AGGIUNTE E CORREZIONI

Vol. I, pag. 190, linea 28, aggiungi in nota:

Nel Congresso internazionale geografico del 1875 a Parigi si disputò sopra i Galli, invasori dell’Italia nel V e IV secolo a. C., se provenissero dalla valle del Danubio, o dal centro della Gallia, e si conchiuse per quest’ultima opinione.

Pag. 433, aggiungi in nota:

Nuova luce alla storia civile di Roma hanno recato le scoperte recenti di iscrizioni, di monete, principalmente di tavole, fra cui preziosi i bronzi di Ossuna in Spagna, che fecero comprendere necessario uno studio nuovo e profondo del governo municipale di Roma. Sigonio, Paolo Manuzio, Rosino (De Roszfeld) ne avean dato molte nozioni; poi Everardo Otton si giovò dei lavori di Grutero, Grevio, Gronovio per trattare delle colonie e dei municipj, ma non conobbe la tavola d’Eraclea, trovata solo nel 1732, nè la legge per la Gallia Cisalpina trovata nel 1760, nè se ne giovarono Bimard, Goez, Beaufort. Bensì ne profittò il Mazocchi (1755), sospettando che la tavola d’Eraclea fosse un frammento di legge municipale che attribuiva a Giulio Cesare, ma passò inavvertito, come avviene delle cose italiane, a segno che mezzo secolo dopo il Savigny ritentò gli stessi problemi. Nè lo conobbe Roth (De re municipali Romanorum, 1801) che vi cercò piuttosto il lato politico che le particolarità archeologiche, nè sospettò che la tavola d’Eraclea fosse identica colla legge municipale di G. Cesare, come poi dimostrò Savigny, e della quale non ancora s’è scoperta la totalità.

Sotto nuovo aspetto presentò le colonie e i municipj Niebuhr, e diede la volontà di innovare, per quanto egli sia criticato dal Madvig, colla fredda applicazione dei testi, e dell’epigrafia. Mommsen avanzò l’opera, che ajutata dalle tavole di Malaga e Salpensa e da queste di Ossuna, ci darà la vera condizione del municipio dell’antica Italia, le cui istituzioni ebbero carattere municipale fin sotto l’Impero.

Le cinque tavole di bronzo di Ossuna, cui appena testè se ne aggiunsero altre, portano lo statuto comunale di Giulia Genetiva, fondata da Giulio Cesare nel 710 U. c., 44 a. C. Rivelano esse nelle massime particolarità la costituzione di una colonia, coi magistrati e ufficiali, i littori e uscieri assegnati a ciascuno, e i distintivi: poi il servizio militare, gli stipendj, l’erogazione delle multe, il culto, l’edilizia, le sepolture.

Vedansi Willems, Droit publique romain, 1872.

Camillo Re, Le tavole di Ossuna, Roma 1874.

Ch. Giraud, Bronzes d’Ossuna, 1874. Enchiridion juris romani, 1875.

I lavori dell’Istituto di Francia nel 1874 e nel 1876, pag. 800, poi nel 1877.

Ernesto Desjardins fece uno studio sul Paese gallico e la patria romana, mostrando che non è vero che le provincie fossero assimilate alla metropoli. Roma non pensò distruggere i paesi che assoggettava, ma trasformare il senso della parola patria.

Il senato che organizzava le conquiste, proponevasi di distruggere le antecedenti confederazioni e sostituirvi la città; ruinare la patria nazionale e far prosperare la patria municipale: stabilendo un’autonomia municipale, garantita dalla protezione di Roma, e colla lusinga d’entrare nella cittadinanza romana. A ciò non richiedeasi violenza, ma guadagnare gli spiriti, troppo inclini alla discordia, alle invidie, alla guerra fraterna. Per quelle gelosie, Cesare potè sempre aver alleato qualche popolo gallo contro gli altri.

Vol. II, pag. 322, lin. 12:

territoristi, leggi terroristi.

Vol. III, pag. 33, lin. 5, aggiungi:

In effetto non definisce nè il bene nè il male, nè la legge: per criterio della morale non porge che una natura vaga, ragionevole; non nomina Dio, non l’anima o l’immortalità, non il libero arbitrio: della scienza stessa non tiene conto se non in quanto è pratica; vede unicamente la repubblica, l’onestà politica; l’amor di patria pone al di sopra dell’amor di famiglia. In somma la sua è quella che or dicesi morale indipendente; alla ricerca di questa sono diretti i primi cinque capitoli, e sempre non fa che dimostrare la virtù esser utile[221].

