CAPITOLO XXVI
Rivelazioni.
Non sì tosto Giovanni ed Alfredo eransi, come vedemmo, recati dal bordo della corvetta alla città nella quale dovevan subire tante sventure e perigli, la sentimentale Angiolina, ognor più passionata ed afflitta, diresse preghiere alle amiche di scendere nella sua camera, ove, ella disse, farebbe delle rivelazioni che elleno al certo non si sarebbero aspettate. Ed avvegnachè reputassero inconveniente udissele la fanciulletta Ofelia, questa per alcun tempo affidata alle cure della moglie del capitano del naviglio, si condussero alla camera di Angioina. Ivi giunte, la donzella pregolle ad assidersi, e dopo avere brevemente orato genuflessa innanzi una sacra imagine, parve riconfortata dalla preghiera e, sedutasi al fianco delle amiche, così parlò:
—Tutto, o mie care, tutto mi annunzia una vicina catastrofe, e parmi che una voce della provvidenza mi avverta esser giunto il momento di separarmi per sempre da ciò che ho di più caro al mondo.—
Le due amiche sentirono empirsi gli occhi di lacrime a tale annunzio, ma le trattennero onde non impedire all'amica di continuare.
—Sì, disse ella proseguendo, io non mi inganno; prima peraltro di eseguire un progetto che ritengo pericoloso voglio dopo tanti e tanti anni di silenzio rivelarvi un segreto che ho tenuto nel fondo del mio cuore e che adagio adagio ha infranto questo misero frale. Oh! possa questo frale consumarsi totalmente e permettere all'anima mia di volare al più presto purificata dai terreni martirii nel seno del suo Creatore.—
Le due amiche non poterono trattenere lo sfogo del pianto.
—Calmatevi, disse loro dolcemente Angiolina, serbate a più tardi lo sfogo della vostra pietà, non mi togliete colle vostre lacrime quel coraggio che ora sento di avere per fare una confessione tremenda; chi sa se, perdendolo adesso, potrei mai più ricovrarlo? d'altronde mi è necessario svelarvi un arcano terribile non per me, ma per chi ha diritto che sia svelato: questo segreto non può nè dee rimanere sepolto nella mia tomba.—
Le due amiche, guardandosi in volto, convennero di reprimere decisamente il dolore che loro arrecava il dire di Angiolina; gliel promisero, ed ella continuò:
—Voi certamente avrete fin d'ora creduto che non vi potessero essere per me sciagure più tremende di quelle che conoscete; ma v'ingannate. Sappiatelo, sì, sappiatelo…. io pure sono madre!…—
Alle due donne sfuggì un'esclamazione di sorpresa.
—Cielo! e la tua creatura?
—Non so se sia morta, o se sia tuttavia in questa valle di tribolazione.
—Ah!… esclamarono insieme Rosina ed Esmeralda.
—O mie care, il fallo non fu mio; io ne sono la vittima al pari dell'essere infelice che diedi alla luce.
—Prosegui…. ah! prosegui.
—Nel mezzo della vita che la mia sventura volle che io tenessi, abbandonata, senza lumi di religione e di fede, finchè non piacque a Dio di ritrarmivi, l'avvenimento funesto non avrebbe a me stessa fatto meraviglia. Ma ahimè, ahimè!…—Giunta a tal punto Angiolina non ebbe più forza di proseguire, chè un dirotto pianto ed opprimente singulto alquanto le impediva la parola: come fu per le cure dell'amiche un poco rimessa,—Ahimè! proseguì, era segnato nel libro fatale del destino ch'io dovessi bere fino all'ultima goccia il calice delle amaritudini. Nel tempo della mia tribolazione, io desiderava almeno conoscere chi potesse essere il padre di quell'essere che avrebbe dovuto pur troppo con orrore risguardare la madre sua; io era determinata di rinunziare per sempre al conforto di sentirmi chiamar madre, perchè il figlio non dovesse arrossirne, perchè il mondo non stampasse su quella fronte innocente il suggello della esecrazione. Oh quanto era infelice, amiche mie, quanto ora lo sono ancor più! Ma come scoprire il padre del frutto delle mie viscere?