CAPITOLO XIV. I fenomeni contraddittori nel genio.
A molti critici della mia teoria sulla nevrosi del genio, di cui tentavo ricostrurre la figura classica sulla trama dell'epilessia, non parve vero di afferrare non solo qualche eccezione, ma qualche completa contraddizione con le linee che io ne tracciava; così il buon Galleani, che fece notare esservi genî alti e grossi in contraddizione alla mia affermazione della frequenza dei piccoli e magri.
L'obbiezione è vera; ma non scalza la base della teoria, fino ad un certo punto potendo spiegarsi la diversità di forme, se non di sostanza, del genio, per il fatto che, pur essendo sempre uguale nell'intima struttura, presenta una differenza notevole nei fenomeni che noi diremmo secondari.
Ma v'ha di più. Studiando i miei e i caratteri trovati nei genî, si trova che questi presentano, in confronto all'uomo medio, i due estremi, i due eccessi in più o in meno di sviluppo; mentre l'uomo medio, il vero normale, è appunto tale, perchè evita ambo gli eccessi. Osservazione questa che io devo al geniale aiuto del dott. Celesia.
1. Statura e peso. — Così, cominciando dalla statura, Havelock-Ellis fece notare come prevalga nei genî, in confronto ai normali, la statura ora piccolissima, ora grandissima, mentre nei normali prevale la statura media; infatti, egli ebbe a trovare:
Nei normali inglesi di statura piccola 16%; Nei normali inglesi di statura alta 16%; Nei normali inglesi di statura media 68%;
Nei genî inglesi di statura piccola 37%; Nei genî inglesi di statura alta 41%; Nei genî inglesi di statura media 22%[61].
Così si dica per la magrezza e la grassezza. Kiernan credette fornire una grande prova dell'assenza di degenerazione del genio, col dare una lunga lista di genî che presentavano un eccesso di adipe, come se la degenerazione grassa non fosse essa stessa una degenerazione. Così egli annovera, fra gli eccessivamente adiposi, Victor Hugo, Rénan, Sue, Maupassant, Flaubert, Gauthier, Sarcey, Janin, A. Dumas, Sainte Beuve, Rossini, che non poteva vedere i propri piedi, tanto era grasso, Balzac, cui tre persone con le mani unite potevano appena contornare la cintura[62].
A nostra volta, poi, ricordiamo la ben più lunga lista dei genî magrissimi: Erasmo, Pascal, Keplero, D'Auembert, Aristotele, Voltaire, di cui dicevasi che il corpo non era più che un lieve, quasi trasparente inviluppo, attraverso al quale potevasi quasi vedere l'animo e il genio. Lammenais era un ometto quasi impercettibile; diceva Lamartine: "È una fiammella che il soffio delle proprie inquietudini caccia da un punto all'altro della camera".
2. Capacità cranica. — E così dicasi della capacità craniana e dello sviluppo cerebrale, poichè mentre una buona parte, la maggior parte dei genî, come Volta, Petrarca, Bodoni, Fusinieri, Kant, Cuvier, Tackeray, Tourguenieff, ebbe capacità grandi da cmc. 1600 a 2013, e mentre, nella media di 26 crani francesi geniali il Lebon trovò una capacità di cmc. 1532, superiore di quasi cmc. 200 e più alla media, non pochi però ebbero scarsa capacità, come Rasori, Descartes, Foscolo, Tissot, G. Reni, Hoffmann, Schumann, e su 12 cervelli di grandi tedeschi, studiati da Wagner e Bischoff, 8 avevano alte e 4 bassissime capacità,, come Bollinger 1207, Liebig 1352, ecc.
3. Sviluppo delle circonvoluzioni. — Mentre il maggiore sviluppo delle circonvoluzioni e la maggior asimmetria si credettero caratteri generali degli uomini di genio, pur qualche volta essi presentano straordinarie atrofie, come in Bertillon, Gambetta, ecc., od anomalìe ataviche[63], senza dire delle meningiti di Grossi, Donizetti, ecc. E così alla bellezza della fisionomia e all'armonia delle forme craniane celebrate come caratteri del genio (Helmoltz, Dante, Schopenhauer), contrastano le enormi anomalìe ataviche di Nobili, Foscolo, Emery, Mind, Skoda, che arrivano fino all'aspetto cretinoso.
