CAPITOLO XXIV.

Colloquio di diverso genere.

La persona entrata era il signor Basilio. La vista di lui produsse su di Alfredo e Giovanni la sensazione di quella di un aspide. Un sol momento bastò loro per comprendere i misteriosi legami che attaccavano costui al demagogo.

—Ora sì che non credo possibile il risorgimento del mio paese, urlò Giovanni percuotendosi forte colla destra la fronte: con siffatti uomini alla testa gli abitanti di questa città passeranno al cospetto degli uomini per masnadieri; e dai due che ne sono capitani supremi argomento il resto del consiglio dirigente.—

Una cocente lacrima gli bagnò le gote al chiudere di questo discorso.
Alfredo pure era colpito dal più profondo dolore.

—Pur nullameno, soggiunse Giovanni, farò il possibile per loro, finchè l'onore non sarà da essi fuggito, col braccio e col consiglio.

—Ed io seguirò il tuo nobile esempio, io e mio figlio ti seguiremo: ma se non salveremo il paese dall'anarchia….

—Tu sai che io son nato in Piemonte, tu sai che laggiù ho amici; noi torneremo colà, fuggiremo questo luogo ammorbato da pestifere serpi che spargeranno il loro veleno dappertutto; io non voglio macchiarmi col loro contatto. Noi partiremo per Nizza, e colà comprerò una villetta per le donne, mentre che noi uomini, due padri e due figli, offriremo il nostro braccio ed il nostro cuore alla schiettezza sabauda.

—Il tuo desiderio, Giovanni, è pure il mio, lasciar che i rei si perdano; peggio per loro: ma forse vi è speranza che riconoscano il loro errore.

—Nol spero io; e non ti rammenti che cosa fecero della Francia un Robespierre e tutti gl'infami membri della Convenzione? quella storia di cittadini macelli, di turpi condanne, di orribili carnificine, Dio il voglia che non si rinnovi nella bella Toscana! Tu lo comprendi qual me; quei capi avidi di prede, di ricchezze, mirano unicamente allo stabilimento dell'anarchia; ed il popolo ignorante li crede e li crederà fino a che le sciagure gli faran conoscere, ma tardi, il suo fallo.—

Giovanni ed Alfredo erano parificabili a colui chi si desta dopo un lungo letargo: videro pur troppo l'amor patrio falsato; e sebbene quelle anime ardenti non fossero suscettibili di pentimento, pur nullameno quanto sentivano e vedevano li persuadeva della inutilità degli sforzi che avevano fatti pel bene comune; convenivano in loro stessi che, prima di pensare ed avere una rappresentanza, il popolo deve giungere al più alto grado di perfezione morale, e che quanti passi dista da quella, altrettanti sarà lontano dalla sua autonomia. Fino ad ora i due nostri personaggi si erano illusi inquantochè non si erano mai dati tanti fatti, tante combinazioni, quanti si erano dirò accalcati in quel poco spazio di tempo in cui eransi allontanati dal nuovo mondo. Fino allora non era giunto il tempo dell'azione, la quale a chiare note di realtà dimostrava il pessimo andamento della plebe, che, credendo slanciarsi così senza essersi purificata nella via del progresso civile, si era viepiù cacciata nella perdizione per un cammino del tutto opposto. Ma fa duopo lasciare i due spiriti bollenti di sdegno generoso per ritornare al gabinetto di Bruto, ove, come vedemmo, era entrato il signor Basilio.

Costui, sedutosi familiarmente sul divano di raso, tenendo in segno di confidenza il cappello in capo, aveva incominciato così la conversazione.

—Ebbene, caro il mio luminare del secolo, come sei tu contento di me?

—Caro Basilio, se tutti gli uomini giovassero come fai tu alla buona causa, io credo che in poco tempo si rinnoverebbe completamente la faccia della terra; ma a proposito, dimmi, hai tu assistito al panegirico del tuo fanatico missionario?

—L'ho diretto specialmente, ed oh tu avessi sentito come sbuffava e come faceva venir la mosca al naso al popolo affollato! parlava di fucili, di guerre, di franchigie con una faccia da energumeno; citava Catilina, come se fosse stato uno dei più dotti santi padri: è un gran diavolo costui.

—E di dove l'hai pescato?

—Non so di qual luogo sia scappato questo nuovo Lutero; e ti assicuro che per le stranezze, per le contorsioni, per le ispirazioni profetiche, costui non la cede a Maometto, nè a quanti impostori di quel genere.

