CAPITOLO X.

Otto giorni dopo.

Otto giorni dopo queste dolorose scene cui il lettore si è compiaciuto di assistere, Alfredo Guglielmi, liberato dalla fortezza, la mercè delle premure dei suoi superiori, mestamente congedandosi dalla madre, ripartiva pel suo reggimento stanziato sulla Dora.

Padre Gonsalvo recitava col suo breviario l'uffizio, il negro Iago rispondeva agli Oremus del monaco, madama Guglielmi giacendo in letto ancora convalescente riceveva le visite di condoglianza dei suoi amici e di altri suoi conoscenti, ed appena aveva forza di sorreggere la testa sopra i cuscini. Ma Esmeralda, ma Rosina, ed il misterioso Giovanni che facevan eglino? Della sorte di Rosina circolarono varie voci, nessuna però si addiceva al vero. La fanciulla era scomparsa in modo maraviglioso e incomprensibile; appena il signor Basilio si avvide essersi ella gettata per la finestra, discese in un attimo le scale accompagnato dai servi con lumi, credendo di trovarla esanime e ferita al suolo, avvegnachè la finestra da cui erasi precipitata fosse alta una diecina di braccia dal livello della strada. Ma sulla strada non vi era orma di persona caduta, non una macchia di sangue, non un oggetto che le avesse appartenuto. Alcuni vicini discesi al trambusto che faceva il signor Basilio, interrogati, risposero non avere inteso il menomo rumore tranne quello che faceva lui stesso: ed egli furibondo si era dato a frugare per ogni dove nel palazzo coll'idea fossesi nascosta la fanciulla, ma la di lui ricerca era tornata inutile. Spumante di rabbia in vedersi deluso nella aspettativa di sicura felicità, mordendosi i labbri si era rivolto alla direzione di polizia, la quale, udito il caso straordinario, aveva immediatamente praticate le più scrupolose ricerche, ma invano. La stessa osteria dei Tre Mori, siccome conosciuta oramai per un nascondiglio di gente sospetta, era stata perlustrata da cima a fondo senza verun resultato. Si era dubitato che la fanciulla leggermente ferita ovvero miracolosamente sana fossesi diretta per qualche porta fuori della città, ma i portieri assicurarono come dalle undici della sera al vegnente mattino veruna donna era uscita dalle mura. È cosa impossibile l'esprimere la rabbia del degnissimo signor Basilio, a cui la preda era uscita proprio di fra gli ugnoli; e siccome l'arresto di Alfredo imputato di sospetta associazione ai settari era stato opera de' suoi maneggi per tor di mezzo un ostacolo alle mire che aveva sul possesso della Rosina, venuto per la di lei misteriosa scomparsa a mancare lo scopo, non aveva voluto più oltre insistere, ed il giovane fu rilasciato per mancanza di prove. E qui mi è duopo narrare come il signor Basilio era informato da certo suo confidente segreto che un malandrino nella persona di Topo, arrestato per omicida, aveva rivelato l'esistenza di una setta, di cui aveva dato alcuni riscontri circa il convegno, senza per altro al momento spiegarsi di più, mentre il magistrato