CAPITOLO XXVIII.
Il padre e la figlia.
—Chi siete voi? aveva esclamato il signor Basilio ubriaco nel sentirsi prendere per un braccio mentre scivolando su di umido terreno aveva corso rischio di cadere. Chi siete voi? che volete? andate in pace, non ho che darvi. Ma il braccio che sostenevalo parea robusto per guisa che l'uomo gridò:—Non stringete tanto. Eccovi un luigi d'oro.—
—Miserabile! a sua posta disse la persona che lo tenea fermo.
Miserabile! tienti il tuo oro, pensa ai tuoi peccati.—
Il signor Basilio si voltò e, sebbene alterato dal fumo dei liquori, ravvisando un soldato di marina che aveva la carabina ad armacollo, fu côlto da improvvisa paura, si provò a chiamare aiuto, ma il popolaccio, che vedeva dal garbo del marinaro come questi per fini amorevoli sorreggesse l'altro e come quest'ultimo fosse dal vino fradicio, rispose agl'inviti di soccorso che gli facevan gli occhi, non le parole, del signor Basilio con scrosci di risa.
—Che vuoi da me che mi trascini, prode fanciullo? seguitò a dire il signor Basilio balbettando.
—Condurti in luogo ove non ti accompagni il pubblico dileggio; così pur troppo potessi salvarti dallo sdegno del cielo!
—Andiamo dunque, camerata, andiamo pure, seguitò Basilio. Andiamo ah! ah! poffare! sono amico dei militari io perdinci! Ah! ah! ah!—
Il giovane marinaro procedeva mestissimo procurando di divorare la via.
—Non parli? affè di Nettuno! sei un marinaro molto curioso ed originale; ma dimmi, non saresti di quelli…. per bacco! ho le idee chiare io: che dico? non saresti di quelli che un paio d'ore fa ci hanno tolto uno di quei tordi che eravamo pronti ad infilare nello spiedo?—
Il giovane marinaro per tutta risposta pose la mano sull'elsa del pugnale che teneva a cintola.
Il signor Basilio vide il gesto.
—Capperi! fu sollecito a dire, tu sei di poche parole; ma io credo d'intendere la ragione della tua grammatica: orsù dunque siamo buoni amici. Ma, di grazia, dimmi: dove vuoi condurmi?
—A casa tua.
—In questo caso possiamo fermarci; eccola qui.—E fece cenno di sostare: il marinaro gli lasciò il braccio, ed uno dopo l'altro entrarono nel magnifico palagio, una delle ricchezze dell'impostore.
La porta del palagio si richiuse; da quel giorno in poi il signor Basilio fu visto uscire quasi sempre in compagnia del misterioso marinaro.
—Chi sarà mai quella specie di moro? dicevansi i vicini: pare che abbia incantato quel degno uomo del signor Basilio.
—Sarà il suo nuovo segretario o qualche sua prima ordinanza.
—Sarà qualche gran liberale del mondo di sotto.
—Sarà una spia per sorvegliare al buon ordine.
—Che sia il boia venuto per impiccare quel famoso codino che sta in segreta nella fortezza?—
Varie erano le opinioni intorno al vero essere del personaggio che stava attaccato come l'ombra al corpo del signor Basilio.
Povera Angiolina!!!
Ma avrà ella fatto breccia nel cuore di quell'empio? avrà essa parlato, rivelato il suo essere? Noi lo vedremo nel prossimo capitolo; perchè adesso fa duopo ritornare ad Alfredo e Selvaggio che abbiamo lasciati da qualche tempo.
Poche ore dopo la scena di Piazza d'arme e l'incontro dello zio Neri nel suo giovane protetto, questi riposava nella capanna che avevalo veduto nascere sulla riva dell'Arno.
Chi può dire la gioia della sua seconda madre? Chi potrebbe numerare gli abbracci ed i baci che si dettero a vicenda egli giovane dalla barba e dai baffi cresputi, essa vecchia grinzosa?
