CAPITOLO XII. Dell'idea fissa nel genio.
1. Genio ed idea fissa. — La grandissima parte che prende l'incosciente nel genio e quella enorme che ha un dato momento della pubertà o della vita nel far fermentare un'idea, servono, certo, a fissare, come da un pernio, tutti i movimenti di una cerebrazione, già più possente che non negli altri uomini, intorno a un gruppo di fatti, così da farne saltar fuori nuove e poderose scintille.
Io ammetto, perciò, col Sergi, col Greco, col Renda, che la natura del genio sia spesso analoga a quella dell'idea fissa; e che i genî, come gli affetti da ossessione e da idee fisse, tocchino l'apice della creazione, tendendo tutta la loro attenzione in quella direzione in cui li ha incanalati una grande impressione ricevuta o nella pubertà (Cap. V) o in altri stati critici analoghi (Vedi sopra cap. X), cavando materiali sempre nuovi dal cosciente, ma sopratutto dall'incosciente (Vedi sopra cap. XI), materiali, quindi, che sfuggirebbero agli occhi volgari, o, almeno, non ne richiamerebbero una grande attenzione. Quindi si capisce come molti genî abbiano detto essere venuti ad una scoperta, pensandovi sempre (D'Alembert, Helmoltz); e noi vedemmo sopra in Galileo la prima grande impressione della lampada (Vedi Cap. V), che aveva dato luogo nella giovinezza alla scoperta del pendolo, perpetuarsi fino alla tarda età, dando luogo alla scoperta dell'orologio; e vedemmo in Colombo come, una volta fissatasi l'idea Toscanelliana sul nuovo mondo da scoprire, nol lasciasse un giorno senza accumulare prove in proposito, false o vere che fossero, sicuro della scoperta come se tenesse (dicevano i suoi famigliari) l'America dentro la camera (Vedi vol. I).
"Quanto più forte — scrive Mach[46] — è la connessione psichica tra le molteplici immagini mnemoniche (il che varia secondo le disposizioni individuali), tanto più feconda sarà l'osservazione accidentale: Galileo conosce il peso dell'aria, conosce la renitenza del vuoto espressa dal peso e dall'altezza di una colonna d'acqua; ma queste idee rimangono nella sua mente l'una accanto all'altra. Torriccelli pel primo varia il peso specifico del liquido misuratore della pressione, e con ciò l'aria entra nel numero dei fluidi capaci di esercitare pressione. Posto che già esista una molteplice ed organica connessione di tutto il contenuto della memoria, che è un carattere del vero scienziato, il primo e più potente impulso a fortunate associazioni di idee ancora dissociate è dato dall'intensa aspirazione ad uno scopo determinato, dal predominio di un'idea, la quale si costituisce spontaneamente come termine di paragone rispetto a tutte le sensazioni ed ideazioni che si succedono nella vita di ogni giorno. Così Bradley, intensamente o continuamente occupato dal fenomeno dell'aberrazione, ne trova la spiegazione in un caso affatto insignificante occorsogli nel traversare il Tamigi. Dovremo dunque domandarci se sia il caso che viene in aiuto allo scienziato, o lo scienziato che facilita ed integra l'opera del caso. Nessuno presuma di poter risolvere un grande problema se questo non domina tutta la sua vita, in modo che ogni altra cosa divenga per lui una questione accessoria. Jolly, in un breve colloquio avuto con Mayer, espresse, come una vaga ipotesi, che, data la verità dell'opinione sua, l'acqua agitata avrebbe dovuto riscaldarsi. Mayer si allontana senza proferire parola. Dopo alcune settimane si presenta a Jolly, il quale a tutta prima non lo riconosce, esclamando: "La è proprio così!". Solo dopo alcune spiegazioni si comprese cosa egli volesse dire. Il caso non abbisogna di commenti.