—Ma, dimmi un poco, e a denaro come si sta?

—Ah! quanto a ciò non dartene pensiero; le scrivanie ed i forzieri dei ricchi stanno nelle nostre mani, e noi abbiamo in tasca le chiavi di tutti quanti gli stipi, cioè è in nostra mano farli forzare a piacimento.

—Ed il tuo? disse il Bruto in tuono beffardo.

—Oh! quanto a ciò, rispose il signor Basilio collo stesso tono, è un'altra faccenda; in casa dei ladri non ci si ruba.—

Il signor Bruto dette in uno scoppio di risa così clamoroso che i giovani dell'anticamera ne furono maravigliati.

—Dimmi e il giornalismo come lavora?

—Oh! caspita! ne stampa ogni giorno più da fare strabiliare; nel giornalismo livornese abbiamo due periodici che a senso mio potrebbero ricreare una conversazione di demonii, e tu vedessi che effetto magico! Si direbbe che la placida popolazione della città ha il diavolo in corpo; i ricchi tremano di una paura indicibile; i poveri pendono alle speranze del lucro e già s'ingegnano; il commercio vacilla; insomma tutto si affretta alla dissoluzione dell'antica società, sui rottami della quale noi edificatori ne pianteremo una nuova.

—In questi prodigiosi passi, caro Basilio, vi è del maraviglioso, ma quello che corona l'opera è la tua conversione, caro Basilio.

—Conversione? con ciò dire mi dimostri ch'io sono stato un uomo mal conosciuto; ma che credi? che ai tempi in cui biasciava i paternostri e teneva il collo torto e fuggiva le donne, io lo facessi davvero? eh! caro amico, stupisco come tu lo abbi creduto, un uomo della tua fatta…. Era tutta tutta polvere negli occhi, e lo faceva per ingannare i babbei e, come suol dirsi, tirare l'acqua al mio mulino. Ma in casa ah! amico, avresti veduto con che dirittura teneva il collo e che belle fantoline ricreavano le mie veglie notturne.

—Ma e quei certi soffietti in certi luoghi…. che so io…. non li facevi da vero?

—Sicuro, era il miglior mestiero per giungere alla meta; altri tempi altre cure. Oh! ma le tue facezie mi hanno fatto dimenticare un caso: sai tu che possiamo dirci proprio fortunati, fortunatissimi? indovina un po'? il bravo nostro collega Catone il censore è salito al posto di proconsole. Il popolo ce l'ha messo, e possiamo dire che siamo al punto beato di fare quello che ci piace.—

Oh! Catone! mormorò fra sè Bruto, è già salito! e mentre in sè mulinava un pensiero d'ira, il suo volto non era mutato dal sorriso abituale, onde freddamente:—Ne ho piacere; dimmi, Basilio, e i bollettini sulfurei?

—Ah! piglian fuoco da sè.

—E la tassa che divisava porre su tutti i negozianti?

—Ho la minuta del nostro decreto.

—Sei proprio un Perù; ma pria che io nella moltiplicità degli affari i quali da tutte parti mi attorniano mel dimentichi, che si ha da fare dei retrogradi? queste bocche inutili e cervelli guasti si hanno a metter fuori! il mio segretario ha minutato il programma, io lo firmerò e tu lo farai stampare: ma a proposito; io ho su ciò da palesarti un arcano.—

Quando si trattava di arcani da conoscere, il signor Basilio era peggio di una donna per la curiosità; onde con somma fretta esclamò:

—Presto presto, di che si tratta?

—Hai tu veduto bene quei due che con brutto cipiglio si sono allontanati dalla mia stanza al tuo ingresso?

—Gli ho veduti di volo, ma non ho badato gran fatto alla loro faccia; avevano l'aria da disperati.

—E forse lo sono; sappi però che costoro li stimo pregiudicevolissimi al buon andamento delle cose nostre.

—Quand'era così, perchè non mi facevi un cenno? non avevi forse le pistole sul tavolo? non ho io il mio pugnale? non ci erano i giovani in anticamera? si saltava loro al collo e con un fazzoletto turando ad essi la bocca in due minuti erano belli e spacciati; dopo avremmo gettati i loro cadaveri nel sottoposto canale urlando all'affollata moltitudine: Così periscano i traditori!

