Capitolo III. Eredità morbosa.

Nè a completare il quadro patologico di Manzoni manca l'influenza ereditaria.

L'eredità pazzesca e geniale in Manzoni è veramente molteplice, specie dalla parte della madre. Già Cesare Beccarla, da cui discende Giulia, la madre del Manzoni, apparteneva a una famiglia nobiliare dove molti erano i pazzi, da una famiglia di cui diceva Verri: "non conoscere nè passato nè futuro, e operare quasi per istinto sulle sensazioni del momento attuale, e padre e madre mostrarsi tanto deboli e inconsequenti quanto i loro figli. Il padre, anzi, avendo per sè la borsa e le leggi, ha operato sì che nessuno dei figli ha alcun riguardo per lui, sino a non lasciargli una porzione di piatto a tavola." Quanto a lui Beccaria, era abulico, molti giorni restava inerte senza pensare, senza leggere, stanco, annojato, fin le lettere intime faceva scrivere dagli amici. Lasciò incomplete quasi tutte le sue opere, a 32 anni abbandonò ogni studio, come più tardi Manzoni che in 88 anni di vita non ne occupò che 35 come scrittore; fu dimostrato che aveva allucinazioni, e idee megalomaniache persecutive, e strane fobie; tremava, anche giunto in età matura, per paura dei folletti e delle streghe; dormiva in un'amaca appesa al soffitto per sottrarsi agli spiriti. Avea paura del bujo, dei birri del S. Uffizio, egli che con audacia sì grande avea proclamati nuovi veri; e dopo aver combattuto la tortura nei libri, ad un primo sospetto di furto la fece applicare ad un suo servitore; risoltosi dopo molta esitanza ad andar a Parigi, dopo 30 miglia vuol ritornare a casa; — giustamente nota Villari in proposito "tal timidezza in un uomo così ardito nell'idea essere assai strana". — S'aggiunga: che egli, grande filantropo nei libri, è senza cuore col padre, col fratello, coi figli, coi poveri, cogli amici, e colla stessa moglie di cui era gelosissimo e che pure, pochi mesi dopo morta, sostituì;[26] proclive ai più strani paradossi, scrive, per esempio, che egli dà dei consigli per riescire, scrivendo, saggiamente pazzo.

Manzoni. — È curioso qui[27] e colpì Graf, come Cantù, come Bellezza, la strana somiglianza tra il Beccaria e il Manzoni; ambidue appassionati del nuovo, ammirarono da giovani gli enciclopedisti, ambedue dopo aver amata pazzamente la moglie, passano rapidamente alle seconde nozze, e ambidue abbandonano l'amico più intimo senza una causa chiara; ambidue combattono il classicismo nello stile; e l'uno da scienziato divien letterato, l'altro da letterato diviene scienziato. Ambidue lasciano incomplete quasi tutte le opere; a mezzo il cammin della vita, ed anzi prima abbandonano ogni studio; ed ambidue mostrano molto scarsa affettività, mancanza di senso comune, di volontà e quindi incapacità di amministrare, e lentezza nell'elaborare; e in tutti e due predominò la paura senza causa, e la timidezza nella vita pratica, in contrasto all'audacia del pensiero e all'amore del paradosso.

Strano effetto dell'eredità e anche insieme dell'analogia nelle condizioni della vita.

Giulia. — Quanto alla madre di Manzoni, Giulia Beccaria, già accennava Foscolo nelle sue lettere esser essa considerata pazza da molti degli amici di casa; certo nata da madre corrottissima, calunniatrice del fratello e bisbetica[28], Giulia sposata, pare contro sua inclinazione, giovane, a un marito frigido e vecchio, se ne stancava subito, né lo rivide nemmeno al momento della morte; si innamorava dell'Imbonati che accompagnò a Parigi e da cui ebbe poi una pingue eredità; pure a lui ancor vivente diede per successore o meglio per associato il Fauriel, che ella soleva chiamare Divino; poco curante, nei giovanissimi anni, del figlio lo abbandonò prima in mani mercenarie; e poi per nove anni in pessimi collegi: univa alla scorrettezza dei costumi il bigottismo, specialmente per una certa Madonna di S. Carlo, di cui, sul serio, credeva aver sperimentata la protezione; aveva morbose paure di mali e pericoli immaginari; per tema di ammalarsi lontana da un medico non istava a Brusuglio, e conservò nella vecchiaia le vesti e le mode della gioventù. Orgogliosa del nome paterno, sottaceva il cognome coniugale e lo dissimulò fino nell'epitaffio; ove volle si incidesse: "A Giulia Beccaria — figlia di Cesare — madre di Alessandro Manzoni"; fino nel testamento (sì poco era previdente) fece legati che assorbivano tutti i suoi beni.