"Un accidente fisico favorevole non può giungerci inaspettato. Il procedere del nostro pensiero è governato dalla legge dell'associazione. Se è scarso il patrimonio dell'esperienza, questa legge non ha altro effetto che la riproduzione meccanica di determinate esperienze sensibili. Ma se la vita psichica soggiace all'azione costante di una copiosa esperienza, ogni elemento rappresentativo si connette con tanti altri, che in realtà il procedere del pensiero vien determinato od almeno influenzato da circostanze minime, talora inavvertite, che per un caso acquistano importanza decisiva. In tal caso, quello che noi chiamiamo fantasia, diviene capace di produrre la sua infinita varietà di immagini. Ma che cosa possiamo noi fare per facilitare l'opera nella fantasia, non avendo in nostro potere la legge della combinazione delle immagini? Domandiamo piuttosto: quale è l'effetto che una forte idea continuamente ricorrente può produrre sopra tutte le altre?
"Dopo quanto si è detto, la risposta è implicita nella domanda. L'idea domina il pensiero dell'investigatore, ma non ne è dominata.
"Tentiamo ora di penetrare un po' più addentro nel procedimento della scoperta. La condizione dello scopritore, come bene osserva W. James, non è dissimile da quella di chi si sforza di ricordare qualche cosa che ha dimenticato. Entrambi hanno come la sensazione di una lacuna, ma hanno già un'idea determinata di ciò che dovrebbe riempirla. Io, per esempio, mi trovo in compagnia di un signore, con cui sono in ottime relazioni, ma di cui ho dimenticato il nome; egli mi mette nell'imbarazzo, pregandomi di presentarlo a qualcuno. Seguendo il consiglio di Lichtenberg, cerco per prima cosa nell'alfabeto l'iniziale del suo nome; una speciale simpatia mi trattiene alla lettera G; provo ad aggiungere a questa un'altra lettera, e mi fermo all'E. Ma prima che io abbia aggiunta la lettera R, sento pronunciare a me il nome di Gerson, ed eccomi liberato dall'imbarazzo. Uscendo di casa, ho incontrato una persona che mi ha parlato di qualche affare; tornato a casa mi occupo di cose importanti, e dimentico tutto ciò che mi è stato detto. Non senza dispetto, mi sforzo invano di ricordarmene; finalmente mi accorgo che il mio pensiero rifà tutta la strada percorsa nel venire a casa; a quel dato crocicchio rivedo quella persona, che mi ripete la sua comunicazione. "Specialmente nel primo caso, se una volta è avvenuta l'esperienza, ed è stata stabilmente acquistata al nostro pensiero, è facile proseguire un procedimento sistematico, perchè si sa già che un nome deve constare in un determinato numero di lettere. Ma tosto si riconosce che il lavoro di combinazione potrebbe assumere enormi sproporzioni, se il nome fosse un po' lungo, e un po' meno favorevole ad esso la nostra disposizione mentale.
"Non è condizione necessaria allo svolgersi del procedimento sopra prescritto, che esso si compia rapidamente e per intiero in un solo cervello, o che occupi per secoli l'intelletto di una lunga serie di pensatori. Lo stesso rapporto che esiste tra un indovinello e la parola che lo scioglie, esiste tra il moderno concetto della luce ed i fatti verificati da Grimaldi, Römer, Huygens, Newton, Yoring e Fresnel, e solo coll'aiuto di questo concetto, risultato da una lenta evoluzione, noi possiamo comprendere con la mente una vasta cerchia di fatti".
Fin qui Mach.
"L'ispirazione — dice a sua volta Ribot — è il risultato di un lavoro sotterraneo che esiste in tutti, ma, in alto grado, solo in pochi, che possono concentrare tutte le forze psichiche sopra un solo punto invece di disseminarle, e perciò vi riescono onnipotenti.
"La base dell'ispirazione è un'idea fissa, per quanto soggetta a remittenze.
"Il nostro stato normale è il poliideismo, la pluralità delle idee, la pluralità degli stati di coscienza; invece nello stato di attenzione eccessiva, come nell'ossessione monoideista, l'idea fissa regna dispotica; e così è negli inventori".
Renda scrive: "Un'idea insoluta oscilla latente nel cervello del genio, finchè non trovi in un'azione interna, emotiva o fisiologica, la sua determinazione, producendo la monoideazione, l'assenza, la distrazione, giungendo a una esaltazione fisiologica, fino a che la soluzione si presenta da sè".
