CAPITOLO XIX.

La capanna dello zio Neri.

Prima che facciamo ad introdurci nel locale doloroso in cui abbiamo veduto trasportare la misera cantatrice di storie ed il suo pargoletto, e rinchiudere il signor Basilio, ne fa duopo ritornare molti anni addietro, cioè a quel punto del nostro racconto in cui con tanta sorpresa e rammarico delle reverende madri priora e camarlinga di Santa Chiara, disparve da quell'asilo di pace la sventurata Esmeralda.

Quella entusiasta giovane, che improvvisa mania colpiva nella mente, alla quale peraltro gradatamente avevanla preparata lo strano modo di sentire e quel darsi alla vita della selvaggia in un mondo civilizzato, stava, come sappiamo, trattenuta nel convento senza sapere ove fosse, credendosi in riva ad un porto di mare e pronta a salire su di un naviglio che recassela in America alla rediviva sua madre. La fisionomia delle donne velate di nero che circondavanla, la ristrettezza della cella, il suono dell'organo, le voci femminili ed acute delle monache producevano nella sua mente una di quelle confusioni che ella non poteva e non sapeva spiegare, ma che pur troppo dovevano rendere più intensa quella passeggera aberrazione mentale che il discorso di padre Gonsalvo nell'osteria dei Tre Mori in un momento di eccitazione ed il colloquio col suo amante avevano fatta improvvisamente nascere.

Se il buon religioso avesse creduto che tanto sinistro effetto avessero a produrre in quella giovane le sue parole, oh! chi sa se le avrebbe proferite? Ed infatti una delle più crucciose rimembranze che angosciassero quel venerando, laggiù nel fondo dell'Indostan era quella del giorno torbido e fatale 17 febbraio 1821, in cui aveva sottratta la giovane al suo amatore. Ma chi mai può prevedere gli eventi? una delle cause più energiche che avesse preparato il tristo effetto della demenza della infelice fu quella di accorgersi di avere fecondo il seno. Avvezza a disprezzare là nei deserti dell'America un avvenimento che, a senso di quella selvaggia sua semplice vita, non aveva in sè vergogna; purchè rilevasse da affetto verso un sol uomo, e che quest'uomo fosse l'unico amante, ella non pensava che in Europa e nella moderna civiltà si giudica ben altrimenti. Ma un senso di dolore nel riflettere che la frenesia da cui sentivasi posseduta verso la causa di un fallace risorgimento, e da cui pure era invaso il suo amante Alfredo per la felicità della patria, potevano portare entrambi i giovani insieme sul patibolo, avevala scossa terribilmente, pensando di dovere salirvi o incinta o madre di fresco. Il crudele contrasto fra il dovere di cittadina e l'amore di madre, amore che voleva soffocare per vincere nella ardua palestra, avevale acceso il sangue.

Trovatasi al convento, ella s'imaginò di esser già stata giustiziata e di aver perduta la vita sul palco e di trovarsi in luogo di beatitudine eterna, a ciò suadendola le pie voci delle monache e la melodia dell'organo. Esmeralda, dai deserti dell'Ohio passata alle popolose città di Europa, ingolfata fra le turbe cospiratrici, immersa nei piaceri di una vita turbolenta e variata, internata dei discorsi e delle aringhe esaltate ed esagerate, non aveva la menoma idea di un convento, e quella pace di esso e quella maestosità dei sacri riti, non vi ha dubbio, doveva aver penetrato nell'anima della giovane, sebbene la sua ragione fosse smarrita.