… Cresceva intanto nel mio seno quell'essere infelice, e le mie compagne di turpitudini e l'infamissima maestra di esse volgevano in dileggi e le mie lacrime e la mia affezione. Finalmente il giorno da me desiderato e temuto giunse, ed io misi alla luce un vezzoso fanciullo. Chi può narrare ciò che provai in quell'istante? Non osava guardarlo, poichè il primo di lui sorriso esser doveva l'ultimo per la madre sventurata. Lo strinsi al mio seno. Dopo pochi momenti le infami braccia della padrona di quell'orribile albergo me lo strappavano fra le risa e gl'insulti delle mie compagne di ludibrio. Buon Dio! che può mai impedire ad una madre, sia pur le mille volte colpevole, di ritrovarsi un dì su questa terra col parto delle viscere sue? Formai un progetto e tosto l'eseguii: ah! io ben sapeva come quella infelice creatura andava ad essere confusa fra le mille e mille sventurate sue pari in un di quei luoghi ove la pietà degli uomini ha cura degl'innocenti frutti del disonore. Una vertigine mi colpì: un segno, un segno era indispensabile onde se un dì sulla faccia di questa terra lo avessi scontrato, mi desse a riconoscerlo: ma come imprimerglielo? con qual mezzo, con quale istromento? Avrebbe forse la orribile donna che a me imperava acconsentito giammai alla mia preghiera? Gli istanti volavano; il più piccolo indugio rendeva vana l'esecuzione del mio desio. Senza coraggio di risguardare la mia creatura, senza pure osare di mirare le fattezze infantili, afferratogli colla ferocia di una leonessa il padiglione dell'orecchio sinistro, non mi distaccai se non avendone un brano fra i denti sanguinosi. Il figlio gettò uno strido: io svenni. Madre e figlio fummo separati per sempre. Ah! ecco il frutto della povertà! il frutto del disonore! Orrore, sangue, maledizione: eppure io era nata innocente.—
Lo stupore delle amiche impediva loro di proferire parola, un brivido di orrore corse per le loro membra, e nel risguardare la pallida faccia della loro sventurata amica, nata sì casta, sì virtuosa, degna di tanta pietà, di tanta compassione, simultaneamente abbracciandola, confusero con le sue le loro cocenti lacrime.
Lungo tempo fu silenzio non interrotto che da lacrime e baci.
—Di noi, chi più chi meno, tutte abbiamo provato l'ira del destino e possiamo dire pur troppo non esser finite le dure prove per noi, esclamò con un sospiro Rosina che ruppe il silenzio. Tu vedi, Angiolina, che nostro malgrado, lasciato il pacifico rifugio dell'America, ci siamo dovuti condurre qui ove i torbidi nascono di ora in ora, e dove i nostri più cari vanno rischiando la vita e, ahimè! io temo l'onore.
—I tuoi disastri sono miei, replicò Angiolina; i miei non sono tuoi, chè io ho doppio carico di sventura: tu sai quanto amo te ed i tuoi; sì, non vi offendo, io amo e voi e gli sposi ed i figli vostri di un amore superiore a quello e di sposa e di madre; il mio amore non ha nulla di terreno, esso è spirituale come l'anima; io tenterei e chiunque tenterebbe invano di esprimerlo; ma quanto più sento la purezza dell'anima mia, tanto più spregio questa carne che l'adombra e la imprigiona.—
Grosse gocce di sudore gelato stillavano della pallida fronte della derelitta, la quale a questa interruzione di dire non aveva perduto lo scopo principale della sua dolorosa narrazione, e perciò fu sollecita a continuare:
—Voi siete madre, ma non madre a cui il figlio fu divelto dal seno appena nato e cui ella dette un ricordo acerbo di sangue e di crudeltà in un delirio di affetto materno onde, rivedendolo, riconoscerlo; non potete appieno comprendermi: ma quando io vi avrò palesato il più terribile dubbio, ah! temo che il vostro amore, la vostra pietà dovrà convertirsi in ribrezzo.
—Gran Dio! che dici mai? sclamarono in una volta Rosina ed Esmeralda.
—Io son…. figlia dell'ipocrita Basilio…. Quella maschera… Oh
Dio! io svenni! Amiche, il mio dubbio mi dilania le viscere! io….
Ah! non fia vero: ditemi che non può essere, ditemelo per pietà….—
E cadde priva dì sensi.