sorvegliatore credette dispensarsi da ulteriori spiegazioni del detenuto, attenendosi piuttosto al partito di cogliere i settari sul fatto alla mezzanotte nelle catacombe. Esso signor Basilio, sopra l'unico riscontro dell'esistenza della camelia rossa, segnale sospetto nelle stanze di Rosina, piccato dal di lei costante rifiuto di sue nozze, aveva concepito il pensiero che fra Rosina ed alcuni dei congiurati dovesse esistere un qualche segreto legame, ed argomentò che certamente la fanciulla non poteva esser sola nella faccenda e che Alfredo, giovane riputato entusiasta, andasse con lei d'accordo. Su tal sospetto, insinuando analoghi dubbi alla signora Guglielmi, la quale insieme con lui sorprese i giovani, siccome vedemmo nel precedente capitolo, alle ore undici e un quarto di sera nel salotto in procinto di fuggire dalla casa materna, aveva preventivamente fatti nascere nel commissario suo amico sospetti utili al suo fine, instigandolo a procedere all'arresto del giovane, riservandosi di farla da protettore e padrone di Rosina, che divisava di trasportare presso di sè al più piccolo pretesto che gli fosse riuscito di cogliere. Ma il cielo si compiacque schernire questo briccone. Il salto di Giovanni co' suoi nella cloaca del sotterraneo aveva resa inutile la sorpresa tanto desiderata dal magistrato di cogliere in flagranti i congiurati. Il salto della Rosina dalla finestra aveva reso inutile l'arresto di Alfredo; il quale, ben sapendo come nessun documento potea comprometterlo, in specie non essendosi trovato alla riunione nel sotterraneo, era riuscito, come sappiamo, ad ottenere di essere restituito in libertà. Il signor Basilio, affettando una calma stoica, era tornato ad assidersi al suo banco di pannine, senza osare di presentarsi alla signora Guglielmi, temendo di esser corso troppo e di non avere colori bastanti onde ulteriormente contrafarsi ed ingannare quella donna. In mezzo a tante ambagi lo crucciava il pensiero della perdita di colei per il cui possesso avea sparso assidue cure durante un biennio; lo crucciava l'idea di non potere, senza pubblicamente tôrsi quella maschera di galantuomo a lui sì favorevole, ottenere il pagamento del suo credito verso madama Guglielmi; e lo angustiava infine il sentire che, contro sua voglia, qualche poco si ciarlava di lui. Talchè, simile alla volpe che dopo essere entrata nel pollaio non trova la via di uscirne dal solito buco per aver mangiato troppo, si trovava in preda ad un'agitazione da lui non mai provata tutto il tempo della ipocrita sua vita; pure, nella speranza di rimediare o almeno di non far peggio, seguitò ad uscire alle ore solite di casa, ad assidersi al banco ed in tutte le periodiche occupazioni in cui noi lo vedemmo esattissimo. Nella sua doppiezza non avea mancato di recarsi al tribunale ed esternare gravissimo cordoglio per la fallita impresa delle catacombe e per la mancanza di prove onde si prolungasse la detenzione di Alfredo.

