Capitolo III. Genialità.
Genialità. — Eppure la pazzia non escludeva in lui una straordinaria genialità nei rami più svariati dello scibile; così egli scoperse la misura delle curve e delle superficie irregolari, e sospettò l'influenza degl'infusorì nelle malattie. Prevenne i moderni liberali nel definire il governo una cospirazione di pochi tiranni allo scopo di opprimere i paurosi, gl'innocui e i deboli.
Egli giustificò la possibilità dei fenomeni medianici, che anche nella nostra epoca trovano tanti increduli, coll'asserto che potrebbe ora disperdersi che il non conoscere le cause dei fenomeni naturali non è una ragione per negarli.
Creò il piroforo e intravide l'ossigeno come causa della combustione.
Precedette il nostro De Sanctis nello studio scientifico dei Sogni.
Egli pel primo in medicina osò abbattere il Galenismo, onorare e criticare Ippocrate; in teologia meritò da Scaligero il titolo di empio: egli che, mentre adottava tante idee magiche, fu pure però il precursore di Wiero, di Bayle, di Muraton e di Zimmermann nel credere allucinati gli ossessi e le streghe, e pare anche i santi. Infatti, dopo avere esposte alcune illusioni che sofferse Andrea Osiander durante una quartana, aggiunge: "Similia haec prorsus existimo his qua videbantur eremum incolentibus magna ex parte; solitudo ipsa, mensque aegra laboribus ac jejuniis, tum temperatura mutata quod umor poterai in illos melancholicus representabat."
Ed è per questo appunto che molti dei suoi strampalati asserti non sono errori di logica, ma sintomi di pazzia.
Tutte le nazioni, fin quelle che non seppero crearsi Enti o Elisi, credettero alle rivelazioni dei sogni. Iamblico, Sinesio, Artemidoro, scrissero libri analoghi e confratelli di questo; p. e., l'ultimo asserisce che sognare d'essere tosato è buon segno, perchè Charites è parente di Carine, allegrezza; facendo così bisticciare la natura in greco ed egizio, come il nostro in latino e in italiano. Il selvaggio, non potendo con i propri sensi nè con le sensazioni abituali spiegarsi i fenomeni naturali e quelli dell'anima umana, li attribuisce ad enti esteriori, a Genj; darà un Dio alla pioggia, allo starnuto, come al fascino delle grazie, e alle strette della paura, modellando alla meglio nella sua meschina relatività le nuove sulle vecchie impressioni; ei commette così un errore simile a quello del dotto che crea l'archeo, il fluido nerveo e la forza vitale.
Ma quando un uomo studia sè stesso in epoca in cui la credenza ai Geni è scomparsa, non solo attribuisce ad un Genio quell'eretismo nervoso che gli precipita il formarsi de' suoi concetti, ma perfino il muoversi del letto, lo scrosciare del tavolo, il tremolìo della penna, non può essere che un allucinato.
Ed una prova egli stesso singolarissima ne fornisce nel libro De Varietate, scrivendo, certo in un momento lucido: "Ego certe nullum demonem aut Genium habeo, sed mihi pro bono Genio data ratio", pochi capitoli dopo aver descritto e particolarmente la natura del Genio addetto a lui e a suo padre.
Così pure la credenza al pronostico dei sogni nata dall'ignoranza completa dei rapporti della natura con l'uomo, dal desiderio d'allargare il limitato presente, è una delle più radicate ed universali delle tante che deturparono fino dalla culla la specie nostra; essa era in voga certamente anche nella plebe del secolo di Cardano; troppo lo confermano i suoi biografi contemporanei, che lo chiamano pazzo perciò solo "nec video quam aliud existimetur, (dice), p. e. Naudeo Praef. "existimetur qui somniis, ostensis fidem habens ex vetularum delirantium observationibus pendeat".
Già sorgevano Telesio, Cartesio, Bacone, Scaligero, Campanella; e Cardano stesso s'era spesso elevato sopra i pregiudizi anche dei più grandi coetanei. Quando, adunque, Cardano, non solo abbracciava quell'assurda credenza popolare dei sogni, ma ne faceva scopo di lunghi lavori e bussola d'ogni sua azione, dovette certo sottostare ad una metamorfosi regrediente, ad una qualche modificazione cerebrale, che ridestasse su la compressa logica e su le cancellate impressioni anteriori, istinti ed idee d'uomo primitivo. E noi, senza vagare nelle ipotesi, ne abbiamo già le tracce nell'influenza ereditaria di morbo e nella paranoia di cui adducemmo prove sì numerose.