Fu presentato Alfredo; vennero refocillati: a tutti stava a cuore il povero Giovanni, che sapevano in mano di quelle tigri sitibonde di sangue.
—È affar mio, riprese con sicurezza e gravità il vecchio zio Neri; per la vita di uno storione e per tutte l'oche selvatiche di San Rossore, rispondo io della sua persona.
—Voi ci rassicurate, mio buon protettore, sclamò Selvaggio, ma quei demonii….
—Non hai sentito il discorso da me fatto a compar Biagio del Calambrone? Eh! San Ranieri mi punisca se costui non la può coi suoi su tutti quei briachi di Venezia nova e di quant'altri. Ohe! ci siamo intesi; occhio alla bomba*, gli ho detto: quell'uomo guardalo tu. E lui mi ha strizzato l'occhio; è affar sicuro. Per mio Bacco! ma mangiate e bevete…. quando ve lo dico io.—
* Stiamo attenti.
I due si riconfortarono alquanto; la sicurezza del buon pescatore non avvezzo a mentire, la facilità con cui aveva liberato loro stessi dalle mani di un popolaccio insano erano argomenti sufficienti per credere alle sue parole.
—Oh! ma non intendo già che voi stiate come suol dirsi colle mani a cintola, prese a dire lo zio Neri tirando in un sorso più rhum che non ne starebbe in un quartuccio; sì davvero, questa notte concerteremo. Dite un po', a denaro come si sta?
—Ah! se questo occorre, contate pure, buon zio Neri.
—Caspita! se occorre? vedete, quei bricconi ci hanno proprio levato il sangue, ma se ci fosse una somma grossa veh!
—Quanto vuoi?
—Oro ne avete? sclamò Neri guardando la scarsella de' suoi protetti.
—Abbiamo gioie, zecchini e cedole di banco alla corvetta.
—Bene benissimo! e tirò giù una delle solite sorsate del da noi conosciuto rhum di contrabando. Bene benissimo! quattrini, ed al resto penso io…. Domani all'alba col mio battello alla vela io e voi andremo alla corvetta e porteremo qui Rosina, Esmeralda, i ragazzi, le bambine, insomma chi vorrete. Per Sant'Andrea protettore dei pescatori, che caschi il mio naso nell'Arno se non siamo più sicuri qui fra queste alghe, fra queste macchie che sotto il cannone della corvetta. Sì, signori miei: e chi vi dice che ad un rovescio di cose non potessero ricovrarsi sulla corvetta stessa i vostri nemici? e allora, oh che brutta mescolanza! non sapete che costoro tengono il miele sulle labbra e il rasoio a cintola? Su, su dunque: dimani a bordo; e poi è tempo di finirla con queste faccende; alla demagogia (come la chiamate voi altri dotti) tien dietro la rovina della libertà.
—Voi mi fate stupire, disse Alfredo.
—Perchè son un pescatore: ah! ma non sapete che val più l'esperienza che non i vostri libracci? so che voi siete un famoso capitano, ma quanto alle furie e alle bravate popolari ne saprò più di voi: fuoco di paglia fa molto fracasso e più fumo e poco dura; ne ho vedute tante dal 93 in poi! che so io? le son faccende le quali van sempre a terminare poco bene.—
L'indomani del colloquio che noi riferiamo l'antica dimora di Esmeralda e di Selvaggio quella divenne di tutti i nostri personaggi che sappiamo rimasti sulla corvetta. Il loro arrivo, la loro dimora fra quei boschi fu cosa tanto celata che non vennero a saperla neanco i pescatori vicini; d'altronde noi già conosciamo come il vecchio zio Neri sapesse cacciarsi le mosche dal naso in proposito di curiosi.
S'avvicinava un momento terribile.