Ed ecco quindi come le influenze della pubertà, della stagione calda, della malattia e, sopratutto, di una sensazione che abbia colpito profondamente i nostri centri, s'associano a quelle del dominio dell'inconscio nel produrre e mantenere l'idea fissa nel genio.
2. Idea fissa secondo le ultime ricerche. — Ma noi, accettando con questi grandi pensatori l'azione nel genio di un'idea fissa, crediamo poter trovare anche in ciò una nuova prova della fusione del genio con l'epilessia.
Vediamo, infatti, che cosa siano in fondo l'idea fissa e l'ossessione, secondo gli ultimi osservatori.
"Alla base di ogni attività fisica — scrive in proposito Féré[47] — è lo stato emotivo in rapporto con un'eccitazione locale o generale. "Le impulsioni dette irresistibili sono sempre in rapporto con un'emotività morbosa, grazie alla quale, un'irritazione, percepita o no, provoca una scarica, che è cosciente o incosciente secondo che è più o meno rapida.
"L'ossessione ha ancor più di queste una base emotiva; prendete, per esempio, l'ossessione di omicidio, oppure di dubbio; sopprimetene l'angoscia, e non avrete più la vera ossessione; cavatene l'idea fissa o la tendenza impulsiva, lasciando l'angoscia, e voi avrete l'essenza dell'ossessione; tale è il caso in cui si sente un senso di rimorso, di timore, senza causa. Ed infatti gli ossessi possono cambiare d'idea fissa; dall'idrofobìa passare a temere la tisi; ciò che non varia in essi è l'ansietà; molti anzi s'iniziano con una forma d'angoscia.
"La base delle idee fisse, dunque, è uno stato d'ansietà, di terrore: si ha paura di tutto, l'ansietà ondeggia come un sogno, non si fissa che per un momento, passando da un oggetto all'altro, mentre costante, invece, è l'aspettativa ansiosa".
Una donna si immagina ad ogni colpo di tosse del marito che questo sia tisico; vedendo due uomini sotto il portone, delira che i bimbi siano caduti dalla finestra, e ne vede il cadavere e perfino il funerale; è sempre nell'ansia.
Anche secondo Pitres e Regis, la base delle idee fisse, oltre il fondo degenerativo, è l'emozione[48]; e l'emozione è morbosa quando: le associazioni apparentemente fisiologiche che desta, assumono una grande intensità; — si producono senza causa o con causa sproporzionata, violenta, istantanea; — hanno effetti che si prolungano oltre misura; e trascinano a reazioni contrarie agli interessi dell'individuo o della società.
Freud distingue le idee fisse secondo che gli attacchi sono rudimentali, come nella fobìa del velluto, dell'acqua, del metallo; — oppure quando complicansi a crampi o dispnee; ad equivalenti epilettici, od a stati larvati con attacchi di bulimìa, di paura, di vertigini, con perdita di conoscenza, come nell'epilessia.
Le fobìe sistematizzate hanno carattere ereditario: principiano dall'infanzia o dalla pubertà; per lo più si riproducono sotto la medesima forma, con alternative intermittenti, oppure con forme che sorgono e si plasmano secondo gli avvenimenti. Così un figlio di ematofobi non può veder sangue, o sentirne parlare, senza avere angoscie o deliqui. Uno sofferse la fobìa suicida dopo aver avuto notizie dell'appiccamento d'uno zio; ma, avendo presenziato a un accesso epilettico, venne preso dalla fobìa di essere epilettico. Una madre che aveva orrore fobico del rosso, dopo un ritardo dei mestrui contrasse una fobìa della gravidanza, e così intensa che si dovette fingere di sgravarla.
Qui si vede che al momento etiologico predisponente, eredità, abuso del lavoro, ecc., si devono associare, come nella creazione geniale, per provocare l'ossessione, una sensazione viva, un trauma psichico, come la morte d'un parente, la caduta di una vettura (Pascal), la vista di un morto o di un'epidemia.
