprisse tale dopo proferita la sentenza? o egli mostrasse pentimento e certezza d’emenda? o riuscisse a far un’azione di sommo vantaggio sociale o merito morale?
[117]. Di tale noncuranza della famiglia, oltre le dottrine d’Elvezio, han colpa in parte i casi di lui. Invaghitosi di Teresa De Blasco, men ricca di lui, suo padre volle distornelo col farlo tenere quaranta giorni in arresto. Uscitone, egli la sposò, ma non potè condurla in casa finchè non fu madre. Morta lei, Cesare dopo quaranta giorni si rammogliò con Anna Barbò. Anche nel Verri ricorrono spesso questi lamenti della tirannide paterna, che teneva i figli nella povertà e nell’ignoranza per non esserne soverchiati.
Non posso accettar le discolpe che vuol farne Camillo Ugoni (Della letteratura italiana, vol. II. p. 205; 1856): quell’articolo è de’ suoi più deboli.
[118]. Tutt’all’opposto, il Genovesi scriveva: — Un tratto della Provvidenza divina è l’aver voluto che gli uomini dipendano gli uni dagli altri, e che vi sia prima tra famiglia e famiglia, poi tra villaggio e villaggio, tra città e città, tra nazione e nazione uno scambievole legame di perpetuo interesse». Ma è notevole che il Beccaria stesso ammette questa solidarietà del genere umano, dicendo al cap. IV, part. II dell’Economia: — Fino ad un certo segno una nazione può prosperare a spese d’un’altra; ma al di là, la vera prosperità nostra produce la prosperità altrui, non essendo data agli uomini un’esclusiva felicità o miseria; chiaro indizio d’una secreta comunione di cose e d’una non intesa fratellanza, voluta dalla natura fra il genere umano, dalla quale la più profonda filosofia travede che i varj nostri interessi hanno una totale ed ultima dipendenza dalla virtù: onde sì belle contemplazioni possono elevar l’animo nostro dalle piccole e servili viste del privato interesse, nelle serene e tranquille regioni della giustizia e della benficenza». E l’uno e l’altro poi si contraddicono nell’applicazione, dai canoni di libertà e fratellanza deducendo vincoli ed esclusioni.
[119]. Luigi Bonaparte, presidente della repubblica francese, l’11 novembre 1849.
[120]. «Sola la patria ha diritto d’allevare i suoi figli. Essa non può confidare questo deposito all’orgoglio delle famiglie nè ai pregiudizj de’ particolari, eterno alimento dell’aristocrazia e d’un federalismo domestico che restringe le anime isolandole, e coll’eguaglianza distrugge tutt’i fondamenti della società». Robespierre, il 7 marzo 1794.
[121]. Il nome degli scrittori, italiani tutti, che aveano promesso coadjuvarlo, è un buon prospetto della letteratura nel 1779. Eccoli:
Classe matematica
- Matematiche pure: Lagrangia, Malfatti di Ferrara, Lorgna, abate Cavina.
- Meccanica: Abate Nicolai.
- Idrostatica: Canonico Pio Fantoni, Rovatti professore di Ferrara.
- Nautica e architettura militare: Stratico professore di Padova.
- Astronomia: Paolo Frisi.
Classe fisica
- Storia naturale: Spallanzani professore di Pavia, Monti Gaetano di Bologna.
- Botanica: Monsignor Cornaro vescovo di Vicenza, Marsigli professore di Padova.
- Fisica generale e sperimentale: Fontana Felice, Casali professore di Bologna.
- Meteorologia: Toaldo prof. di Padova.
Classe medica
- Anatomia e fisiologia: Caldani professore di Padova.
- Patologia e terapeutica: Dalla Bona professore di Padova.
- Chimica e materia medica: Zecchini professore di Ferrara.
- Chirurgia e ostetricia: Galli professore di Bologna.
Classe legale
- Gius pubblico: avv. Renazzi, Montefani.
- Gius canonico, criminale e municipale romano: Renazzi.
- Gius civile: avvocato Montefani.
- Statuti, consigli, magistrati veneti: senatore Alessandro Marcello.
Classe metafisica
- Zorzi ed altri.
Classe storica
- Storia ecclesiastica: padre Zaccaria.
- Storia letteraria: Tiraboschi.
- Storia civile cronologica, mitologica, blasone: marchese Gaetano Rosales milanese.
- Geografia: abate Fattori modenese.
- Antichità: abate Francesco Cancellieri.
Classe di belle arti
- Belle lettere: Bettinelli, Roberti, Barotti.
- Disegno: Bianconi.
- Musica: Martini.
Classe di mestieri
- Abate Berti veneziano, marchese Rosales, abate Cancellieri.
Gregorio Fontana avea già dato l’art. Anatocismo; Sebastiano Canterzani bolognese i Discorsi preliminari alla fisica e matematica; inoltre prometteano lavori Onofrio Minzoni, il Borsieri, i fratelli Riccati, Giuseppe Saluzzo, ecc.
[122]. La source, la force et le véritable esprit des lois.
[123]. A noi fanno i giudizj che reca sul Corsini, sul De Soria, sul Genovesi, sul Del Felice, sul Fromond, ecc. Genuensis, Lokii doctrinam primus in Italiæ scholis promulgavit; eam in multis emendavit. Omne errorum genus diligenter est persecutus, semperque illud agit ut mentem instituat. Scholastica vitat: obscura et vaga refugit. Sed in idearum atque verborum scientia minime acutus, nec semper accuratus, non uberrimus in analysi, in methodo, in inventione: cetera cognitionum instrumenta non ita illustrat, ut fæcundior eorum usus evadat. In arte critica moralis certitudinis fundamenta haud solide constituit: quæ probabilitatis et certitudinis ex auctoritate ortæ propria sunt, aliquando confundit, aliquando ex una ad aliam transfert (lib. IV. nº 515, not. 3). Denique extranea multa inducit, propria quædam adimit, et amplificatione minus apta peccat. Historiæ philosophiæ adumbratio.
[124]. Galanti, nell’elogio del Genovesi, scrive: «Il Vico ci ha lasciato un sospetto di essere stato un uomo di genio, per mezzo di un’opera tenebrosa ed enimmatica, che è quanto dire inutile».
[125]. Giannone, lib. XL. c. i.
[126]. Uno dei più caldi nella disputa contro Roma fu Giovanni Serrao vescovo di Potenza, che poi nel 1799 fu scannato dal popolaccio nel proprio letto, e la sua testa portata in cima a una picca.
[127]. Il duca Ferdinando, al diciannovesimo anno d’età e quinto di regno, cominciò una storia della propria vita, che trasse dal 1751 al 65 quando divenne principe. La pietà che ne traspira mostri come poco s’avvedeano que’ suoi maestri nel volerne fare un filosofante:
— Imparavo a leggere, ed avevo pena ad imparare. Portatami un giorno dal padre Fumeron (gesuita francese) un’immagine di san Luigi Gonzaga, principiai a baciarla ed a raccomandarmi talmente a quest’angelico giovane, che lo stesso giorno incominciai a leggere correntemente. Me lo ha confermato lo stesso padre Fumeron. Di poi, avanzato di più in età, mi successe che mangiando delle caramelle, ne inghiottii una intiera, la quale fermatamisi nella gola mi causò un dolore orribile: tosto chiesi alla contessa Marazzani una qualche reliquia, ed appena l’ebbi in mano, che accostandomela alla gola, cessò immediatamente il dolore... Il mio carattere in questi giovanili anni era portatissimo alla collera ed all’impazienza, di che, coll’ajuto di Dio, mi sforzai di correggermi... Principiai sino d’allora (1756) ad amare i buoni e santi religiosi; come il padre Michele Riva cappuccino, il padre maestro Torri domenicano, quale nel 1756, venendo priore in questo convento di San Pietro Martire, portommi a regalare una reliquia del taumaturgo apostolo delle Spagne, san Vincenzo Ferreri. Era egli amicissimo di mia madre, e se lo meritava veramente; mia madre, devotissima della sua religione, fece fabbricare in San Pier Martire l’altare del glorioso re san Lodovico, e vi fece anche mettere la statua della beata Vergine del Pilar di Saragozza...
«In questo mentre nudrivasi il mio affetto per la religione domenicana nell’ascoltare con gaudio le campane di San Pier Martire, per la qual cosa fui gridato e gastigato bene spesso. Nella solennità del santissimo Rosario di quest’anno principiò la beata Vergine ad infondere in me il di lei amore, e mi prese sotto allo specialissimo di lei patrocinio. Non mai però mi conducevano in chiesa, se non a messa tutti i giorni, in una cappellina contigua al mio appartamento, opera della pietosissima fu duchessa Dorotea (vedova del principe Odoardo Farnese e del duca Francesco). Mi sentiva eziandio nel petto una vivissima brama di farmi frate; ma però sapendo io esser nato in uno stato che a ciò metteva quasi invincibili ostacoli, pregavo Iddio clementissimo a suggerirmi alcun efficace mezzo di conseguire il mio intento...
«1764... Accrebbesi in quest’anno la mia tenerezza per don Nicolò Ponticelli: quando egli davami lezione, discorrevasi santamente. Insegnommi egli quali erano i quindici misteri del santissimo Rosario, onde principiai a disegnarli nel muro del mio gabinetto, ma alti e piccoli, onde nessuno fuori che io potesse accorgerli. Con lui discorsi della mia divozione verso san Vincenzo Ferreri, ed egli narrommene varj miracoli, i quali a tal segno mi penetrarono, che io gli raccontai a varj della mia gente. Seppesi questo; co’ miei superiori fingevo, per pessima politica, di ridermi del Ponticelli, immaginando eziandio alcuni goffi racconti. I miei superiori incominciarono a guardarlo di mal occhio, e lo licenziarono; di che restai colla coscienza carica... così pure per simili ragioni devo rimproverarmi la disgrazia del povero padre Fumeron...
«Principiai... a distribuire il mio gabinetto a foggia di chiesa. Le tavole e i sedili figuravano gli altari, ed in cima aveva dipinti varj santi. Negli intervalli eranvi i misteri del santissimo Rosario. Due de’ vasi di metallo vuoti del calamaro, che io suonavo con penne e lapis, servianmi di campane, e questo faceami perdere del tempo dello studio... Ne’ libri che aveva mio padre ne trovai uno di orazioni, che fummi lasciato, ed essendovi l’uffizio della Madonna, principiai a recitarlo quotidianamente... Mi dimenticavo di dire, che appena mio padre fece distruggere affatto i cervi e i daini; certo fece bene, perchè questi animali recavano un immenso danno alle campagne... Siccome non voleano ch’io portassi rosario nè corona, mi feci un rosario di cera; ma questo disfacendosi quando si stava vicino al fuoco, ne feci nell’anno seguente uno di melica; i pater erano rossi, e le avemaria gialle... Avevo nel mio gabinetto un grande armadio, ma mi fu tolto, temendo che vi nascondessi de’ santi, e di fatto ne avevo alcuni. Trovai anche un picciol messale romano; di questo faceva la mia delizia».
Il Pezzana, nelle Memorie dei letterati parmensi, appunta di molti errori il Botta in proposito di quell’età (vol. I. pag. 153). Pugeol va corretto in Pujol; nè l’accademia nè l’Università furono fondate per consiglio del Paciaudi; solo nel 68 e 69 furono chiamati a insegnare Venini, Derossi, Millot, Contini (che del resto non va contato fra gl’illustri), cioè non dal primo Borbone. Dutillot non fu mandato dalla Francia per consigliere, ma venne nel 1749 col duca, e stette intendente della casa fin nel 59 quando passò ministro. Nel 68 non vi fu censura o scomunica, ma solo un monitorio.
[128]. Il Turchi scriveva al Paciaudi nel 1777: — I miei reali allievi, nell’atto che occupano la mia giornata, mi sono oggetto della più viva compiacenza. Un’indole aurea, talenti più che mediocri, il cuor buono ed una facile pieghevolezza me li rendono amabilissimi. È vero che in così tenera età non si può ancora decidere nulla; ma si può travedere assai bene dove almeno saranno un giorno portati dalla loro fisica costituzione. Credetemi che le passioni, non avendo altra base che il temperamento, si manifestano di buon’ora, e tutta l’arte consiste non già nel combatterle od annientarle, ma nel dirigerle bene verso virtuosi e lodevoli oggetti. Questo è il mio principalissimo impegno. Caro amico, la prima educazione non mi spaventa; la seconda sì bene quando i principi diventano padroni di sè. Allora bisogna raccomandarli a Dio, che solo può reggerli in mezzo a tanti pericoli dell’apparente luminosa loro situazione».
[129]. Ginguené credette che il suo libro Dell’utilità dell’innesto si riferisse a l’utilité de l’inoculation. Vedi Biografia universale, al nome.
[130]. Questo dominio nel 1441 era passato ad Antonio Alberico marchese di Malaspina. Riciarda, ultima della sua discendenza, sposò Lorenzo Cibo genovese, nipote d’Innocenzo VII.
| Del ducato di Modena, col Frignano la popolazione ascendeva a | 163,000 | anime |
| Del ducato di Reggio e principato di Correggio | 133,000 | » |
| Del ducato della Mirandola | 20,000 | » |
| Del principato di Carpi | 18,000 | » |
| Della Garfagnana | 25,000 | » |
| Del ducato di Massa e Carrara | 21,000 | » |
Modena aveva 24,000 abitanti, Reggio 18,000, Massa 6000, Carpi 5000. Le finanze produceano 252,000 zecchini, e con gran diversità fra le provincie. La esazione ne consumava 50,000; altri 52,000 le gabelle imposte a vantaggio di Comuni e di pubblici stabilimenti; sicchè all’erario propriamente restavano men di 150,000 zecchini. Il censo pei terreni, che purgato ascendeva a 33,000 zecchini, serviva per ispegner il debito pubblico, e per lavori dello Stato.
[132]. Dallo scandaglio allora fatto dell’amministrazione del Dutillot raccogliamo alcune notizie statistiche:
| L’entrata dei ventidue ultimi anni era salita a | lire tornesi | 78,853,788 |
| La spesa | » | 78,729,896 |
| Le entrate dell’infante, che al momento che Dutillot ne prese l’amministrazione, erano di | » | 1,526,072 |
| Eransi cresciute a | » | 3,044,317 |
| Per nuove imposte o aumento delle vecchie aveansi | » | 757,735 |
| Economizzate sulla riscossione | » | 730,510 |
| Onde l’infante, compreso le pensioni dei re di Francia e Spagna, e le commende che godeva in Spagna, aveva l’entrata di | » | 3,794,061 |
| La spesa era fissata a | » | 3,269,673 |
| Onde v’era un avanzo di | » | 524,388 |
[133]. Una grida del 6 gennajo 1763 indica a nome mille ducencinquantasei banditi fuggiaschi o contumaci; ai quali nel 65 se n’aggiunsero da trecentottanta altri, che, essendo côlti, doveano ricevere il marchio infocato: e via una serie di pene a chi li ricetta, ai vagabondi, ecc.
[134]. Arago scrive che la scienza non può accertare che il suono o il moto dell’aria per le campane attiri il fulmine, benchè sia vero che gli edifizj elevati come i campanili possono essere più facilmente colpiti, e la corda, massime se bagnata, condurre il fluido a uccidere il campanaro. Egli stesso, citando esempj di tali sinistri, ricorre agli anni 1768, 1775, 1783: il non addurne di più recenti mi fa credere che non ne avesse di comprovati.
[135]. Ordinanza 23 agosto 1784, revocata nell’anno seguente.