A Livorno il signor Basilio aveva avuto qualche sentore di mutamento di cose; e siccome la vita di libertinaggio che gli permetteva l'attuale sua posizione demagogica gli andava a genio più d'ogni altra, egli ch'era stato, diremo, di diversa fazione, quando i pensatori di quel genere erano in fiore s'era finto liberale per prudenza. Al primo bucinare di progressismo, era adesso proprio di cuore e di mente un demagogo indiavolato; e se qualcheduno storcerà i labbri e tentennerà le spalle in atto dubitativo, noi lo inviamo al frontespizio del libro, ove, conoscendo che si tratta di un romanzo, capirà che non siamo obbligati che a star nei limiti del possibile.
Il signor Basilio aveva avuto sentore, io vi diceva, di un certo movimento di truppe straniere, aveva stretto intorno a sè i più fedeli, aveva divisato sè resistesse colla forza a qualunque armata minaccia; e, fatte sul serio cose ridicole, si apprestò a qualunque evento a vigorosa difesa. Già Livorno, convien dirlo ad elogio di molti buoni di cotesta città, era divenuta una fogna, ove era penetrato ogni genere di colaticcio demagogico da tutte le parti del mondo, ed il signor Basilio poteva disporre di molte migliaia di disperati i quali senza patria, senza tetto, senza onore, senza un soldo, senza religione, senza speranze, vivendo alla giornata, erano riputati talmente capaci di ogni eccesso che i savi ed onesti Livornesi temevano più di essi che di quanti potessero piovere addosso di fuori. Taluni dei buoni, per sfuggire il prospetto continuo di esecrabili intemperanze, erano emigrati dalla città più solleciti, più premurosi di quello che anni indietro non lo erano stati nel fuggire dal choleroso contagio. In mezzo al coraggio ed alla paura il signor Basilio, lasciato il circolo popolare ove discutevasi ed approvavasi la proposta di difesa all'ultimo sangue in caso di assalto, tenendo attivi i fili elettrici che non avevano tregua nella trasmissione dei consigli e dei progetti fra il signor Basilio et adepti ed il potentissimo Bruto, si condusse nel segreto del suo palagio, ove il nuovo suo servo indiano Angiolo, a lui versando il caffè in una tazza di porcellana del Giappone, si decideva al gran passo della rivelazione.
—Angiolo, disse il signor Basilio mollemente adagiandosi sul cuscino di raso del suo divano, Angiolo, porgimi quella carta ed incominciamo da questo giorno a farla da padrone da vero.—E sì dicendo accennò ad Angiolina un foglio che stava piegato su un vicino mobile. La fanciulla obbedì, e recatogli il foglio, il signor Basilio lo lesse per ben due volte, e quindi toltosi dalle tasche dell'abito un piccolo calamaro di bronzo, v'intinse una penna che aveva dentro lo stesso calamaio e segnò il proprio nome appiè del foglio, quindi ripose il tutto nella saccoccia del soprabito.
Angiolina lo guardava con un misto di stupore e di curiosità; il suo animo era agitato, le parea che quel foglio dovesse portare a qualche grave conseguenza. Il signor Basilio si avvide della bramosia di Angiolina, che ei credeva un mulatto fin dal momento in cui, piacendogli la sua fisionomia, l'aveva presa al suo servizio.
—E che sì che tu saresti curioso di sapere cosa si contiene in questo foglio? io ci scommetto.
—Padrone, la curiosità è il debole della razza indiana; io non posso liberarmi da un difetto di famiglia.
—Tu sei così divoto alla sincerità, anco quando sta contro di te, e d'altronde io ho per te un affetto sì strano, dirò, e straordinario che non saprei negarti la piccola consolazione di compiacerti; tu desideri sapere cosa contenga questo foglio?
—Non v'ingannate; voi avete contratto in tal guisa il vostro volto nel rileggere quel foglio che la curiosità di conoscerne il tenore non sarebbe venuta solamente ad un Indiano, ma a qualunque siasi persona che vi amasse.
—Alla buon'ora, sclamò il signor Basilio, almeno mi sento dire una volta che sono amato.