Vol. III, pag. 211, lin. 13:

Bedriaco, leggi Bebriaco.

Vol. IV, pag. 801, lin. 10:

Papiriano, leggi Papirio.

Pag. 271, aggiungi:

Sulle catacombe lavorarono inoltre Desbassyns de Richemont, Kraus, Northcote, Brownlow, riassunti da Doen Guéranger: e compendiati da Enrico de l’Epinois, Les catacombes de Rome, e W. H. Withrow, The Catacombs of Rome and their testimony relative to primitive Christianity. Londra 1876.

Vol. V, pag. 52, alla fine del capitolo aggiungi:

Una lettera secreta di Sidonio Apollinare ad Agricola ci dà molte particolarità intorno a Teodorico e alle sue abitudini. Levavasi per tempo; adunati i sacerdoti, «li venerava con gran raccoglimento», mentosto per devozione che per costume inveterato. Passava allora all’udienza, sedendo sul trono con a fianco gli armigeri, mentre soldati goti stavano fuori, pronti ad accorrere al bisogno, in qualche distanza per non recare disturbo. A chi veniva, Teodorico rispondeva breve: e dopo due ore levavasi e andava a visitare i tesori e le scuderie. Sedeva poi a pranzo, da solo ne’ giorni ordinarj, nei festivi a sontuoso banchetto, ove le tavole erano coperte di tappeti di Babilonia e vasi cesellati; l’eleganza greca, la copia francica, la prestezza italica, la pompa pubblica, la diligenza privata, il cerimoniale regio risplendevano a gara, mentre i convitati per riverenza parlavano poco: vivande buone ma non costose: impossibile l’inebbriarsi, anzi si lamentava lo scarso bere. Sopradesinare, di rado egli dormiva, e più spesso si poneva a giocare, e posta da banda la gravità reale, invitava alla libertà, agli scherzi, alla familiarità, solo temendo di esser temuto. E come in battaglia, così al giuoco sapea vincere senza imbaldanzirne, e godendo e adirandosi secondo la sorte dei dadi, e spesso filosofando. Il miglior momento di domandargli una grazia era quando il compagno perdesse.

Sull’ora nona le guardie faceano largo, e il re tornava ad occuparsi degli affari di Stato, la turba dei litiganti susurrava fino a sera, quando Teodorico si levava per la cena. Durante questa, usciva in motti piacevoli, sempre tali però da non offendere i convitati.

Terminata la cena, le guardie palatine disponevano per le scolte notturne; gli armigeri metteansi a guardia delle porte del palazzo: e il re vegliava sino a mezzanotte, piacendosi di suoni e canti.

Vol. V, pag. 489, lin. penultima:

Vedasi Domenico Forges Davanzati (Napoli 1791), Della seconda moglie di Manfredi.

Dappoi ne discorsero il De Cesare in una dissertazione apposita, e quelli tutti che ragionarono de’ vespri siciliani.

Vol. VI, pag. 15, lin. penultima, aggiungi:

Ugo vescovo di Parma, nel 1029, ebbe da Corrado il contado della città e del territorio, e in segno della autorità spirituale e temporale ufficiando teneva la mitra al corno destro dell’altare, al sinistro la spada sguainala.

Pag. 72, lin. 7:

Parma, dopo la vittoria su Federico II: Hostis turbetur quia Parmam Virgo tuetur.

Pag. 113, alla nota aggiungi:

Questo poema, sì caro agli umanisti tedeschi, vollero alcuni crederlo finto nel XVI secolo. Ma le recenti disquisizioni del Pannenborg (Forschungen zur deutschen Geschichte, tom. XI, pag. 163 e segg.), e del Paris (Compte rendu des Séances de l’Acad. des Inscriptions, gennajo 1871) accertano che è opera contemporanea, non di Guntero nè d’un pavese imperialista, ma d’un tedesco, addottrinato nell’Università di Parigi, e che verseggiò dietro al racconto di Ottone di Frisinga.

Vol. VI, pag. 501:

Carlo convocò in Napoli due sindaci di ciascuna città, ecc.