[136]. Zobi, Storia civile della Toscana, lib. II. c. 4; Galluzzi, Storia del Granducato; Pignotti, Storia della Toscana; Poggi, Saggio sul sistema livellare. Pel regno di Pietro Leopoldo sono interessanti le note aggiunte alla Vie de Ricci par De Potter, 2ª edizione. Bruxelles 1826. La vita è piuttosto una diatriba, di poco criterio e meno prudenza.
[137]. Carlo di Napoli pretendeva sempre sui beni allodiali di Casa Medici. Ultima di questi Maria Anna Luigia, figlia di Cosimo III e vedova dell’Elettore palatino, morì il 1743, e lasciò erede Francesco.
[138]. Guido Grandi prevenne di lunga pezza il Savigny, negando che il manoscritto delle Pandette provenisse da Amalfi, e sostenendo che il diritto romano mai non cessò d’esser conosciuto in Occidente. Il Tanucci combattè quest’opinione collo scalpore e la briga, concitando i Pisani contro il Grandi come reo di lesa nazione.
| Dal rendiconto appare, che nel 1765 le entrate ascendevano a | lire | 8,958,685 |
| Le spese e gli aggravj | » | 8,448,892 |
| Onde s’avea l’avanzo netto di | » | 509,793 |
| Mentre nel 1789 le entrate erano di | » | 9,199,121 |
| L’uscita | » | 8,405.056 |
| E quindi l’avanzo di | » | 794,065 |
[140]. De Potter pubblicò una memoria che il senatore Francesco Gianni, rifuggito a Genova nel 1799, scrisse nel 1805, continuo panegirico di Leopoldo, fatto con senno civile, ove divisa i successivi regolamenti del granduca, come preparatorj ad una costituzione. Perfino il Botta, uomo sì scarso di critica, dubitò fosse un’invenzione del De Potter; e lo schizzo che noi ne demmo nel testo è più fedele alle intenzioni del Gianni.
[141]. Decisioni di Giovanni Bonaventura Neri Badia, tom. II. p. 466.
[142]. Zobi, Storia civile della Toscana, tom. II. p. 437.
[143]. Le attribuzioni che il Sant’Uffizio si arrogava appajono distinte da questo Editto generale per l’Uffizio della santa Inquisizione di Modena:
— Noi Giuseppe Maria Fogliani patrizio reggiano e modenese, per la grazia di Dio e della Santa Sede Apostolica vescovo di Modena.
«Frà Raimondo Maria Migliavacca dell’Ordine de’ Predicatori, maestro di sacra teologia: nelle città di Modena, Carpi, Abazia di Nonantola, e loro diocesi, e nella provincia di Garfagnana contro l’eretica pravità, inquisitore generale dalla Santa Sede Apostolica specialmente delegato e consigliere teologo di S. A. Serenissima.
«Essendo delle piissime sovrane intenzioni di Sua Altezza Serenissima che, come porta il carico di questo Santo Uffizio a noi imposto, la Sacrosanta Fede Cattolica, senza la quale è impossibile di piacere a Dio, in questa giurisdizione da ogni ereticale contagio immacolata e pura si conservi: con autorità apostolica a noi concessa, e sotto pena di scomunica comandiamo a ciascheduna persona in questa giurisdizione, di qualunque condizione o grado esser si voglia, così ecclesiastica che mondana, che debba al Sant’Uffizio di questa città, ovvero all’ordinario, rivelare e notificare nello spazio di giorni trenta giuridicamente tutti e ognuno di quelli de’ quali sappiano, o abbiano avuta, o avranno in appresso notizia.
«Che avendo professata la santa fede cattolica, sieno divenuti eretici, o, come ne’ sagri Canoni e Costituzioni Pontificie in materia di fede, sospetti di eresia.
«Che siano bestemmiatori, o dileggiatori, o percussori di sagre immagini, o sortilegi ereticali.
«Che abbiano senza autorità della Santa Sede Apostolica tenuti, letti, stampati, o tengano, leggano, stampino o facciano stampare libri d’eretici, i quali trattino di religione o di sortilegi.
«Che contro il voto solenne della profession religiosa, o dopo aver preso l’ordine sagro, abbiano contratto o contraggano matrimonio.
«Che contro i Decreti e Costituzioni Apostoliche abbiano abusato o abusino della sagramental confessione o confessionario, sollecitando ad turpia i penitenti.
«Che abbiano impedito o impediscano l’uffizio dell’Inquisizione, ovvero offendano alcun denunziatore, testimonio o ministro, per opere spettanti al medesimo.
«Che senza legittimo permesso, e con suspizione d’incredulità facciano uso de’ cibi vietati in certi tempi dalla Chiesa.
«Che abbiano tenuto o tengano occulte radunanze, in pregiudizio e dispregio della religione.
«Che non essendo sacerdoti, si siano usurpati o si usurpino di celebrare la Santa Messa, e abbiano presunto di amministrare il sagramento della Penitenza, quantunque nè abbiano proferite le parole della Congregazione, nè siano venuti all’atto dell’assoluzione.
«Avvertendo, che a questi nostri precetti non soddisferanno, nè s’intendono di soddisfare quelli che con bollettini o lettere, delle quali, massime se non firmate, niun conto si tiene nel Sant’Uffizio, pretendessero rivelare i delinquenti.
«E che dalla detta scomunica nella quale i disubbidienti incorreranno, non possa alcuno essere assoluto, se non dal Sant’Uffizio; nè sarà assoluto, che dopo aver giuridicamente rivelati i detti eretici e sospetti d’eresia.
«Ricordiamo a tutti i RR. confessori di dover significare ai penitenti l’obbligo di denunziare legalmente al Sant’Uffizio, come sopra, e che non volendo ubbidire saranno incapaci dell’assoluzione.
«Comandiamo per ultimo, in virtù di S. ubbidienza, a tutti i superiori ecclesiastici così secolari che regolari e ai confessori di monache, che debbano notificare e tener affisso nelle loro chiese, sagristie e monasteri in luogo pubblico il presente editto. E a tutti quelli poi che hanno cure parrocchiali, che lo debbano pubblicare ogni anno nell’Avvento e nella Quaresima in giorno festivo e di concorso; mandandone l’autentico documento alli rispettivi Vicarj del Sant’Uffizio.
«Quanto agli Ebrei, si dichiara che cadranno sotto l’Inquisizione del Sant’Uffizio in que’ casi compresi nella Bolla di Gregorio XIII Antiqua Judeorum ecc., e sempre che dicano o facciano cose direttamente offensive della Cattolica Religione.
«In fede di che abbiamo sottoscritto il presente di nostra propria mano.
«Giuseppe Maria, vescovo.
«Fr. Raimondo Maria Migliavacca, inquisitore.
«Dato nel tribunale del Sant’Uffizio di Modena li 24 dicembre 1776.
«D. Vincenzo Tedeschi, cancelliere del Sant’Uffizio».
A Milano era una compagnia di quaranta Crucesignati, cavalieri con una croce in petto, e di cui era capo il padre inquisitore. La festa di san Pietro Martire radunavansi nel loro oratorio, e al vangelo sguainavano le spade in segno di zelo e costanza a tener pura e propagare la fede e obbedir ciecamente al Sant’Uffizio. Durarono fin al 1770.
[144]. Vedi Anton Francesco Pagani, Storia dell’Inquisizione di Toscana. Firenze 1783. In quei tempi dovea far colpo l’apologo del Crudeli, d’un uomo che, avendo il suo giardino guasto da una lepre, invocò contro di essa il re; e il re vi entrò con un esercito intero, che sobbissò il giardino e la casa, e abbattè anche la siepe,
E in men d’un’ora fêr sì gravi danni,
Che le lepri d’un regno insieme unite
Non avrebbero al certo
Così gran guasto mai fatto in cent’anni.
Popoli, se tra voi sorge una lite,
Non chiamate in ajuto un re possente;
State all’erta, avvertite
Ch’ei non s’impegni nelle vostre guerre,
E ch’ei non entri nelle vostre terre.
[145]. — S. C. M., con estremo rammarico e cordoglio dell’animo mio appresi da S. S. le aspre doglianze avanzate dalla M. V. contro la mia povera persona, come che abbia avuto il temerario ardimento di offendere la di lei imperiale persona, mio augustissimo sovrano, con alcune espressioni di una lettera responsiva ad un’altra del senatore Rucellaj. Mi riconosco pertanto in debito di presentarmi ossequioso al trono della C. M. V. medesima, chiamando in testimonio l’onnipotente Iddio sul sacrosanto carattere che indegnamente porto, nell’esporre alla di lei imperiale persona le mie più umili giustificazioni sopra di ciò. Supplico dunque con ogni più riverente ossequio la M. V. I. volersi sul predetto mio sacrosanto giuramento assicurare, che neppur per sogno mi è caduto in pensiero simile frenesia ed indegnissimo ardimento di offendere in minima cosa la persona sacrosanta del mio augustissimo sovrano, e per conseguenza niuno dei supremi e principali ministri di qualunque sorta essi siano; anzi mi sono sempre gloriato e sempre mi glorierò dimostrare in fatti ed in parole alla C. M. V., ed in proporzione al di lei imperiale ministero quel sommo ossequio e venerazione che le devo, anche a costo della propria vita, quando fosse duopo. Nonostante, qualunque sia la causa di sì grande mia disgrazia e deplorabile mia disavventura di vedere contro di me irritato il mio augustissimo e clementissimo sovrano, eccomi umiliato ai piedi della C. M. V. per implorare un generoso e benigno perdono, che dall’innata clemenza e pietà di sì pio imperatore mi giova sperare, non meno che la gloria di potermi protestare, quale prostrato in atto di baciargli ossequiosamente la imperiale porpora sono e sarò eternamente, della C. M. V. ecc.».
Non meno notevole in tal proposito è la lettera di monsignor Incontri arcivescovo di Firenze al Richecourt capo della reggenza il 1752: — Molti invero sono i pregiudizj che dalla libertà di pensare, di parlare, di leggere ho riconosciuto esser derivati alla nostra santa religione da qualche tempo in questa città, e che hanno aperto più libero il campo al libertinaggio, dappoichè le potestà ecclesiastiche non hanno potuto usare dell’autorità loro; ed essendone da più parti giunta la notizia alla santa Sede, ho ricevuto dei forti eccitamenti dal sommo pontefice per riparare agli abusi, onde l’ho supplicato a confortarmi col suo ajuto nell’adempimento del mio ministero. All’occasione, nelle maniere più proprie, ho pensato alle volte, affine di non mancare verso il popolo alle mie cure spirituali confidato, d’istruirlo con degli avvertimenti pastorali, e mi è stato impedito, come è noto; me ne sono rispettosamente rammaricato: ho fatto sovra a varj punti appartenenti alla religione ed al costume, siccome sopra altre materie concernenti l’ecclesiastica disciplina, delle umili rappresentanze, e per mio demerito non sono stato esaudito; e V. E. sa quante volte mi sono dato l’onore d’essere ad ossequiarla per parteciparle le mie più riverenti e fervorose istanze; sicchè confesso che nelle divisate contingenze mi trovo alquanto disanimato. Qualora poi venga assistito nell’esercizio del mio vescovile impiego dalla suprema autorità che vivamente imploro, m’incoraggerei molto, nè avrei più che desiderare. Con tal fiducia pregando V. E. a riprotestare all’imperial consiglio la mia più distinta venerazione, mi pregio di rassegnarmi di V. E. ecc.».
[146]. Zobi, Storia, lib. IV. c. 3. In Toscana nel 1784 v’avea 7957 preti secolari, 2581 cherici inferiori, 2433 preti regolari, 1627 monaci laici, divisi in 213 conventi, 7670 monache in 136 chiostri. Firenze contava 78,635 anime, di cui 2134 monache, 917 frati, 1377 preti, 1627 militari, 1335 funzionarj civili, 1018 lanajuoli.
Moltissime memorie uscirono sulla giurisdizione ecclesiastica e regia; le più belle sono del Rucellaj. Una secreta, spedita a Vienna il 1745, contiene fra le altre cose la seguente: — La storia delle dispute di giurisdizione fra la Corte romana e il poter civile può ridursi a questo punto; che essa non cessò mai di pretendere suoi i diritti degli altri, per poter poi accordarli per grazia a quelli che devono possederli per giustizia, e che, nojati di questo eterno conflitto, si contentarono di goderne a qual prezzo si fosse, senza riflettere che questo cambiamento di titolo permetteva al sacerdozio, come non lasciava mai di fare, di rivendicare finalmente per conto proprio quello su cui pareva aver acquistato un diritto col cederlo».
[147]. Nella Via Crucis, devozione raccomandata dai Francescani, come dai Gesuiti il Sacro Cuore, si pretese fossersi fatte aggiunte alla narrazione evangelica, e proponeasi, non di abolirla, ma di sostituire cinque nuove a cinque delle vecchie stazioni. Di ciò s’infierì una disputa, a cui preser parte molti giornali; e il Pujatti, l’Affò, il Bettinelli ed altri vennero a lunghi litigi nel 1783.
[148]. Troppe scritture di quel tempo attestano la rilassatezza e peggio del clero, e principalmente del regolare.
[149]. Prima memoria, 21 luglio 1781. La lettera 3 agosto al teologo ducale comincia: — Stanca S. A. R. del mal umore, animosità e contegno molto strano, col quale il santo padre tratta gli affari della Toscana, ecc.
[150]. Lettera del 10 luglio 1782 al segretario Seratti. Il Ricci teneva corrispondenza coi Giansenisti d’oltremonte, e si hanno venti lettere sue al famoso vescovo Grégoire, ostilissime a Roma. La Chiesa scismatica di Utrecht diresse un’esortatoria al vescovo di Colle, quando supponeva ch’egli avesse adunato un sinodo diocesano; recata da Zobi nel vol. III. doc. 125.
[151]. Vedi Istoria dell’assemblea degli arcivescovi e vescovi della Toscana, tenuta in Firenze l’anno 1787; Punti ecclesiastici, compilati e trasmessi da S. A. R. a tutti gli arcivescovi e vescovi della Toscana, e loro rispettive risposte, Firenze 1788. Sul frontispizio v’è una stampa con figure simboliche, e al di sotto un genietto che tiene aperto un libro, sul quale è scritto Encyclopédie. Ricci vi propugna costantemente i principi giansenistici, e come modello presenta il sinodo giansenistico di Utrecht del 1763, esortando i vescovi toscani a imitarlo, ricevendovi i curati come giudici, e premunendoli contro gl’intrighi della Corte di Roma, che adoprerà i monaci e il nunzio per mandarli a vuoto; disapprova l’Indice de’ libri proibiti, e molti ne raccomanda in questo inseriti.
[152]. Allora uscì un libello famoso, il Conclave dell’anno 1774, dramma per musica, con parodie ed emistichj del Metastasio. Era stato fatto dai nemici del cardinale Zelada, perchè non riuscisse papa: l’autore scoperto fu condannato a morte; ma il Zelada fu fortunato d’ottenergli la grazia: pure gli epigrammi lanciatigli valsero a questo una trista celebrità. Eppure egli aveva ricchissima biblioteca e medaglie e macchine, fece costruire una specola al Vaticano, e raccoglieva e favoriva i dotti. 1717-81.
[153]. Quel che pel Gaetanino dicevasi di Gregorio XVI, si diceva pure di Pio VI per uno Stefano Brandi suo factotum.
[154]. Lettera 11 gennajo 1782.