—Ma…., aveva esclamato sul termine di un colloquio con un funzionario di polizia, quod differtur non aufertur; ne vada la mia pelle, sarò sempre buon servitore della giustizia.—

Tornato al suo banco, egli invano procurava d'imaginarsi un plausibil modo intorno alla sparizione della fanciulla; infatti chi poteva averla aiutata, sola, senza mezzi, senza esperienza, a sottrarsi non tanto alle ricerche di lui, quanto a quelle diligentissime della polizia? Forse il suo incognito amante? Ma se colui era, qual ei supponeva, uno dei settari, come trovarsi sotto la finestra per ricever nelle braccia la cara fanciulla e al tempo stesso essere alle catacombe? Alfredo, ito agli arresti col commissario, non era suscettibile di porgerle aiuto. Dunque? Il diavolo in persona doveva aver preso parte a vantaggio della giovane: ma nè anche quest'idea persuadevalo, sapendo come la purezza dei costumi di Rosina non poteva procacciarle le simpatie del formidabile ausiliario infernale. Lambiccatosi il cervello per mille differenti congetture, il degno signor Basilio aveva concluso di lasciare al tempo la cura di svelare l'impenetrabile arcano e dover lui deporne il pensiero, onde non rischiare di divenir pazzo a forza di meditare; ed infatti si era avveduto che la strana sua situazione avevalo alquanto dissestato nella direzione dei propri affari. Si era dimenticato di cancellare una partita di un suo debitore che lo aveva pagato; ma giacchè la cosa era passata, pensò esser meglio lasciare aperto il credito che scarabocchiare la carta. Si era scordato di accendere l'ultimo sabato la lampada alla imagine di sant'Omobono, ma pensò rimediare alla trascuranza col comprare il sabato venturo, invece di una crazia, due soldi d'olio. Il tremito dei suoi nervi rendendogli paralitiche le mani, queste tenevano il passetto in modo che nel misurare il panno a' suoi compratori le bracciature riuscivano piuttosto scarse, ma, per tranquillizzare la propria coscienza, diceva a sè stesso: Che colpa ho io se i dispiaceri che ho provati agitano i miei nervi? tutti coloro che son causa delle mie afflizioni sconteranno nel mondo di là il piccol danno che in questi giorni di confusione possono aver risentito i miei avventori. Troppo lungo sarebbe l'enumerare le sbadataggini di cui fu suscettibile il nostro mercante nel periodo transitorio che abbiamo accennato; una sola, come d'indole assai bizzarra e comica, non vogliamo passar sotto silenzio i nostri lettori. Si scordò di portare le solite teste di pesce fritto nel fazzoletto turchino al gatto che teneva in bottega, il quale essendo stato 48 ore in forzato digiuno, si mostrò piuttosto in broncio col padrone. Quando questi un bel dì aperse la bottega, in un momento di riflessione, appoggiati i gomiti sul banco, il micio, credendo che il padrone ingrato dormisse, imaginò di rifarsi del lungo digiuno a spese di uno dei di lui orecchi il quale per la portata del sangue pareva rosso come un salsicciotto. Onde, spiccato un salto sulla tavola del banco, glielo addentò così fieramente che, senza l'aiuto di benevole persone accorse alle grida del mercante, l'orecchio del signor Basilio sarebbe passato nelle interiora del famoso Buricchio. Da queste dimenticanze trasse frutto il signor Basilio; cessò dal meditare sulla sparizione di Rosina, restringendo i suoi studi mentali sul modo di ottenere dalla signora Guglielmi il pagamento del vistoso suo credito. Lasciamo intanto questo degno personaggio e ritorniamo ad Esmeralda. Esmeralda? Oh! qui sì che vi è del mistero; oh quanti misteri! dirà qualcheduno. Carissimi, rispondo io, non so che dirvi. Dunque zitti, e tiriamo innanzi.

Esmeralda dopo alquanti giorni di dimora al convento pareva più tranquilla, sebbene non avesse riacquistata la ragione. Le suore, a causa della sua beltà, quasi l'amavano. Essa aveva un certo che da farla considerare come superiore al resto delle femmine. La priora aveva per mezzo dell'ortolano mandata lettera confidenziale al padre Gonsalvo, onde questi le indicasse qualche cosa intorno alla frenetica fanciulla in modo brusco da lui introdotta come pensionaria in quel luogo, non avendo la buona madre potuto sfogare il femminil talento di curiosità colla fanciulla, imperocchè essa faceva dei discorsi fuori di senso: parlava di navigli, di catacombe, della Guadalupa, di un caprone, della tribù dell'Ohio e d'altre simili cose, alla madre priora inintelligibili ed a cui rispondeva con esorcismi onde fugare il demonio, da cui credeva ossessa la giovane. E noi certamente le daremo ragione del suo procedere; inoltre quel benedetto padre Gonsalvo aveva avuto tanta fretta nel partire dai monastero che non era stato possibile interrogarlo, e poi era tanto laconico quel buon padre!

Il giorno dopo l'improvvisa recezione di Esmeralda, madre Domitilla, parlando confidenzialmente a suor Dorotea in un'ora dopo il refettorio, le aveva detto:

—Ma che ne dite, suor Dorotea, della apparizione di quella specie di energumena?

—Oh! rispose la camarlinga, io non ne so nulla; tocca a voi, siete priora e basta, io non posso aprir bocca su certi argomenti.

—Ma pure….

—Pure, riprese suor Dorotea, dico che quel benedetto padre abate si prende certe facoltà un poco troppo spinte: capita qua ad ora quasi notturna, picchia, gli viene aperto, introduce una straniera che fa certi occhiacci di spiritata, parla di bastimenti, prende la soglia del convento per la bocca di una darsena, la fune del campanello per una corda d'una vela, voi per il grand'ammiraglio e me per il capitano dei cannonieri; e il reverendo, senza dirci chi è o chi non è costei, ci lascia colle laconiche espressioni: Suore mie, in nome del cielo custodite questa infelice fino al mio ritorno; ed aggiungendo: Benedicat vos, etc., se ne va, e non ne abbiamo saputo più nulla.