Questa asserzione, accettata dal maggior numero di storici, è confutata vittoriosamente dal signor Del Giudice, Il giudizio e la condanna di Corradino, Napoli 1876. Giudici e baroni furono convocati solo per assistere al supplizio.

Pag. 532, alla nota 16 aggiungi:

Il granoturco, in haitiano chiamasi mahis.

Il primo botanico che lo descriva come conosciuto in Europa è Gerolamo Bock, De stirpium Germaniæ nomenclaturis, 1552, Argents: nel 1571 non era ancora coltivato in Ispagna, del che si duole Hernandez, Theatr. mexicanum, pag. 242..

La nota carta d’incisa, pubblicata primamente dal Giuseffantonio Molinari nella Storia d’Incisa, 1810, e accettata dal Michaud e dalla più parte; il De-Candolle sostenne si trattava non del granturco ma del sorgo. Ora poi nella Revue des Exceptions historiques, anno XI, gennaio 1877, pag. 160, Comte Riant dimostra, ciò che altri già avevano dubitato, che quella carta è affatto falsa.

Vol. VII, pag. 34, alla nota 3 si aggiunga:

Sulle origini di Firenze e sui narratori di quelle, non abbastanza lavorarono i nostri, e ancora meno Gino Capponi. Furono gli stranieri che primi repudiarono Ricordano Malespini, Dino Compagni, il Chronicon, Brunetto Latini.

Ultimamente G. Hartwig pubblicò Quellen und Forschungen zur ältesten Geschichte der Stadt Florenz, stampando le Gesta Florentinorum del Senzanome, che come testimonio oculare descrive le lotte dei Comuni contro i castelli e le città, convinse che i primi narratori ebbero alla mano ben pochi documenti, ma si valsero di leggende divulgate, e conclude che Firenze fu fondata dal Romani due secoli a. C., non fu distrutta da Totila, nè rifabbricata da Carlomagno: nel medioevo era di pianta quale al tempo romano: la cerchia antica fu distrutta probabilmente al tempo delle Ordinanze di Giustizia; Fiesole fu distrutta, non nel 1010, ma nel 1125; Firenze ebbe poca importanza nel secolo XI, e nel suo mezzo aveva terreni coltivati. Poi divenne centro del movimento antimperiale in Toscana e alleato principale del papato.

Vol. VII, pag. 265, alla nota aggiungi:

Quali il De Giovanni, Ant. Cappelli, Renzi, Robieri.

Nell’ultima edizione del 1876, grandemente ampliata, l’Amari conchiude ancora che, «cimentato quel gran nome con le forze che ha oggi l’istoria, sen dileguano i vanti della prima congiura; gli resta soltanto la destrezza dei maneggi di Stato, e la infamia del tradimento contro la Sicilia».

Pag. 518, lin. 5:

Francesco Sacchetti, leggi Franco Sacchetti.

Vol. IX, pag. 263.

Uberto Foglietta: poni in nota:

Il sig. Neri nel Giornale Ligustico del novembre e dicembre 1876 pose una estesa memoria sul Foglietta, giudicandolo rigorosamente quanto al concetto politico di irragionevole democrazia, e lodandone molto lo stile, sì del testo latino, sì della traduzione fattane dal Serdonato. Lo rimprovera della sua malevolenza verso gli altri storici, massime il Giustiniani che lo precedette, e il Bizaro che ad Anversa pubblicò contemporaneamente la sua storia (1579).

Vol. X, pag. 476, lin. 12, aggiungi:

Il duca d’Alba nel 1556 assale Veroli, risoluto a distruggerla, e il cavallo gli cade e nega procedere più in là del luogo ove fu trovato il corpo di S. Salome.

Vol. XI, pag. 392, lin. 4, aggiungi:

In mezzo alle sue melanconie talvolta era vivo, chiassoso; ai carnevali di Ferrara danzava, donneava, strabeveva: amava i cibi squisiti e lo zucchero più fino.

Pag. 397, lin. 15, aggiungi:

Il Tasso in prigione era trattato decentemente, poteva passeggiare, ricevea visite di personaggi, fra cui il duca di Mantova: denaro dal duca di Guastalla: doni di libri e manoscritti, come le edizioni di Aldo; leggeva la Somma di san Tommaso e le Storie del Bembo; l’incisore Francesco Terzi lo consultava sui suoi lavori: Giulio Segni gli dedicava i suoi versi: il padre Angelo Grillo veniva a tenergli compagnia; colà stesso voleva esser vestito de’ più bei velluti di Genova e con berretti ricamati.