4. Filoneismo, ecc. — Al grande filoneismo, che è il carattere più generale e che è la base del genio creativo, si contrappone il frequente misoneismo, che ne fa i più terribili ostacoli ai progressi nuovi, sorti nel loro tempo; Napoleone che respinse il vapore, Richelieu che ne mandò all'ospedale dei pazzi il primo inventore, Bacone che irrise a Copernico, Galileo che, dopo avere scoperto il peso dell'aria, negava la teoria della pressione della colonna di aria sui liquidi, Laplace che nega i metereoliti, Voltaire che non crede ai fossili, Darwin e Wundt che irridono all'ipnotismo come Virchow che irride alle immunizzazioni dei sieri, al darwinismo e all'antropologia criminale.
5. Sensibilità ed equazione personale. — Più importanti ancora per la nostra questione sono i fenomeni ora di anestesia, ora di iperestesìa e, sopratutto, di ritardo o di celerità eccessiva nell'equazione personale. Mentre otto sopra undici dei genî da me studiati[64] hanno un'equazione molto più lenta della media, uno solo rappresentava una cifra media, e due diedero un minimum del tempo di equazione personale ad attenzione ordinaria. E mentre, sopratutto in nove artisti, sotto il comando di massima attenzione si ebbe una notevole diminuzione, che però non scendeva sotto alla media, in quattro biologi questa diminuzione non si notò; e, mentre uno diede brevi esponenti dell'oscillazione individuale, gli altri otto, specialmente artisti, diedero un coefficiente fin doppio e più del primo. Nei quali pure il suggerimento di massima attenzione provocò una diminuzione notevole, quasi della metà. Ma questo coefficiente, sotto il suggerimento della massima attenzione, mentre nei biologi non si abbrevia che di pochi millesimi di secondi, da 3 a 4, negli artisti varia quasi del doppio, 30 a 16, 24 a 15, e ciò per la vista. Quanto all'udito, l'equazione personale presenta la massima brevità in tre, ma molto scarsa in sei. L'esponente oscillatorio fu minimo in quattro, massimo in sette, i quali erano dunque più pronti a rispondere a un eccitamento acustico che al visivo, e assolutamente e relativamente ai biologi.
Anche l'acuità visiva si trovò in alcuni superiore, in altri assai inferiore. Il tatto, o normale o più acuto del normale, in cinque su dodici, apparve più ottuso in sette.
Importantissimo sarebbe il contrasto tra i visivi o i tipi intellettuali auditivi, che, secondo Saint-Paul, sarebbero infinitamente superiori, come 72 a 12; ma e' non mi pare abbastanza chiarito. Meglio lo chiarirono recentemente Patrizi e Cesarmi, che, su ottanta studenti di Modena che si avvicinano ai tipi almeno degli studiosi, trovarono i tipi acustici più frequenti del doppio dei visivi, 75% in confronto a 33, e gli indifferenti 1,3, aggiungendo l'osservazione curiosa che gli acustici provocano nello studio sfigmografico reazioni più pronte e più dolorose. E chi non vede che qui abbiamo fino ad un certo punto la ragione del sorgere dei grandi maestri musicali, anch'essi precocissimi, quasi fin dalla nascita?
6. Longevità. — E lo stesso dicasi della longevità dei genî.
Recentemente William Thayer nel Forum (febbraio 1900) tentò dimostrare, come già io avevo fatto, con nuovi documenti la grande longevità dei genî Anglo-Sassoni di un secolo preciso, dal 1800 al 1900; ma egli pure dimostrò la precoce mortalità di alcuni poeti.
Cominciando dai poeti, che fin dall'antichità si credevano destinati a morire giovani per l'emotività eccessiva, trovò che in 46 poeti si ha una vita media di 66 anni. Però 9 su 46 morirono giovani, da 37 a 26, e cioè 4 per consunzione e 5 per stravizi: Shelley 30 anni, Kints 26, Byron 37, Leopardi 39, Poë 40.