L'ossessione è recidiva quando una nuova impressione risveglia l'emozione iniziale; così un giovane, mentre si fa sbarbare, sviene per la gran fame che aveva; e da quel dì, specie quando è dal barbiere, teme di dover morire per fame. Una, R..., già nevrotica ed eccessivamente riguardosa della nettezza, esce una mattina e trova sulla via una massa di escrementi, dai quali è lievemente lordata; da quel dì si crede in continuo pericolo di essere insudiciata, e non vuol più escire sulle vie.
Qui si conferma che un carattere di queste fobìe è la reminiscenza delle circostanze che le provocarono. Senonchè se l'emozione, base all'ossessione, si può spesse volte spiegare e porre in rapporto con essa: non si spiega il perpetuarsi di questa ultima dopo svanita la causa.
L'ossessione è spesso una forma aggravata, e direi troppo ragionata, della fobìa; questa diventa ossessione quando, in luogo di manifestarsi con angoscia e ad intermittenza, preoccupa più o meno sempre l'ammalato; essa ne perdette il tipo emotivo ed assunse l'intellettuale, ma perpetuandosi.
Così uno fantastica d'aver stuprata la sorella e incendiata la casa: il punto di partenza era l'aver letto che l'onanismo, di cui era realmente affetto, predispone all'immoralità.
Uno aveva ribrezzo dell'insalata; perchè un dì aveva visto bruciare una nave carica di petrolio, aveva cominciato per avere ribrezzo del petrolio, poi dell'olio, poi di tutti i cibi in cui fosse olio e quindi... dell'insalata.
Un prete, per esempio, assiste alla morte di un bimbo idrofobo; da ciò il timore, tanto più che ha scorticature in un dito, d'essere egli pure idrofobo: passato il tempo dell'incubazione, teme di essere pazzo... per aver fissato su questo.
Una ragazza ha l'ossessione di non poter tenere l'orina; e gli è che una sera a teatro aveva sentito svegliarsi, alla vista d'un giovane, desideri erotici e voglia intensa di orinare; e d'allora temeva che tale caso si rinnovasse con sua onta.
Secondo Séglas, nei normali l'idea è fissata dalla volontà, negli ossessi è involontaria e s'impone anzi alla coscienza per una specie di effrazione della volontà; essa è parassita e quasi estranea alla comune vita intellettuale dell'individuo, per cui ne forma una duplice personalità.
Così molti hanno l'ossessione impulsiva di bestemmiare, bere, rubare, contraddire, usare frasi di contrasto perfettamente opposte, cioè, nella espressione a quelle che essi volevano e dovevano dire: "Vi ho in c...", invece di: "Vi ho in cuore"; o, malgrado devoti, bestemmiano atrocemente ed oscenamente, come vedemmo in Cardano, in Rousseau (Vedi vol. I).
Un altro carattere loro è la soddisfazione dopo eseguite. L'esecuzione fa cedere l'eretismo emotivo.
Fra le cause la più importante è l'eredità: 100 volte su 125, secondo Pitres; 100 su 160, secondo Wille[49], si ha temperamento pazzesco; influenze debilitanti: onanismo, coito, anemia, pubertà, mestrui.
Le forme acute, in seguito a cause violentissime, durano poco e spariscono.
La forma cronica è intermittente; uno ricade, per esempio, alla vista di un animale temuto, altri alla vista di un coltello.
La remittente, che è la più frequente, si mostra con accessi più o meno ravvicinati, in mezzo ai quali pullulano sintomi di emotività ossessiva: paura, per esempio, di arrossire, con idee ossessive più deboli negli intervalli.
La continua è rarissima[50], specie nelle forme del dubbio, sempre però con parossismi acuti.
Quanto al pronostico, le ossessioni sono più gravi nei terreni più degenerati, quando il principio è lento e insidioso, quando prevale l'elemento intellettuale sull'emotivo, quando sono sistematizzate; chè, quando sono diffuse, si attenuano in genere coll'età, specialmente dopo la cinquantina.