PETRARCA[31]
Quanto gravi fossero le anomalie nervose e psichiche in Petrarca avevo tentato di mostrare nell'Uomo de Genio p. 22, 60, 142, 157, 180, 194, 218, 244, 414.
Godo di vederlo confermato con ben maggiore precisione e saldezza dal Cesareo[32] e più accuratamente dal Finzi, che, come E. Carrara e Squillace s'accosta non solo alla combattuta teoria della nevrosi del genio, ma vi apporta nuove e importanti dimostrazioni[33].
"A me pare, scrive Finzi, che in molte anomalie psichiche del Petrarca possa offrirsi qualche piccola materia di studio ai maestri della nuova dottrina." — E noi possiamo, seguendolo letteralmente dimostrarlo.
Melanconia. Infatti, secondo la sua erudita monografia, se anche lasciamo stare l'eccentricità e il misticismo intermittente, troviamo quella costante condizione patologica del suo spirito, che egli stesso confessò nel Secreto, quando a Sant'Agostino che lo apostrofa: "Tu sei tormentato da una funesta pestilenza, detta acedia dai moderni e malinconia degli antichi", — egli risponde: "Lo confesso: dominato da siffatta tristezza, io vedo tutto aspro, tutto misero, tutto orrendo; mi sembra di essere sempre sulla via della disperazione". E continua affermando che questo travaglio lo opprime per interi giorni e per intere notti; e che nondimeno si trova spesso condotto al termine di pascersi delle proprie angosce, assaporandole con una specie di acuta voluttà. Certamente poi quand'egli si fa ad indagare le cagioni di questa sua malinconia, esse appaiono molto sproporzionate a così triste effetto. Ma gli è che a lui medesimo non si mostrava ben chiara l'indole del suo male, ch'era tutto interiore; e ne cercava le cause fuori di sè, nell'opinione pubblica, che pure lo accarezzava con tanta parzialità, che sarebbe stata bastevole ad appagare qualunque più superba ambizione; nella fortuna, che in effetto non gli fu mai matrigna; nella sentina Avignonese, dove in sostanza egli stava perchè gli piaceva e gli conveniva di starvi.
Abulia. — ... "Da ciò infine gli abbattimenti, spesso confessati fin dalla sua giovinezza, e la mancanza d'energia nel mantenere i propositi, anzi la perpetua irresolutezza fin nel concepirli. Tante volte si mette in cammino per un lungo viaggio, non senza aver preparato gran bagaglio e fatti tutti gli allestimenti necessari a non breve assenza; nullameno per il più piccolo accidente, o torna indietro, o muta direzione, o scappa via appena giunto.
"E confessa egli stesso di soffrire assai per questo suo perpetuo dibattersi nell'incertezza, alla quale talora gli riesce di sottrarsi, non tanto perchè con un atto energico della volontà abbia saputo prendere coscientemente una ferma deliberazione, quanto perchè sì grande è in lui l'angoscia dello stare un pezzo in fra due, che si risolve una buona volta, non per altro che per uscirne e provare il sollievo proprio di chi non ha più il rovello di pensarci su. Ma non sempre l'espediente gli giova, perchè continua ad essere posseduto da un'agitazione, da un'irrequietezza indomabile, per la quale rassomiglia sè stesso ad "un malato che si rivolta per il letto senza trovare riposo", e confessa di essere sempre in lotta con sè medesimo "come se la sua volontà fosse divisa in due parti contrastanti l'una all'altra", e si compiange come sopraffatto dalla difficoltà di tutte le cose e spesso costretto a "porre tutto da banda e possibilmente nel dimenticatoio", appunto, e soltanto, per non aver l'energia di appigliarsi ad un partito". — È proprio completa l'abulia del melancolico.