[155]. Il filosofista Bourgoing, nei Mémoires historiques et philosophiques sur Pie VI dice: — Era una frenesia di trovarsi sul passaggio del papa; il corso del Danubio ostruivano le barche dei curiosi; a venti a trentamila affollavansi nelle vie che riescono alla Corte, chiedendo a gran voci la benedizione del papa, e più volte il giorno Pio VI doveva comparire al balcone per concedere alla folla quel facile favore. Si temette di mancare di sussistenze, tanta gente accorreva a Vienna dai paesi più remoti. Fu notata l’ostinazione d’un paesano che veniva da sessanta leghe lontano per veder il papa. Arrivato, andò a mettersi in una sala dell’appartamento ov’era sua santità. — Cosa volete qua? gli chiese la guardia. — Veder il papa. — Non è questo il luogo: andatevene. — Oh no: aspetterò finchè venga; io non ho fretta, io. Badate pure anche voi alle cose vostre. E siede, e mangia il suo pane in santa pace. Da alquante ore aspettava, quando l’imperatore saputolo, l’introdusse egli stesso dal papa, che l’accolse bene, gli diede la mano a baciare, e la sua benedizione e alcune medaglie che aveva portate da Roma. To’ to’ (esclamava il villano) e questi Viennesi non m’avevano detto che il papa desse denari a quei che vanno a trovarlo».
Egli stesso reca le parole d’un protestante: — La presenza del papa a Vienna produsse effetti stupendi, e non mi meraviglio che altre volte operasse strane rivoluzioni. Molte fiate ho visto il papa nell’atto che dava la benedizione al popolo di questa capitale: io non sono cattolico, non facile alla commozione, ma v’assicuro che questo spettacolo mi ha intenerito alle lagrime. Quant’è interessante veder forse cinquantamila uomini uniti nel luogo stesso, dello stesso sentimento, portando negli sguardi e negli atti l’impronta della devozione e dell’entusiasmo, con cui aspettano una benedizione, da cui dipende la loro prosperità in questa e la felicità nell’altra vita! Assorti in quest’oggetto, non s’avvedono di stare incomodi; accalcati gli uni contro gli altri, respirando a fatica, vedono apparir il capo della Chiesa cattolica in tutta la sua pompa, colla tiara in capo, cogli abiti pontificali, sacri per essi, magnifici per tutti, cinto da cardinali che vi si trovavano, e dall’alto clero. Egli si curva verso terra, alza il braccio verso il cielo come persuaso profondamente che vi porta i voti di tutto un popolo, e che negli occhi esprime la brama che siano esauditi. Figuratevi tali funzioni compite da un vecchio di maestosa statura, della più nobile e graziosa fisionomia, e non sentitevi commosso, se potete, al vedere questa folla immensa precipitarsi a ginocchi al momento che si dà la benedizione, ricevendola con entusiasmo pari a quello di chi la dà. Certo, io serberò tutta la vita l’impressione di questa scena. Quanto non dev’essere viva e profonda in quelli che sono disposti a lasciarsi affascinare dagli atti esterni!»
Pasquino ebbe a dire che il papa andò a Vienna a cantar una messa senza gloria per lui, senza credo per l’imperatore.
[156]. Fra quelli che meglio osservarono l’Italia fu Carlo di Bonstetten, nato a Berna il 1745, morto a Ginevra il 1832, autore di molte opere d’economia, di morale, di viaggi, notevoli per delicatezza e giusto amore dell’umanità. — Il mio viaggio in Italia (scrive egli) cominciò da Milano. Gorani m’aveva dato lettere pel conte Verri, che mi presentò a Firmian, ministro e in realtà vicerè della Lombardia. È d’alta statura, e la pinguetudine non nuoce all’aria sua di dignità intelligente, nel cui fondo si fa sentire la bontà. Mi prese a voler bene, ero invitato tre o quattro volte per settimana a desinare da lui. Alla tavola non faceasi conversazione generale, e si stava a un bel presso come dinanzi a un sovrano. Quando parlava lui, tutti taceano. Essendo seduto presso di esso, mi servii del suo vino di Tokai; e il cameriere mi avvertì ch’era riservato pel conte. Chi farebbe adesso siffatta distinzione? Il conte aveva udienze numerosissime; ciascuno comparivagli dinanzi alla sua volta; bisognava essere spicci, ma si era ascoltati e compresi; erano quasi processioni, e non si faceva che passare. Firmian era rispettato ed amato a Milano; pure nel Governo tedesco v’ha qualche cosa che non si affà agl’Italiani. Malgrado le virtù di Firmian, si ribramava la dominazione spagnuola, che pure era tanto inferiore all’austriaca. Pel carattere ancor più che per la giustizia si governano i popoli: l’armonia de’ caratteri è il legame naturale fra le nazioni. L’amore dell’ordine, proprio de’ Tedeschi, è una linea troppo dritta e dura per le anime passionate del Mezzodì, più elastiche assai che i Tedeschi. Ai dì nostri non abbiam veduto i Francesi, mentre smungeano agli Italiani oro e sangue, esserne mille volte più amati che non gli Austriaci, i quali, col loro sistema da marito geloso, fanno odiare fin le virtù de’ padroni? I Francesi aveano in Italia per alleata l’immaginazione nazionale, che il Governo tedesco mette incessantemente alla tortura: i Francesi regnavano per la speranza, gli Austriaci pel terrore. Fra i due Governi corre questo divario, che in quel della speranza voi avete per alleate tutte le illusioni e le realtà, in quel del terrore nulla si spera da colui che si odia».
A Roma egli conversò molto con Carlo Edoardo Stuart, il pretendente d’Inghilterra, marito di quella Stolberg contessa d’Albany, che fu l’amata del poeta Alfieri, e l’amante del pittore Fabre.
[157]. In molte trattative per l’apertura della Schelda Giuseppe II adoprò come plenipotenziario il conte Luigi di Belgiojoso, che il 4 maggio 1784 presentò agli Stati d’Olanda il Quadro sommario delle pretensioni dell’imperatore.
[158]. Lettera del 1728 al conte d’Aguirre avvocato fiscale, il quale era in corrispondenza co’ migliori del tempo, e molte lettere a lui figurano nel Catalogue raisonné del Crevenna.
[159]. Marco Foscarini, ambasciator veneto, riferisce che il re erasi assegnato pel proprio spillatico lire trentaseimila di Piemonte; ottomila al duca di Savoja: l’Ormea, ministro di Stato, gran cancelliere, gran cordone dell’Annunziata, avea il soldo di lire mille e cencinquanta. Tenuissimi erano gli stipendj de’ professori all’Università: lire mille quei di medicina, seicento di chirurgia, mille settecento di greco, mille ducento d’eloquenza, tremila di diritto civile.
[160]. Per la sua nascita il Manfredi scrisse il bel sonetto:
Vidi Italia col crin sparso e negletto
Colà dove la Dora in Po declina...
[161]. Roberti, Lettera ad un professore nel Friuli, del 1777.
[162]. Il re, prevedendo la spensierataggine del suo successore, radunò ben 18 milioni di lire che ripose dentro un muro, e non ne sapeva il segreto se non il Bogino. Questi in fatto, quando il bisogno venne, le passò al re.
Il Bogino spodestato si volse al ritratto del vecchio re esclamando: «Non sono ancor fredde le vostre membra, e vi si fa l’oltraggio di congedar quello che vi fu il più devoto servidore».
Il Lalande racconta che la spada deposta sul feretro di Carlo Emanuele III doveva appartenere al gran scudiere; ma Vittorio Amedeo ne sostituì una adorna di diamanti, dicendo: — Voglio conservar la spada che servì a Guastalla».
Il re (scrisse il viaggiatore francese) levasi alle sette; a otto e mezzo lavora coi ministri, un dopo l’altro, non tenendo consiglio; alle undici passa dalla regina, e va a messa; dopo pranzo dà udienza a chi vuole; poi al passeggio, poi cena in famiglia. Due volte la settimana v’è circolo dalla regina, dove vanno sole donne, e gli ambasciatori o gli stranieri presentati».
[163]. Per le nozze di Carlo Emanuele con Clotilde di Francia, la quale poi morì nel 1802 in odore di santità, il Bodoni pubblicò un miracolo di tipografia, cioè un volume in gran foglio col titolo Epithalamia exoticis linguis reddita, dove le trentaquattro città del Piemonte fanno voti in trentaquattro lingue diverse; con belle stampe d’Evangelista Ferrari, esprimenti le effigie dei duchi di Savoja e i fasti delle città: l’orientalista Bernardo De Rossi adoprò quelle varie lingue, del che non eravi esempio, giacchè il Monumentum romanum ad onore del Peiresc fu compilato da molti dotti insieme: il padre Paciaudi illustrò in latino le incisioni: Gaston Rezzonico descrisse il tutto in un lunghissimo poemetto, stampato dallo stesso Bodoni.
[164]. «Qualche momento prima di partire dai regj appartamenti, fece (Carlo III) la pubblica cessione di questi regni all’infante don Ferdinando suo terzogenito, che seguì, venendo letta dal marchese Tanucci segretario di Stato, stando la maestà sua cattolica sotto al baldacchino, con alla sinistra il suddetto Ferdinando, in presenza del suo consiglio di Stato, del consiglio di Santa Chiara, del luogotenente della Camera, della giunta di Sicilia, e dei deputati di Palermo. Dovendo poi il re di Spagna cinger la spada al nuovo re di Napoli e dargli il tosone, S. M. C. gli disse che con la medesima lui aveva acquistati questi regni, che dovea servirgli a difesa della cattolica religione, di se medesimo e de’ suoi vassalli. Non potè tutta eseguir quest’azione, perchè, impedito dalle lacrime, fuggì a sfogarle, ossia a confonderle con quelle della regina, che era in altra stanza ritirata». Lettera del residente veneto, 11 ottobre 1759.
[165]. On ne comprend pas comment Tanucci a pu se faire une si grande réputation de sagesse, dice il Gorani, e cita le insane sue tariffe che empirono il paese di contrabbandieri.
[166]. Il Botta asserisce aver lui veduto il dispaccio. Del resto il motto non disdice all’uomo che di sua moglie diceva: — Dorme come una marmotta, e suda come una troja».
[167]. Angiolino del Duca, povero villano servivasi d’una mula, ed essendogli morta, e il padrone volendone il prezzo, egli fu costretto vendere i pochi arredi, onde buttossi alla campagna e divenne brigante famoso. Spogliava baroni e signori, risparmiava i forestieri, anzi li scortava; passava di villaggio in villaggio, piantando tribunale e trovando facilmente in colpa i ricchi; ad altri scriveva lettere garbate, determinando le somme che doveano; talvolta agli assaliti toglieva sol la metà del denaro. Divideva lealmente il bottino co’ suoi, non assassinò mai. Avea proposto al re di mantener la quiete in tutto il regno se gli fissasse un soldo e un grado; e anche dopo il supplizio il popolo lo rimpiangeva come amico del popolo.
[168]. Pietro C. Ulloa (Pensées et souvenirs sur la littérature contemporaine du royame de Naples, Ginevra 1859) fece una pittura molta lusinghiera del reame alla fine del secolo passato.
La nobiltà, attirata presso al monarca, era ancora una classe privilegiata, ma dei due diritti che un tempo aveva di opprimere e di proteggere non avea conservato che il secondo. Non formava una Casta, non aveva essiccata la fonte delle sue entrate, non dispettava le riforme, non ricusava contribuire ai pubblici aggravj, onde non era impopolare. Il terzo stato era padrone quasi di tutto ciò che costituisce la ricchezza nazionale, il lavoro agricolo, l’industria, i capitali; esso attivava tutte le forze produttive: in esso gli avvocati, i medici, i precettori, gli artisti, i letterati, i filosofi. La nobiltà se ne valeva, onorava nelle classi inferiori un’esistenza utile, acquistata col lavoro e colle dottrine. Per mezzo della nobiltà la grazia e l’eleganza della Corte passavano nelle relazioni delle classi medie, e fin negli scritti. Nel popolo s’aveva ancora della miseria, ma non più le gravose fatiche, le cocenti cure, le esistenze diseredate, che le grandi città alimentano col soldo giornaliero. Il popolo, men capace di dissimulazione che di riflessione, e che non vedeva se non benefizj, sottometteasi volentieri alle leggi, alla preminenza delle classi elevate e massime delle famiglie storiche. ..... Il popolo di Masaniello aveva dimenticato le vecchie agitazioni, e non sentiva più il pungiglione della miseria, onde non sognava che feste o godimenti. ..... Coi Borboni il potere monarchico divenne il guardiano del diritto comune, e secondo il progresso della civiltà per mezzo dell’ordine, e dell’eguaglianza per mezzo dell’uniformità, il potere sviluppavasi sempre nel senso dell’interesse generale: nè mai il carattere de’ principi, il movimento degli spiriti, l’affluenza di valent’uomini aveva tanto illustrato il nostro paese».
Il Tanucci da Portici, il 15 ottobre 1763, scriveva al Caracciolo inviato a Torino:
«Per la preferenza del popolo e coltivazione del Piemonte sopra quella di questo regno, che io leggo nella rivista confidenziale dei 5, pare che V. E. non abbia veduto il tratto del regno ch’è tra Barletta ed Otranto, tratto pieno di città e terre abitatissime e tutto coltivatissimo; inoltre più vasto del Piemonte e più ricco di generi di estrazione. La sola seta è l’estrazione del Piemonte, ed in quel tratto, oltre la seta, sono grani, vini, olio, mandorle, passi e manna. Le città poi vi sono lodevoli quanto coteste. Non è Lecce meno di Vercelli, Barletta meno di Nizza, Bari meno di Casale, Bisceglie meno di Alba, Bitonto meno di Ivrea, Trani meno di Aosta, Monopoli meno di Fossano, Altamura meno di Mondovì, Gallipoli meno di Saluzzo, Taranto meno di Carmagnola, Acqui meno di Brindisi, ecc. L’Abruzzo è certamente più grande, più popolato, più fertile della Savoja. Certamente, dell’Italia da me veduta, il tratto tra Nocera dei Pagani e Francolise, cioè non meno di cinquanta miglia tra levante e ponente estivo, e di venti tra mezzogiorno e settentrione, è il più fertile e il più popolato. Li casali tra due e cinque mila anime son così frequenti che pajon contigui, e non vi sta meno d’un mezzo milione d’anime; e il grano vi è poco quando fa solamente il 12 per uno, ed i territorj si affittano regolarmente a dieci e dodici ducati il moggio. La provincia di Lucera, ch’è la più spopolata, alimenta due milioni di pecore, od altre bestie utili, e produce quel tanto grano che ognuno sa, e la manna infinita e celebre del Gargáno. Niuno controverte al regno tre milioni e mezzo d’anime, niuno la fertilità del triplo dei generi della Lombardia. L’ineguaglianza è poi vera, ma io non voglio parlare della ragione, sì perchè è inevitabile ove son più di mille baroni, con l’enorme giurisdizione che ella sa, sì perchè, ministro essendo dei Borboni, non devo entrare nel governo di due secoli d’un’altra famiglia, sì finalmente perchè essendo forestiero, non devo criticare il Ministero del paese. Ma appunto l’essere toscano mi somministra una idea terribile di cotesto catasto, per cui una famiglia paga cinque zecchini e un quarto e mezzo l’anno. Regolarmente li possessori dei terreni son la decima parte di un popolo ben diviso, laonde ad una famiglia possessora toccano cinquantacinque zecchini, almeno nell’alta Toscana, che equivale al Piemonte nel popolo, nell’estensione, nella cultura, nella fertilità, essendo da levante a ponente cento e venti miglia, e cinquanta da tramontana a mezzogiorno e più, ed è ugualmente divisa e distribuita una famiglia per l’altra delle posseditrici dei beni, paga soli trenta zecchini di catasto, eppure, oltre li stessi generi del Piemonte produce per li suoi tre quarti olio, che nel Piemonte è solamente nelle campagne di Nizza. Mi ricordo di aver veduto le campagne bianche e sterili di Vercelli, quali niuna è nell’alta Toscana, che uguagli in sterilità. Le città dell’alta Toscana, oltre Firenze che per tutte le cagioni è il doppio di Torino; Pisa, Livorno, Volterra, Pistoja, Pescia, Prato, Colle, San Miniato, Arezzo, S. Sepolcro, Cortona, Montepulciano, oltre un numero grandissimo di casali e terre riguardevoli, che equivagliono alle città. La bassa Toscana, vastissimo e spopolato paese, benchè fertile di grani e bestiami, lo paragono alla Savoja, ove però non sarà una città come Siena, capo della bassa Toscana, e forse nessuno come Grosseto, Montalcino e Chiusi, eccettuato Chambéry. In Toscana il catasto è del popolo, non del principe, e di esso si pagano li magistrati colli loro sbirri e subalterni, che son tutti salariati, le strade, li ponti, le muraglie, li castelli, li medici ecc., e un regalo al principe di cento mila zecchini annui. Del principe sono duecento mila zecchini delle farine, o sia testatico, altrettanti delle dogane, e circa altrettanti tra tabacco, posta, vigesima, tratte; altrettanti sarebbero quelli del sale, ma questa rendita è tutta venduta ai privati. — Questo metodo mostra che il catasto non è che la quinta parte di quello che paga la Toscana allo Stato e al sovrano, e su questo metodo calcolando, dovrebbe cotesto Stato e cotesto sovrano aver cinque milioni di zecchini, avendone un milione del solo catasto: Credat Judæus apella. Passan li Piemontesi per cavalieri d’industria e fanfaroni. Si sa che prima di questo secolo era cotesto Stato qualche cosa meno della Toscana; si crede che le conquiste lo abbiano raddoppiato in questo secolo, ma si crede ancora comunemente che di rendite, che limpide vadano in man del sovrano da spenderle per la truppa e per la Corte, sia sospetta questa quantità, che si dice sopra un milione di zecchini, e sia notoria fanfaronata quel che si dice sopra un milione e ducento mila di zecchini, perchè è notorio che cotesta Corte non spende più di duecento mila zecchini, ed è anche notorio che un milione di zecchini basta a mantenere lautamente quaranta mila uomini.
