LIBRO PRIMO
ETÁ PRIMA: DE' POPOLI PRIMITIVI
(anno 2600 circa—390 circa av. G. C.).
1. I tirreni.—Gli antichi, ed alcuni moderni, credettero i popoli primitivi nati sul suolo in varie parti della terra; ma le scienze fisiologiche, le filologiche e le storiche progredite non concedono tali origini moltiplici; ne ammettono una sola, dall'Asia media tra l'Indo e l'Eufrate, e da una famiglia cresciuta in tre schiatte, semiti, camiti e giapetici.—L'Europa, salve poche e piccole eccezioni, fu tutta de' giapetici. I primi stanziativi furono, secondo tutte le apparenze, i iavani, iaoni, o ioni; i quali popolarono ciò che chiamiam Grecia e i paesi all'intorno, e diedero nome di Ionio al mare ulteriore.—I secondi furono probabilmente i tiraseni, tirseni, raseni o tirreni, i quali occuparono ciò che chiamiamo Italia, e diedero similmente il nome di Tirreno al mare ulteriore ad essi. Vennero dalla punta dell'Asia minore, dall'ultime falde del Tauro, da quelle regioni che si chiamaron poi Lidia; come risulta da tutte le tradizioni italiche, duranti a' tempi ancora di Tacito. Dimorarono e dieder nomi in Tracia; stanziarono nella nostra penisola; e par che vi si dividessero in tre parti principali: i taurisci o montanari a settentrione, di qua e forse di lá del nuovo Tauro, cioè dell'Alpi nostre: i tusci od etrusci in mezzo: gli osci a mezzodí. E, fosser parte della medesima grande schiatta, o solamente compagni della medesima migrazione, par che insieme o poco appresso venissero i veneti, e stanziassero nei paesi detti poi Venezia ed Illiria.—Perchè poi da queste regioni si sparsero a settentrione molte genti, dette giá veneti, illirici, pannoni, sarmati, e poi tzechi, lechi e russi, ed ora comprese tutte sotto il nome di «slavi»; e perché, s'io non m'inganno, alcuni segni di consanguineitá rimangono tra le lingue slave ed italiche; perciò io crederei comune pure alle due schiatte l'origine tirasena. Ma è semplice congettura.
2. Gli iberici.—Migrarono parimente nella penisola e nell'isole nostre, gli iberici e i kettim, kelti o celti; due popoli ch'io crederei staccati dalla famiglia de' iavani. Gli iberici (che nominiam cosí per non entrare in lunga discussione sul nome loro primitivo), giunti alla nostra penisola, si divisero; e gli iberi propriamente detti progredirono oltre alle bocche del Rodano ed alla penisola detta poi Iberia da essi, mentre gli altri rimasero da noi. Questi si suddivisero poi, nominandosi ligi o liguri all'occidente di nostra penisola sulle bocche del Rodano fin oltre i Pirenei, e probabilmente anche nell'isole di Corsica e di Sardegna; vituli, viteli od itali, in mezzo; siculi, siceli e sicani, nel mezzodí e nell'isola detta da essi Sicania e Sicilia; nella quale, come nell'altre isole, tutti questi si sovrapposero a' ciclopi, lestrigoni ed altre genti fenicie, camitiche o semitiche. Ma tutti questi iberici, par che fossero men numerosi che non i tirreni; e certo non occuparono definitamente se non la metá occidentale della penisola, sia che ne cacciassero i tirreni, o che si sovrapponessero ad essi e li signoreggiassero.
3. I celti-umbri.—Della migrazione celtica io crederei ch'ella si dividesse prima di giugnere a noi in due grandi fiumane, di lá e di qua dell'Alpi. La settentrionale risalí il Danubio, e stanziò intorno ad esso; finché spinta innanzi dai dod, toth, deudch, teutch o teutoni, passò il Reno ed occupò la gran regione detta da essi Celtica, da qualche gente di essi Gallia, e l'altra detta Britannia. La migrazione meridionale e minore dei celti-umbri entrò nella nostra penisola, e vi si sovrappose a' tirreni in tutta la parte orientale della nostra penisola dall'Alpi piú o meno fino al Metauro; onde ella fece una punta tra gli Appennini lungo l'Ombrone, fino al mar Tirreno. Ed essa pure vi si suddivise in tre: gl'isumbri od insubri sul Po; i vilumbri alla marina; gli olumbri tra l'Appennino. Né faccia specie questa divisione in tre, cosí costante tra' popoli italici: si ritrova in ben altri; in quasi tutti quelli del globo, principalmente nei giapetici.