—Lodo il tuo zelo, caro Basilio, ma sappi che quei due furfanti non erano due oche, e probabilmente prima che tu avessi potuto fare la festa a loro avrebberla essi fatta a te; ma è inutile perder tempo in questa digressione. Coloro sono due dei più indiavolati moderati che io conosca; hanno aderenti e mezzi e son capaci di guastare le cose sul più bello: conviene sul momento spiccare un ordine del proconsole che non ardiscano più presentarsi in città sotto le più severe comminazioni.

—Ebbene si farà; ma, in grazia, dimmi i nomi e i casati, perchè io possa parlarne al saggio Catone.

—Nel tempo passato credo che tu avrai sentito nominarli, son essi quel Giovanni ed Alfredo….—

Bruto non ebbe duopo di proferire i cognomi, poichè se una miniera d'oro fosse stata scoperta sotto il terreno di proprietà del signor Basilio, avrebbe questi risentito minor gioia; laonde con tanto d'occhi spalancati e con la bocca aperta:

—Ah!… ah!…, ho capito, ho capito benissimo; questa nuova mi consola: servirò di tutto cuore il mio paese; con costoro ho qualche conto da regolare; io volo dal proconsole.—

E fe' per uscire.

—Senti…. senti…

—Non mi trattenere: quanto siano terribili costoro, lo so molto più di te; altro che esilio! costoro bisogna farli legare, incatenare, imprigionare, o meglio, fucilare.—

E così dicendo, a malgrado delle premure di Bruto, uscì precipitoso dalla stanza; se non che, con eguale precipitazione ritornando per un momento indietro, con voce affannosa:

—Dimmi, dimmi… e…. donne ne hanno con loro?

—Donne? E che importa delle donne?

—Importa benissimo; sono forse peggio degli uomini; ma a me, a me costoro, tutti tutti fino ad uno, non mi fuggiranno una seconda volta.—

E terminando queste parole uscì della stanza col volto radiante della più pazza ed infernale gioia.

Il perfido signor Basilio non aveva perduto un istante di tempo per sfogare una vendetta da lungo tempo covata: qual gioia per lui, il percuotere di colpo mortale quel Giovanni che aveva posseduto colei per cui il vedemmo ardere di amore! qual sodisfazione di potere in un tempo schiacciare due abominate famiglie! e ben lo sperava, anzi tenevasi sicuro dell'esito, dal fermento popolare che esso era per destare contro le due designate vittime; sapeva bene che il popolo non ragiona, ed aveva presente con qual felice resultato i demagoghi del 1793 all'epoca della terribile anarchia avean fatto cadere le teste delle da loro odiate persone, gavazzando nel sangue più puro e più innocente, senza rispetto all'età, al sesso ed al grado. Basilio aveva in cuore l'anima di Robespierre e di Marat; e se fosse permesso di credere alla metempsicosi, io vi direi che l'anima infernale di uno di quei due mostri fosse trasmigrata nel corpo del signor Basilio. Ma nell'eccesso del suo sfrenato desiderio esso uscì dal gabinetto senza direzione veruna e come se, appena uscito, avesse potuto raggiungere i due personaggi, farli arrestare dal popolaccio e tradurli in prigione. Egli forse sperò incontrarli, riconoscerli alle loro vesti, alle loro fisionomie quando avesse comodo di fissarli. In questa speranza e per la fretta di giungere al suo scopo, non pensò a dimandare qualche schiarimento al demagogo o ai giovani dell'ufficio di lui. Giunto che fu sulla Piazza d'arme, si avvide del commesso sbaglio e se ne morse le mani. Dove saranno alloggiati? disse fra sè: in questo stato di disordine ei sapeva che le denunzie fatte al comitato di sicurezza circa i forestieri erano molto incomplete. Da una parte si rasserenò pensando che neppure Bruto avesse saputo dirgli qualche cosa intorno alla dimora dei due, ed infatti ciò era vero; tanta fu la sorpresa in cui gettò quell'agitatore la comparsa improvvisa dei due antichi colleghi che non aveva pensato a dimandar loro dove dimorassero e se si trovassero in Livorno sotto il loro vero nome; e forse, quando pure ciò avesse loro dimandato, noi abbiamo ragione di credere che non sarebbe stato soddisfatto nelle risposte. Il signor Basilio dunque si dispose almeno per il momento a far da sè ed a fiutare come un bracco le peste del cervo o della lepre; e pensando che più facile gli sarebbe stato rinvenire coloro nei luoghi più frequentati, si diresse quasi trafelante verso la bocca del Porto, urtando senza pur chiedere scusa or l'uno or l'altro di tanti che si trovavano sulla via, i quali, non conoscendolo, lo presero per un matto, mercanzia umana in grande abbondanza in quell'epoca a Livorno. Tali altri, conoscendolo, si guardavano in viso come per dirsi: Eh! esso oggi è l'uomo del giorno, l'uomo di affari, bisogna scusarlo; le grandi cure che lo molestano, non gli permettono di fare cerimonie.