Credutasi in cielo, la sua anima agitata parea acquietarsi; ma nell'interno bolliva più fiera la tempesta. In un momento di delirio più forte le venne in mente il figlio di cui era incinta: credè di averlo lasciato nel mondo, e sebbene ormai si credesse puro spirito, l'amor del figlio la riconducea alla terra; e la terra essere le parea quel giardino fioritissimo sul quale dava la finestra della sua cella, la quale era ben poco elevata dal suolo, ed ella nell'idea di avere le ali, giù si cacciò a precipizio. Ma avvegnachè fosse nei decreti della provvidenza che non dovesse risentirne danno veruno, sotto appunto la finestrella l'ortolano aveva trasportato per avventura una quantità considerevole di paglia per foraggio delle giumente e delle capre ad uso del convento, ed Esmeralda si rialzò subito e messesi a cercare per tutto il vasto giardino. Delusa nelle sue ricerche, incontrò la porta, che l'ortolano medesimo per disgrazia aveva lasciata aperta; uscita senza saper dove andava, errò per l'alta notte illuminata dalla luna, fino a che trovossi sopra di una sponda dell'Arno; curvatasi per vedere laggiù, scôrse la propria imagine riflettuta dalle acque limpide del fiume, e siccome l'onde movendo verso la foce facean vacillare l'imagine che parea fuggire sull'acqua,—Ah! ah! non mi fuggire, cattivello, esclamò la misera pazza; e non sai che io son tua madre e che quando ti avrò acchiappato torneremo insieme al paradiso?—Disse e di un lancio si gettò nell'acqua profonda. Non più vedendo l'imagine, ella, vigorosamente nuotando, nel che era espertissima, e seguendo la corrente, in breve fu verso lo sbocco del fiume nel mare; ma il lungo digiuno che ella aveva fatto in quel dì, in cui più che mai aveva farneticato, lo stato morboso in cui erano le sue fibre, il gelo dell'acque che avevanle inzuppato tutti i panni, fecero sì che prima di arrivare allo sbocco del mare ella aveva completamente perduto i sensi e come corpo morto seguitava la corrente, quando uno dei molti arbusti che scorgonsi sulla destra di quel fiume essendosi intricato nelle vesti, rattenne quel corpo quasi esanime. Volle fortuna che presso a quello si trovasse un tal Neri, vecchio pescatore e cacciatore ad un tempo; il quale da molti e molti anni passava la vita dentro ad un barchetto a pescare ed a cacciare gli uccelli acquatici: e sulla prossima riva estrema a confine degli spessi boschi di San Rossore, luogo tutto selvaggio e tutto pineti ed arbusti intricati fra loro, stanza favorita di daini, di cinghiali e di caprioli, il vecchio Neri teneva una capanna di cui la moglie avanzata in età era l'altra abitatrice. Neri, sentendo l'acqua rimulinare intorno al barchetto, nel quale quella notte era anche la moglie che accomodava alcune reti, voltossi a lei:

—Ohe, Teresa, le disse, guarda un po' quaggiù fra i salci; ci ha da essere qualche ingombro: l'acqua rimulina sotto il barchetto e lo fa girare intorno al palo (poichè il barchetto di Neri era legato ad un palo o remo confitto nell'alveo del fiume); se è così, è inutile gettar la lenza.—

Teresa ubbidì e, tratto fuori del barchetto un lanternino, si mise a sbilucciare verso i salci indicatile.

—Oh Madonna santa di sotto gli organi! gridò la vecchierella, altro che ingombro, è una donna affogata.—

Neri a tal voce lasciò andare la lenza nel fiume ed esso pure gridò:

—Perdinci! potrebbe essere non anco affogata; in questo caso è dovere di cristiano aiutarla; e se mai è morta, sarà quello che Dio vuole.—

Neri accompagnò le parole coi fatti (e sappiate, lettori carissimi, che Neri era livornese e livornese schietto, un tôcco di cuore, non potete imaginarvelo, ignorante, ma cristiano, che tutta la vita aveva passato a bocca d'Arno fino dall'infanzia): fatto girare il battello, l'accostò alle sponde e, tiratosi i calzoni fino sopra al ginocchio, cavatesi le scarpe, si calò nell'acqua, che presso la riva aveva basso fondo; amorosamente raccolta la Esmeralda, la pose nel suo barchetto, mentre la buona vecchierella gli faceva lume dalla sponda del medesimo. Siccome uomo di forza erculea, presa nelle braccia la misera giovane come noi faremmo di un bambino, leggiermente inchinò la testa di essa verso il suolo onde rigettasse quell'acqua che potesse avere ingoiata. Ma ben poca ne aveva trangugiata Esmeralda, perchè, sebbene svenuta, era stata sempre a fior d'acqua; imperocchè le larghe sue vesti le avevano servito come di sostegno. Fatta questa operazione, la donna, posta sopra il cuore della giovane una mano e sentito che batteva, disse:

—Caspita! questo non è luogo per noi, andiamo in capanna, caro Neri; questa ragazza non è morta, è svenuta, e va subito slacciata e messa a letto.—

Il pescatore comprese che la moglie aveva ragione; e perciò, saltato sulla riva, condusse attraverso i salci, i giunchi e la bassa pineta, la derelitta alla propria capanna, che stava ad un quarto di miglio dalla riva ed in luogo così inospito che le selve del fiume Ohio non avevano a perderne. Giunti colà, i coniugi intesero a mille cure verso la sfortunata, che, rinfrancata da una quantità di rhum che il pescatore volle cacciarle per la gola, sbrogliata dei panni e collocata nel letto di quei sessagenari sposi, riprese in breve i sensi e la vita.

—Ah! te l'ho detto tante volte, ed ora te lo ripeto, esclamò Neri fregandosi per gran sodisfazione le palme; il mio rhum è un liquore miracoloso, ha fatto e farà sempre prodigi: viva il contrabbando; senza di questo il povero pescatore sarebbe costretto a bere dell'acquerello o del cognac.

—Eh giusto! sempre col tuo rhum di contrabbando; mi hai stonate le orecchie: è stata prima la Madonna di sotto gli organi e poi questo letto caldo.

—Ah! in quanto alla Madonna sta benissimo, io non contrasto, poichè senza il di lei patrocinio nè anche il rhum potrebbe aver fatto bene; ma quanto al letto, ci vuol altro che pannicelli caldi.—

Il marito e la moglie ebbero un piccolo ed innocente diverbio, mentrechè Esmeralda aveva preso un placido sonno. Finalmente, dopo aver egli vantato i pregi infiniti del suo rhum, la donna quei del suo letto caldo, terminavano per pacificarsi, dicendo Teresa:

—Dimmi un po', Neri, e chi sarà questa giovane?

—Oh bella! rispose il pescatore, sarà chi sarà; sarà una donna e te lo dirà ella stessa, se le pare dimani; caspita! non son mica l'oste delle Tre Donzelle che dimanda il passaporto ai forestieri che arrivano. Ma bando alle inutili chiacchiere: sono contento di aver fatto un'azione da galantuomo; questa però non deve impedirmi di badare al mio interesse. È quasi l'alba; io ritorno al barchetto: tu sai che sul far del dì i germani fanno il ripasso; dammi l'archibuso e tu resta qui colla padroncina, giacchè di fronte a noi è di certo una signora.—

Neri, preso da capo del letto un fucile coll'acciarino alla fiorentina e di canna lunghissima, fece ritorno ai barchetto.

Al mattino la Esmeralda era risorta ed in grado di ricevere le cure della vecchia, la quale però non potè cavarle una parola di bocca intorno all'esser suo; la buona donna, sebben curiosa come tutte le donne, aspettò il miglior tempo e le continuò quelle attenzioni proprie di una disinteressata persona di quel deserto.