In 39 pittori e scultori la media è di 66 anni; però uno morì giovane (Fortuny a 36 anni).
Di 30 musicisti la media è di 62 anni: Auber morì a 89 anni, Verdi a 86, Spontini a 77. Ma quattro morirono giovani: Bellini, Bizet, Schubert e Mendelssohn.
Di 26 romanzieri la vita media è di 63 anni; nessuno morì giovane.
Di 40 letterati la media è di 67 anni; nessuno morì giovane.
Di 22 ecclesiastici la media è di 66 anni; uno solo morì giovane: Robertson.
Di 35 donne celebri la media età è 69 anni: Somerville 92, Trollope 83, Staure 85, George Sand 72, Stern 71. Ma anche qui 2 morirono giovani: le sorelle Brontë, 30 e 39 anni.
Su 18 filosofi la vita media è di 65 anni.
Su 38 storici la media è di 73 anni. Ma 3 morirono giovani.
Su 58 scienziati e inventori la vita media è di 72 anni.
La media età di 14 novatori e rivoluzionari fu di 69 anni; un solo giovane.
Di 48 militari celibi la vita media è di 71 anni; due soli giovani: Scobeleff e Jackson, 38 e 39 anni.
Di 112 uomini politici la media e di 71 anni.
Di 16 presidenti dell'America del Nord la media è di 68 anni.
La vita media di primi ministri è di 77 anni; però 4 giovani: Parnell 45, Cavour 51, Gambetta 44, Manin 51.
La regola è la longevità, ma con notevoli eccezioni per alcuni, morti precocissimi.
E nei genî troviamo da una parte un'attività psichica esagerata fino alla più tarda età (Humboldt a 80, Goëthe a 81 anni scrisse il Faust, così Verdi, Linneo e Bismarck); dall'altra Beccarla, che cessa ogni lavoro a 32 anni, ecc. E molti lasciano lavori incompleti, come pure Leonardo da Vinci per lentezza nel comporle.
E mentre la precocità è il carattere generale del genio, non mancano le genialità tarde (Alfieri, Wren, Flaubert, Klaorott).
7. Odio e amore per la musica nel genio. — Se noi studiamo la bellissima monografia del Cuningham Moffet (Music, gennaio 1900), vediamo che la maggior parte dei grandi pensatori, specialmente storici, filosofi ed anche letterati, aveva un vero orrore per la musica.
André Lang osservò che il maggior numero dei poeti e letterati odiava la musica. Johnson, Catterina II e V. Hugo la dicevano "il meno spiacevole dei rumori". Lang confessa che può sentire una cantata solo se le parole sono belle, ma non esiste per lui peggior musica della nuova: "È la sola arte che vi s'impone per forza, perchè non potete sfuggire i suoni come potreste sfuggire la pittura; il vantaggio unico per noi è che la musica cattiva non ci fa soffrire".
Anche Grant odiò la musica; obbligato di sentirne a Parigi, considerò quell'ora come la più triste della sua vita.
Napoleone preferiva la musica più stupida: Malboroug s'en va en guerre, e diceva che la musica gli tormentava i nervi; e così Napoleone III, Zola, Gambetta e Goncourt, che arricciavano il naso quando vedevano aprire il piano.
Stook non conosceva altra musica che il God save the Queen; Macaulay, parlando di un pranzo a Corte: "La musica copriva la conversazione con i suoi accordi sonori, fra cui il canto: The combat", ed il nipote aggiungeva che "questo era il solo caso in cui abbia distinto un'aria da un'altra".
Fontenelle disse che non comprendeva quattro cose: il mondo, le donne, la musica e i saltatori. Gauthier dichiarava che di tutti i rumori la musica era il peggiore.
Max Müller non godè che il solo canto di Lind. "Sono — ci scriveva — tardo ai suoni come altri ai colori". Anche Max Buckle, come Macaulay, per quanto avesse meravigliosa memoria, non poteva distinguere un'armonia dall'altra; e Humphrey Dawis sentiva così poco la musica, che non poteva marciare in tempo quando era soldato. E così Carlo Lamb e Jean Stanley.