4. Tempo, ordine di queste tre immigrazioni primarie [anni 2600 circa-1600 circa].—Tuttociò nel millenio dall'anno 2600 al 1600, approssimativamente. La prima di quest'epoche ci è data con gran probabilitá dal trovar incontrastabilmente popolate giá allora non soltanto l'Egitto e l'India piú vicine, ma anche la Cina piú discosta che non le terre nostre dalla culla comune; la seconda con piú certezza, dal trovar allora incontrastabili qui tutte tre le grandi schiatte e le suddivisioni accennate.—Piú dubbio può rimanere sull'ordine delle tre immigrazioni tirrena, iberica, umbra. Ma i tirreni si trovan dapertutto, gli iberici nella metá piú lontana dal punto d'arrivo, gli umbri piú vicini, e i tirreni sparsi, soggetti tra gl'iberici e gli umbri; ondeché par probabile l'ordine detto: venuti primi i tirreni; poi gl'iberici e gli umbri insieme, ovvero secondi gli iberici e terzi gli umbri. Ad ogni modo, queste tre immigrazioni precedettero senza dubbio le altre, si trovano stanziate quando avvennero l'altre, e si possono quindi dir primarie.
5. I pelasgi; immigrazioni secondarie [1600 c.-1150 c.].—Durante quel millenio [intorno al 1900] una serie d'immigrazioni marittime succedettersi in Grecia, e furono secondo ogni probabilitá principalmente di semiti. Venner cacciati probabilmente d'Egitto, di Palestina o Fenicia; e col nome di pelasgi o phalesgi, che in lor lingua suonava «dispersi» o «raminghi», si sovrapposero colá ai ioni primitivi, occuparono e nomaron da essi Pelasgia la penisola meridionale, salirono alla media, ed in Tessaglia. Regnarono, guerreggiarono, sacerdotarono, incivilirono dapertutto. De' ioni vinti, parte migrarono probabilmente, e son forse quelli veduti; parte rimasero, o sudditi, o rifuggiti a' monti, e furono gli elisi o elleni. Ridiscesero questi, o si sollevarono guidati da Deucalione ed altri eroi; e, combattuta una lunga guerra d'indipendenza, di cui l'ultima gran fazione fu la distruzione della pelasgica Troia intorno al 1150, cacciarono dal suolo patrio gli stranieri pelasgi, ridotti cosí a nuovo errare.—I piú e principali di questi cacciati migrarono via via nella nostra penisola. La storia n'è chiara da molte tradizioni; precipuamente da quelle raccolte da Dionisio d'Alicarnasso, scrittore screditato giá da alcuni moderni, riposto in onore da parecchi contemporanei nostri. Egli distingue le migrazioni, le narra con particolari, ne cita e discute i fonti, le date; niuna critica sana lo può rigettare.—La prima invasione venne dunque intorno al 1600; approdò al seno de' peucezi, passò all'opposto degli enotri (genti sicule probabilmente), s'estese, salí su per la penisola fra altre genti sicule, itale, osche e tusche fino intorno a Rieti—La seconda scese alla bocca meridionale del Po, a Spina, vi stanziò in parte e fu distrutta, e parte penetrò fra gli umbri, gl'itali e i tusci a raggiungere i consanguinei. Allora lá intorno a Rieti (in quelle regioni dov'era stato probabilmente il centro degli itali, dove fu poi certamente quello della gran sollevazione italica contro ai romani, dove restano anche oggidí i nomi dell'«umbilico d'Italia», del «gran sasso d'Italia») fu il centro della potenza pelasgica. Di lá raggiarono, occupando e fortificando cittá e castella; lá abbondano anche oggi le rovine di lor mura militari, simili alle pelasgiche di Grecia nella costruzione e nel nome (argos, acros, arx). I siculi furono rigettati a raggiungere i consanguinei in Sicania o Sicilia; gl'itali, gli osci, i tusci, dispersi a' monti o soggiogati, come gli elleni nell'altra penisola.