Epilessia ambulatoria. — E si può sorprendere in lui il germe della epilessia propulsiva. "Questa condizione abituale, scrive Finzi o. c., dell'animo, che dappertutto gli faceva parere insormontabili le difficoltà della vita, dappertutto spaventosi e fatali anche i più piccoli contrattempi e inconvenienti, fu lo sprone che del continuo lo incalzò a mutar di sede. Il fuggire i luoghi delle sue simpatie e debolezze erotiche, il cercar libri, il veder paesi nuovi e nuove cose, il visitare amici, l'adempiere incarichi, saranno stati a volta a volta cause occasionali dei suoi viaggi; ma la ragione vera, la ragione generale è da cercare proprio nell'anima sua irrequieta, indocile, che non sapeva trovar posa in un luogo e fuggiva, o almeno avrebbe voluto continuamente fuggire se stessa, non sentendosi capace di niuno sforzo di adattamento. Cominciato per singolari circostanze fin dall'infanzia e durato sino agli ultimi anni, proprio fino a che le forze mancanti non lo cacciarono giù di sella negandogli di più risalirvi, questo perpetuo vagabondaggio è una delle più significanti espressioni di quello stato quasi patologico dell'animo che nel Petrarca si manifesta per così numerosi e diversi aspetti.
"Curioso che, sempre in moto com'egli è, e confessando molto spesso la sua irrequietudine e instabilità, ogni tanto ammonisce sè medesimo a mutar registro. "Abbiamo girato abbastanza di qua e di là: è tempo di riposare", sentenzia ancora nel '52; eppure "seguiterà altri vent'anni a rincorrere la sua quiete per tanti luoghi, senza trovarla mai".
Bugia. — E peggio, egli era un classico bugiardo, nota Cesaro; mentiva ai superiori la causa del suo viaggio in Germania (Epistola ad posteros); e appunto in questa lettera egli dissimulò ai figli la propria paternità; dichiarava di aver abbandonato ogni oscenità, a 40 anni, e poi ne troviamo il catalogo fin passati i 46; scrive sonetti per Laura viva, quand'era morta; giura che quell'amore era purissimo e nel Secretum, III, confessa che l'amore per Laura sua non era onesto. Turpe igitur aliquid interdum voluisti. Pretendeva con Boccaccio di non aver mai letto Dante, mentre invece l'aveva studiato profondamente ed anzi imitato. (Giornale Dantesco — Anno VIII)
Contraddizione. — "... La contraddizone è anch'essa abituale in lui; anzi è un altro carattere singolare del suo stato psicologico. In tutta la gran mole delle sue opere egli affetta sempre un austero stoicismo; ma non gli riesce mai di metterlo in pratica, e con ingenuo candore se ne confessa. Esorta gli amici a sostenere serenamente la sventura, ma de' suoi propri e men gravi fastidi mena scalpore infinito; predica la vanità dell'orgoglio e dell'ambizione, ma guai a chi lo punga o gli attraversi la via; biasima il lusso nei costumi e perfin negli arredi sacri, ma dal lusso egli stesso non sa difendersi mai, così nel culto della persona come nelle abitudini della vita; condanna l'avarizia ed usa liberalità, ma pur si mostra avido di prebende. Scrive parole infocate contro i rei costumi del tempo, e chiama i principi tanti Dionigi e Demetri Falerei; ma vive nelle loro corti la maggior parte dei suoi anni migliori. Si professa adoratore della verità e afferma ad essa sola dovuto tutto il culto dell'anima e della mente; ma si lascia andare volentieri all'adulazione; e si direbbe persino che gli piaccia adulare sè medesimo, presentandosi ai posteri interessante, reverendo ed ammirabile per la magnificata nobiltà degli affetti e per l'ostentazione dell'austera virtù. Disprezza le donne e inveisce contro di loro sul tenore dei più arcigni misogini del medio-evo; ma, giovine, ne cerca le grazie; vecchio, ne gradisce la compagnia, e giovine e vecchio le canta con insuperata squisitezza di sentimentalità. Si dà gran faccenda per ottenere la laurea poetica e poi la predica una vanità; condanna l'amore della gloria e se ne strugge per tutta la vita. (Finzi, o. c.).
"Dopo che ha lavorato a martello con lungo amore d'artista le sue liriche più belle, egli le condanna come opera risibile e riprovevole, e apparentemente se ne vergogna; ma non per questo le distrugge; anzi con carezzevole e pertinace sollecitudine fin presso ai sessant'anni seguita a pur correggerle e perfezionarle. Innalza al cielo i suoi Colonnesi e poi, come appare Cola di Rienzo, piglia tale una caldana patriottica, da gridar quasi il crucifige contro i magnificati benefattori d'un tempo. In prosa e in verso si lasciò andare a facili rampogne contro i tiranni; ma alle prime blandizie mutava tono e si profondeva in adulazioni, che oltrepassavano certamente i termini di quella relativa necessità che le circostanze potevano portare.