Sul canto di via della Tazza, allora detta Via Marsillana, stava un banco di arance di Portogallo l'une sopra le altre a piramide; per sventura del povero rivenditore, un'acuta estremità del banco medesimo s'internò nella fodera delle falde dell'abito del corrente signor Basilio, il quale, non arrestandosi per il contrasto, fece sì che trassesi dietro per un poco la panca, ed ecco rotolare a centinaia le arance per terra, con gioia immensa degli sfaccendati, dei ragazzi, e risa anche degli adulti; mentre il signor Basilio, credendosi preso per le falde dell'abito da qualche persona che volesse alcun che, cui egli divisava di non dar retta, urlava senza guardare e gridava:

—Fermatevi, fermatevi, non mi trattenete; si tratta della salvezza della città.

—E si tratta della salvezza delle mie arance, urlava dalla sua parte il povero rivendugliolo; nessuno vi ferma, è voi che dovete fermarvi.—

Ma la corsa del signor Basilio doveva inevitabilmente essere trattenuta, perchè la panca che stava attaccata alle falde di lui, avendo nello strisciare per terra fatto cadere delle persone che passavano per direzioni opposte a quella dell'infaticabile persecutore, si levò un gridìo, una diavoleria, e ben tosto il signor Basilio si vide circondato da persone e ceffi minacciosi, e davvero questa volta preso per l'abito e tirato da tutte le parti.

—Perdio! questo è un procedere da bestia, gridava un tale rialzandosi a stento da terra e zoppicando colla gamba destra; ahi ahi! che sbucciatura! che frizzore! ma da quando in qua si cammina colle panche attaccate al vestito?

—Oh il mio occhio! strillava un altro lacrimando e turandosi l'occhio sinistro; ho avuto un bel fare a metter le mani avanti che un sasso mi si è cacciato sotto, e sarò per divenir cieco.

—Che impertinenza! che sfacciataggine! gridava come indiavolata una vecchia signora di circa sessant'anni che era, per causa di quella maladetta panca, caduta con la gonnella alzata sopra il marciapiede, ed aveva sopra di sè un ricco Ebreo, la cui grossa pancia non temeva confronto di quella del basso cantante Lablache, essendo del peso di cinquecento libbre almeno. Che birbonata è questa, saltare addosso in questa guisa? aiuto, aiuto!

—Per Mosè, per Aronne, per Baruch, ahi ahi! cara lei affogo! per Esdra e Neemia, signori, cioè cittadini, chi mi aiuta a sbarazzarmi da questa vecchiaccia la quale mi ha incatenato un piede con lo strascico di sua gonnella?—

Ed invano gridavan tutti quei poveri caduti; troppo ci vorrebbe a numerarli tutti ed a trascrivere gli accenti d'ira, di bestemmie, non meno che i lazzi curiosi che facevano crepar dal ridere: e, come ben pensate, lettori carissimi, neppur uno di quelli che erano all'intorno dei caduti divisava di dare aiuto ai meschini attrappati dalla panca del signor Basilio; ma invece si divertivano a far calca all'intorno di quel mucchio di gente, la quale dava uno spettacolo ridicolo. Così ognuno dei caduti, vedendo che da niuna parte veniva soccorso, pensava di alzarsi da sè, chi colle mani, chi col bastone, chi col gomito; ed in fatti si alzarono alla meglio che poterono, gli ultimi la vecchia e l'Ebreo, i quali, stirando le gambe e spolverandosi la giubba e tirandosi giù la gonnella, alzati che furono, si guardarono in cagnesco.

—Buh! buh! urlò la vecchia digrignando i denti.

—Auf! auf! esclamò il grasso Ebreo, per Malachia, l'ho avuta bella la grazia; credevo di affogare presso quel cadavere.—

Le risa degli astanti furono troncate dall'arrivo di un tamburo e di una massa d'uomini armati.