«Serbi, signor marchese, cotesto panegirico del Piemonte a quando sarà stato due anni nel Veneziano, due in Toscana, ed avrà veduto con agio la Puglia, la Calabria, l’Abruzzo, la Lucania, la Campagna felice e la Sicilia, delle quali vedo ch’è poco informata».
Poc’anzi fu trovato il carteggio del Tanucci in 31 volumi dal 1763 al 1774.
Una volta la settimana scriveva a Carlo III.
| La spesa portava: per l’esercito | ducati | 3,500,000 |
| Per l’armata | » | 1,000,000 |
| Onorarj di magistrati | » | 150,000 |
| Emolumenti di ministri e loro impiegati | » | 150.000 |
| Mantenimento delle fortezze e altri edifizj | » | 200,000 |
| Pensioni | » | 200,000 |
| L’entrata dava 7 milioni di ducati, sicchè avanzavano ogn’anno | » | 1,800,000 |
L’esercito componeasi di trentacinquemila uomini, di cui seimila stavano in Sicilia, quattromila erano Svizzeri. Sono importanti i Mémoires sur le royaume de Naples del sig. Orloff, sebbene passionati: credonsi opera del napoletano De Angelo. Vedi pure Coco, Sulla rivoluzione di Napoli; Galanti, Descrizione geografica e politica delle Sicilie; Arrighi, Saggio storico per servire di studio alle rivoluzioni di Napoli.
* Nel 1774 fu fatta legge a Napoli che i magistrati dovessero motivar le sentenze sopra testi di legge. Ma quali erano i testi di legge da citare? Fu allora che Carlo Pecchia, mastro d’atti ossia cancelliere alla vicaria, tolse ad esporre tutte le leggi da cui doveasi dedurre il diritto allora vigente, cominciando dalle longobardiche, e via via a quelle della monarchia. Peccato che la morte interrompesse un lavoro, fatto con precisione, dottrina e critica, e certo molto più utile di quel del Filangieri, anche dopo che parve scienza il disprezzare tutta quella de’ nostri padri.
[170]. Benchè egli frenasse le esorbitanze de’ baroni, prestazioni e aggravj sussistettero, tantochè nella costituzione del 1812 leggiamo: — Le angarie e perangarie introdotte soltanto dalla prerogativa signorile restano abolite senza indennizzazione. E quindi cesseranno le corrispondenze di gallina, di testatico, di fumo, di vetture, le obbligazioni a trasportare in preferenza i generi del barone, di vendere con prelazione i prodotti allo stesso, e tutte le opere personali e prestazioni servili provenienti dalla condizione di vassallo a signore. Sono egualmente aboliti senza indennizzazione i diritti privativi e proibitivi per non molire i cittadini in altri tappeti e molini fuori che in quello dello stesso, di non condursi altrove che nei di lui alberghi, fondachi ed osterie; i diritti di zagato per non vendere commestibili e potabili in altro luogo che nella taverna baronale e simili, qualora fossero stabiliti dalla semplice prerogativa signorile e forza baronale».
Anche nel Napoletano, Davide Winspeare noverava mille trecennovantacinque diritti su cose o persone, sussistenti ancora quando arrivarono i Napoleonidi.
[171]. De Tommasi, Documenti di storia lucchese nell’Archivio storico, vol. X.
[172]. Alcune son pubblicate dal Minutoli nel vol. X dell’Archivio storico di Firenze.
[173]. Anton Francesco, altro figlio del Sampiero, ebbe stato alla Corte di Francia, e accompagnò a Roma l’ambasciadore d’Enrico III. Quivi avendo offeso a parole un signore della Roggia, questo s’accontò cogli altri gentiluomini dell’ambasciata, e col pretesto di visitar le ruine del Colosseo, ivi lo trucidò nel 1580. Il traditore non era il Corso.
[174]. Questo stato non cessò per anco: prova contro chi ne incolpa il Governo genovese. Pasquale Paoli dichiarò infame chi violasse una pace giurata; e in faccia alla sua casa alzavasi un palo, segno di postera infamia.
Nel 1835 la città di Sartena, e i comuni di Gavignano, Fossano, Santa Lucia di Tallano ed altri erano sossopra per tale guerra intestina, e le condanne o assoluzioni divenivano nuovo fomite ed occasione di rancore; e passavano perfino anni intieri senza che un matrimonio fosse iscritto sui libri. Il generale Lallemand, già compagno di Napoleone e allora pari di Francia, unito all’avvocato Figarelli, pensò tor via questi scandali, e colle buone di qua, di là, riuscirono a far soscrivere le paci, ed ebbe la bella gloria di mantenerla per molti anni ne’ cinquantacinque Comuni dell’isola.
A Santa Lucia di Tallano, il prete Giovanni Santa Lucia, capo d’un partito composto della sua famiglia e de’ Giacomini, e avverso a quel de’ Poli e dei Chiliscini, risvegliò le ire nel 1839, facendo o lasciando eseguire un assassinio: Giudice Giacomini vi preparò gli spiriti col metter fuori i calzoni di suo figlio, ammazzato già tempo dagli avversarj, e minacciar la moglie dell’uccisore: alfine furon morti di fucilata un Chiliscini e un Poli in una festa di nozze.
Poc’anni fa morì il Franceschino, famoso bandito, che traevasi dietro una banda di due o trecento uomini, e che, oltre saccheggiare ed esercitare la vendetta pretendea far miracoli, e molti ne operò. Una volta propose di risuscitar un morto, e tra la folla accorsa al nuovo spettacolo venne pure il prefetto d’Ajaccio, con buona scorta, che indusse i paesani a questo patto: se il miracolo succedesse, onorerebbe grandemente egli pure il Franceschino; se no, essi gliel consegnerebbero. Il bandito stimò opportuno sottrarsi alla prova, e fuggì a Roma, ove morì cappuccino.
Nel gennajo del 1855 il bandito Castelli nella pieve di Fimorbo, ricca d’eccellenti uffiziali come di audacissimi facinorosi, compì imprese romanzesche e scelleratissime.
Basta guardar la Gazzetta de’ tribunali di Parigi per trovarvi continui esempj di siffatte vendette.
[175]. Vedi Tommaseo, Canti côrsi, e Vita di Pasquale Paoli.
[176]. Tra i prigionieri rimase il vecchio Bernardino di Casaccione cappuccino, uno de’ molti frati che quell’insurrezione sospinsero e alimentarono. Egli professò altamente creder giusta la rivolta de’ Côrsi, e non rifiutar pena per sostener quest’asserto. Mandato a Genova, per intercessione di Roma fu confinato in un convento. Così richiedeano i privilegi d’allora, tolti i quali, in tempi più boriosi di civiltà come gli odierni, per casi simili non si ebbero che polvere e piombo e capestro.
[177]. Arina, Delle cose di Corsica dal 1750 al 68.
[178]. Era una curiosità l’aver monete di re Teodoro, e i piccoli da cinque soldi pagaronsi fin quattro zecchini, e portavano: Theodorus rex — Rego pro bono publico. Un’altra d’argento portava la Madonna col motto: Monstra te esse matrem, e al rovescio le armi del regno.
Una biografia di re Teodoro, espressiva come la realtà, fantastica e patetica come un romanzo, fu stesa poc’anzi da Carlo Augusto Varnhagen d’Ense, il quale conchiude: — Nel 1736 un Westfaliano fu re in Corsica; settantatre anni dopo, un Côrso era re in Westfalia».
[179]. A proposito della conquista della Corsica, Voltaire scriveva nel 1769 al signor Bargemont: Je crois comme vous qu’on casse des cruches de terre avec des louis d’or; et qu’après s’être emparé d’un pays très-misérable, il en coûtera plus peut-être pour le conserver que pour l’avoir conquis. Je ne sais s’il n’eût pas mieux valu simplement s’en déclarer protecteur avec un tribut; mais ceux qui gouvernent ont des lumières, que les particuliers ne peuvent avoir. Il se peut que la Corse devienne nécessaire dans les dissensions qui surviendront en Italie. Cette guerre exerce le soldat et l’accoutume à manœuvrer dans un pays de montagnes. D’ailleurs cette entreprise étant une fois commencée, on ne pourrait guère y renoncer sans honte. Lettere inedite di Voltaire, del signor Cayrol, 1856.
Cioè anche Voltaire intonava la canzone, ripetuta anche testè, che, quando l’onore della Francia è impegnato, bisogna andar innanzi, giustizia o no.
[180]. Vir nemoris è il titolo d’un poemetto latino, in costui lode composto da Ottaviano Savelli amico dell’Alfieri.
[181]. Vol. I. p. 100.
[182]. La contea di Gorizia (di cui una storia in italiano da Carlo Morelli di Schönfeld fu stampata a Gorizia il 1855) fu invasa dalla lingua italiana e dal dialetto friulano. Le cause trattavansi in latino, e avendo la reggenza di Vienna nel 1556 ricusato d’accettare atti in questa lingua, si prese a farli in italiano, che divenne comune nel fôro sinchè gli stati goriziani ordinarono che il patrocinio si sostenesse da avvocati tedeschi e le scritture e arringhe si facessero in latino. Ma fu inutile, e prevalse l’italiano; italiani erano i predicatori, i primi cancellieri; e il giuramento prestato nel 1564 all’arciduca Carlo fu nelle lingue tedesca, slava e italiana. La moneta corrente era la veneziana. L’imperatore Leopoldo I, stando nel 1660 a ricever l’omaggio della contea di Gorizia, scriveva al maggiordomo dell’arciduca Carlo suo fratello: — Il paese, il clima, il non sentir favellare altra lingua che l’italiano, mi fanno scrivere anche nella medesima». Solo a metà del Settecento si diffusero il parlare e i costumi tedeschi, ma l’italiano vi ebbe sempre corso.
[183]. Il ducato equivale a lire 4.19. Il bilancio del 1783 portava:
| Entrata per gli appalti | ducati | 1,399,613 |
| Dazj della dominante | » | 1,469,523 |
| Nella terraferma | » | 1,016,677 |
| Nella Dalmazia | » | 29,335 |
| In Levante | » | 94,564 |
| Gravezze della dominante | » | 562,444 |
| Della Terraferma | » | 510,634 |
| Della Dalmazia | » | 66,722 |
| Del Levante | » | 84,503 |
| La spesa ammontava | » | 6,624,668 |
| di cui le milizie di terra e di mare, e le fortificazioni assorbivano | » | 2,097,618 |
| L’istruzione pubblica | » | 51,812 |
| Le pubbliche costruzioni | » | 119,255 |
Una minuta descrizione dello Stato veneto nel secolo passato fu fatta dal gesuita Tentori.
[184]. 28 maggio 1762. «L’anderà parte che, qualora il serenissimo principe, assistendo al senato, giudicasse conferente alla sua salute il levarsi, debba in questo caso esser accompagnato, come in figura privata, da due soli dei consiglieri e da un capo de’ XL, quali discendendo per la scala degli elezionarj, e trovando fuori del Pregadi il solito corteggio del suo cavaliere e de’ suoi scudieri, lo accompagneranno fino alle sue stanze. In tal modo rimanendo nel senato li quattro consiglieri e li due capi de’ XL, che si rendono necessarj per le pubbliche leggi, continuerà senza turbamento e interruzione alcuna la trattazione de’ pubblici incamminati affari, e libero il serenissimo principe dell’apprensione e pericolo di sua salute, potrà esser frequente ad assistervi, e col suo esempio dar eccitamento a tutti li cittadini destinati a formar il senato, ad esser sempre assidui al miglior bene di questa nostra adoratissima patria.
«E la presente sia stampata ed aggiunta alla promission ducale».
[185]. Dopo i trattati del 1603 e 1706 vennero a stabilirsi a Venezia tanti Grigioni, e tante botteghe v’aprirono, che la Repubblica temette pregiudicassero ai proprj sudditi, sicchè dichiarò sciolta l’alleanza nel 1766, i Grigioni sottoposti alle leggi della Repubblica, e vietato d’esercitarvi arti. Anche quando Clemente VII concesse portofranco ad Ancona e fiera a Sinigaglia, i Veneziani proibirono ai loro sudditi di recarvisi.
[186]. Nel viaggio del granduca Cosimo III nel 1664, pubblicato dal Moreni, si dice delle Benedettine di San Lorenzo: «È questo il più ricco monastero di Venezia, e vi sono sopra cento madri, tutte gentildonne. Vestono leggiadrissimamente con abito bianco come alla franzese, il busto di bisso a piegoline, e le professe trina nera larga tre dita sulle costure di esso: velo piccolo cinge loro la fronte, sotto il quale escono i capelli arricciati e lindamente accomodati, seno mezzo scoperto, e tutto insieme abito più da ninfe che da monache».
[187]. Era proverbio «la mattina una messetta, l’apodisnar una bassetta, e la sera una donnetta». Vedi Mutinelli, Gli ultimi cinquant’anni della Repubblica. Fu confutato come troppo rigoroso, ma «Non è, s’io scorgo il vero, Di chi l’offende il difensor men fiero».
[188]. Il Mutinelli adduce le spese fatte il 2 maggio 1796 per l’ingresso di Almorò Pisani come procuratore di San Marco; le quali ammontano a lire 93,635, oltre il pane e vino. Il ritratto del procuratore, inciso a Londra dal Bartolozzi, costò cento ghinee.
[189]. Sono descritte anche dal Cicogna nelle Iscrizioni venete.
[190]. Fu difesa tal pratica nell’opuscolo Delle celebri carte che invocano e protestano immacolata la concezione di Maria, e loro uso se sia da permettersi. Padova 1752.
[191]. Don Antonio Montagnano d’Udine stampava contro i beni posseduti da manimorte.