6. Continua.—E come gli elleni, essi ricacciarono poi quegli stranieri. Perciocché l'ira degli dèi, dice Dionisio, l'ira del servaggio diremo noi, sollevò tutti i nostri popoli primari contra a questi secondari; l'unitá del servaggio li riuní in una impresa d'indipendenza, simile all'ellenica, prima dell'italiche. E forse fin d'allora crebbe il santo nome d'Italia, estendendosi dalla gente prima, o piú ardita nell'impresa, alle seguaci. Ad ogni modo questa incominciò e finí in poco piú d'una generazione, intorno al tempo dell'assedio di Troia [1150 circa]. I pelasgi, ricacciati al mare per la terza o quarta volta (dall'Egitto, dalla Palestina, dalla Ellenia ed or dalla Tirrenia od Italia), si dispersero per l'ultima volta, or pirateggiando, or rifuggendo in vari luoghi del continente e delle isole elleniche, e fino in Tracia, dove alcuni pochi serbarono gran tempo lor lingua, trovata barbara da Erodoto. Forse alcuni ne rimasero nell'Italia o penisola inferiore. Ma furono pochi per certo; ondeché di tanti sangui fin d'allora rimescolati nell'italico, non rimase certamente se non a stille il pelasgico. Rimasero sí comuni co' pelasgo-ellenici molte parole e numi, riti, costumi e simboli, e stili di belle arti.
7. Magno-greci; immigrazioni terziarie [a. 1150 c.-600 c.].—Oltreché, fosse per finir di cacciar di qua come da Troia gli odiati pelasgi, o fosse per imitarli e sottentrar loro dopo che furono cacciati, ad ogni modo gli elleni essi pure migrarono ripetutamente in Italia.—Le prime migrazioni elleniche si confondono colle ultime pelasgiche, in guisa da non potersi chiaramente distinguere. Pelasgiche od elleniche furono quelle di Evandro e di Pallante alle bocche del Tevere.—Ellenica forse quella di Ercole (eroe, mito, simbolo, a parer mio, dapertutto della lotta ellenica contro a' pelasgi), il quale dicesi approdato prima ai liguri, poi a quel medesimo Tevere.—Pelasgico-troiane certamente quella di Antenore alle foci del Po, e quella di Enea che fu terza sul Tevere.—Ed elleniche poi quelle posteriori e moltiplici, per cui furono fondate le colonie di Taranto, Crotona, Sibari, Turio, Locri, Regio, Cuma, Partenope e parecchie altre sulle due marine meridionali; e Siracusa, Girgenti, Messina, Selinunte ed altre in Sicilia; Cagliari in Sardegna; Alaria in Corsica.—Tutti insieme poi questi elleni chiamaronsi «greci»; un nome che dicesi significasse «antichi», e fu forse preso dagli elleni ad accennare la prioritá di loro schiatta su quella de' pelasgi negli stanziamenti comuni. Perché poi i nostri si dicessero, a differenza degli altri, «magno-greci», parmi difficile a risapere; essendo certamente men numerosi essi, e men lati questi loro stanziamenti occidentali, che non gli originari nella Grecia propriamente detta. Ad ogni modo, religioni, costituzioni, dapprima regie, repubblicane poi, costumi, lingua ed arti, tutta la civiltá e tutta la coltura, furono comuni alla madre patria ed alle colonie, alla Grecia e alla Magna-Grecia.