—Sì, cara camarlinga, io pure sono del vostro avviso; il buon abate non ci ha fatto il miglior regalo del mondo: ma su questo, transeat; peraltro non è scusabile quel non farci sapere, almeno in due parole, chi è la giovane, cosa voglia, se sia turca, ebrea, scismatica; se dobbiamo convertirla, riconciliarla, ecc., ecc. Quanto è strano quel reverendo!

—Eh! eh! madre priora, sento dire che quel religioso in sua gioventù fosse un po' cervellino strambo, ben s'intende avanti di vestir l'abito.

Delicta juventutis meae ne reminiscaris, Domine, prese a dire la priora: in gioventù tutti più o meno avemmo i nostri falli; speriamo che il Signore voglia dimenticarli. Ma, tornando alla fanciulla, ella non può essere nè turca nè ebrea nè pagana nè protestante: perocchè sappiate, carissima suor Dorotea, come io, sebbene mi fidassi del degno padre abate, abbia voluto togliermi ogni dubbio di ricevere fra le pecorelle del Signore una qualche volpe pericolosa; e fino dal momento in cui l'incognita ci venne presentata dal padre abate, io colla scusa di accomodarle il fazzoletto da collo procurai di rintracciare se da quello pendesse qualche segno di buon cristiano. Indovinate un poco cosa vidi?

—Che? Dite, dite.—

—Una bella reliquia del santo Velo incastrata in una teca di oro a filograna.

—Cospetto! esclamò la camarlinga; deve essere non solo buona cattolica, ma anche ricca.

—Ed anche nobile, continuò la priora; dietro alla teca vi è una bellissima incisione della corona di conte e sotto le iniziali E. C. Z. S. A. 21 marzo 1805.

—Bagattelle! disse sorpresa la camarlinga. Oh! è da figurarselo.
Colei è nobil contessa. E non importa che sia forastiera; padre
Gonsalvo ha relazione con tutti i popoli del mondo. Sarà qualche
giovane scappata ai suoi parenti.

—O qualche innamorata di giovane pagano o liberale, il che è tutt'uno.

—Che bell'acquisto per il convento se si facesse monaca!

—Sicuro, e, a dirvela, io ci ho pensato subito subito: speriamo che riprenda la sua ragione.

—Ed io, vedete, madre priora, confesso il mio peccato: non sapendo tutta questa faccenda, sono stata non poco inquieta in questi giorni, poichè credeva che il convento ci rimettesse di suo, dando da mangiare ad un'incognita la quale….

—Zitta! zitta! riprese la priora: non vi fate sentire da nessuno. Non sapete cosa mi consegnò il frate al momento di lasciar la ragazza?… cinquanta luigi d'oro!

—Eh!

—Sicuro; il buon padre Gonsalvo disse poche parole, è vero, ma fece de' fatti e mi pose in mano un involtino con cinquanta bei luigioni lampanti.

Benedicamus Domino, disse la camarlinga, che aveva tutta la sfiducia propria dei cassieri; sicchè adesso non rimane che ad appagar la curiosità.

—Questa sera sapremo qualche cosa; ho inviato l'ortolano a Montenero,

—Ma intanto non potrei vedere il reliquiario? soggiunse la camarlinga sentendosi morire dalla curiosità.

—Non vi è difficoltà, riprese la superiora; andiamo nella cella N. 12; la fanciulla è tanto buona che è certo ci dirà «Mamma, mamma» e ci mostrerà ciò che volete.—

Entrambe si avviarono alla cella N. 12, bussarono. Nessun rispose; entrarono, non ci era alcuno. Il convento fu tutto frugato. La Esmeralda non ci era più, nessuno l'aveva veduta uscire. Considerate ciò che pensarono, ciò che dissero le suore. La priora spedì un altro espresso al padre Gonsalvo, e questi fu il garzon del vinaio, ritenendo peraltro i cinquanta luigi lampanti.

Esmeralda era sparita la sera dopo la sparizione di Rosina.