Quando ebbe ricovrato la parola non poterono le due amiche udire che le interrotte frasi:—Ah, il mio dubbio! dubbio di morte…. Ah Dio! non sarà…. no…. non sarà…. vero….—E così dicendo, con mano tremante si trasse un involto di carta dalle vesti, e consegnatolo alle due amiche, queste vi lessero quanto segue.
LETTERA I.
Reverendissimo padre,
Dal Lazzeretto di Livorno, li 3 settembre 1835.
Invano tenterei dipingere al vero come io vorrei l'orrore che questo luogo inspira. Oh quanto è da compiangersi, padre reverendissimo, l'umanità! Terribile malore crucia i corpi degli infelici che vengono qui tradotti colpiti già dalle tremende unghie della morte. Oh! ben pochi di essi ne ho veduti tornare alle loro desolate famiglie. Padri divisi dai figli, consorti dagli sposi, fratelli dai fratelli; e tutti, nel più intenso esasperare del morbo conservando la limpidezza e sanità della mente, sentono più vivi i loro spasimi fisici, poichè a quelli vi si aggiungono i morali. Chi può descrivervi i lai, le lacrime, gli urli feroci e dirò, ahimè! le più esecrande bestemmie di cui risuonano gli echi di questo albergo lugubre? Pur troppo pochi essendo in pace e in grazia di Dio, giungono a vedere con fronte serena avvicinarsi il termine di loro mortale carriera, pochissimi sono tanto virtuosi da rassegnarsi ai voleri inalterabili della divina provvidenza. I più di questi moribondi (inorridisco a riferirlo alla paternità di vostra signoria reverendissima) sembra che con imprecazioni diaboliche strappar vogliano dal trono di Dio la grazia di loro guarigione. Oh insensati e doppiamente infelici! essi non si avvedono che fra pochi istanti perderanno una vita di dolori quaggiù per incominciarne una che non avrà mai fine nell'eternità dell'inferno.
Siccome vostra paternità reverendissima agevolmente crederà, non manco, in unione ai miei venerabili fratelli, di alleviare i patimenti fisici e morali di tante centinaia d'infelici, e ogni vittima che noi strappiamo al nemico infernale è per noi oggetto di indefinibile gioia che ne fa dimenticare gli altri disagi di questo vivere di penitenza, che la fiducia in Dio e la carità del prossimo ci dà forza di tollerare.
Conforta in tanta miseria il cuore paterno di noi religiosi e di quanti sentono amore di cristiano il vedere a quando a quando fra questi orrori brillare la carità e l'annegazione di sè stessi, di alcuni degli inservienti di questo luogo e fra gli altri delle donne. Ed a questo proposito merita special menzione certa donna infelice, qui conosciuta per il nome di Esmeralda, la quale, tradotta dalla città quasi moribonda, riprese la vita che tutta volle consacrare alla cura di un suo diletto figlio fanciulletto amabile per nome Selvaggio, e di poi è rimasta nell'ospedale per assistere altri infelici.
Per quanto si dice, costei non ha genitori, e vuolsi sia stata per alcun tempo vittima di certi zingani. È questa una di quelle poche creature che veramente nobilitano il genere umano e sono, come pur troppo accade nel mondo, le più infelici tra i figli di Adamo.
Fino dal suo giunger qui confessolla il degnissimo padre Giuseppe da Montepulciano, di cui vostra paternità reverendissima conosce la pietà e la dottrina. Or bene il reverendo padre, senza punto violare il sacro segreto della confessione, mi accennò ch'ei sapeva tali cose intorno a questa donna che eccitavano la più alta compassione verso di lei; talchè un giorno, e parmi ieri l'altro, nel vederla passare per le corsie del Lazzeretto apportando cordiali per gl'infelici ammalati, mi disse: «Oh! padre Roberto, punto non dubito che questo malore sia per cessare presto, quando tali creature sono per disarmare la collera celeste.»