8. I popoli itali, etrusci ed altri contemporanei [1150 c.-600 c.].—Ma questi magno greci non occupavano forse tutte le marine, né certo l'interno delle nostre regioni meridionali. Ivi duravano gli itali principalmente, venutivi dalla media penisola, e sottentrativi giá, poco prima o poco dopo della cacciata de' pelasgi, a' siculi loro fratelli, quando passarono allora in Sicilia. E duravano, pur risorte dopo quella cacciata, parecchie genti osche, ed altre dette latini, sabini, sanniti, marsi, peligni, campani ecc.; de' quali sará forse sempre impossibile determinare se appartenessero a questa o quella delle schiatte primarie, secondarie, od anche terziarie, o se e come si componessero di parecchie. Ad ogni modo, tutte insieme possono considerarsi come membri di una civiltá e coltura intermediaria tra la magno-greca a mezzodí, e l'etrusca a settentrione. Perciocché gli etrusci furono il popolo principale risorto dopo i pelasgi. Liberati a un tempo e da questi cacciati al mare, e dagli itali cacciati, o progrediti da sé al mezzodí, rinnovarono la potenza tirrena. Furono ristretti dapprima tra il Tevere, la Macra e l'Appennino; tra i popoli testé nomati a mezzodí, i liguri a settentrione-ponente, gli umbri a settentrione e levante; poco piú che la Toscana presente. Dodici cittá principali vi ebbero, ma molte altre pure, regnate ciascuna probabilmente da un principe chiamato «lucumone», governate inoltre da un'aristocrazia di nobili chiamati «lars», confederate certamente tutte tra sé. Niuna colonia straniera, niuna altra gente dominante tramezzo. Quindi indipendenza compiuta, tranquillitá almeno esterna, e commerci, marineria, arti, culti splendidi, civiltá e colture, o eguali o poco minori dell'elleniche. E in breve, allargamenti, conquiste. Condusser guerre secolari contro agli umbri; e il risultato fu un'Etruria nuova, stabilita nell'Insubria tra l'Appennino, le Alpi e quel mare che appunto allora, da Adria una di lor colonie, fu detto Adriatico. Ivi pure dodici cittá principali; e i medesimi ordini civili, i medesimi splendori di coltura. Ancora, pare che a mezzodí si estendessero intorno al Liri, e v'avessero altre cittá; ma se queste fossero propriamente etrusche, o solamente consanguinee tirrene-osche, sará forse impossibile determinarsi mai, anche in istudi piú speciali.—Ad ogni modo, dall'Alpi al mezzodí della penisola era risorta la potenza, cresciuta la civiltá e la coltura degli antichi tirreni; ma erasi concentrata dalla nazione intiera nella gente etrusca. E le facevan quasi corona all'intorno, i liguri alla marina oggi ancora nomata da essi, e sull'alto Po nelle sedi degli antichi taurisci mescolati forse con essi e detti allora «taurini»; i veneti sull'alto Adriatico; gli umbri ridotti forse fin d'allora a ciò che ancor si chiama Umbria; le genti italo-osche, e i magno-greci a mezzodí. Queste furono le condizioni de' nostri padri, per li quattro secoli e mezzo dopo la cacciata de' pelasgi.
9. I galli, immigrazioni quaternarie [600 c.-391].—Ma fin dal secolo sesto av. G. C. s'era raccolto in Asia un altro di que' nembi di genti, che precipitaron di lá per tanti altri secoli ancora sull'Europa. Un gran rimescolio, una gran contesa ribolliva in tutto il settentrione dalle fonti dell'Indo fino alle bocche del Danubio, tra le genti dette gog e magog, geti e massageti o piú modernamente sciti, e quelle dette gomer, kimri, cimbri o cimmeri. Le prime, piú orientali, cacciarono e spinsero le seconde in Europa. Queste, i kimri, inondarono Germania, Gallia, e fin l'ultima Britannia, or confondendosi, or frammettendosi tra le antiche schiatte teutoniche e galliche. La Gallia, par che rimanesse divisa diagonalmente tra i kimri a nord-ovest e i galli a sud-est verso noi. Ivi compressi, travasarono questi nella nostra penisola, con immigrazioni successive, le quali, tutte insieme e rispetto a noi, diremo quaternarie. Cinque furono principali.