Quanto al Caprone ed Iago sappiate…. ma no, per adesso non avete a saper nulla. Bisogna ch'io ritorni nella carcere ov'è rinchiuso Topo. Ma non si potrebbe prima parlare di Giovanni, ossia del Caprone e di Iago? No, signore, non si può; perchè se si tardasse ad andare nella carcere di Topo, si correrebbe rischio di non trovar più nè anco lui. Caspita! ci sono scappati due dei nostri personaggi; non voglio che ci fugga anche il terzo.

Topo è in carcere. Passato il primo bollore della paura, costui si è pentito della rivelazione fatta così su quel subito dell'arresto; sapeva il birbante che, una volta sfuggito dalle unghie della giustizia, poteva cadere in quelle dei settari, i quali certamente a seconda dei loro terribili statuti l'avrebbero spedito all'altro mondo senza processo. Dunque si era pentito e, per riparare alla imprudenza, faceva giuro a modo suo di non dir altro. Caspita! diceva fra sè nella prigione: la tortura e quelle macchinucce con cui strappavano ai tempi antichi la verità dalla bocca dei rei non ci son più; sicchè non ho paura di corda, di argani, di caprette, di quegli ordigni che ho sentito tante volte nominare in un libro che il signor Bruto leggeva all'osteria dei Tre Mori. Dunque non ci son più, ed io?… resta sempre da imparare. Dopo che in carcere ci sono stato tante volte, questa volta l'ho fatta proprio da somaro e non da topo, e sì che i topi son furbi; sono stato tante volte fra le unghie del gatto e ne sono bravamente scappato senza lasciargli in bocca del mio pelo. E adesso?… Ah! proprio l'ora del minchione viene ai più furbi, e d'altronde ero tanto acciecato dalla rabbia…. quel birbante di Cacanastri voler per sè la roba rubata da me. Caspita! gli uccelli sono di chi li chiappa. Io con lui non ho agito così quando l'altra settimana rubò quella collana di perle all'erbaiola di piazza e la portò a vendere al signor Basilio, cioè al signor Giuda: cospetto! io non dissi mica: gliela voglio portar io. Ognuno che va da quel galantuomo ci deve portar ciò che busca. Birbante di Cacanastri! ma almeno dal signor Giuda ci andrò io solo. Gran galantuomo che è quello! paga a contanti, e si sapesse mai nulla! è più segreto del muro. Ma, soggiunse, se ho fatto male, farò emenda da me, il signor giudice non saprà più nulla: se ha voglia di gridare, di urlare, di minacciare, di spezzare il campanello, per me saranno le sei*.

* Espressione volgare di quell'epoca, che equivarrebbe: a non so nulla.

Mentre Topo faceva questi discorsi fra sè udì in uno degli anditi delle carceri dei domenicani* una voce che accompagnandosi col tintinnio del mazzo delle chiavi cantava l'appresso stornello.

* Luogo detto così volgarmente.

Che mangerà la sposa la prima sera?
Un mezzo piccioncin*.

* Canzonaccia popolare di quei giorni.

—Veh! veh! questa voce non m'inganna; è Caicchia il fruttaiolo di via San Francesco; no, è del suo figliuolo, quel monello che non ha mai fatto nulla di bene.

—Oh! oh! Caicchia.

—Chi mi chiama? rispose la voce.

—Son io, è Topo che hanno fatto cascare nella trappola: ma tu sei dentro?

—Son fuori; non son gonzo.

—E che ci fai?

—Faccio il gatto.

—Gnau, buon pro ti faccia; almeno avvicinati alla mia stamberga, briccone!—

Un giovanotto dai venti ai ventidue anni, che ben si scorgeva per un secondino di quello stabilimento, si avvicinò alla cella di Topo, ed aperto il piccolo finestrino dell'uscio a doppio sportello, si fece vedere al detenuto.

—Figliol d'un tette* di Caicchia, to', chi ti faceva qua dentro. Come se' grosso e grasso; lo dicevo io tu' pa' che non avevi voglia di far nulla al mondo…. Eccoti diventato un signore.

* Espressione del volgo.

—Tutti i mestieri danno pane, ma tu, pezzaccio di galera, che hai fatto?