3. Analogia dell'idea fissa con l'epilessia. — Questi fenomeni dell'idea fissa e dell'ossessione, che abbiamo a bella posta voluto esporre per voce d'altri, mostrano una grande analogia con quelli dell'epilessia, con cui tanto più crediamo che si possano raggruppare, perchè è appunto nell'epilessia e nella sua sorella, l'isterìa, che si hanno ora l'ingrandimento, ora il rimpicciolimento dei fenomeni psichici morbosi, che vanno dai fenomeni più complessi e più gravi — epilessia psichica, grande isterìa, ecc. — ai più miti ed elementari — distrazione, amnesìa (Vedi cap. XIII) —, a stati quasi normali, e ciò tanto più, inquantochè, anche in queste forme delle idee fisse, abbiamo potuto cogliere l'alternarsi del grande e del piccolo morbo (Vedi sopra).
Noi sappiamo, per esempio, che Westphal[51] distingueva le idee coatte, teoriche — non seguite da azione — dalle idee impulsive.
Tamburini e Buccola distinguevano le idee fisse semplici — le idee coatte propriamente dette, in cui l'anomalìa dell'ideazione si limita solo nel campo intellettuale senza passare all'azione (follìa del calcolo, per esempio, primo stadio della follìa del dubbio) — dalle idee fisse, accompagnate dallo stato angoscioso, emotivo, che spesso fa passaggio alle azioni coatte, al delirio del tatto, alla misofobìa, il secondo stadio della follìa del dubbio; vengono finalmente le idee impulsive, omicide, suicide, nelle quali l'idea si fonde con l'atto impulsivo, riescendo pericolosissima.
Nel primo caso tutto il processo morboso si circoscrive nell'intimo della coscienza, o, al più, nelle confessioni verbali o scritte; appena si accenna ad uno stato emotivo, a un senso di pena e angoscia nel non poter superarsi, ecc.
Buccola[52] qui nota però che dipendono da un alto grado di energia dell'idea dominante, da una limitazione nei processi associativi e da una tensione quasi spasmodica dell'attenzione, e, più tardi, da quell'indebolimento della volontà, che si osserva negli epilettici e negli isterici. "Perchè — scrive — un'idea si fissi nella mente, impedendo il corso naturale delle associazioni e assorbendo per la sua energia tutta l'attenzione, bisogna supporre tutto un perturbamento di un gruppo cellulare dei centri psichici, la cui attività sia in uno stato di eccitamento eretistico, quasi convulsivo, e che può ripercuotersi nei centri sensori, provocando allucinazioni. Questo eccitamento, però, si circoscrive in quel gruppo, così da impedire la libera trasmissione delle energie psichiche, che concorrono alla genesi, all'associazione di altre idee; se l'attenzione è esagerata, la sua forza inibitrice è in preda ad uno spasmo tetanico, sicchè non obbedisce agli stimoli volontari; e, mentre si ha esagerazione dell'attenzione spontanea, diminuisce quella volontaria.
"Nelle idee emotive con azione coatta (come la rupofobìa, la claustrofobìa) all'idea fissa si aggiunge un senso di paura e angoscia, che aumenta l'azione inibitoria e in cui è maggiore l'eccitamento, mantenuto dalle sensazioni attuali, dalla vista degli oggetti temuti; dal che l'effetto dell'azione coatta; quando la tensione cerebrale è giunta al più alto grado, ha bisogno di scaricarsi su altri centri che sono i motori; malgrado qualche volta il malato abbia la coscienza dell'assurdità dei propri atti, non può opporvisi.
"Nella terza categoria l'idea coatta si compenetra e fonde coll'atto impulsivo, pel bisogno di compiere un dato atto senza alcun movente razionale o delirante, contro i dettami della propria ragione, della propria volontà, che ripugna anzi dall'idea stessa, ma pur non può sottrarvisi, nè se ne libera che con la perpetrazione dell'atto; dopo di che ha un'immensa soddisfazione."
Anche qui si ha un'idea dominante e tirannica, che assorbe il campo mentale e l'attenzione in ispecie; sì che arresta il corso dei processi associativi, ne permette solo l'esercizio nell'orbita ristretta che le appartiene; anche qui un eccitamento psichico circoscritto, rappresentato dall'idea impulsiva, è indizio di squilibrio e indebolimento cerebrale, perchè nel cervello sano le impulsioni sono inibite dalle idee antagoniste.