—La prima sotto Belloveso scese pel Monginevra, soggiogò i liguri taurini, entrò, passando il Ticino, nella Etruria nuova; e ritrovativi gli antichi consanguinei, restituí forse ad essi la libertá, e il nome d'Insubria, e fondò in mezzo Milano (forse Mid-land o Mid-lawn), una grande e principal cittá.—La seconda sotto Elitovio raggiunse la prima, compiè la conquista della manca del Po fino a' veneti, e fondò Brescia e Verona.—La terza mista di galli e liguri scese per l'Alpi marittime, e, rimasta a destra del Ticino, stanziò in Piemonte.—La quarta mista di galli e kimri scese per l'Alpi pennine, occupò i piani tra il Po e l'Appennino, e stanziò principalmente nell'etrusca Felsina, nomata quindi Bologna da' boi una di quelle genti.—La quinta si diffuse tra gli umbri dell'Adriatico, e, passando gli Appennini, piantò, e da' senoni nomò Siena in grembo alla stessa antica Etruria. Tuttociò dal 587 al 521; e la durata, la moltiplicitá di queste invasioni, sembrano accennare una lunga e forte difesa degli etrusci, e cosí non esser questi troppo decaduti lungo i secoli di lor fortuna; che è vanto raro nell'antichitá, quando la somma fortuna soleva esser seguita dappresso dalla corruzione.—E tanto piú, che, anche cosí ridotti a men che lor sedi antiche, gli etrusci durarono, senza piú scemare che si sappia, altri centotrenta anni. Non che fosser salvi del tutto delle scorrerie galliche, le quali pur vennero estendendosi giú per l'Adriatico sino a' magno-greci; ma né greci, né etrusci, né itali, osci o latini, non par che fossero piú cacciati da niuna lor sede notevole durante tutto questo tempo.—Finalmente nel 391, o fosse una di queste scorrerie, od una di quelle inimicizie consuete pur troppo in Italia tra vicini, ad ogni modo i galli senoni vennero ad assediar Chiusi. Questa cittá antichissima e delle principali etrusche, ricorse non piú a' consanguinei oramai impotenti, bensí ad una cittá vicina ma straniera, anzi nemica degli etrusci, ed ultimamente salita in fortuna ed orgoglio, per la conquista di due cittá etrusche Falerio e Veio. La cittá cosí invocata accettò la protezione, mandò ambasciadori a' galli tre giovani patrizi suoi; i quali, tentato invano di trattare, combatterono per li nuovi alleati. E i galli, orgogliosi anch'essi, lasciata la conquista minore, si rivolsero alla maggiore, convocando compatrioti da tutta la Gallia cisalpina.
10. Roma [754-390].—Quell'animosa cittá si chiamava Roma. Sedeva, in un angolo tra il Tevere e l'Aniene, su un suolo che era stato anticamente de' siculi, poi triplice confine degli etrusci, de' sabini e de' latini. Era stata fondata, o forse rifondata, l'anno 754 da Romolo, che le diede o forse ne prese il nome; e, fatta asilo, mercato di quelle tre genti diverse, antichi tirreni i primi, iberici itali probabilmente i secondi, e mistura d'itali, di pelasgi e d'elleni i terzi; avea raccolti abitatori da tutte tre. Ma da' latini principalmente ella professò tener suoi fondatori, sue origini, sua lingua; la confederazione de' latini fu quella a cui prima ella fu addetta e si fece capo. Poi s'era ampliata, popolata, arricchita ed afforzata a spese degli altri due vicini, sabini ed etrusci; ma cosí lentamente, che dopo tre secoli e mezzo, le due recenti conquiste di Falerio e di Veio erano le maggiori che ella avesse mai fatte; e l'ultima era pure a un dieci miglia dalla cittá.