"Certamente anche la sua professione d'infelicità sente dell'esagerato. Il dire che fin dall'infanzia la sua vita fu un ordito di travagli, di lagrime, di gemiti, com'egli fa in un'epistola poetica; il dire che quand'egli è posseduto dalla sua indefinibile acedia si trova come piombato nelle tenebre dell'inferno e soffre la più crudele delle morti, come fa nel Secreto, parrebbe soverchio anche per uno che non avesse avuto tanta prosperità di fortuna come il Petrarca.
"Si direbbe che la contraddizione è la forma perpetua del suo sentire e del suo operare. Quando si procura un'agiatezza, un piccolo piacere, sia pur l'innocente soddisfazione di una comoda casetta o di un modesto giardinetto, un'ombra lugubre gli attraversa la mente: è il pensiero della brevità e inanità delle cose umane. Quando si trova a deliziarsi dei più magnifici spettacoli della natura, gli sorge nell'animo una dolorosa tetraggine di asceta. Se il calore del temperamento gli fa scordare nell'ebrezza del senso l'austerità canonicale, a sterile ammonimento di sè stesso ne tiene misterioso e lamentoso ricordo nelle pagine d'un libro appassionato".
Erotismo eccessivo. — "Nè è da passare sotto silenzio una serie di memorie registrate sopra una pergamena contenente le lettere d'Abelardo ed Eloisa, a cui il poeta fece delle "note assai curiose". Eccone un saggio, senza però le sigle convenzionali, che non si possono riprodurre a stampa:
- 1344 Aprilis 21 mer.
- nocte proxima.
- Jouis, prox. nocte.
- Junii 8º... nocte.
- Mercurii, prox. nocte.
- Jouis, prox. nocte.
- Domini. prox. nocte, 13 Junii.
- Martis, prox. nocte.
- Domini. 20 Junii. nocte.
- Martis, 22 nocte.
- Veneris, 25 nocte.
- Junii 7° Mercurii, nocte.
- Jouis proxima nocte.
- Heu. 1348 Hon. pu... plurima, sed que in
- ca... exci... patuerint h.
- Maii 30. Veneris. die (heu, heu
- Junii 8. Domini. Penthecoste. die.
- Martis. prox. Junii 10. die.
- Jouis. prox. 12 Junii. die.
- Domini. prox. 15 Junii. die.
- Domini. prox. 22 Junii. die.
- Mercurii. prox. 25 Junii. nocte.
- Veneris. prox. 27 Junii. nocte
- Lune. prox. 30 Junii nocte.
- Domini. prox. 6 Julii. die
- Domini. Prox. 13 Julii. die, ecc.".
Il Finzi non può spiegare queste note che come registrazioni di imprese... erotiche evidentemente poco sentimentali.
Influenza meteorica. — Quanta fosse l'influenza meteorica sopra i movimenti del suo spirito "s'intravvede, scrive Finzi, sol che ci riduciamo alla memoria quante volte nell'epistolario egli si fermi a descrivere uragani ed acquazzoni."
"Così è anche della primavera, e particolarmente dell'aprile, rispetto alle circostanze più interessanti della sua vita di poeta. Non dirò nulla di quel che si connette col Canzoniere, per ricordare soltanto quel venerdì santo che girovagando per i colli di Valchiusa, concepisce l'idea dell'Affrica, e quell'altro giorno d'aprile che girovagando per i colli di Selvapiana si sente inspirato a riprendere il poema interrotto. Laura veduta e perduta nel medesimo giorno; l'Affrica incominciata e ripresa quasi nelle medesime circostanze di natura e di tempo! Sarà stata proprio una combinazione di fatti reali, o piuttosto una particolare simpatia di date e di stagioni? Par difficile credere che in ciò non sia un che di suggestivo; comunque, il fatto sta che da quando egli lascia Bologna nel 1326 a quando riceve nel 51 la visita del Boccaccio (ed egli dice che fu il 6 aprile) a quando fa nel '73 il suo testamento, il mese d'aprile è quello che ritorna più frequentemente nel complesso delle sue memorie"; come insieme al Maggio, Giugno e Luglio vedemmo il mese che corrisponde al maggiore numero delle creazioni geniali (V. mio Uomo di Genio, VI ed.).