[192]. Allora fu fatto questo epigramma:
Destructis templis, lusoria tecta resurgunt;
Fortunæ et Veneris sunt hæc communia templa.
Ma è una baja che nel 1756 il Calbo fosse esigliato perchè favorevole al papa.
Le se prova elle de dar un’ochiada
In prima attorno questa dominante
Da sto progeto meza sfigurada.
Le zira per un poco tute quante
Le contrade, e le cerca ogni sestier,
I canali, le cale, e tante e tante
Strade dove sia chiesa o monastier,
E le diga se alcune ghe ne resta
Imune, salva, illesa da veder...
Le prego accompagnarne sin al Lido
Dove me par che su la spiagia un grido
Tuto a l’intorno assurdi e cielo e mar
De zente priva de socorso e nido.
Questa, le se la pol imaginar,
Questa xe quela tal popolazion
Che ogni dì soleva alimentar
Da una nobile insigne religion,
Che a setecento e più de quel distreto,
Mossa da religiosa compassion
La ghe somministrava, oltre el paneto,
La carne, el riso, el sal, el vin, la legna,
L’ogio, i medicinali, el soldo, el leto,
E a compimento d’opera sì degna,
A tanti e tanti l’abito, el mantelo...
San Nicolò de Lido, monastier
Cussì famoso un tempo e cussì antigo,
Convertido le ’l vede in un quartier...
Eh via, tiolè per man con più rason
Sta libertà, sto lusso, ste angarie,
Ste trupe, sto arsenal, ste mercanzie
Che pur tropo le xe in desolation...
Con manco scienza ma con più cervelo
Alora oh se pareva assai più bon!
Tutti mercanti gera in marzarìa
De lane, d’ori, arzenti, merli e sede,
La città tutta rica e ben fornìa.
Ancuo ste cosse più non le se vede.
È vero, ma la testa xe guarìa
De tutti i pregiudizj de la fede...
Ma sto metter la man in sacrestia
E ’l resto lassar correr sin che ’l va,
No so da dove el vegna e cosa el sia.
[194]. Cortesiani «erano bottegaj, artisti e qualche prete, uomini destri, onorati, conoscitori di tutto il mondo veneto, bravi, rispettati dalla plebe per il loro coraggio, per le loro inframmesse nelle baruffe, e per il titolo che s’erano acquistato di cortigiani, e sapevano come si fa a poco spendere e a molto godere». Carlo Gozzi, Memorie, pag. 133.
[195]. Goldoni, Memorie, tom. I, pag. 254.
[196]. Questi magistrati incoavano i processi criminali, faceano pubblica lettura delle leggi antiche, e custodivano il libro d’oro, quello cioè dove erano registrate le nascite de’ figli legittimi di nobili e i loro matrimonj.
[197]. «Molte disuguaglianze, el savemo tutti, passa fra i nobili. I somi uffizj e le dignità, le magiori aderenze o minori, le fortune domestiche, e l’istesso favor dei animi gode più o meno introduzione de notabili diferenze fra i omeni de republica, ma nessuna de queste fa ingiuria a la sostanzial parte che core tra loro, parità coetanea a la nascita, e che forma la base d’ogni governo aristocratico, la quale xe posta ne l’uniforme de la libertà, ne l’indistinta sogezion a le leggi, e sì ancora ne l’aver comuni i pericoli, e comuni pur anche i riti e la contingenza dei giudizj. Se un patrizio, apena venudo in mazor Consegio se fosse avicinà a mi stamatina, e m’avesse dito, — Sior procurator, ella che sa tanto ben le cosse de la patria, la prego a sincerarme se, come citadin de republica, la mia condizion xe pari o no a la soa», son certo che avria risposto, stupirme assae de la so mala educazion, e che l’ignorasse le virtù più necessarie a saverse da omo libero: dopo de che, — Nessuna diferenza (prenderia a dir) core fra la soa e la mia persona, mentre ela pol eceder per virtù dal grado mio, e mi a rincontro posso decaderne per colpa». Ma quando mai sto medesimo citadin, acolta che sia la parte dei do coretori, me rinovasse la ricerca, doverave alora, seben pianzendo, ritratarme, e po amonirlo fraternamente per el sol megio a sfugir de qua in avanti ogn’incontro coi citadini esenti. Le vede che no parlo per mi. Sostento la parità de la censura, val a dir l’uguaglianza de la vita civil messa in pericolo dopiamente, e per l’animo vario ne i delatori, secondo la varia condizion dei omeni sogeti a l’acusa, e per l’imunità del giudizio somario, espressamente concessa a le dignità più sublimi; e però me sento inorridir nel figurarme che sti momenti estremi del mio parlar possa esser i ultimi ancor de la comun libertà: mentre, guastada la civil uguaglianza nei Stati liberi, poco avanza per discioglier le restanti compagini de la republica. Ricorderemo i tempi lutuosi del 1690, frenai a stento e ricomposti da quell’unica podestà che ancuo pende incerta dai voti nostri. In logo de un sol tribunal antico, anuo, temperato, le se aspeti de sofrirne molti ad un tempo, e privati e licenziosi e perpetui. Non sa ussirme de la memoria quelo che ho leto fin da la zoventù in un scritor del secolo prossimo trascorso. Vien a Venezia un signor spagnolo de alta sfera, che andava, se no m’ingano, vicerè a Napoli; el gera intervenudo molti anni avanti ne la bataglia de le Curzolari, servendo su la flotta ausiliaria de Spagna, e però l’avea conossudo assae da vicin quel grand’omo de Sebastian Venier, che gera el teror de la Grecia, e che soleva ussir in publico col cortegio de cento e più nobili dipendenti dal so comando. Richiesto el vicerè al so arivo in Napoli cossa l’avesse osservà ne la cità nostra, che a lu paresse più degna d’amirazion, se la chiesa o la piazza del Santo Marco, o pur le scale, o la copia de le piture ezzelenti, o la fina industria de l’arte vetraria, o altra somigliante rarità, — Gnente de questo (sogiunse el Spagnolo) m’a ferio la fantasia; l’unica meravegia per mi xe stada quela de osservar Sebastian Venier sotto le Procuratìe nove in atto de suplicante; e come un vil Grego, che al tempo de la guera avea servio ne l’armada, ghe sia passà davanti senza nè pur cavarse el capelo»; e l’ha terminà sclamando: — Oh beata cità! oh divine leggi, valevoli a conseguir, che l’abito d’una quasi sovrana autorità gustada nei governi oltremarini, e le signorili rappresentanze sostenude in mezo el fasto de le corti, no guasti per gnente al ritorno la moderazion de la vita civil!» Ai stupori de sto Spagnolo formo pronta risposta. Regna qua drento l’uguaglianza del privato costume, perchè avemo trovà maniere de tener viva l’uguaglianza de la censura; ma introdotti che sia novi sistemi ne la cità, no sentiremo più Spagnolo nè altro straniero a far maravegie de le costituzion veneziane».
Le arringhe tenutesi nel 1779 e 80 per la riforma della Repubblica furono poi pubblicate nel 97, e possono dar saggio dell’eloquenza politica veneziana, invero troppo spesso speciale e di cose e di frasi.
[198]. VT SACRA ÆSTVARIA VRBIS ET LIBERTATIS SEDES IN PERPETVVM CONSERVENTVR, COLOSSEAS MOLES EX SOLIDO MARMORE CONTRA MARE POSVERE CVRATORES AQVARVM AN. SAL. MDCCLI AB VRBE CON. MCCCXXX. Nel 1709 si vide gelata la laguna, siccome era avvenuto nell’860, e merci e viveri menavansi a Venezia in carriuola.
[199]. Vogliam anche notare Antonio Bianchi gondoliere, morto dopo il 1770, autore di molte opere e commedie, e di due poemi, Davide e Il Tempio di Salomone.
[200]. Di molti sbagli lo appuntò il gesuita Tentori, che anche esso chiarì non poco la storia veneta.
[201]. È di altra casa Bernardino Zanetti trevisano, che scrisse la Storia de’ Goti e Memorie sul regno de’ Longobardi.
[202]. Venezia 1806. Vedasi pure la Galleria de’ letterati e artisti illustri delle provincie venete del secolo XVIII; Venezia 1814: che sono ritratti e sobrie notizie.
[203]. Dei navigli poliremi usati nella marina dagli antichi Veneziani, memoria dell’ingegnere G. Casoni; fra quelle dell’Ateneo di Venezia, 1838.
[204]. Napoleone introdusse le macchine olandesi per trasportare i navigli dall’arsenale al mare traverso i bassi canali.
[205]. Machiavelli avea già detto ne’ Decennali:
San Marco alle sue spese, e forse invano,
Tardi conosce come gli bisogna
Tener la spada e non il libro in mano.
[206]. Al suo «elogio, stampato da un cittadino nel 1792», è l’epigrafe di Virgilio:
Otia qui rumpet patriæ, residesque movebit
... in arma viros, et jam desueta triumphis
Agmina.
[207]. Al 1796 la famiglia Colonna del ramo del gran connestabile possedeva in feudi
| il principato di Paliano | abitanti | 3511 |
| il principato di Sonnino | » | 2068 |
| nel ripartimento di Genazzano | » | 20911 |
| nel ripartimento di Pofi | » | 33195 |
| nel regno di Napoli, nel ripartimento di Tagliacozzo | » | 26000 |
oltre paesi molti in Sicilia.
Il ramo de’ Colonna-Sciarra aveva nello Stato pontifizio i principati di Palestrina, di Nerola, di Roviano, di Carbognano, i ducati di Bassanello, di Montelibretti, ecc. con abitanti 16,000; e nel regno di Napoli altri con 6000 abitanti.
[208]. An account of the manners of Italy, 1766. Citeremo pure Richard, Description historique et critique de l’Italie, 1766; Busching, Italia geografico-storico-politica, molto accresciuta nella traduzione di Venezia del 1780; Archenholz, Quadro dell’Italia. Le osservazioni del 1764 fatte dal Grosley sotto il nome di due gentiluomini svedesi, sono forse il lavoro più dotto e sagace. Di questi e degli altri può trarsi informazione dalla prefazione del Lalande. Cesare Orlandi aveva cominciato a Perugia nel 1769 una Breve storia e descrizione di tutte le città d’Italia, che poi non proseguì.
[209]. Vuol egli scolpare i cicisbei col mostrarli innocenti, e intanto li dipinge peggiori, cioè infemminiti. — Il bel mondo (dic’egli) va in chiesa tra le dieci e le undici del mattino; le gentildonne vi sono accompagnate dai servi e dai cicisbei. Un cicisbeo che conduce la sua dama, deve, sull’entrare nel tempio, precorrerla d’alcuni passi, e sollevar la portiera, intingere il dito nell’acquasanta e porgerla alla signora, che la prende, lo ringrazia con un piccolo inchino, e si segna. Gli scaccini presentano la seggiola alla dama e al suo cicisbeo. Finita la messa, ella porge l’uffizietto al servo o al damo, toglie il ventaglio, s’alza, si segna, fa una riverenza all’altar maggiore, e si avvia preceduta dal cicisbeo, che le offre ancora l’acquasanta, le solleva ancora la cortina, e le dà il braccio per tornar a casa». The Italians, cap. 30.
[210]. Fra altri, il Monti si scaglia contro «la mostruosa farragine di sciocchezze della sua ridicola ambulazione in Italia, compilata nelle sagrestie». Ora di ciascuna città il Lalande porge le notizie statistiche, atmosferiche, astronomiche, le persone illustri, le industrie, il commercio, i pesi e le misure e monete, confrontati con quelli di Francia; ebbe cognizione di tutti i viaggiatori antecedenti; chiese i consigli degli uomini speciali, per esempio per Milano dal Volta, dal Tiraboschi, dal Giulini, dal padre La Grange gesuita matematico, che vi dimorava; per Vicenza dall’Arduini; per Padova dal Toaldo e dal Gennari; per Mantova dal Salandri, dal Betti. Poi fece rivedere tutta l’opera dal famoso astronomo La Condamine, e dal toscano Bencirechi maestro a Parigi.
Dopo ciò se prese granchi, se credette che una palma di rame della biblioteca Ambrosiana fosse vera, usiamogli indulgenza col confrontare gli errori che scappano nelle guide scritte da noi. Al Baretti par lodevole per «franchezza, fedeltà, disinteresse, imparzialità, e tale da non aver paragone». La Descrizione storica e critica dell’Italia, pubblicata in otto volumi a Firenze nel 1782, era poco più che una traduzione del Lalande. Il suo viaggio è del 1765-66; poi con molte aggiunte e correzioni ricomparve a Ginevra nel 1790 in sette volumi: Voyage en Italie, contenant l’histoire et les anecdotes les plus singuliers de l’Italie et sa description, les usages, les gouvernements, le commerce, la littérature, les arts, l’histoire naturelle, et les antiquités. Di questo noi ci valiamo.
[211]. Viaggiò nel 1740; e solo l’anno VII della repubblica si pubblicarono a Parigi le Lettres historiques et critiques sur l’Italie, 6 volumi. S’ha pure il Viaggio del Coyer; e le Lettere scelte d’un viaggiatore filosofo, che sono del Pilati di Tassulo nel Trentino.
[212]. Relazione del Foscarini.
[213]. Rolland, Lettres écrites de Suisse e d’Italie.
[214]. Anche Addison viaggiava l’Italia, e paragonava il Milanese a un giardino: trovava che i signori faceano la scimia dei Francesi, ma con poco garbo: e spesso i giovani, per sembrar assennati, passeggiavano lentamente, e cogli occhiali sul naso. Avverte che il governator del castello era indipendente dal governator della città, come già fra i Persiani antichi. A Verona loda il giardino famoso della Ferrazza, e dice che i Francesi appreser da noi l’arte del far giardini, ma ci superarono. Ride dei miracoli del Santo a Padova, e loda la semplicità disadorna di Santa Giustina: vi trova molti disordini ne’ studenti e pochissima sicurezza per le vie. Con Venezia vacilla tra l’ammirazione mal compressa e la critica beffarda: trova scaduto il commercio, i nobili dediti al farniente; le manifatture stazionarie; pochissimo vi si beve, nè s’incontran ubriachi, che pericolerebbero sui tanti ponti; i nobili tengonsi in grandissimo concetto, perciò non amando viaggiare per non uscir dal proprio regno; son ricchi di sostanze accumulate nel primogenito: le figlie mettonsi ne’ monasteri, dove tengono allegra e mondana società: e una Cornaro non volle mai veder niuno che non fosse almen principe. Ne’ teatri trova cattiva poesia, bella musica: ride degli anacronismi e dei soggetti greci e romani, gorgheggiati da eunuchi. Invidia i poeti italiani, che avendo una lingua diversa dalla prosa, non cadono nel triviale, o non son costretti, per evitarlo, a ricorrer all’arcaismo e alle trasposizioni come Milton.
[215]. Vogliamo aggiungere i mobili intarsiati da Giuseppe Maggiolini di Parabiago, vissuto fin al 1814, i quali erano cercatissimi qui e fuori.