Neri era una specie di uomo che non dipendeva da nessuno. Tanto esso che la moglie andavano le feste alle funzioni del mattino nella chiesa di San Piero a grado, posta dall'altra parte dell'Arno, e facevano ritorno alla capanna ed al barchetto. Non praticavano nessuno, come nessuno accedeva alla loro dimora, così nascosta nel bosco che anco passandovi dappresso la non poteva scorgersi. Due volte o tre la settimana Neri portavasi alle vicine città di Pisa o di Livorno per vendere la cacciagione ed il pesce; questo era l'ordinario suo tenore di vita. Quello della Teresa consisteva nel filare, nell'aiutare il marito alla pesca ed in rassettargli la rete ed in preparargli il frugalissimo cibo della mattina e della sera; occupazione che qualche volta Neri, in specie le domeniche ed altre principali feste dell'anno, faceva da sè. I due consorti vestivano panni grossolani che da sè stessa cuciva la vecchia, e calzavano scarpe di legno coperte di poco cuoio, nella cui fabbricazione il buon Neri era espertissimo. Erano ormai quarant'anni che menavano quella vita patriarcale lieti e contenti, ed il solo figlio che avevano avuto, andato alla guerra nel 1813, era morto gloriosamente sul campo. Questo era stato l'unico dolore di Neri e Teresa, i quali, veramente religiosi e filosofi, avevano offerto a Dio il loro immenso spasimo; dopo di che si erano già dati pace all'epoca in cui venne da essi salvata la Esmeralda.

Passati i primi tre giorni del ristabilimento della misera, allorchè ella cominciò a parlare, costoro si avvidero di leggieri che essa era pazza.

—Caspita! è pazza, disse Neri con una delle sue solite esclamazioni.

—E che perciò? prese a dire Teresa, i pazzi vanno forse abbandonati?

—Non dico questo, riprese il buon uomo: dico che se mai venissero a cercarla….

—Ah ah! se la cercano, non gliela darò certo quella creaturina; non vedi che angelica fisionomia? ella è quieta quietissima; non usa alle faccende, passa tutto il tempo a guardare il cielo; forse è una santa. In ogni modo, non la renderei al certo, perchè coloro cui apparteneva dovevano tenerne conto. Oh! oh! certo, sicuro, se non eravamo noi, era morta; dunque? dunque la roba trovata è di chi la trova.

—Dici bene, ma se fosse fuggita dallo spedale?

—Peggio! disse la vecchia, oh là sì che non ce la rimanderei: e non sai tu che laggiù per medicina danno le bastonate?

—Bella medicina! riprese Neri.

—Figúrati se è possibile che un cristiano guarisca a dargli le bastonate….

—Dici bene, moglie mia, la terremo per noi; giacchè la provvidenza ci levò il figliuolo e non ce ne dette altri, piglieremo questa.

—Bravo Neri! ora sì che ti vo' più bene di prima. Ma dimmi un poco… mi viene un dubbio…. e se le guardie di San Rossore facessero la spia?

—Ah! ah! ah!… mi fai crepar dal ridere, moglie cara; le guardie di San Rossore! ah! ah! ah! e non ti ricordi le grandi lezioni che ho dato loro io fino dalla mia giovinezza? non ti rammenti, sui primi tempi che venni a stabilirmi qua, quante bravure volevano fare, volevano dire, e poi non fecero nulla nè mi dissero nulla? Oh! dimmi un po', fanno esse la spia che io caccio di contrabbando continuamente in San Rossore, che vi ammazzo caprioli, cervi e cinghiali e che me li porto a vendere tranquillamente a Pisa? considera se vorranno occuparsi di una fanciulla. Non sai che cosa dicono? ed io lo so dal mio compare oste dei Tre Mori; dicono: Eh! con quel Neri non ci si piglia; con lui ci si ragiona male, perchè gli si parla colla voce, e risponde con le schioppettate. Tu vedi bene che io feci ottimamente sul principio del mio mestiere ad usare, come dicono i maestri, la grammatica dell'archibuso. Oh! è un gran linguaggio! e come si fa intendere in tutte le parti del mondo!—

Neri chiuse il discorso che aveva fatto tutto ad un fiato per porre le labbra sopra un bicchiere ripieno del suo favoritissimo rhum di contrabbando e si pose a cantarellare la strofa della canzone sua favorita:

Sulla poppa del mio brich,
Buoni sigari fumando,
Col bicchier facendo trich
Col mio rhum di contrabbando….

canzone che un poeta gli rubò, la mise in un libretto o melodramma e che noi poi abbiamo sentita accompagnata da scelta musica in teatro. Oh! mirate un po' questi poeti dove si attaccano per rubare i versi: fino quelli del povero Neri non furon salvi. Ma torniamo ad Esmeralda.