—Credereste forse di non meritarlo? esclamò Angiolina guardando fisso con quei suoi occhi il signor Basilio, che dovette abbassare i suoi.
—Questo giovane bizzarro m'intenerisce e mi atterrisce, mormorò il perfido. D'altronde perchè lo tengo io?
—V'avrebbe offeso il mio detto, padrone? continuò Angiolina cessando da quello sguardo ammaliatore che ben s'avvedeva avere sconcertato terribilmente l'uomo fatale. Sebbene i meriti sieno premiati da Dio, come da lui punite le colpe, sebbene spessissimo e gli uni e le altre possano celarsi a tutti gli uomini, è nondimeno una terribile verità che entrambi sono conosciuti da colui che gli ha: in questo caso….
—Tu sei ben dotto in morale, giovanetto, fu sollecito a dire Basilio premuroso di togliersi a discorsi di quel genere; ma vedi bene, io uomo di stato non amo i sermoni: potresti piuttosto intertenermi in questo momento di riposo con qualche canto popolare americano.
—Volentieri, ma vi avverto che non potrebbe tradursi nei vostri melliflui versi; esso è troppo robusto.
—Puoi dirmelo in prosa: amo più i concetti che i versi; e la poesia non sta nel ritmo e nella rima.
—Ma…. e di sodisfare la mia curiosità non ci pensate?
—Saremo a tempo.
—No….
—Or via dunque sappilo; quel foglio è il mio testamento.—
Nel proferire queste parole, un riso beffardo spuntò sulle labbra del vecchio. Angiolina ne fu sconcertata, ebbe quel senso di ribrezzo che si sente trovandosi vicino ad un rettile velenoso; onde fu sollecita a dire:
—Padrone, ben m'avveggo che voi scherzate: ma d'altronde non sta bene scherzare con la provvidenza.
—Saresti forse tu la provvidenza?
—Chi sa? forse sì, disse Angiolina misteriosamente, ripensando alla dolorosa sua missione, potrebbe darsi di sì; io son certa che quel foglio non è il vostro testamento, sebbene quel foglio lo creda assai riferirsi alla morte.
—Angiolo! urlò il signor Basilio, tu hai veduto, hai letto quel foglio!
—Padrone, vi dimenticate che nel tornar di fuori voi l'avete, minuti sono, posato su quel tavolo, nè io sono partito dal vostro fianco?
—Saresti forse versato nelle scienze della divinazione? io so che nei vostri paesi selvaggi….
—Pur troppo, padrone, pur troppo, io leggo nel futuro!
—Nuovo pregio che scuopro nel mio servo. Oh! per la santa guerra, non mi credeva sì fortunato di possedere un servo astrologo; non ho più bisogno di canti del tuo paese per sollazzarmi; mi basteranno i risultati delle tue profezie…, il mio impostorello.
—Voi non mi credete?
—No, mio caro, ho troppo buon senso: ti sei addato intorno al doloroso argomento del foglio, dappoichè tu sai come, a questi tempi di periglio, noi capi e tutori del popolo siamo obbligati a insanguinare le carceri e le piazze; e su ciò ti dirò che quella è una sentenza di morte che il circolo proferiva e io ho sanzionata.—
Angiolina rimase un poco confusa; il suo cuore glielo diceva, e le diceva trattarsi pur troppo del misero Giovanni. Sapeva, ahimè! in qual diffidenza il popolo vivesse da qualche giorno, ed essere tutto in mani di demagoghi nazionali e stranieri. Come salvare quel misero? come strappare quel foglio? d'altronde anche distrutto siffatto documento, avrebbe ella potuto credere dovesse derivarne la salvezza del prigioniero? avevano forse quei cannibali bisogno di sentenza regolare o irregolare per disfarsi di chi odiavano? avevano forse duopo di legittimare per mezzo di giuridiche forme l'assassinio? come giovare allo sventurato della cui vita vedeva il prossimo termine? La passionata giovane pensò che il far nascere un contromovimento nel partito degli onesti avrebbe potuto, se non impedire totalmente l'esecuzione del supplizio di Giovanni, almeno differirla; ma quel progetto comprese tosto essere inutile, pericoloso ed impossibile. Infatti le armi le avevano in mano i più esaltati; al più piccolo romore di reazione, non solo Giovanni, ma quante altre vittime stavansi in mano di quei feroci certamente sarebbero state spente. Pensò allora di gettarsi ai piedi dell'inumano chiedendo pietà; ma dopo un istante di riflessione cacciò da sè questa tentazione diabolica: ed infatti non conosceva ella il signor Basilio? ben essa si avvide esser giunto il tempo di un passo estremo, di un ultimo tentativo; ed il signor Basilio stesso ne affrettò il compimento.