—Ho sbertito Cacanastri*.

* Nel gergo: ucciso.

—Ci ho gusto davvero; ma dimmi ho sentito di' che sei anche della congiura della fusciacca rossa* eh!

* Il volgo chiamava così, quasi appartenenti ad una specie di setta, tutti coloro che a quell'epoca erano compromessi colla giustizia: e riteneva che i congiurati, per commettere insieme dei misfatti, portassero una fusciacca o cintura rossa con cui legassero i calzoni alle reni.

—Chene?…: chene? non me ne vendi: co' tu' pari acqua in bocca

Secondino. Ti compatisco: per chi m'hai preso?

Topo. Per un ferro di bottega*. Se non hai altri moccoli, va' a letto al buio, Da questo sportello tira troppo vento.

* Nel gergo: impiegato di polizia.

Sec. Bene: serrerò.

Topo. Noe, l'ho fatto per celia; anzi ho piacere di vedetti quìe; semo camberati.

Sec. Della Bulca….

Topo. Della Bulca…. ma mene mi hanno ilscaraventato ai malmetti*.

* Messo in luogo di prigione.

Sec. Ma tu hai ilbotrato* tutto.

* Palesato.

Topo. Noe…. noe ho ilbotrato nulla due hosine al pittore* pel conia.

* Cancelliere criminale, in gergo.

Sec. Ma e del Caprone e di Concetta e di Bruto….

Topo. (confuso). Futtulsco Caicchia! anche te della fusciacca rossa.

Sec. Sie sie,,, non ti arioldi barabba.

Topo. Barabba! sì me ne arioldo, sei tene, che volevi bulscherar la Honcetta.

Sec. E te ne mi arreggevi lume.

Topo. E hai poltato la balchetta in questo molo*?

* Venuto in questi luoghi.

Sec. È stato mi pae* pttosto il sniffo** che ha holoniali.

* Padre. ** Birro.

Topo. Magari!

Sec. Ora se tu vuo' fa bene, va' a ilbotrare anche di mene.

Topo. De' camberati! accidenti! ma giacchè sei della corda*, non mi potlelti aprimmi un poino.

* Della lega.

Sec. Gnau… gnau…

Topo. Ohè, se torni a ilmiaulare, ritorno Topo, abbasso i camberati e ilbotro anche di tene al pittore.

Sec. Hoe; ho fatto conia, e poi la chiave della bujosa* l'ha il soprastante.

* Prigione.

Topo. Accidenti a lui e alla sua famiglia!

Sec. Non beltemmiare…. vuoi una mezzetta? pago io.

Topo. Bravo, camberata!

Dopo qualche spazio di tempo Caicchia torna con mezzo boccale in mano e, riaprendo lo sportello, porge da bere a Topo.

Topo (prendendo il boccale ed accostandoselo alla bocca). E tu non bei?

Sec. Ho beuto.

Topo (rendendo il boccale). Buh! che roba! a che osteria l'hai preso? come è amaro! Buh!

Sec. (chiudendo lo sportello e rompendo il boccale sgangheratamente ridendo). È roba da Tobi, birbante!

Topo (con urlo soffocato di dentro). Caicchia! ahimè! brucio, brucio, brucio, muoio, muoio.

Sec. (ridendo). O vai ora a ilbotrare di Caicchia*!

* A palesarmi.

Topo (Con voce appena intelligibile). Ah!… t'aspetto all'inferno! ah!

Sec. (allontanandosi). Clepa pure ed avviati o ilbotra di Caicchia*!

* A palesarmi adesso.

Prima di notte Topo era morto: credettero fossesi avvelenato da sè stesso; la sua morte e la fallita impresa delle catacombe aveano salvato i congiurati. In quella notte medesima da incogniti ladri venne derubata madama Guglielmi degli ori, degli argenti e delle gioie. Il furto ascendeva a 10,000 scudi. La polizia non scoperse mai nulla.

N.B. Nel dialogo fra Topo e Caicchia si è adoprata l per r e si son soppresse alcune lettere dell'alfabeto per dare un'idea della pronunzia dei Veneziani di Livorno ed in genere del basso popolo.