[216]. Il marchese Giuseppe Gorani, nato a Milano il 15 febbrajo 1740, fu legato co’ pensatori di qua; ma più violento di essi, dovette spatriare, e venne cancellato dal ruolo de’ nobili. Nel 1770 scrisse un furioso trattato sul Despotismo. Affigliatosi ai filosofisti e alle società secrete, visitò l’Europa e specialmente l’Italia nel 1779: avvenuta poi la rivoluzione, Bailly lo fece ricever cittadino francese, e caldeggiando i Giacobini, divenne propagatore della rivoluzione: Gorani était mûr pour la révolution française. Dès qu’il connut notre déclaration des droits, il accourut pour nous aider à en faire la conquête: la patrie, reconnaissante des sacrifices qu’il nous a faits, et des services qu’il nous a rendus, l’a reçu citoyen français, avec les hommes les plus célèbres de l’Europe... Il n’as pas cessé de nous rendre, au risque de sa vie, ou du moins de sa liberté, d’importants services, que nous publierons aussitôt que la prudence nous le permettra (Prefazione alle Prédications de Joseph Gorani sur la révolution française 1793). Infatti egli propose di rivelar le colpe de’ governanti, e fatto un nuovo viaggio nel 1790, pubblicò i Mémoires secrets et critiques des cours, des gouvernemens et des mœurs des principaux Etats de l’Italie, opera che levò rumore, e il cui spirito è rivelato dall’epigrafe:
Des tyrans trop longtemps nous fûmes les victimes,
Trop longtemps on a mis un voile sur leurs crimes:
Je vais le déchirer.
Trascura dunque ciò che riguarda antichità e belle arti, lagnandosi anzi che da questa ammirazione non sia risultato alla fine che disprezzo per la nazion nostra; ma vuole denunziare all’opinion pubblica il despotismo sacerdotale, imperiale, reale, aristocratico, ministeriale. Passionato nel vedere, lancia giudizj arrisicati, propone cambiamenti or insani or improvvidi, ammonendo i tiranni a prevenire la giustizia più terribile, che è quella de’ popoli. Intrigò nelle rivoluzioni di Polonia, di Svizzera, di Napoli, di Venezia; ma caduto Robespierre, si ritirò a Ginevra, neppur uscendone quando i Francesi conquistarono la sua patria; e povero e obliato visse colà fin al 12 dicembre 1840.
* È inesatta la biografia datane de Michaud e copiata dai posteriori. David Moriaud avvocato di Ginevra trovò quattro volumi manoscritti delle memorie di esso, da cui Marc Monnier fece un articolo sulla Revue des Deux Mondes dell’ottobre 1874, esponendo le vicende di questo avventuriero, che volle dare a sè un’importanza esagerata, come fanno tutti i pari suoi, e che, dopo aver servito di agente secreto alle Corti e ai nemici delle Corti, essersi insinuato come frammassone nelle società filosofiche e rivoluzionarie, passò la vecchiaja nell’oscurità e nell’oblio, nè lasciò che libri detestabili.
[217]. Tom. II p. 147. Al tempo stesso Voltaire scriveva: — La miglior risposta ai detrattori della santa Sede è la potenza mitigata che i vescovi di Roma esercitano oggi con saviezza, nella lunga possessione, nel sistema d’equilibrio generale che oggi è quel di tutte le Corti. Roma non è più sì potente che basti a far guerra, e dalla sua debolezza viene la sua felicità. È il solo Stato che abbia sempre goduto le dolcezze della pace dal sacco di Carlo V in poi». Dictionnaire philosophique ad Saint Pierre e Cour de Rome.
[218]. «Nel mio ritorno a Salerno ho trovato il principe... che degnossi di prendermi in sua compagnia per far il viaggio della Calabria, dov’egli possiede delle gran terre. La Calabria è impestata di banditi, che sono molto da temersi sì pel loro numero, sì pel loro ardire. S’essi lasciano tranquillamente passare i Calabresi, perchè non portano molto denaro, i forestieri, che sono sospetti d’aver sempre la borsa ben fornita, potrebbero dar loro delle tentazioni più seducenti, se avessero tanta imprudenza da far questo viaggio senz’essere accompagnati da gente armata. Ella è cosa ridicola il volersi, come pretendono alcuni viaggiatori, burlare dei banditi del regno di Napoli; mentre il Governo stesso fa vedere che debbonsi temere. Imperocchè il procaccio, che vien di Roma a Napoli, è per la maggior parte della strada da soldati accompagnato. Il principe aveva a Salerno molti uomini armati, cui egli aveva fatti dalle sue terre spedire, perchè gli venissero incontro. Egli è parte per grandezza, e parte per la sicurezza loro propria, che i gran signori viaggiano in questa maniera nella Calabria. Un tempo essi facevansi da numerose truppe seguire; ma la Corte proibì loro queste compagnie rispettabili, e per lo riposo dello Stato e delle terre donde elleno passavano, troppo pericolose. Il duca di Monteleone, ch’è il più ricco signore del regno, andò, poco prima di noi, nelle sue terre in Calabria con una truppa di gente armata in guisa, che se l’avrebbe presa per un battaglione di soldati; ma mi fu detto che gli fu per far questo necessaria una licenza della Corte. Figuratevi de’ begli uomini grandi e ben fatti, tutti in vesti corte, e ben serrate al corpo, che hanno tutti quattro pistole attaccate alla cintura, ed un bello schioppo in ispalla, i quali vengono a domandarvi gli ordini per la partenza del principe fissata pel giorno dopo. Altri furono mandati avanti per andar a riconoscere il paese, e dare dappertutto gli ordini per ricevere il principe: gli altri, cioè i più belli ed i più bravi, furono scelti per accompagnarci». Lettere scelte d’un viaggiatore filosofo, 1777.
[219]. Prefazione al Teatro del Maffei.
[220]. Oltre la specialità dei lavori d’avorio, a Reggio fiorivano le manifatture della seta. Già nel 1622 Ercole Rondinelli, in una informazione manoscritta, notava come un tempo quantità di drappi di seta e massime velluti si portassero in Germania, in Olanda e altrove, finchè gli abusi introdotti aveano fatto decadere quest’arte, ma quando Cosimo III di Toscana viaggiava per l’alta Italia, fu condotto a casa del signor Orazio Guicciardini per vedere i torcitoj (valichi) di seta mossi a acqua (Pizzicchi, Relazione del viaggio di Cosimo III per l’alta Italia. Firenze 1828), il che ci fa indurre fossero rari: 200 persone vi lavoravano. Avanti la guerra vi si contavano 35 torcitoj, cui s’impiegavano 1260 operaj; e 44 telaj di seta: dopo la guerra non erano che 16 torcitoj e molto meno i telaj: e invano Francesco III ed Ercole III tentarono rimetter l’antico fiore.
L’applicazione delle scienze all’arte già era ben avviata, e nel 1791 cinquantacinque cittadini di Chiavari, atteso «li considerevoli vantaggi che veggonsi ridondare dalle società, sotto diversi nomi stabilite in quasi tutte le città d’Europa, indirizzate a migliorare l’agricoltura, le arti, il commercio, e da quella massimamente da pochi anni erettasi nella capitale di questa Serenissima Repubblica (Genova)» ne istituirono una nella loro città, la quale faceva un’esposizione annuale de’ prodotti dell’industria, cominciando il 2 luglio 1793. Ma Genova ne aveva già fatto una nel 23 giugno 1789. A Parigi la prima si fece il 22 settembre 1798 (1 vendemmiale, anno VII).
[221]. Sulle stregherie e le nate quistioni dicemmo nel tom. X, pag. 357. — Circa il 1745 una fanciulla cremonese emetteva sassi, aghi, vetri, ecc. Il signor Paolo Valcarenghi cercò spiegar questi fatti, e tenner dietro moltissimi scritti, e migliore quel del canonico Cadonici asserendo che filosofavano sopra una baja. Vedi Zaccaria. Si ha a stampa la Difesa di Cecilia Fargò inquisita di fatucchieria a Napoli il 1770, fatta dall’avvocato Giuseppe Raffaele.
[222]. C. G. A. Von Winterfeld, Giovanni Gabrieli e il suo tempo; storia dell’età più florida del canto sacro nel XVI secolo, e del primo svolgersi dell’odierna musica, soprattutto nella scuola veneziana (ted.). Berlino 1834.
[223]. G. R. Carli, Opere, vol. XIV.
[224]. Gasparo di Salò pare insegnasse l’arte de’ violini a Gianmarco da Busseto che fu capo della scuola cremonese, attorno al 1580, e da cui deriva Andrea Amati. Dopo questo cominciò a lavorare Gianpaolo Magini bresciano, che diede al violino la forma qual conservò poi sempre.
[225]. «I preti italiani sanno molto bene che Vienna è un buon paese per loro. Una volta ci venivano a folla. Dicevano la messa, e facevano i r...., cosa che recava loro più entrata che una parrocchia in Italia. Il cardinal Migazzi poco avanti la mia partenza diede a tutti costoro la caccia. Questo mi ha procacciato il mezzo di conoscere con più comodo il famoso abate Metastasio, col quale io non aveva potuto fin allora far conoscenza, perchè l’avevo sempre trovato assediato da una truppa di preti calabresi, napoletani e fiorentini, che facevano in casa sua un tafferuglio del diavolo. Questo gran poeta è la miglior pasta ch’io mi conosca. Non credo che ci sia persona al mondo che possa lamentarsi di lui. Egli è ancora bellissimo, benchè molto avanzato in età. Mi è stato detto che a’ suoi tempi egli era innamoratissimo; ed io lo credo benissimo, perchè non ci fu mai uomo al mondo che abbia così ben conosciuti i differenti caratteri delle passioni com’egli, ed abbiali così bene e naturalmente espressi. Tutti gli altri poeti di tutte le nazioni e di tutti i secoli sono rispetto a lui, in questo punto, un nonnulla. Egli è altresì il poeta il più armonioso e il più naturale di tutti quelli che io ho letto. I poeti francesi non la pensano così. Ma il Metastasio è di continuo cantato da tutte le donne, da tutti gli amanti, e da tutti quelli finalmente che cantano per le strade e ne’ teatri. E cogli altri poeti non si fa così. Ma questo gran poeta è troppo dabbene; e la sua dabbenaggine ha guastato molti Italiani. Tutti i cattivi poeti dell’Italia si sono messi a mandargli le loro composizioni; ed egli per disgrazia si è messo a rispondere a tutti, che le loro poesie erano tutto quello che il genio sapeva produrre di più bello. Sì fatti elogi incoraggiarono un gran numero di matti; e l’Italia insensibilmente venne ad esser ripiena di quanto la pazzia sa produrre di più detestabile». Lettere scelte d’un viaggiatore filosofo.
[226]. Lungo sarebbe nominare tutti gli autori di drammi musicali, come Vincenzo Rota padovano, il Calsabigi, i napoletani Gaetano Andreozzi e Angelo Tarchi vissuto fin al 1814. Nicola Isouard nato a Malta, cresciuto a Firenze, ove fece il Bottajo, Rinaldo d’Este, l’Avviso ai maritati, in Francia scrisse il Medico turco, Bacio e Quitanza, sempre peggiorando di stile perchè ascoltava i consigli dei pretesi maestri e aspirava all’assenso dei giornalisti: fece anche libretti francesi, di cui il più applaudito e forse il peggiore è Cendrillon.
[227]. Il padre Giovenale Sacchi ci lasciò una Vita del Farinelli (Venezia 1784), dove assicura che questo andava dal re a mezzanotte, e vi stava fin verso le quattro, e cantava ogni notte tre o quattro arie, ma quasi sempre le stesse: è infallibilmente una similitudine presa dall’usignuolo. Aggiunge che per opera sua fu sanato il letto del Tago presso la villa d’Aranjuez, introdotta l’Opera italiana a Madrid, e molte macchine al teatro sotto la direzione del bolognese Giacomo Bonavera; grande attenzione poneva al vestire e alla condotta degli attori; e procacciava molti divertimenti e sorprese al re. Un grande gli esibì quattrocentomila piastre se gli facesse ottenere il viceregno del Perù; ed egli rispose che la sola cosa che potesse fargli ottenere, si era un palco nel teatro regio. Un altro gli mandò una cassetta di monete, ed esso la rimandò dicendo non aver bisogno di denaro; quando n’avesse bisogno, sarebbesi confidato nella bontà del re. Invece raccomandando caldamente un signore per un’alta dignità, il re gli disse: — Ma non sai ch’egli è tuo nemico e sparla sempre di te? — Lo so, maestà; ed è questa appunto la vendetta che desidero farne». Il Montemar avea menato d’Italia una caterva di virtuosi, e quando egli cadde di grazia restarono senza pane: ma il Farinelli provvide a tutti, sicchè fu chiamato padre degli Italiani: singolarmente protesse la milanese Teresa Castellini. Il tremuoto di Lisbona gli diede occasione di larghissime beneficenze.
[228]. Vedi le opere del Chiari, massime il Teatro moderno di Calicut. Chi voglia cercar le Memorie di Lorenzo Da Ponte cenedese, poeta da teatro, vedrà come Vienna s’agitasse per quistioni teatrali, per le emulazioni fra lui, il Granera, il Casti poeti, e fra i maestri Salieri, Paisiello, Mozart.
[229]. Calogerà, Opere, L. 407-410; — Chiari, Lettere scelte, II. 147.
[230]. Oltre la citata Vita del Farinelli, vedasi Della natura e perfezione dell’antica musica dei Greci, e dell’utilità che ci potremmo promettere dalla nostra, applicandola all’educazione dei giovani, 1778. Sostiene che il contrappunto fosse ignoto agli antichi, non facendo essi mai uso che d’una voce alla volta.
[231]. Sua moglie Luigia recitò con grande applauso, e fece qualche componimento. Anton Francesco loro figlio seguì la stessa carriera, ma si rovinò con speculazioni prima d’alchimia, poi d’allevar bachi da seta. Col Romagnosi e col Domenico, attori lodati, compose commedie e farse, e diè buoni Pensieri sulla declamazione. Sua moglie Marianna, mal riuscendo sul teatro, fece romanzi de’ più lodati, tradotti in molte lingue, ed or dimentichi come di tutti i romanzi succede. Gli attori italiani a Parigi formavano quasi una famiglia, essendo anche spesso parenti, e viveano ritirati e uniti; i processi verbali sui loro registri han sempre in testa la croce, e cominciano col nome di Dio, della Beata Vergine, di san Francesco di Paola, e delle anime del purgatorio; e nelle spese non manca mai una messa per la buona riuscita delle nuove produzioni.
[232]. Perchè le cose or vanno d’altro piede, sentasi quel ch’ei dice del tempo suo: — Tostochè d’uno si parla, tutti si fanno lecito di esaminarne la vita, di notarne le azioni meno osservabili, d’interpretare le azioni sue. Le cose che lui riguardano, non si considerano quali sono in sè, ma quali ognun le vorrebbe. Se un uomo di lettere vive sequestrato dal comune degli uomini, egli è un selvaggio, un ingrato: se frequenta le numerose adunanze, è un ozioso che il suo credito fonda sui pregiudizj del mondo». Poeta, II. 2.
[233]. Vedi Memorie inutili della vita di C. Gozzi, scritte da lui medesimo e pubblicate per umiltà; Venezia 1797. La causa del Gratarol levò tal rumore, che neppur la rivoluzione fece dimenticarla. Da tutte quelle piazzesche baruffe tra Baretti, Chiari, Goldoni, Gozzi, si può trarre notizie sulla condizione economica de’ letterati d’allora. Due lire o due e mezzo venete compravasi un volume di ducento e più faccie; cinque soldi la gazzetta di Gaspare Gozzi. Un nulla doveansi dunque pagare i manoscritti; le traduzioni, tre o quattro lire al foglio; per sei furono tradotti l’Enciclopedia dello Chambers e il Middleton; Metastasio non ricavò un soldo dalla stampa dei suoi drammi, le cui dieci edizioni fruttarono diecimila luigi all’editore: cencinquanta zecchini fu pagato il Giorno a Parini, non cento luigi le opere di Morgagni. Per un sonetto a Venezia la tassa consueta era mezzo filippo. Carlo Gozzi calcola che, a dodici lire il foglio in-12º, un verso era pagato meno d’un punto da ciabattino.