Vanità. — "Senza dubbio la debolezza francamente confessata di volersi dare a credere più giovane che non fosse, di guastarsi la fronte a furia di scottature per arricciarsi i capelli, di storpiarsi i piedi per portare calzari stretti, di nascondere, aggiungo io, il difetto del piede zoppo rivelatoci dal Canestrini dopo 500 anni, ci mostrerebbe un animo assai pieghevole alla vanità, anzi alle piccole vanità. Quando poi si leggono nell'epistolario gli accenni ch'egli fa, tra il modesto ed il pretensioso, agli elogi ed onori che gii vengono tributati; quando esprime talvolta con ingenuità e talvolta con sicumera il desiderio di essere conosciuto e lodato, e il sentimento del proprio merito, anzi della propria grandezza, si direbbe che anche la vanità, la grande vanità, entri per qualche poco nell'indole sua. Nè si dette pensiero di dissimularla. Fu ingenuità o inconsapevolezza? Quando si ricorda quella curiosa letterina da lui indirizzata a Francesco dei Santi Apostoli circa il tardato arrivo del vescovo Acciaiuoli, c'è da pensare all'inconsapevole vanità dell'orgoglio esagerato.
"Con che sprezzatura egli affetta di non invidiare a Dante il plauso dei tavernieri e dei lanaiuoli, egli corteggiato ed ammirato dai principi e dalle dame! In quell'espressione è tutta la vanità, tutto il piccolo orgoglio dell'anima sua, troppo debole, troppo malata perchè potesse concepire un forte odio. Non è anomalia psichica ancor questa?" si chiede l'egregio biografo.
Poca affettività. — "Era affezionato agli estranei, ma assai poco ai suoi. Che facesse del figliuol suo Giovanni, richiamato da Verona, non si sa; ma contento di lui non era, giacchè appunto in quell'anno '57 al suo Guido Settimo scriveva amare parole sulla riluttanza del giovane alle fatiche dello studio; lo mandò poi ad Avignone, e di là il suo Lelio gli riscriveva lodandosene di molto "per il pudore, la modestia e la promettente indole giovanile". Egli poi lo richiamò; e nel '59 Giovanni doveva essere a Milano, se del furto che patì in sua casa mentre villeggiava a Linterno, il padre suo potè incolpare lui appunto, scacciandolo di casa e lasciandone poco edificante ricordo alla posterità. Anche nei momenti che lo rimpiange morto, non mostra alcun affetto, così:
"Il mio Giovanni, nato a mio peso e dolore, e che vivendo mi diede gravi e continui fastidi, e morendo mi recò aspro cordoglio, dopo aver veduti in sua vita pochi giorni felici, morì nell'età di anni 24". Così registrò il suo lutto il poeta. Con l'amico Simonide si lagnò poi ch'egli morisse proprio quando "accennava a diventar migliore", e scrivendo a Guglielmo da Pastrengo, lodava Iddio d'essere stato "liberato da un lungo travaglio, non senza grave dolore".
"Forse neanche alla figliuola Francesca, che almeno dal 1353 in poi egli tenne a convivere seco e che poi accasò con un amico, fu benevolo, se il marito, affettuoso, nell'epitaffio che le fece scolpire sulla tomba, e che tuttavia si legge nei chiostri inferiori del duomo di Treviso, dove essa morì, potè alludere, con un riserbo che pur non dissimula interamente l'amarezza, all'equivoca sua nascita e alle poche consolazioni della sua esistenza. "Non so, vi dichiara ella stessa, se io fui più fedele al marito, o sottomessa al padre, o ignara di esterna felicità. In vario modo la mia sorte mi perseguitò negli anni giovanili; qui è per me quiete duratura, qui certa domus...".