L'attitudine alle azioni volontarie, che andò sempre con l'evoluzione salendo di grado dall'automatismo alla volontà più complessa, qui ridiscende all'automatismo; e si ha una dissoluzione, una demenza (come la chiama Ribot) della volontà; ed ecco nuove analogie con molte forme d'epilessia.
Ciò tanto più ci par giusto, in quanto che, come nell'epilessia, vi si associano sempre — e ne sono anzi la base — molti caratteri degenerativi (Vedi sopra).
E poi, in tutti questi casi, si ha da un lato uno sviluppo anormalmente intenso del processo di ideazione; e dall'altro una debilitazione, una dissoluzione dell'attività volontaria come nell'epilessia, che Roncoroni dimostrò consistere in una iperattività dei centri inferiori con depressione dei superiori, inibitori.
Del resto vere complicazioni epilettiche od epilettoidi furono già notate nelle crisi degli ossessi.
"Se si costringono ad arrestarsi nei loro atti o nelle loro frasi — Séglas scrive —, hanno quelle che chiamano essi stessi crisi con palpitazioni, sudori, sincopi, convulsioni". "Fra i sintomi di senso Tamburini nota: dolore all'occipite, al vertice, al bregma, all'epigastrio; — nei motori: tremore, fenomeni epilettoidi e veri accessi epilettici, come già notarono Griesinger e Westphal; — nei vaso-motori: rossore e dolore al capo, al viso, brividi, vertigini, congestioni. Fra le anomalìe delle funzioni organiche cardio-polmonari: polso tardo, inappetenza, diarrea, stitichezza, dolori del ventre; — nelle funzioni sessuali: accresciuta o scemata energia sessuale, spermatorrea, menorragia, fenomeni che molto spesso complicano anche l'epilessia.
L'ossessione è per Magnan "uno stato patologico, costituito da un eretismo corticale, che implica la necessità imperiosa di una scarica motrice, o sensoriale, in seguito alla quale l'angoscia finisce"[53]; egli la definisce pure come "un modo di attività cerebrale, in cui una parola, un pensiero, un'immagine si impongono allo spirito al di fuori della volontà, senza malessere in istato normale, e con angoscia, enorme, dolorosissima, nello stato patologico".
Ora, chi non vede che queste definizioni s'attagliano esattamente pure all'epilessia psichica?
Falrét, anch'esso, dichiara avere le ossessioni tutte un'origine ereditaria comune, un andamento remittente, periodico o intermittente, parossistico, essere accompagnato in principio con la coscienza, ma potersi anche combinare con uno stato delirante allucinatorio, incosciente, il che può accordarsi pure coll'epilessia.
Anche Thomson ammette per molti ossessi che nel periodo del parossismo perdano la coscienza e il possesso di sè stessi, e alla fine dell'ossessione manifestino una prostrazione che può prendere il carattere della melanconia, ma che può rappresentare l'equivalente del coma post-epilettico.
E così Vallon e Marie: "Qualunque siano le teorie sull'ossessione — scrivono essi — bisogna convenire che esse hanno per base un eretismo iniziale, limitato ora alla sfera sensitiva o sensoriale, ora al moto (tic, spasimi, ecc.), ora ad uno stato psichico o chenestetico. Esse cominciano con l'irradiazione, che tende fatalmente a provocare la sospensione dei centri superiori inibitori, sulla cui azione riposa tutta la nostra mentalità"[54].
La passione, avendo per base l'emotività, la quale, dice Ribot, è l'equivalente effettivo dell'idea fissa, essa le assomiglia; ma sorge da cause proporzionate, che non hanno invece le idee fisse.
Mickle confessa: che lo scoppio subitaneo dal fondo della coscienza degli elementi ossessivi ricorda gli attacchi di epilessia; però egli si obbietta, e con lui Pitres: che gli stati di ottusità secondari all'ossessione differiscono dall'assenza e dallo stato crepuscolare dell'epilessia: che le ossessioni possono precedere, come aura, l'attacco epilettico, o sopravvenire negli intervalli quasi lucidi degli epilettici, mai nell'attacco; e che nell'ossessione si ha spesso conservazione intiera, o quasi, della coscienza, quasi sempre ricordo dell'attacco; si hanno ansietà, angoscia concomitante, disgusto della vita, ecc.