Vol. XI, pag. 446, alla nota 13 aggiungi:

La regina Cristina ebbe carissimo il cardinale Azzolino di Fermo, che chiamava «il massimo, non meno di tutti i cardinali che di tutti gli uomini», e lo reputava inferiore soltanto all’Oxenstiern.

Pag. 500 in fine:

Pier Giovanni Capriata. I 3 volumi della sua Storia d’Italia pubblicaronsi a Genova il 1638, 1649, 1663, il terzo postumo.

Favorevole agli Spagnuoli, contrario al duca di Savoja Carlo Emanuele, tacciandolo non solo di astuzia e falsa politica, ma di viltà.

Eppure trescò nella sozza congiura del Vachero: la Signoria veneta cercò farlo ammazzare per averne palesato la vergognosa rotta a Valleggio; la Corte romana mosse doglianze dell’averlo lasciato stampare.

Pag. 501:

In un articolo del Giornale Ligustico, 1877 genn. febbr., mi si avverte che il Casoni avea compito anche la seconda sua storia.

Pag. 503, lin. 24, aggiungi:

Pratillo e Tafuri sono cattivissimi inventori di baje, invan difese avvocatescamente dal De Meo, del quale deturparono gli Annali di Napoli dall’800 fino ai Normanni.

Vol. XII, pag. 297, lin. 10, aggiungi:

Carlo Amoretti d’Oneglia, poligrafo e naturalista, uscito di frate, fu professore a Parma, ove era accusato di spargere dottrine empie e dubbj sulla integrità della B. Vergine. Fu secretario della Società Patriotica a Milano, dottore della biblioteca Ambrosiana e membro dell’Istituto (1740-1816).

Vol. XII, pag. 499, lin. 1:

Zanetti, leggi Zanotti.

Vol. XIII, pag. 535:

Ai viaggiatori vanno aggiunti il Flores, che studiò la mineralogia del Messico; come De Angelis e De Scalzi nel Buenos Ayres: Lavarello scoprì gli affluenti del Parana nella repubblica Argentina.

Pag. 572, lin. 28, aggiungi:

Carlo Barabini rese accessibili le vie di Genova, fece il passeggio dell’Acquasola e il teatro Carlo Felice.

Vol. XV, pag. 5, lin. 27:

Effuschke, leggi E. Husche.

Pag. 12, lin. 4, aggiungi:

Dopo le Tavole Eugubine viene il cippo quadrangolare, scoperto presso Perugia il 1822, etrusco con 656 caratteri, attorno al quale lavorarono il Vermiglioli, il Maggi, l’Orioli, il Canepari ed altri, costretti a confessare di non accertarne il contenuto.

Pag. 15, lin. 5, aggiungi:

Il Tarquinj aieanatus feci levigabat pulcre Phebe: lo Janelli supremus director et custos annonæ.

Pag. 18, lin. 10, aggiungi:

Nel procedere del suo glossario trovò moltissime parole inesplicabili, come ansif, apohtre, arsmatiam, avieholeirs, abetrafe, efurfatu, esariaf, eclacrus, che pur ricorre almen venti volte: oltre le molte dubbie.

Pag. 26, lin. 26, aggiungi:

Die nordetruskischen Alphabete aus Inschriften und Münzen; nei Mittheilungen della Società antiquaria di Zurigo.

Wilhelm Corssen, De Volscorum lingua. Norimberga 1858.

Vol. XV, pag. 40, lin. 16:

Statetio, leggi Statebio.

Pag. 62, alla nota aggiungi:

Sarebbe importante colmar la lacuna che vi è fra il Dizionario del Forcellini e quello del Du Cange. L’uno dà il latino classico, l’altro il latino barbaro. Ma realmente nei tempi di decadenza, nel IV, V e VI secolo si usavano molte voci che il Du Cange non pone che coll’autorità del IX o X. Resta ancora a compire il lessico di quei secoli, e un buon principio vi diede il signor Quicherat (Addenda lexicis latinis, investigavit, collegit, digessit L. Quicherat. Parigi 1862), aggiungendo al Forcellini circa 7000 articoli, tolti da autori della decadenza.

Ciò toglierebbe la soluzione di continuità.

Pag. 106, lin. 10:

Mezzolombardo, leggi Mezzolambro.