Questi sono caratteri, nota giustamente il Cappelli (o. c.), più comuni agli alienati che ai sani.

Da questi fatti notori, dal testamento rogato in suo favore da Carlo Imbonati, e dalla coincidenza dell'amicizia intimissima sua con la gravidanza del figlio, dalla somiglianza poi della fisionomia dell'Imbonati (Petrocchi o. c.) e di molti Carcano (imparentati cogli Imbonati) col Manzoni stesso, dall'ammirazione eccessiva che essa seppe destare per lui nel suggestionabile figliuolo e dal ribrezzo suscitato in questi, più tardi, quando seppe completo il vero, sicchè distrusse il monumento erettogli in Brusuglio, mandò alla fossa comune le sue ossa prima preziosamente raccoltevi; e più tardi ne distrusse e sperperò fino i libri tutti, fin le lettere (Petrocchi) e tentò far scomparire fin la celebre epistola a lui dedicata, si hanno indizi non lievi a sospettar vera la voce pubblica, secondo cui non dal marito legittimo, ma dall'Imbonati sarebbe nato il grande poeta.

E giova notare: che in questo caso si avrebbe una doppia eredità intellettuale e morale, poichè da uno studio del Buzzetti (I conti Imbonati, Como 1898) si viene a sapere come il nonno di questo suo probabile padre fosse Giuseppe Imbonati, geniale poeta, fondatore di un'accademia letteraria celebre in Milano; il quale, a sua volta, sarebbe stato (come appunto Manzoni) figlio naturale di un Carlo Antonio, ricco banchiere di grandissimo ingegno; sicchè da costui si inizierebbe pel Manzoni l'eredità atavica-geniale... ed erotica (Vedi albero genealogico, 79ª pagina). Quanto al Carlo, il suo presunto padre, secondo alcuni era buon poeta e forte pensatore, e degno allievo di Parini; secondo altri non aveva il genio nè il cuore del padre, faceva pessimi versi e, quel che è peggio, giocava d'azzardo e un giorno arrischiovvi tutta la sua tenuta di Cavallasca; impulsivo, gettò, fra gli insulti più ignobili, un grappolo d'uva in faccia al Baretti.

Ma l'eredità poetica di Manzoni si spiegherebbe meglio, dati questi fatti, con un'altra radice, avendo il presunto suo nonno Giuseppe Imbonati sposato una Francesca Bicetti, celebre poetessa dei suoi tempi, sorella ad un Bicetti dei Buttinoni, notissimo per poemi e per opere mediche, e per avere primo fra noi introdotto la cura del vaiuolo cogl'innesti.

La eredità poetica mista ad una pazzesca, in linea non diretta ma parallela, si trasfonde ancora in un altro ramo, perchè una sorella Marianna del Conte Carlo Imbonati, si sposò ad un Francesco Carcano, bizzarro nobile milanese, messo in canzone come fanatico per le muse dal Goldoni; da cui nacquero Giuseppe Carcano, che pure bizzarro sciupò un patrimonio ad erigere un teatro, e Vincenzo padre all'illustre poeta Giulio. Notisi che in molti altri affini ai Carcano, ch'io conobbi, si son notate spesso genialità insieme e bizzarrie e quelle fobie del dubbio, così spiccate in Manzoni: una, per esempio, di cui ebbi speciale conoscenza, rupofoba all'estremo grado, si bagnava cento volte al giorno; un'altra vedeva veleno dappertutto; un terzo, amico mio, coltissimo del resto, non può accostarsi alle vetrine per paura di romperle ed ha la singolarissima fobia d'esitare a ricevere il denaro dovutogli.

Queste singolari fobie che arieggiano tanto a quelle del Manzoni, e la grande somiglianza nella fisonomia dei Carcano al Manzoni, confermerebbero, parmi assai bene, sebben indirettamente, la ipotesi della consanguineità degl'Imbonati col grande poeta.