[234]. Può vedersi Brigantini, Scelta di poemi latini appartenenti a scienze ed arti, di autori della Compagnia di Gesù. 1750.
[235]. Ricusatone altre ricchissime offerte, la cedette poi all’arciduchessa Maria Luigia nel 1816 per centomila lire.
La stamperia ebraica fu stabilita nel XV secolo in quattordici città, di cui dieci sono italiane; vi si fecero ottantotto edizioni, di cui trentacinque senza data. Il Rossi le descrisse tutte negli Annales hebræo-topographici sæculi XV (1795), cominciando da quella fatta a Reggio di Calabria il 1475. Dal 1501 al 40 egli conta ducennovantaquattro edizioni con data, quarantanove senza data, centottantacinque false o incerte. Trattò poi specialmente della tipografia ebraica cremonese, descrivendone quaranta edizioni.
[236]. Lettera del 22 settembre 1729.
[237]. Lettere del 4 luglio 1743 al Gori, e del 13 novembre 1738 al Lami.
[238]. Storia letteraria del 1751, pag. 190.
[239]. Roma 25 settembre 1748.
[240]. Pure anche nel 1806 l’Accademia veneta di belle lettere si unì per comporre al modo stesso un poema sopra Esopo, che fu poi stampato nel 1828 per cura di Emanuele Cicogna, con incisioni.
[241]. Il Goldoni in Siena assistette ad un’Accademia del Perfetti, il quale «cantò per un quarto d’ora delle strofe alla maniera di Pindaro. Nulla di più bello, nulla di più sorprendente. Era un Petrarca, un Milton, un Rousseau; insomma mi compariva Pindaro stesso». Memorie, cap. 48. Ma Carlo Gozzi, nelle Memorie inutili, dice: — Se un pittore volesse rappresentare in un quadro la Temerità o l’Impostura mascherata da poesie, non saprei meglio consigliarlo che a dipingere un improvvisatore di versi con gli occhi spalancati, le braccia all’aria, ed una calca di persone rivolte a quello co’ visi maravigliati e stupidi», p. 23. Eppure conchiude con lodar l’improvvisatore Sibiliato.
Fra gli altri improvvisatori levarono fama Teresa Bandettini (Amarilli Etrusca), Luigia Accarigi, Fortunata Fantastici, il mordace Matteo Berardi, il napoletano Gaspare Molli che improvvisava in latino come il Gagliuffi, Marcantonio Zucchi veronese che tenevasi pari al Perfetti, Luigi Serio napolitano, competitore della Corilla Olimpica, il quale morì combattendo il 1799; Gioachino Salvioni di Massa improvvisava in latino e in italiano, e lasciava dubbio se fosse un genio o un matto. Fra le poetesse ricorderemo Diamanta Faini-Medaglia bresciana, che scrisse pure in francese e latino, e seppe di matematiche: Maria Luigia Cicci studiosa di Dante, pisana; la Bargagli moglie di Gaspare Gozzi; Marianna Santini-Fabri bolognese, tutta morale; Faustina Azzi de’ Forti d’Arezzo; Prudenza Capizucchi-Gabrielli romana; Petronilla Paolini Massimi, de’ Tagliacozzo; la Bergalli, che tradusse le tragedie di Racine e il poema della Du Bocage; Elisabetta Caminer-Turra, che tradusse molti drammi e gli Idillj di Gessner, e faceva un giornale; Matilde Bentivoglio-Calcagnini ferrarese; la contessa Petronilla Sio napoletana; la contessa Pellegra Bongiovanni-Bossetti palermitana, che fece le risposte di madonna Laura al Petrarca. Sono lodate anche nella nostra età Paolina Grismondi-Suardi, detta Lesbia Cidonia, e la contessa Diodata Saluzzo. Silvia Curtoni-Verza di Verona, fra gli arcadi Flaminia Caritea, stese i ritratti d’alcuni suoi amici; Cornelia Gritti veneziana, detta Aurisbe Tarsense, fu amica del Cesarotti. Furono pure lodate Maria Angela Ardinghelli, fisica napoletana; Laura Bassi e la Manzolini che all’Università di Bologna professarono fisica e anatomia, dove poi insegnò greco la Clotilde Tambroni che in quella lingua improvvisava. Un prospetto delle donne illustri d’allora fu stampato dalla marchesa Canonici Facchini.
[242]. Questo poeta fu allora tradotto dal Papi, da Girolamo Martinengo, da Luca Andrea Corner.
[243]. Appena uscita l’edizione frugoniana (che non trovò compratori) e il discorso proemiale del Rezzonico sulla poesia italiana, comparve una Lettera di M. Lodovico Ariosto al pubblicatore delle opere di C. I. Frugoni, data dagli Elisi il 1º aprile 1780, ove si dice che all’anima del Frugoni, riconosciuta scismatica in poesia, era stata assegnata stanza fra i novatori da Radamanto e Minosse; e si svelano grosse pecche dell’editore. Or si sa ch’era opera del padre Ireneo Affò.
[244]. Di Gentil Bernard, poeta non molto conosciuto eppur lodato da Voltaire, ed ancora ristampato, si han molte poesie inedite, fra cui una a madama Du Bocage, poetessa che menò i suoi trionfi anche traverso all’Italia. Egli così canta dell’Algarotti:
J’ai connu ce juge éclairé
Dont tu me retrace l’image.
Ici, sur ce même rivage
Je l’ai vu brillant, adoré
Captiver un sexe volage,
Et, de nos sages admiré,
Enseigner notre aréopage.
C’est lui qui, variant le ton
De sa muse docte ou légère,
Passe du compas de Newton
Au chalumeau d’une bergère;
Lui qui, dans Cythère écouté,
Dicte les lois de l’amour même,
Et décide en juge suprême
Au tribunal de la beautè.
Sa lyre, aux beaux arts consacrée,
Longtemps par ses divins accords
Se fit entendre sur les bords
Et de la Seine et de la Sprée, etc.
[245]. Nelle lettere sull’epigramma descrive piacevolmente una sua visita a Voltaire. Questi, invitato poscia dal Bettinelli a visitarlo a Verona, rispondeva: — Ben vedete che non mi dee garbare il venir in paese, ove alle porte della città sequestrano i libri che un povero viaggiatore ha nella sacca; non posso aver voglia di chiedere a un Domenicano licenza di parlare, di pensare, di leggere; e vi dirò schietto che cotesta vigliacca schiavitù dell’Italia mi fa orrore. Credo la basilica di San Pietro assai bella, ma amo più un buon libro inglese scritto liberamente, che centomila colonne di marmo».
[246]. Sulla poesia scritturale.
[247]. Anche un altro Gesuita fece strillare le nostre mediocrità, lo spagnuolo Arteaga, arguto e pungente autore delle Rivoluzioni del teatro musicale, il quale appose alla lingua nostra d’esser pusillanime, e che nella prosa ci manchi «uno scrittore che riunisca i suffragi della nazione». Egli ripetea che la letteratura non dev’essere «ministra di divertimento e di piacere», ma «strumento di morale e legislazione» (tom. I. pag. 183; tom. III. pag. 95; e altrove).
[248]. Alle sue omelie fece critica sanguinosa il padre Paolo Sopransi carmelitano milanese, la quale attirogli taccia di giansenista, e persecuzioni e confutazioni altrettanto esagerate.
[249]. L’aprile 1856 a Parigi fu messa all’asta una collezione di cinquantotto lavori della Rosalba; e il catalogo è preceduto da una buona notizia.
[250]. Primi membri dell’Ercolanese furono Mazzocchi, Zarillo, Carcani, Galiani, Ronca, Ignara, Paderni, Pianura, Castelli, Aula, Monti, Bajardi, Giordano, Valletta, Pratillo, Cercati, Della Torre, Tanzi; e a spese del re fecero l’edizione di quelle antichità, che davasi in dono. Poi monsignor Marcello Venuti, l’abate Ridolfino suo fratello, il cardinale Quirini, Maffei, Gessner, Anton Francesco Gori, Matteo Egizio, l’abate Martorelli, Giambattista Passeri, il padre De Rossi, il padre Paoli, Cochin disegnatore, Bellicard architetto, W. Hamilton, l’abate Saint-Non e altri illustrarono quelle ed altre antichità.
[251]. La miglior edizione di Celso fu procurata dal veronese Leonardo Targa a Padova nel 1760.
[252]. Voltaire lo lodò più volte, fra le altre con questa strofa più stolida che profana:
C’est à vous d’instruire et de plaire;
Et la grâce de Jésus-Christ
Chez vous brille en plus d’un écrit
Avec les trois grâces d’Homère.
[253]. Gli si attribuisce la lepida opera Della seccatura, discorsi cinque di L. Antisiccio Frisco, dedicati a Nettuno. Venezia 1753. Vi distingue le seccature di epibaterie per ritorno da viaggi, di complimento, di soteria per guarigione, e le epitalamiche e le epicedie, poi le seccature di negozio.
[254]. Famoso fu il Catalogue raisonné della libreria Crevenna, sei volumi in-4º, con lettere inedite e altre leccornie bibliografiche. Era di un negoziante milanese stabilito ad Amsterdam, che avendo poi perduti molti milioni, dovè mettere in vendita quella preziosa raccolta, facendone fare un altro catalogo da Tommaso Ocheda tortonese (-1831), il quale n’era bibliotecario. Oltre gli accennati cataloghi del Mittarelli e del Morelli (pag. 427), vuolsi ricordare Nicolò Francesco Haym romano, che a Londra istituì un teatro d’opera italiana, compose sonate, intagliò nel Tesoro britannico le più belle medaglie e statue esistenti in Inghilterra, poi fece la Notizia de’ libri rari in lingua italiana, 1726, ristampata a Milano il 1771 con moltissime correzioni e aggiunte di Ferdinando Giandonati, poi altre volte con inserirvi opere tutt’altro che rare.
[255]. Alquanto dopo, Pietro Carlo Anastasi romano, divenuto cieco a trentadue anni, studiò la meccanica, fece modelli di fortificazioni, e presentò macchine all’accademia di Parigi.
[256]. Arrivano oggimai a ducenquaranta, e i più sono di persone di cui non si conosce che il nome e l’anno del trapasso, scritti a piede della figura, intera se il lascito passò le centomila lire, mezza se stette fra le cento e le cinquanta; e ogni due anni si espongono in giro al meraviglioso cortile porticato di quello stabilimento, il più grandioso che siasi aperto all’inferma umanità.
[257]. Lanzi si professa ogni tratto obbligato a Marcello Oretti, bolognese, che girò lungamente l’Italia per raccogliere notizie di pittori, e consultar gallerie, sepolcri, iscrizioni, archivj, tradizioni; onde empì cinquantatre volumi, che in parte furono pubblicati, e i più restarono inediti.
[258]. Dizionario delle belle arti. Memorie degli architetti.
[259]. Dice il duomo di Milano cominciato nel 1387; poi che alcuni ne attribuiscono il disegno al Caporali, il quale è dato da lui stesso come maestro dell’Alessi, cioè cinquecentista. In Pellegrino Pellegrini.
[260]. Della maniera di vedere nelle arti del disegno.
[261]. Nel Tolondron (parola che in spagnuolo significa baggeo) dice: — Il bisogno mi fu sempre alle spalle, e scombiccherai sempre a casaccio. È miracolo com’io potessi guadagnarmi pane e formaggio, e di tempo in tempo qualche pezzo di carne cogli indigesti miei lavori. Conscio delle mende, anzi degli strafalcioni majuscoli che buttai giù, vorrei, e pur troppo invano, che ogni pagina mia fosse in fondo al mare».
[262]. Storia letteraria, 1751, pag. 104.
[263]. Visse poi a Parma; da Francesco II ebbe incarico nel 1799 di riordinare l’Università di Pavia; poi, al ristabilirsi dei Gesuiti a Napoli, passato colà (1804) fu fatto conservatore della biblioteca regia.
[264]. Vanno seco Barnaba Vaerini che fece gli Scrittori di Bergamo; Agostini, gli Scrittori veneziani; Fantuzzi, gli Scrittori bolognesi; l’abate Paolo Ginanni, gli Scrittori ravennati, oltre La famiglia Alidosi; Tassi, gli Artisti bergamaschi; Soria, le Memorie degli storici napoletani; Giustiniani, le Memorie degli scrittori legali del regno; Spiriti, Memorie degli scrittori cosentini.
[265]. Archivio storico, vol. V. p. 17.
[266]. Egli scriveva nelle Osservazioni letterarie, tom. IV, art. 2º: — Chi vien di nuovo a comparire sulla scena, par che non creda d’essersi segnalato e distinto abbastanza, quando con qualche tratto diretto o indiretto non ha fatto prova d’attaccarmi e di farmi dispiacere... Ecco ciò che guadagna in Italia chi sacrifica la sua vita e le sue facoltà a coltivar le lettere ed a promoverle, benchè senz’altro immaginabile fine che del diletto proprio e del bene altrui».
[267]. Tali il Giulini per Milano, il Frisi per Monza, il Rossi per la Chiesa aquilejese, Dal Borgo per Pisa, il Tiraboschi per Modena, pei principi estensi e pei frati Umiliati; il Paciaudi per gli Stati parmensi, il Bandini per Firenze, per Verona Giambattista Biancolini sonatore e mercante; per Trento il padre Bonelli; il Baruffaldi per Ferrara, il Pellegrini pei principi longobardi, il padre Agostino dal Pozzo pei sette Comuni; per Asti Serafino Grassi, autore dei Baci, poesie lubriche al modo del Casti, che pareggiava in bruttezza; Lucio Doglioni per Belluno sua patria. A Bassano si compilò un dizionario biografico, fondato su quello di Chaudon, con buone aggiunte.
Giuseppe Antonini per la Lucania, Saverio Roselli per Grumento, Natale Cimaglia per Venosa com’anche Domenico Tata Grimaldi, Annali del regno di Napoli; Antinori, Memorie storiche delle tre provincie degli Abruzzi.
[268]. Fu il Filiasi che indicò al Tiraboschi il viaggio d’Abissinia del padre Lobo, da cui appariva che prima del 1728 i Gesuiti aveano scoperto le sorgenti del Nilo, e che Bruce non avea fatto che copiarlo. Così il Tiraboschi potè sbugiardare il milanese Luigi Bossi che aveva tacciato d’impostura i Gesuiti.
[269]. Esposte le ragioni per cui sarebbe e imparziale e informato, dice al lettore: — Intanto abbiatemi almeno questa gratitudine, che, non ostante gli spinosi negozj famigliari e le obbligazioni d’assistere all’anticamera pontifizia e all’impiego della mia carica (di cavallerizzo), mi sono privato spesse volte del riposo della notte, e altre della ricreazione del giorno per poter scrivere stentatamente e a pezzi, secondo che mi è stato permesso, la presente istoria».
[270]. Ecco il principio: — L’opera che viene alla luce ha per oggetto di comprendere le notizie del granducato non meno che quelle della casa Medici, e perciò il metodo intrapreso è sembrato il più conveniente per riunire in un sol punto di vista ciò che, essendo collocato sparsamente, avrebbe forse interrotto la serie dei fatti... E siccome il pubblico cui non è dato l’accesso dell’archivio (Mediceo) non avrebbe potuto in ogni caso fare il riscontro dei documenti, così l’autore ha creduto superfluo il ricoprire il margine di questo libro con delle inutili indicazioni d’armadj, filze e registri, ma si riserva di pubblicarli autenticamente nel caso che nasca il dubbio della verità dei medesimi».
[271]. Paolo Brazzolo padovano, adoratore d’Omero, ch’egli tradusse undici volte senza mai contentarsi dell’armonia de’ suoi versi a paragone di quei del Meonio, consigliò dapprima il Cesarotti, poi gli si inimicò quando ne vide il sacrilegio della Morte d’Ettore, alfine si scannò con un Omero a lato.