Era cosa ben naturale il loro intervento: a quell'epoca tutto destava allarme; e siccome ogni uomo si credeva in diritto di armarsi, di pattugliare e di arrestare o almeno di girare in truppa, dalla vicina pescheria un tal Grongo pescivendolo dei più clamorosi, sentito il fruscío di via della Tazza e visto il popolo accorrere a quella volta, si credè in dovere di riunire in un attimo la compagnia delle guardie di sicurezza e portarsi sul luogo del supposto tumulto.

—Alto alto! affè de mio! urlava il capitano; fate largo alla giustizia, figli di cani (scuseranno i nostri pudici lettori il poco purgato linguaggio del capitano di sicurezza), che fate quaggiù birbe sconsagrate?

Le risa avendo ricominciato, il furibondo capitano ordinò:—Spianate le baionette!—Ed era la commedia per divenire tragedia, se il signor Basilio, sempre accerchiato dalla folla, avendo riconosciuto il pescivendolo, non gli avesse gridato:

—Ferma, Grongo, son io…. non tirare perdinci!

—Ohè! abbasso l'arme, gridò il capitano. Lo dice il signor Basilio. Ma insomma cosa è stato? aggiunse calmatosi il feroce Grongo a coloro che più gli stavano vicini.

—Te lo diremo, ma abbassa quella fiocina, che qui non son tonni nè balene da infilzarsi, disse un dotto parrucchiere. Ma perdinci! non ci far più di queste paure co' tuoi soldati. Vedi quella cittadina è là per morire di convulsioni.—Ed accennò quella signora a cui il grasso Ebreo aveva quasi schiacciata una coscia e che avevano posta su di quella terribile panca staccata dalle falde del signor Basilio.

—Lasciate che muoia pure, riprese l'Ebreo grasso.

—Zittati, Ebreo cane, gli gridò infastidito Grongo, rispetta la ciccia nostra; (sì dicendo gli lanciò un solenne pugno nella pancia, la quale fece crich! come una vescica di aria percossa) lasciami funzionare, interrogare e far giustizia.—Ed appressandosi al signor Basilio:—In somma come è ita?—

Il signor Basilio, veduta l'imponente radunata di gente intorno a sè e quegli armati che sapea dipendere da un menomo suo cenno, non tralasciò così bella occasione di magnificare il suo amor patrio: per cui con ampolloso discorso fece sapere alla moltitudine che il disgraziato accidente era accaduto per la fretta in cui si trovava di rintracciare per la città due persone pericolose al ben essere di quella: due…. e per spiegarsi meglio nel linguaggio plateale di quell'epoca, due più formidabili codini; il che suonava ancora uomini avversi al buon ordine di cose. Il popolaccio fece plauso alle premure del signor Basilio: e il capitano giurò su quella coltella colla quale era solito tagliare in pescheria il pesce tonno e il pesce spada, la quale portava in mano in modo bellicoso, giurò di cacciarla nel ventre ai due codini ricercati dal signor Basilio, e si pose immediatamente insieme colla compagnia dei pescivendoli a disposizione dell'eroe dell'indipendenza, il degnissimo signor Basilio. Costui, pettoruto e gonfio di boria, ringraziò la provvidenza (ci s'intende la provvidenza di cui era degno) dell'aiuto novello; ma non sapendo la dimora di coloro che ricercava, dubitò di riuscire nell'impresa: pur nullameno, infaticabile nello zelo, fu per muoversi a nuova ricerca traendosi dietro que' forsennati, allorchè la sorte lo favorì appunto quando meno se lo aspettava.

Alfredo e Giovanni si erano determinati di ricondursi a bordo della corvetta passando per la via San Giovanni ed imboccando nella darsena. Erano già sullo scalo, allorchè il frastuono che aveva luogo in via della Tazza penetrò nelle loro orecchie.

—Ah! qualche scenata popolare! urlò Giovanni; andiamo, vediamo se si può fare intender la ragione a questa belva di popolo aizzato dagli iniqui.

—Andiamo, rispose Alfredo: in ogni utile e pericolosa impresa mi avrai sempre compagno.—

Così dicendo, presisi a braccetto, si avviavano per la Pescheria, in via del Giardino, e di là per via Materassai in via Ferdinanda, detta comunemente via Grande. Giunti colà, in breve furono laddove stava predicando il signor Basilio; il quale, all'avvicinarsi dei due, come colpito da improvvisa reminiscenza, ravvisando gli odiati personaggi, con voce stentorea urlò:

—Eccoli, eccoli; son quei due: addosso, addosso!—

Ed in un attimo i due vennero accerchiati ed atterrati dal popolo.