—Del resto, regnata giá come tutte le altre cittá d'Italia e d'Etruria od anzi della penisola, od anzi come tutte le genti primitive stanziate od erranti, cioè retta da un principe, da un senato di patrizi e da un'adunanza popolare, aveva (secondo le tradizioni) obbedito cosí a sette re: Romolo [754-717], Numa Pompilio [717-679], Tullo Ostilio [679-640], Anco Marzio [640-617], Tarquinio Prisco [617-578], Servio Tullio [578-534], e Tarquinio Superbo [534-509]. Quindi, cacciato l'ultimo nell'anno 509, era passata a governo repubblicano quasi a un tempo che le cittá elleniche; una contemporaneitá molto notevole, e che mostra, questa rivoluzione antichissima dai principati alle repubbliche essersi estesa serpeggiando di regione in regione, a modo di molte moderne. Del resto, queste rivoluzioni in generale, e la romana in particolare, fecero poco piú che mutare il sommo magistrato, giá unico ed ereditario od a vita secondo le occorrenze, in parecchi elettivi ed a tempo; serbando le «gerontie» o senati e le assemblee popolari, l'aristocrazia e la democrazia. In Roma i sommi magistrati fecersi annui, e chiamaronsi «consoli»; e continuò a preponderare il senato, l'aristocrazia. La quale poi fu fortissima od anche superba in quest'occasione, contro ai galli. Non che dare i giovani ambasciadori, i Fabi, chiesti a vittime, li fece capi al proprio esercito. Ma vinto questo all'Allia, fu occupata la cittá di Roma. Molti patrizi vi si fecero uccidere, dicesi, sulle lor sedie curuli; altri racchiusersi nella ròcca od arx del Campidoglio, e vi durarono assediati sette mesi; altri si raccolsero fuori in Veio, la nuova conquista; altri intorno a Furio Camillo che n'era stato il conquistatore, e che, invidiato poi, traeva l'esilio in Ardea. E Camillo (il piú grande forse fra le migliaia d'esuli italiani) guerreggiò dapprima per gli ardeati; poi, fatto dittatore, per la ingrata patria, contro agli stranieri; poi, quando gli assediati del Campidoglio ebber patteggiato co' galli, e se ne furon liberati a peso d'oro e d'umiltá, egli il dittatore annullò il patto, ed inseguí e sconfisse i vincitori predoni, e li ricacciò, per allora, a lor sedi.—Cosí l'aristocrazia, conservatrice di natura sua, conservando la patria nei pericoli estremi di guerra, mostrossi degna di conservarne il governo in pace. E cosí Roma arrestò per sempre l'invasione straniera, a' limiti di quella che allora si chiamava Italia; cosí ella si pose a capo della guerra d'indipendenza; cosí ella salí a potenza, dapprima su quell'Italia, poscia a poco a poco su tutta la penisola; e contemporaneamente su quasi tutt'Europa, e molta Asia e molta Africa, tutto il gran cerchio del Mediterraneo. Potenza ammirabilmente originata e meritata.
11. Religioni.—Perciò qui dove incominciò Roma a mutare e fermare le condizioni politiche della nostra patria, noi terminiamo l'etá dei nostri popoli vaganti e primitivi. De' quali diremo intanto quali sieno state le condizioni religiose, civili, e di coltura.—E primamente, non soltanto la storia sacra ma anche tutte le profane mostrano che tutte le religioni incominciarono dal monoteismo, dall'adorazione d'un solo Dio. Ma in breve caddesi per corruzione nel politeismo, moltiplicaronsi gli dèi in vari modi. Fecesi un dio diverso d'ogni diverso nome di Dio, il Signore, il Creatore, il Santo, il Giusto ecc.; deificaronsi le grandi potenze della natura, l'aria, il fuoco, il sole, altri astri, il cielo, la terra; e deificaronsi i padri delle grandi schiatte e delle genti. Poi si cadde piú giú, nell'idolatria, nell'adorazione delle immagini, dei simboli di tutti quegli iddii moltiplicati; e si precipitò finalmente nell'eccesso di quest'eccesso stesso, nel feticismo.—Questa serie di corruzioni o regressi primitivi è tutta contraria a quella dei progressi o perfezionamenti delle religioni primitive, che fu idea di alcuni filosofi recenti. Ma io confido al presente e vero progresso delle scienze storiche, mitiche, filologiche e filosofiche, le quali giudicheranno, od han giá giudicato, quale delle due serie sia piú, od anzi sia sola consentanea ai fatti ed alle ragioni, ai nomi, alle genealogie, agli atti di tutti questi iddii, ed all'umana natura.