[272]. Carlo Gozzi, Memorie inutili.
[273]. Se fra quel brago è lecito cercar qualche pensiero cadutovi per caso, citeremo questa strofa:
Dall’Istro, dalla Senna, dall’Ibero
Rivali armati in sanguinosa giostra
Scendon d’Italia a contrastar l’impero,
Ond’ella sempre al vincitor si prostra,
Dannata a sofferir giogo straniero.
E se osassero dir, L’Italia è nostra,
I natii naturali abitatori
Riguardati sarien quai traditori.
[274]. Il primo poeta cesareo a Vienna fu Silvio Stampiglia, poi Apostolo Zeno con quattromila fiorini: Metastasio n’ebbe tremila: lui morto, si disputarono quei titolo il cenedese Da Ponte e il Garnera: il Casti l’ebbe da Giuseppe II, con duemila fiorini: gli succedette Clemente Bondi gesuita parmigiano, ito coll’arciduca di Milano a Vienna, e vissutovi sino al 1821; e con lui cessò tale carica.
Sì, questo mostro, questo
È la delizia de’ terrestri numi:
O che razza di tempi e di costumi!
Parini.
[276]. Vedi pure Selectæ patrum Societatis Jesu tragœdiæ. Anversa 1634.
[277]. — Meglio tardi che mai. Trovandomi in età d’anni quarantotto ben sonati, ed avere ben o male da vent’anni esercitata l’arte di poeta lirico e tragico, e non aver pure mai letto nè tragici greci nè Omero nè Pindaro, un nulla insomma, una certa vergogna mi assalì, e nello stesso tempo anche una lodevole curiosità di veder un po’ cosa avevano detto quei padri dell’arte». Vita.
[278]. Oltre il Misogallo, deplora gli Spagnuoli che dai Francesi abbiano imparato a levar le immondezze delle strade, perdendo così l’originalità:
Fatte hai, Madrid, tue vie tersi cristalli
Ma sottentrando a’ sterchi gallici usi,
Vedrai quanto perdesti in barattalli.
[279]. Quod volo, valde volo, diceva il Latino.
[280]. Nel Filippo vi sono due confidenti, e figurano a meraviglia.
[281]. La più spiritosa parodia d’Alfieri è il Socrate tragedia una del napoletano improvvisatore duca Mollo insieme con Gaspare Sauli e Giorgio Viani, dove è un solo personaggio, e il parlare durissimo e stranamente laconico. Raccontano che ad una tragedia dove pochissimi spettatori intervennero, un Fiorentino s’accostò all’Alfieri, e pronunziò: — Oh quanto poca nel teatro gente!».
[282]. Nei Drammi giocosi, unica opera del Casti, che possa esaminarsi letterariamente, v’è una Rosmunda, dove al fatto atroce sono innestate le lepidezze di Bertoldo, Marculfo e Bertoldino; tentativo infelice di connettere l’eroico e il buffo.
[283]. Il Botta finisce la sua Continuazione con una diatriba contro chi mal dice dell’Alfieri, e fra l’altre cose, attribuisce a lui se l’Italia ebbe più «animi forti nella seconda metà del secolo XVIII che nella prima». Le tragedie non si lessero che al fin del secolo, e il Botta non metteva certo fra i forti i repubblicanti, i quali erano tutti della scuola alfieriana. Anzi subito dopo egli vitupera quegli Italiani perchè pensarono a repubblica al modo americano, e sostiene che l’affidar «la tutela della pubblica libertà ad assemblee numerose e pubbliche, sarebbe fonte di estremi e forse eterni mali all’Italia». E segue una tiritera contro questa teriaca delle assemblee, delle annuali chiacchere in bigoncia; e giura «voler morire piuttosto che contribuire a darle al suo paese, e chi ciò procura, è nemico della sua patria».
[284]. V’è notevole, tanto più per quei tempi, il passo seguente: — Una moderna noncuranza d’ogni qualunque religione... fa sì che i nostri santi non vengono considerati e venerati come uomini sommi e sublimi, mentre pure erano tali...; da questa semifilosofia proviene che non si fondano le cose e non si studia nè si conosce appieno l’uomo; da essa proviene che nei bollenti e sublimi Franceschi, Stefani, Ignazj e simili non si ravvisano le anime stesse di quei Fabrizj, Scevoli e Regoli, modificate soltanto da tempi diversi». Lib. III. c. 5.
[285]. La contessa d’Albany, ultima amica di lui, era moglie dell’ultimo degli Stuard pretendente al trono d’Inghilterra; il quale, non che esser codardo come figura nell’Alfieri, seppe esporre coraggiosamente la propria vita in uno sbarco nell’isola. Il pittore francese Fabre (1776-1837), che ereditò la donna e la roba d’Alfieri, fu in Italia côlto dalla rivoluzione; fissatosi a Firenze, divenne professore di quell’accademia, ebbe titoli e onori, e lavorò sempre nello stile di David, per nulla modificato dalla natura e dagli esempj nostrali. La ricca sua collezione di quadri e le carte dell’Alfieri lasciò a Montpellier sua patria.
[286]. Lettere del gennajo 1802. E a vedere come Alfieri si pentisse dell’Etruria vendicata.
[287]. A quelli che volessero ancora avventarcisi come sprezzatori dell’Alfieri raccomanderemo 1º di dirci ingiurie che non sieno quelle già detteci e ridetteci; 2º di mettersi nel punto d’aspetto nostro, non in quello che altri scelga a suo arbitrio, e per quel momento; 3º se anche vogliono star al modo poltrone di opporre autorità ad autorità, valutino i giudizj che ne diedero scrittori nostri rispettabilissimi senza parlare degli stranieri, e sui quali vedasi la nostra Letteratura.
[288]. Questo bel gruppo, non copiato mai, sta nel palazzo Pisan-Vettore di San Paolo a Venezia.
[289]. — Fenomeno singolare! ne’ Santi Apostoli lo scultore Canova ha eretto un mausoleo a papa Ganganelli. Basamento liscio diviso in due scalini; sul primo siede una bella donna, chiamata la Mansuetudine, mansueta quanto l’agnellino che le giace accanto in ritirata. Sul secondo scalino è l’urna, sopra cui dalla parte opposta si appoggia un’altra bella giovine, la Temperanza. Si alza indi sopra un plinto un sedione all’antica, dove sta a sedere, con tutto il suo agio, il papa vestito papalissimamente, e stende orizzontale il braccio destro e la mano in atto d’imporre, di pacificare, di proteggere... L’accordo è grato; la composizione è di quella semplicità, che pare la facilità stessa, ed è la stessa difficoltà. Che riposo! che eleganza! che disposizione! La scultura e l’architettura sì nel tutto che nelle parti è all’antica. Il Canova è un antico; non so se di Atene o di Corinto... In ventisei anni ch’io sono in questa urbe dell’orbe, non ho veduto mai il popolo di Quirino applaudire niun’opera come questa. Gli artisti più intelligenti e galantuomini la giudicano fra tutte le sculture moderne la più vicina all’antica. Fin gli stessi ex-Gesuiti lodano e benedicono papa Ganganelli di marmo. E certamente quel papa sarà più glorioso per questo monumento, che per la coloro soppressione. È opera perfetta, e tale vien dimostrata dalle censure che ne fanno i Michelangioleschi, i Berninisti, i Borroministi, i quali hanno per difetto le più belle bellezze, giungendo fino a dire che i panneggiamenti, le forme, l’espressione sono all’antica. Dio abbia pietà di loro». Lettera 21 aprile 1797.
[290]. Il re di Piemonte non volea concedergli di partire; ma avendogli Lagrangia mostrato la lettera d’invito, ove si dicea «Conviene che il più gran geometra stia presso il più gran re», se n’indispettì e gli disse: — Vada, vada pure presso il più gran re». L’aneddoto è vulgato, pure la lettera di D’Alembert dice solo: Je serais charmé d’avoir fait faire à un grand roi l’acquisition d’un grand homme.
[291]. Il suo collega Bitaubè vi trattò la quistione «perchè la lingua italiana tutte le altre vantaggi, e specialmente la francese nella prerogativa d’esser giunta quasi alla perfezione fin dal nascere?» e dice essergli stata suggerita da Lagrangia, che «possiede l’universalità dell’intelligenza senza mai affettarla».
[292]. Buonaparte, che, avido di tutte le glorie, s’era fatto iscrivere all’Istituto e lo frequentava, aveva in Italia avuto conoscenza della Geometria del compasso, ancora ignorata in Francia; e una volta si prese spasso d’imbarazzare Lagrangia coi curiosi problemi, di cui quel libro dà sagaci e nuove soluzioni.
[293]. Nel 1704 era avvenuta la maggior piena che si ricordasse del lago Maggiore, conseguente a quella del Po, che per altro fu superata da quella del 1839. Nel 1750 il Tevere aveva fatto a Roma la maggior inondazione; ma di sessanta centimetri la sorpassò quella del 31 gennajo 1805.
[294]. Filocopo, VII.
[295]. Saggio di litogonia, pag. 112-25-41-83.
[296]. Giornale d’Italia, 1782.
[297]. Ai lettori che non vogliono la lunga briga di paragonare il sistema del Moro con quel che, novant’anni dopo, pubblicava Elia di Beaumont, basti vederlo esposto in un sonetto del suo contemporaneo e paesano, conte Federico Altan:
Era tutt’acqua sia da borea ad ostro
Che dall’orto all’occaso, allor che il foco,
Il suo sdegnando sotterraneo loco,
Scoppiò terribilmente all’aer nostro;
A scogli scogli, e di più scogli un mostro
Qua e là innalzando con orribil gioco,
Indi ergendo altri monti, ond’è che a poco
A poco nacque il bel terreno chiostro.
E dell’acque in uscir quell’ampie moli
Turba in sè, che ivi ancor si chiude e implica,
Portâr di pesci e d’altro ond’è il mar pieno.
Di là s’avvien che alcun di lor s’involi,
Par che, veloce al pian scendendo, ei dica:
Cerco tornare al mio gran padre in seno.
[298]. Il Galiani beffa la smania allora entrata di tutto spiegare coll’elettricità. Se uno aprendo la tabacchiera starnuta, gli è il fluido elettrico starnutatorio che salta da quella al naso. Se uno paga un debito, è la materia elettrica metallica che dalla sacca del debitore corre in quella del creditore. Se un innamorato bacia la mano alla bella e questa ne gode, gli è il fluido elettrico che dalle midolle di lui passò in quelle di lei, ecc. Spaventosissima descrizione ecc.
[299]. Mezzi singolari adopravano gli antichi per preservarsi dal fulmine. Erodoto (iv. 9) narra che i Traci scoccavano freccie contro il cielo in tempo che lampeggiava; egli dice per minacciarlo, ma alcuno volle sbizzarrire trovandovi un’idea de’ cervi volanti elettrici. Plinio riferisce che gli Etruschi sapevano trar dal cielo il fulmine, che lo dirigevano a lor grado, e lo fecero cadere sopra un mostro chiamato Volta, che devastava i contorni di Volsinio: ma poichè egli non rammemora altri mezzi che sagrifizj e preghiere, non possiamo cavarne istruzione alcuna. Narrò altri d’aver visto una medaglia romana a Giove Elicio (il Dio che trae le folgori), dove esso era rappresentato sopra una nube, mentre un Etrusco lanciava in aria un cervo volante. Duchoul fece incidere una medaglia d’Augusto, ove si vede un tempio di Giunone, col colmo armato d’aste puntute, simili ai nostri parafulmini: ma sono autentiche tali medaglie? e attestano una scienza fulgurale altro che superstiziosa? (V. Laboissière, Acad. du Gard). Plinio stesso dice che gli antichi credevano il fulmine non penetrasse mai sotterra più di cinque piedi; perciò Augusto rintanavasi quando folgorasse: ora il fatto si riconosce falso. Secondo Kämpfer, gl’imperadori del Giappone si riparano dai fulmini in una caverna, sopra la quale tiensi un serbatojo d’acqua che dee spegnere il fuoco della saetta: ma si sa che la saetta uccide anche sott’acqua. Tiberio mettevasi all’uopo una corona d’alloro, perchè il fulmine rispetta questa pianta: asserzione poetica, smentita dal fatto.
[300]. Nel Systema medico-mecanichum et nova tumorum methodus (Parma 1791) spiega tutto a figure matematiche; e per esempio, l’infiammazione dipendere dal trovarsi i globuli del sangue ritenuti nelle estremità sottili del cono che rappresenta il tubo arteriale, onde lasciano sfuggire la materia ignea combinata con essi.
[301]. Palermo, 1726. Poichè non abbiamo taciute altre delle bizzarrie scientifiche onde si trastullarono od occuparono i padri nostri, diremo come nel collegio de’ Cinesi a Napoli stette il medico Hivi-Kiù, famosissimo conoscitore di polsi, che da questi indovinava le malattie passate e future. Il valente medico Cirillo, che fu poi vittima delle riazioni politiche nel 1799, dicono il visitasse sovente, meravigliato delle diagnosi di esso.
[302]. Raccolta d’opuscoli scientifici e letterarj. Ferrara 1779, tom. III.
[303]. Petronio Caldani suo fratello (-1808) da D’Alembert è chiamato il primo geometra ed algebrista d’Italia. Floriano Caldani nipote, e successore di Leopoldo nella cattedra d’anatomia, lasciò Istituzioni anatomiche, e varie operette; e fu buon filologo. Morì sessagenario a Padova nel 1837.
[304]. Aurelio Bertola, Filosofia della storia. Vedi pag. 548.
[305]. Il Gianni, gran liberale, senza riprovazione scriveva: — Potrebbe dirsi che le amministrazioni pubbliche in Toscana son nulle, ma che una sola meglio intesa sotto questo nome si può indicare, cioè l’amministrazione del Governo, che, secondo la nostra costituzione, tutto abbraccia, di tutto può disporre, e così tutto chiedere, tutto prendere, e poi tutto a suo talento distribuire». Discorso sul lavoro dei popoli.
[306]. Lo attesta il suo recente caldissimo panegirista Zobi, Storia di Toscana, vol. II. p. 357; e conchiude (pag. 510) che i Toscani, «tranne pochissimi, lo videro partire con indifferenza, ed alcuni con interno giubilo».
[307]. Zobi, vol. II. p. 561.
[308]. Dispacci 17, 21, 24 giugno 1790, riferiti dallo Zobi. Egli stesso, al vol. III. p. 25, dice che Leopoldo «concertò col suo figlio granduca il sacrifizio del suo illustre amico (il Ricci) omai fuor d’opera», e che «corse voce che l’imperatore, mediante stratagemma, levasse al Ricci delle carte, quali rimaste in sue mani avrebbero potuto servirgli di rinfaccio. Se ciò è vero, come abbiam motivo di credere che sia, dobbiamo malgrado nostro convenire, avere anche troppo imparata la triste scienza sbirresca dall’infame favorito Chelotti». Eppure egli si lagna ch’io sia stato rigoroso col suo Solone. Il dissenso è carattere di libertà; ma la parola piaggiare è codarda, e troppo agevole il rimbalzarla ai panegiristi di principi.
[309]. Lettera del 1º agosto 1799. Lo Zobi la intitola Lettera estorta (app. al vol. III. p. 188). Ma qual ragione di supporre una viltà nel Ricci? Libero di sè, più ampia ritrattazione fece il 1804 in occasione che Pio VII passò per Firenze, il quale disse in concistoro questa essere stata la maggior consolazione del suo viaggio in Francia. Il Ricci visse fino al 27 gennajo 1810.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.