—Ah! ah! il mio piccolo negromante indiano, la mia franchezza ha sconcertato tutti i tuoi sortilegi; ah! ah! ma non vi è modo di cavarsela; io voglio o canzone americana o l'avvenire rivelato.—
Angiolina, da un senso di dolore stretta nel cuore, aveva cominciato a sentirsi sorprendere da uno di quegli assalti di estasi e di rapimento cui andava soggetta nelle grandi crisi della sua vita. I suoi occhi rimasero fissi nell'orbita; e sebbene la sua fronte grondasse sudore, il suo volto era divenuto più bianco della carta e le sue pupille più ardenti del fuoco; ritta in piede ed immobile tremava di tale eccitamento convulso che ne facea risentire il pavimento e le vetriate. Il signor Basilio la guardava da principio come in dileggio, credendo quei gesti e quei movimenti effetto della scena che ella voleva rappresentare; e conveniva in sè stesso che il personaggio conosceva a perfezione il suo mestiere. Ma ahimè! fu ben diverso il suo pensare quando la giovane alto levando un pugnale e girandolo all'intorno, quale inspirata, gridò:
—Basilio! Il tuo passato è scritto a caratteri di sangue nel gran libro di Dio; la tua morte è vicina; tu non vedrai coricarsi il sole che domani sorgerà; morrai qual vivesti, come traditore!
—Angiolo! gridò il signor Basilio.—
Ma Angiolo ai suoi sguardi pareva fosse addivenuto un'altra creatura; la fittizia tinta del suo volto era sparita. Il signor Basilio aveva pur troppo dinanzi la sventurata orfanella, colei che aveva cacciata nel vituperio; il tardo rimorso lo lacerava. Volle alzarsi per afferrare quell'essere che ormai lo spaventava, ma le sue membra agghiacciate non gli permisero di muoversi.
—Rammenta le ore della tua giovinezza, il talamo di un popolano violato; rammenta le infamie, i furti, i latrocini; rammenta la ruina di una rispettabil famiglia; rammenta l'infame pozzo da dove una fanciulla agonizzante fu tolta per virtù di un miracolo; rammenta le tue mascherate e quando tradisti la….
—Angiolo, Angiolo, per pietà!… gridava il vecchio; taci, deh! taci per pietà!
—No. Dio è stanco…. non vuol riparazione, vuol morte.—
In quest'istante Angiolina, sempre nel suo delirio profetico, avanzandosi verso il signor Basilio ed apertogli l'abito, trattone il foglio fatale, lo lacerava in mille pezzi. L'uomo non fu suscettibile di alcun movimento; chiunque avrebbe potuto spegnerlo in quel momento. Ma un fragore improvviso di molte detonazioni fece tremare la casa; erano colpi di cannone.
—Giustizia di Dio! esclamò Angiolina con un ineffabile sorriso e cadde.
—Angiolina figl…. (non ebbe forza di proferire la dolorosa parola) sì: ah! tardi ti ravviso.—
E curvossi su lei pietoso ma invano. L'inumano stringeva un cadavere;
Angiolina era morta.