Beaumarchais sentenziò: "Tutto ciò che non è atto a scriversi, lo è al canto".
A tutti questi genî, odiatori di musica, opponiamo Aristotele, che fa della musica il pernio dell'educazione morale: Musset, che dice: "È la musica che mi fa credere in Dio". Daudet pare che amasse qualunque specie di musica di Chopin; il Bethoven amava il tamburino come l'organino perfino le campane; ogni suono parlava per lui. "Ogni musica — diceva — mi ispira. Wagner m'ipnotizza, il violino degli zingari mi ha fatto lavorare".
Nell'Uomo di genio dimostrai quanto Alfieri fosse sensibile alla musica. Milton era eccellente musico. Coleridge diceva che "la musica lo rinfrescava". Addison aveva "eccellente criterio musicale". E così De Quincey e Gratry. Moore dice che "la musica è la giusta interprete della religione; niente parla all'anima come essa". Sidney Smith: "Ogni suonatore è un uomo felice".
Darwin amava la musica, e così Elliot e Kemble. Burns non solo era un amante della buona musica, ma sapeva suonare il violino. I suoi canti erano ispirati da canzoni musicate, popolari, ed amava sentirsele suonare.
Carlo Reade, romanziere, ricorreva alla musica come alla più nobile delle ricreazioni. Carlyle diceva che "la musica e la lingua degli angeli".
"Molti luoghi della Commedia — scrive Graf[65] — mostrano che Dante ebbe squisito senso musicale, e così Petrarca, che l'armonia di liuti, canti e suoni rapivano fuor di sè stesso".
Metastasio non solo componeva, ma cantava i suoi versi. Goëthe gustò l'arte di Mendelssohn. Byron non poteva udire musica melanconica senza piangere. Moore, per perfezionare i propri versi, usava cantarli, e diceva la parola povera a paragone della musica. Leopardi preferì, è vero, la musica triste, ma gustò pure il Socrate immaginario di Paesiello. "Notisi — con Graf — come quel rozzo canto che passa nella via, e lontanando muore, subito sollevi la mente del poeta alla considerazione di tutto ciò che passa e muore nel mondo, ond'egli ricorda gli avi famosi e il grande impero di Roma, e finalmente conclude:
"Tutto è pace e silenzio; e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona".
"Errerebbe di grosso — conclude il fine critico — chi in tutto questo, invece di un procedimento di associazioni, che nell'animo del Leopardi è spontaneo e naturalissimo, non vedesse altro che una velata lirica e un artificio retorico. Qui l'impressione musicale deriva la massima parte del suo valore estetico dall'abituale contenuto della coscienza.
"E così in molti altri casi. Nelle Ricordanze, udendo il suon dell'ora che dalla torre del borgo gli arreca il vento, il poeta commenta;
"Era conforto
Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
Quando fanciullo, nella buia stanza,
Per assidui terrori io vigilava,
Sospirando il mattin".
Nella canzone: Alla sua donna, sono ricordate:
"Le valli ove suona
Del faticoso agricoltor il canto";
e nel tramonto della luna, il canto del carrettiere che saluta
"Con mesta melodia
L'estremo albor della fuggente luce
Che dianzi gli fu duce...".
"Egli è certo, dunque, che nella musica il Leopardi dovette pregiare non tanto i miracoli di una maestria consumata, la ostentazione di una virtuosità rigogliosa, creatrice e vincitrice di ostacoli, le complicazioni e le pompe teatrali, quanto l'arcano e dolce linguaggio che parla alle anime, l'intima virtù suscitatrice di sentimenti ineffabili e di estatici suoni" (Graf).
Noi vediamo dunque da tutti i caratteri dei genî, dalla statura fino all'equazione personale, al senso musicale, ecc., che, pure persistendovi un certo andazzo costante, non mancano per eccezione linee in senso perfettamente opposto, come accade appunto nell'epilessia, in cui si notano gli estremi opposti di statura, di capacità cranica, di energia intellettuale e sensoria, pure essendovi una maggioranza che ha statura piccola[66], submicrocefalìa, ottusità sensoria ed intellettuale.