—Del resto, ognuna delle tre grandi schiatte, semiti, chamiti e giapetici, ebbe suoi modi particolari di corruzioni. I semiti, anche gli erranti, serbarono piú a lungo il monoteismo, aggiunsero meno numi al Signore primitivo Adonai, Adone. I chamiti al lor Signor sommo Baal, Belo, aggiunsero antichissimamente il Sole, il Fuoco; e gli egizi in particolare idearono essi tutta quella genealogia, quella famiglia d'iddii, che i pelasgi recarono poi di lá e volgarizzarono tra' popoli elleni, tirreni ed italici; e i giapetici, piú scostatisi dalla culla, piú vaganti, piú moltiplicati, si scostarono anche piú dalla religione primitiva; non serbarono a lungo o almeno non ci tramandarono niun nome loro del Signor sommo (se tal non sia forse quel di Brahama); fecero loro dio sommo il Cielo, o il Signor del Cielo, Thian alla Cina, Zeus in Grecia, Saturno forse in Italia. Che questi fosse tra' nostri maggiori iddio sommo prima che Zeus o Iupiter, sembra accennato dal mito che l'ultimo togliesse al primo lo scettro degli iddii, e dal nome di Saturnia dato giá alla patria nostra. Ancora, fu certamente dio speciale, nazionale de' nostri maggiori, quel Giano, che non si ritrova in niun'altra mitologia, e il cui nome è cosí simile a quello di Iavan, che non parmi da dubitare essersi cosí adottato lo stipite comune delle due schiatte primitive degli iberici e dei celti; e parmi confermata tal congettura dalla doppia faccia di quel Dio, e dal tempio a lui innalzato dai romani sul limite degli uni e degli altri, e dall'aprirsi e chiudersi di esso secondo che era guerra o pace.—Ad ogni modo, sopraggiunti nella penisola nostra, come giá nell'ellenica, i pelasgi, e diffusivi parimente lor numi e lor culti, ne risultò in Etruria e in tutta la bassa penisola una religione cosí simile alla greca, che tradotti i nomi delle divinitá dall'une lingue nell'altre, le due religioni apparvero identiche; e che qua come lá s'ebbe quella medesima famiglia di Saturno, Giove, Giunone, Apollo, Diana, Minerva, Venere, Vulcano, e via via tutti quegli dèi moltiplici, che furono illustrati poi dai poeti delle due nazioni. E l'Etruria, stata sede principale de' pelasgi, serbò cosí nome, vanto ed ufficio di nazione sacerdotale sopra l'altre nostre.
12. Condizioni politiche.—Delle condizioni politiche di tutte queste nostre genti antichissime, molto si scrisse, poco rimane certo. Evidentemente le prime genti immigrate, tirrene, iberiche ed umbre, furon nomadi sino intorno alla cacciata de' pelasgi all'epoca di Troia [1150]; perciocché di quel tempo ancora sono e la traslazione de' siculi, dal mezzodí della penisola in Sicilia, narrata da Dionisio, e quella degli itali, che presero il luogo lasciato da' siculi. Ed anche i pelasgi errarono molto, tra noi come in Grecia e dapertutto; ma poco numerosi certamente (come venuti dal mare), il loro errare e stanziare fu meno da genti nomadi che da venturieri quasi feudali, quali vedremo molti secoli appresso i normanni nelle medesime regioni. Gli stanziamenti ellenici poi, furono colonie e non piú; e conquiste quelle degli etrusci nell'Insubria; ma di nuovo immigrazioni vere ed ultime, quelle de' galli nel sesto secolo.—Fin da' pelasgi, e tanto piú dopo, vedesi la civitas (di cui ciò che chiamiam noi «cittá», non era se non il centro), cioè lo stanziamento d'ogni gente o tribú, aver costituito uno Stato, un'unitá politica per sé; come in Grecia, del resto, od anzi come in tutto l'Occidente. Bensí, le diverse genti e cittá d'ogni schiatta o nazione rimasero certamente confederate tra sé; ed in confederazioni si riunirono pure le cittá che si vennero innalzando di genti raccogliticce e diverse. Sono evidenti nelle storie la confederazione etrusca, l'umbra, la latina, la sabina, la sannite e parecchie altre. Ed evidenti in ciascuna di quelle cittá, dapprima quella costituzione che accennammo delle cittá etrusche e di Roma, il principato temperato d'aristocrazia e democrazia; e poi la mutazione sorvenuta dal principato alle repubbliche similmente miste. Il fatto sta che la prima di