Esmeralda, divenuta nel bosco di San Rossore seconda figlia di Neri e di Teresa, aveva naturalmente e molto presto riprese le sue abitudini selvagge e, come in riva al gran fiume dell'America settentrionale, era intenta alla pesca ed alla caccia ed a rassettare le reti; di più con le fila di certe erbe palustri quasi essiccate cominciò a tessere delle vesti alla foggia dei selvaggi americani, di cui faceva anco le stuoie.

—Questa ragazza è un portento, diceva spesso Neri; è nata cacciatrice e mi sorpassa nell'abilità: il mio traffico di pesca e di caccia è raddoppiato; io faccio invidia ai miei rivali di mestiere di Stagno e del Calambrone; e quando mi vedono, mi fanno mille smorfie dicendomi con un risino mendace: Buon pro ti faccia, Neri; tu fai più da te solo che noi insieme, e nell'invecchiare ti fai sempre più abile. Ed io: Eh! che volete…. la provvidenza aiuta i galantuomini.—

Esmeralda, menochè immemore della sua passata vita, come se fosse nata dopo il terribile giorno dello smarrimento della sua ragione, del resto non conservava più altra foggia della sua pazzia. Mangiava, beveva, rideva, tesseva stuoie e vesti, cacciava e pescava, e per bizzarria, essendo da qualche tempo addivenute logore le sue vesti, non conservava di prezioso che il medaglione vedutole al collo dalle monache di Santa Chiara ed un anello con lastra incisa in arme gentilizia. Ella si era tutta vestita degli abiti tessuti di giunchi marini alla stessa maniera delle selvagge della sponda dell'Ohio. E di quella stoffa anco Neri portava, quando era nel barchetto, la giacchetta, trovandola comodissima.

Nei primi mesi della dimora di Esmeralda presso Neri e Teresa avvenne ciò che doveva avvenire: ella si sgravò di un vezzoso bambino, che Teresa raccolse colle sue mani, facendo da levatrice. I coniugi rimasero un poco stupiti a tal faccenda, ma non ne cercarono il mistero.

—Sarà sposa di qualcheduno, disse Teresa.

—Eh! sicuro, disse Neri sbavigliando, o vedova.

—O forse qualche briccone, profittando dello stato della sua mente….

—Può essere, replicò laconicamente Neri, raddoppiando la dose del rhum, cosa che egli faceva quando avveniva alcun che di straordinario o nel barchetto o nella capanna.

—Ebbene si terrà mamma e figlio.

—Ebbene si terranno tutti e due.

—Ma…. e per battezzarlo?

—Caspita! manca acqua? riprese Neri; siamo fra l'Arno ed il mare.

—Sguaiato!… senza prete?

—Oh! è bella e trovata. Don Silvestro non vien qui forse una volta l'anno per l'acqua benedetta? Ci verrà una volta di più in quest'anno, perchè, caspita! dopo questo la signorina non ne farà più.

—Ma don Silvestro ci verrà?

—Ci verrà sicuro: è tanto ghiotto del cinghiale; glielo farò fra due fuochi.

—Ma trattandosi di rito….

—Che rito e non rito?… Coi cacciatori non ci si bada; gli dirò che l'ho trovato in un cespuglio, e che, non avendo figliuoli, adotto questo: gli dirò… oh! non vo' confondermi; quello che gli dirò gli dirò: oh! farà a modo mio; basta che ciò che gli chiedo non sia peccato e sia a fin di bene. Tu quel giorno allontanerai Esmeralda, cioè tutte e due vi rinchiuderete nel battello, ed io starò in capanna col bimbo e con don Silvestro, e quando sentirete un archibusata verrete a casa.—

Così fu detto e così fu fatto. Il fanciullo ebbe nome Selvaggio; certo che nome più adatto non avrebbe potuto avere.