Senonchè io faccio osservare che: prima di tutto non tutte le epilessie[55] hanno lo stesso tipo, e che ve ne hanno di precedute, seguite e accompagnate da coscienza o da semi-coscienza; mentre, viceversa, parecchie ossessioni sono accompagnate da perdita o quasi di coscienza; che anche le epilessie hanno il carattere delle intermittenze o remittenze, dello scoppio istantaneo. Uno dei caratteri della epilessia psichica è il sorgere subitaneo, pullulando dal fondo dell'incoscienza, preceduto da aura come l'ossessione. Ed anche l'epilessia è causata frequentemente da un trauma psichico, e recidiva al rinnovarsi di qualche caso che lo ricordi; e in ambedue si ha tendenza a recidivare con la forma identica.
Così io mi ricordo di una ragazza colpita da spavento e poi da accesso epilettico per un tentativo di stupro, che ne ricordava ad ogni accesso i particolari: per cui l'ossessione rientra, per quanto irregolarmente, anche per questo nell'ambito dell'epilessia.
S'aggiunga: la frequenza del suo insorgere in età giovane e la scomparsa in età avanzata, e, sopratutto, l'influenza enorme della degenerazione.
S'aggiunga, infine, ultima analogia, che molti accessi epilettici, dipinti meravigliosamente dal Dostojewski, sono accompagnati da senso d'angoscia, da terrore come le ossessioni; col che Toselli giustamente spiega l'eccessiva religiosità degli epilettici.
E qui ripeto come, senza pensare all'epilessia, Buccola notava già nell'idea fissa "che in essa la condizione morbosa dei centri psichici è identica a quella dei centri motori, quando siano in preda ad eccitamenti spasmodici; si può dire che la convulsione dell'idea è l'equivalente nel dominio mentale della convulsione dei movimenti". E noi abbiamo visto che — secondo Westphal — talora l'ossessione finisce con un accesso epilettico motorio e che, passato questo, l'epilettico può presentare depressione e prostrazione.
4. Analogia col genio. — Ben inteso, perchè la forma epilettoide, degenerativa, dell'idea fissa si concreti in una creazione geniale, occorrono non solo la base degenerativa, che rende i centri corticali più emotivi, l'incosciente più attivo, nè solo la circostanza speciale, il choc, il colpo psichico, che è il determinante, l'ultima goccia che fa travasare la coppa ricolma; ma anche un poderoso cervello, nutrito di ampia, feconda coltura.
Per capire ciò ed insieme anche quanto l'idea fissa si confonda e si fonda con l'idea geniale, basti ricordare che gli ossessi spesso si pongono innanzi, come i pensatori più profondi, certi problemi teorici o metafisici; per esempio: "Esiste Iddio?"; "Quando finisce il mondo?", ecc.
Nei genî, come negli ossessi, l'idea fissa rimonta ad un'emozione. E qui giova ricordare il caso, or ora studiato da Vaschide e Vurpas, di un giovane colto e sano fino a 36 anni, che, dopo un duello in cui incontrò pericolo di vita e una lunga malattia, cominciò a preoccuparsi solo dell'al di là e dei pianeti, spendendo enormi somme in istrumenti astronomici e perdendo tutto il suo tempo in ricerche per sapere come si viva fuori di questo mondo, di null'altro occupandosi in tutto il giorno[56]. Più eloquente ancora è questo caso pratico studiato da Tamburini e da Buccola: Un giovane studente, figlio di nevropatici, che già prima nel liceo si era continuamente preoccupato dei problemi delle varie scienze che doveva studiare e soffriva quando non poteva chiarirli, andato alla Università, alle prime lezioni di economia politica si sentì dominato dal pensiero continuo di conoscere le origini, il perchè e il come del corso forzoso dei biglietti di banca. L'idea si frapponeva fra lui e il mondo esterno, in modo che non poteva occuparsi d'altro. Dopo lunghe ricerche, non essendovi riuscito completamente, cadde in uno stato d'apatia e di sconforto, fino a voler interrompere gli studi; non dormiva; sentiva forti dolori all'occipite, e, a furia di pensarvi, aveva sempre sotto gli occhi l'immagine, divenuta allucinazione, dei varî biglietti, pur pensando che era morbosa; grazie ai bagni freddi e ad una serie di conferenze con un economista, migliorò, non restandogli che l'immagine allucinatoria di una mezza lira.