Ma ahimè! se abbiamo qui creature angeliche, abbiamo pure, come io vi accennava, dei peccatori ostinati, ed il giorno stesso in cui il padre Giuseppe mi elogiava le virtù di quella donna che all'aspetto si rivelava per donna di alta condizione caduta nel basso, dovemmo fuggire dal letto di un moribondo che nella più tremenda agonia parea già in possesso di una legione di demonii. La carità cristiana m'impedisce di segnar qui il nome di colui; voglia il cielo farlo ravvedere e portarlo a sè. Sento un campanello della infermeria che mi avvisa; un servente in tutta fretta mi dice che una delle più ostinate femmine di mondo mi chiama per la confessione. Chiudo la presente e vi raccomando, o padre, e me e quella infelice nelle vostre sante orazioni. E con tutto il filiale ossequio
Vostro figlio nel Signore
ROBERTO DA SANTA CROCE.
LETTERA II
Reverendissimo padre,
Dal Lazzeretto, il 5 settembre 1835.
Il dovere del sacro mio ministero mi obbliga a scrivervi, e lo faccio appunto per obbedire alla volontà di quella disgraziata peccatrice che stavasi morendo allorchè io era sull'ultimare della mia precedente. Cotesta donna, per nomignolo Vascello*, dopo aver narrato le più orribili peccata, mi confessò aver tratto nell'infamia una infelice giovanetta per nome Angiolina, figlia di tal signor Basilio negoziante di Livorno e della moglie di certo facchino per sopranome Topo, il quale dubitando della legittimità della figlia, ebbe cuore di abbandonare quella creatura all'età di sette anni sulla pubblica via. Quella fanciulletta, che avrebbe avuto miglior sorte a morire la prima notte del suo abbandono, fu trascinata nel vizio dalla Vascello, la quale per tal peccato era inconsolabile allorchè la confessai. Ma ahimè! ciò era nulla rimpetto di più orribili misfatti che io per commissione della defunta vado a narrare alla vostra paternità, onde, per quanto sia possibile, riparare ai peccati e danni ulteriori. L'iniquo padre della misera ed infelice fanciulla avvicinò la sventurata in preda del più grave letargo. Forse…. non sarà…. ma pur troppo era nei destini che altra vittima dovesse venire al mondo. L'Angiolina partorì un maschio che fu gettato nella ruota dei trovatelli con entro le fasce il nome di Enrico e del casato imaginario di Sprinel. La donna Vascello, per una di quelle bizzarrie che veggonsi nei caratteri dei mortali, mentre non si era fatta scrupolo di maneggiare la trama, si fece peraltro un dovere di sorvegliare alla infelice creatura che ne derivò; per lo che, tenuta intelligenza con alcune donne, potè sapere che il giovanetto Sprinel dapprima venne collocato presso una famiglia di contadini e dipoi, entrato nella militare carriera come tamburo, aveva disertato e si era arruolato sotto estera bandiera. Di più non aveva potuto saperne, ed in quell'ora terribile, colla morte innanzi, col pentimento nel cuore e col desiderio verace di riparare il meglio possibile il male, mi supplicò di occuparmi io del rintraccio dell'Angiolina e del di lei figlio, a cui intendeva lasciare quelle poche sostanze ammassate coi suoi delitti.
* Storico.
La donna, padre reverendissimo, a quanto parmi, avrebbe molto desiderato prima di morire che l'autore di tanti misfatti potesse disporre delle sue immense ricchezze a pro delle infelici sue vittime; e nominò questo mostro nella persona del signor Basilio sopraccennato. Giudichi vostra paternità reverendissima del mio stupore e di quello dell'ottimo padre Giuseppe nell'apprendere che tal insigne peccatore giaceva a pochi passi di distanza dalla cella della moribonda ed esso pure era agli estremi della sua vita nefanda, e che avanti a lui era il suo complice in vari grandi misfatti, certo Narciso, uomo dissoluto e mezzano di amori. Ci portammo alla cella del signor Basilio; ma ahimè! quel peccatore (che è quello stesso di cui io le parlai non nominandolo nella mia precedente lettera e che faceva fuggire i sacerdoti per le ereticali sue bestemmie in punto di morte) ricusò costantemente di confessarsi. E piacendo a Dio per i suoi impenetrabili fini di non toglierlo adesso dal mondo, non abbiamo nè io nè padre Giuseppe creduto bene di entrare in terribili dettagli con lui, tanto più che l'Angiolina ed il giovane (il quale adesso aver dee circa quattordici anni se pur vive) non si sa dove sieno.
Tanto io quanto padre Giuseppe abbiamo combinato di scrivere la breve e lacrimevole storia di questi peccati a vostra paternità reverendissima, perchè ella coi suoi superiori lumi ci diriga in quello in che la nostra insufficienza mancasse.