Il figlio di Esmeralda, sviluppatosi, era il più bel bambino del mondo: la madre nello stato di pazzia se fu capace a nutrirlo del suo latte, certamente non gli avrebbe potuto dare quella educazione morale ch'è indispensabile anco ai fanciulli delle più povere classi. Di ciò si prese cura la ottima Teresa: essa amava Selvaggio come un vero e proprio figlio; e siccome nella sua giovinezza era stata cameriera, sapeva discretamente leggere e scrivere e la dottrina cristiana, cose tutte che rendevano la sua educazione e coltura molto superiore a quella di Neri. Il fanciullo in breve apparò tutto quello che gli insegnò la vecchia, la quale, per non infurbire il giovanetto, gli apprese a chiamar mamma la madre, zio Neri il pescatore e zia Teresa lei medesima. Selvaggio in breve aiutò la mamma e lo zio Neri nelle cacce e nella pesca e nel tessere i panni pescherecci, mentre (e qui va detto) anco lo zio Neri, avendo voluto fare sfoggio di qualche coltura, ricordandosi di avere in sua gioventù suonato il liuto (a quell'epoca fuor di moda), rimestati tutti i rigattieri di Livorno e di Pisa, riuscì a trovare un tal vecchio istrumento che, alla meglio raccomodato, pervenne a render suonabile, e ne istruì il giovanotto, il quale fece notabili progressi. Lieta così la famigliuola giunse all'anno 1831, epoca in cui pel povero Selvaggio incominciarono le sventure, e per l'Esmeralda ripresero con maggior violenza.

Esmeralda ed il figlio spesse volte si aggiravano soli pel bosco, fino al confine di quello sulla riva del mare; colà la donna farneticava cantando storie malinconiche, ed il figlio, che era un genio per la musica, l'accompagnava col liuto. Una sera, ahimè! madre e figlio più non tornarono alla capanna. Il dipingere le smanie della buona Teresa e dello zio Neri sarebbe cosa impossibile; invano si misero a girare il bosco per tutta la notte; invano li chiamarono qua e là. L'indomani pur troppo si apprese cosa fosse divenuto di loro: una banda di zingari, spinta dal desiderio di fare acqua in quel luogo, vide la madre ed il figlio che si aggiravano sul lido; il capo di essa nel mirare le selvagge vesti dei due formò subito l'ardito progetto d'impossessarsi di quegl'infelici, onde, traendoli seco, farli passare pel selvaggi tratti dall'Oceania. In un attimo Esmeralda e Selvaggio vennero circondati e rapiti dagli zingari, che, rientrati nella barca, presero il largo in mare.

In mezzo a costoro passarono quattro lunghi anni, e spesse volte Esmeralda, che nella sua pazzia aveva serbato il gusto per il canto, ed il giovinetto suonatore col lucro da essi guadagnato avevano servito al sostentamento di tutta quell'orda, colla quale a piè nudo aveano talvolta percorso gran parte d'Italia e di Europa. Il giovinetto Selvaggio aveva saputo resistere alle battiture ed agli strapazzi inumani di quella barbara e mercenaria gente; ma non seppe frenare il suo impeto giovanile quando un dì vide orribilmente frustare la madre perchè si era ricusata di cantare e far capriole e salti su di una pubblica piazza. Favorito dalla notte, venduto quel gioiello che la madre teneva al collo, ei si era procacciato tanto denaro quanto fosse occorso per fare il viaggio da Genova a Livorno. Giunti in questa città, noi accennammo come col mezzo del canto e del suono andassero campando la vita per effetto della pubblica commiserazione. Oh! se Selvaggio avesse saputo che lo zio Neri e la Teresa erano tanto vicini a loro! Ma chi mai avevagli detto che quel luogo ove nacque fosse il bosco di San Rossore? Ignaro di quel rifugio, ei campò la madre fino a che, sorpresa questa dal terribile chólera, venne con esso lui trasportata al da noi mentovato Lazzeretto.