Epilessia psichica. — Il Finzi non trova prova chiara dell'epilessia psichica, ma io ne vedo nella sua stessa monografia. Cacciatosi dentro alla storia romana, che designava di scrivere, almeno da Romolo a Tito, gli si ravvivò nell'animo l'antica predilezione per Scipione Africano, a tale che narra egli stesso come il venerdì santo del '39, passeggiando a sollazzo per i monti, concepisse l'idea di un poema per celebrarne le gesta. E ci si mise con tanto ardore e con sì ostinata intensità d'applicazione da trovarsi presto rifinito dalla fatica; la qual cosa vedendo il suo amico vescovo di Cavaillon, si fece promettere da lui che avrebbe aderito a un suo desiderio. Egli promise, e l'altro: "Dammi le chiavi del tuo armadio". Il Petrarca, un po' sorpreso, le dette, e il vescovo, raccattati libri e carte e quanto serviva a scrivere, rinchiuse tutto nell'armadio, dicendo: "Ti do dieci giorni di vacanza, durante i quali mi devi promettere di non leggere nè scrivere". E se n'andò. Il poeta da quell'ozio forzato ebbe men riposo che pena. Quel giorno gli parve un anno; la mattina seguente si destò con un gran mal di capo, che l'oppresse tutto il dì; il giorno dipoi s'alzò coi brividi della febbre; onde l'amico, saputa la cosa, vedendo che il rimedio era peggiore del male, gli riportò le chiavi, ed egli risanò, e si rimise al lavoro con "tanto impeto e sì fervido estro", che in pochi mesi condusse molto innanzi il poema.
Ma più la vedo da queste pagine in cui è chiaro lo status epilepticus prolungato più giorni.
"... Intorno alla metà d'aprile si mise finalmente in viaggio per Roma; ma giunto a Ferrara fu colpito da una sincope, che lo tenne per trent'ore come morto. Gli furono intorno i medici con energici rimedi per farlo riavere, ed egli non se n'accorse, e come riprese i sensi, si trovò ospitato dai signori di quella città, che lo circondarono di cure sollecite. Corse novamente la fama della sua morte; e gli amici di Padova e Venezia se ne commossero; onde lo risalutarono poi con assai gioia mista a grande stupore quando, giacente sopra una barca, lo videro ritornare dopo che, per la prostrazione delle forze, egli dovette comprendere che non era più in grado di proseguire il viaggio per Roma." Poiché se fosse stato quello un colpo apoplettico, avrebbe lasciato dietro se la paralisi ecc.
Genialità. — Eppure con tante anomalie era un vero genio, od almeno uno di quegli ingegni sommi che raggiungono il maximum del livello dei loro contemporanei, e qualche volta lo sùperano. "Con molta indipendenza di spirito, egli, uomo di chiesa, seguì una direzione intellettuale e si formò una cultura essenzialmente laica, in un tempo che anche i laici ricevevano dalla Chiesa gli elementi del sapere e l'indirizzo del pensiero.
"Con larghezza di vedute e forza d'intuizione nuove e mirabili egli abbracciò, il primo, l'antichità classica in tutto il suo insieme, e volle rifarsene l'anima. Dall'alto della sua dottrina classica egli sentì un acre dispregio per tutto quello che costituiva il fondo del pensiero medioevale, mortificato in tanta ristrettezza di nozioni e fallacia di postulati. Tradizioni e leggende, pregiudizi e superstizioni si trovano, fin dalla sua giovinezza, fuori del circolo delle sue idee. Quel che era il fondamento della cultura e le condizioni del sapere al suo tempo egli ebbe in aborrimento, cosicchè, filosofo, sdegnò la scolastica; asceta, la teologia; uomo di mondo e spirito utilitario, la giurisprudenza. Con la mente libera dal rigido convenzionalismo proprio degli studi dell'età sua, egli esplorò con baldanza d'uomo nuovo tutte le regioni del sapere antico, e in presso che tutte s'industriò di esercitare o di provare almeno le proprie forze. Epico e lirico, bucolico e drammaturgo, storico e geografo, moralista e politico, polemista ed oratore, disegnatore e musico, adoratore della sapienza e dell'arte, egli preluse a quell'università di intelletto ed a quella signorile genialità, che poi furono un privilegio del secolo di Leonardo e dell'Alberti.
"Mentre i contemporanei esalavano il nativo sentimento dell'arte innalzando con trepido entusiasmo le volte aeree delle loro cattedrali, il Petrarca, con un gusto che doveva parere barbaro, cercava e ammirava i monumenti dell'antichità. Dilettante di musica, altra nota di modernità, ne raccomandava lo studio ai giovani e i principi esortava a diffonderne il culto, mostrandone la civile efficacia" (Finzi).
Ho tracciato questa monografia sulla falsariga di un egregio letterato estraneo, se non avverso alla mia scola — perchè sia più sicuro il lettore sull'imparzialità della conclusione, che è completamente conforme a quella che essa darebbe.