E con la solita affezione filiale e rispettosa
Suo figlio nel Signore
PADRE ROBERTO DA SANTA CROCE.
PS. Mi dimenticava di dirgli che, avendo il moribondo Narciso dopo la sua confessione confermato il discorso e la narrazione della Vascello, e tanto io quanto il padre Giuseppe avendo domandato ai peccatori se, a riparazione delle loro colpe, avesser consentito che la loro deposizione in proposito di Angiolina e di Enrico fosse ripetuta alla presenza di notaro e di testimoni per maggiore autenticità, essi avendo acconsentito volentieri, mostrandosi anzi ansiosi che ciò succedesse, è stato in proposito redatto un istromento che accompagno a vostra paternità reverendissima per quel migliore uso che crederà nell'alta sua saviezza. Preghiamo pace all'anima di quei peccatori, che almeno dettero prova di pentimento all'ora estrema. E mi ripeto, ecc.
Queste due lettere autografe erano state accompagnate all'Angiolina col seguente biglietto:
Dilettissima nel Signore,
Avendo sentito da un nostro confratello missionario che in coteste remote parti del mondo esistete voi la quale siete certamente quella fanciulla sventurata cui può molto interessare il contenuto delle due lettere nel nostro venerabil figlio nel Signore padre Roberto da Santa Croce, ve le accludiamo e spediamo per persona di nostra fiducia. Non v'importi sapere come dall'eremo nostro sì distante dal luogo ove voi siete abbiamo scoperto la vostra dimora; grandi sono le vie della provvidenza, cui non mancano mezzi di operare ciò che ella vuole per i suoi adorabili fini. Così potessimo avere scoperto il soggiorno del disgraziato vostro figlio: ma vogliamo sperare nella misericordia dell'onnipotente Iddio che un giorno o l'altro lo scopriremo; e se potremo ravvicinare la madre al figlio, ciò rallegrerà il nostro cuore; e per tale oggetto non mancheremo di pregare notte e dì il Creatore d'ogni bene.
Dai nostri venerabili figliuoli nel Signore abbiamo scoperto molte particolarità della vostra storia oltre quelle del documento che vi inviamo, onde, se pur vi occorre, possiate adoprarli a vantaggio vostro e della vostra infelice creatura.
Creatura infelice! mi è caro vedere che voi siete innocente, e che le pene da voi sofferte e che soffrirete disarmeranno l'ira divina. Non disperate del divino aiuto; e se in questa vita dovrete sopportare il peso della iniquità del padre, sappiate offrire i vostri travagli a quell'Ente puro ed eterno che ve ne farà largo tesoro al regno dei cieli.
Il Signore vi benedica.
PADRE GEREMIA DA PISA.
Generale dei Minori di San Francesco.
Roma, li 6 maggio 1840.
Unito a queste lettere era un chirografo che conteneva la confessione più esplicita della Vascello e di Narciso relativa alle vicende dell'Angiolina, che già i nostri lettori conoscono.
Terminata la lettura dei fogli, Esmeralda e Rosina domandarono all'Angiolina:
—Ebbene che pensi tu fare adesso?
—Il mio piano è fissato; il segreto che per tanti anni ho tenuto nel fondo del cuore è svelato. Fra poco noi ci diremo addio, e voglia il cielo non sia eterno: scenderò a terra travestita da uomo; già, vedete, ho fatto tagliarmi i capelli, che vi lascio per eredità.—
Sentendosi cadere le lacrime dal ciglio per la commozione, fu pronta a dire:
—Scenderò a terra; è duopo che mi trovi a faccia col mio…. (e non ebbe forza di proferire i nomi che al mondo sono i più cari ma che per quella misera erano un argomento di orrore). Lo vedrò colui, deh! potessi ritrarlo dal lezzo de' suoi misfatti…. Dio mi aiuterà…. e…., non oso concepire questa speranza, se una sola, una sola consolazione, la più grande ch'io possa imaginare…. se mio figlio….—La forza delle lacrime le tolse la parola.
Di lì ad un'ora Angiolina, armata e vestita da marinaro, era a Livorno nel drappello dei giovani che Selvaggio aveva condotto in città alla ricerca di Giovanni e di Alfredo.