Reymond[57] narra di accessi epilettici psichici, in cui uno (studente, però, coltissimo) fissava sull'eternità della materia, cadendo in vertigini e amnesìa per dimostrarla.
Evidentemente, queste idee fisse scientifiche presero piede in questi malati, perchè, oltre al fondo degenerativo, avevano una notevole intelligenza e coltura. Un grado di più di questa e, invece di un'idea, in fondo, se non nell'apparenza, morbosa, avrebbe avuta un'idea geniale e sarebbe venuto a qualche scoperta; oppure sarebbe divenuto un propugnatore di riforme economiche a base degli studi sul corso forzoso.
Così so del Prampolini, che, assistendo giovanissimo ad un corso di economia politica, in cui si parlava delle disuguaglianze sociali, ne fu così colpito da non poter più, per parecchi anni, pensare ad altro; e dal pensiero continuo, tetanizzato sotto questo rapporto, ne uscì il più forte apostolo del socialismo italiano. Egli mi raccontava che quell'idea fissa durava in lui così forte, da non lasciargli avvertire, soldato volontario, i disagi della vita di coscritto, e da fargli parere leggiere le marcie con lo zaino, quasi piacevoli, mentre riescivano insopportabili ai compagni di lui, benchè più robusti e più avvezzi alle fatiche.
Cerchiamo, dalla parte opposta, un cervello ugualmente disposto all'idea fissa, ma incoltissimo e povero di cellule; e avremo il caso, studiato da Leonardo Bianchi, di quella donna, che, una sera, dopo sentito, con vivo piacere, dal marito un peto, fissa di doverne sentire un numero sempre maggiore, cadendo in convulsioni quando il marito non può riuscire a contentarla.
Noi, in questo caso, non vediamo che i danni dell'idea fissa, mentre invece nei genî non vediamo che gli utili e gli effetti grandiosi; ma la base è pur sempre uguale.
E lo dimostra la stessa tempra dell'estro e dell'ispirazione.
"L'idea fissa — secondo Ribot — e l'ipertrofia, la forma quasi tetanica dell'attenzione, coll'esclusione di ogni altra manifestazione psichica e fisiologica, come — osserva egli stesso — negli scienziati, che cercano la soluzione di un problema. Essa è voluta nei sani; patologicamente, invece, è involontaria".
Noi vedemmo però che l'idea fissa nel genio è non solo involontaria, ma anche incosciente, e dà luogo a una vera doppia personalità[58].
L'analogia è tanto maggiore che spesso tali malati provano paure stolide di tisi o sifilide.
Gli stessi Vallon e Marie convengono dell'analogia col genio. "Vi hanno — scrivono — ossessioni che si potrebbero dire buone e delle cattive". Le prime sono quelle che, conformandosi alle leggi dell'adattamento, possono essere utili, e, riconosciute come tali, determinando le sinergie funzionali in un senso utile. La lotta si circoscrive all'esame preventivo ed all'orientazione degli sforzi consecutivi nel senso dell'ossessione buona. Attitudini, tendenze non sono che la traduzione di questa attrazione, che orienta la nostra facoltà in un dato senso; e sono l'effetto dell'eredità e della reazione del nostro organismo alle circostanze. Si vede in noi nelle attitudini che richiedono lavoro intellettuale: questo non si può comandare, ma viene in qualche maniera ad accessi e come per necessità di una preceduta capitalizzazione; non lavora chi vuole; mentre l'uomo, trascinato, ossesso dal suo genio, non può disobbedire all'impulsione che lo spinge al suo capolavoro; quella, ossessione si chiama allora ispirazione.
E l'ispirazione, piacevole per molti genî come sfogo di uno stato angoscioso, è per molti altri dolorosa; Flaubert, per esempio, ci lasciò pagine che provano lo stato doloroso che accompagnava sempre il parto dei migliori suoi lavori, e Chopin, come ci rivelò Giorgio Sand, soffriva altrettanto.