tali costituzioni, la quale riunisce e contempera tutti tre i poteri politici naturali o possibili, il poter d'uno, quel de' grandi e quel di tutti, fu forse la piú antica, certo la piú consueta in tutte le etá e tutte le regioni del globo; tanto che chi ne faccia il conto regione per regione o tutte insieme, troverá essere stati retti gli uomini piú sovente sotto tal forma del principato temperato, che non sotto quella del principato assoluto senza quel moderame, o della repubblica senza principato, prese insieme. E sarebbe ragione di chiamar normale, naturale quella forma mista dei tre poteri; e di tornarvi quanto prima da chi non l'abbia, e tenervisi fermi quanto piú si possa da chi l'abbia.—Del resto, sembra questa nostra Italia primitiva essere stata ricchissima di cittá, di popolazioni, di biade, d'armenti, d'industrie e di commerci, di navigazioni. I tirreni in generale, gli etrusci principalmente, furono potentissimi, rimasero famosi in mare; e di Roma, tuttavia cittaduzza latina, sopravive un trattato di commercio dell'anno 508 con Cartagine. Che anzi, la potenza di questa non sembra esser diventata preponderante nel Mediterraneo, se non appunto quando cadde l'etrusca; e la rivalitá che siam per vedere di Roma con Cartagine non fu probabilmente se non retaggio tramandatole dalla Etruria.
13. Colture.—Da quanto venimmo esponendo delle tre prime e principali schiatte popolatrici della nostra penisola, si può dedurre, che tre famiglie di lingue dovettero nascerne; la tirrena degli etruschi ed osci; l'iberica dei liguri, siculi ed itali; e la celto-umbra; diversissima la prima dalle due ultime, piú simili probabilmente queste tra sé, come iavaniche amendue. Certo, non pochi fatti confermano tal deduzione. La lingua etrusca si trova cosí diversa da ogni altra nostra o straniera, che resiste finora a qualunque interpretazione: leggesi, ma non s'intende ne' monumenti. All'incontro, la lingua latina, che venne senza dubbio principalmente da' siculi ed itali, padri aborigeni de' latini, sembra per l'una parte aver grandi somiglianze colla vicina umbra che si trova sulle tavole eugubine; e dall'altra colle antiche lingue dell'Iberia, come si scorge dal trovarsi lá e qua molti nomi simili od anzi identici di cittá; ed anche da ciò, che, quando la lingua latina fu piantata poi in tutta Europa dalle conquiste romane, niun'altra delle nazioni conquistate la prese cosí facilmente, la coltivò cosí elegantemente, la serbò tra i barbari posteriori cosí costantemente, come la nazione iberica; tantoché, se parecchie lingue moderne paion figlie della latina antica, e sorelle della italiana moderna, questa e la spagnuola paion gemelle. Del resto, e la lingua etrusca e la latina preser probabilmente molte parole dalla pelasgica, e non poche certamente dall'ellenica. E tutte quattro e l'umbra ancora si scrisser poi con caratteri poco diversi da quelli pelasgici, che furon portati di Fenicia in Europa da Cadmo o quali che siensi altri di que' marittimi erranti.—Del resto, di nessuna di quelle lingue non ci rimangono monumenti letterari (se tali non voglian dirsi le dette tavole eugubine), e nemmen nomi di scrittori; grande argomento a credere che fu poca la coltura letteraria di quelle lingue antichissime. I grandi monumenti delle lettere sogliono sopravivere alle nazioni e far sopravivere le lingue: i nomi de' grand'uomini sopravivono alle lingue stesse; e se ne fossero stati, specialmente tra gli etrusci, essi sarebbero rimasti illustri tra' romani cosí vicini di luogo e di tempo. Il fatto sta che furono molto piú antichi (senza contare i nostri scrittori sacri antichissimi di tutti) Valmichi, Omero, Esiodo e parecchi altri, di cui restano i nomi e gli scritti; e che della nostra stessa patria, della Magna Grecia, restano, se non monumenti, almeno nomi d'uomini famosi in lettere e scienze, famosissimo fra tutti quello di Pitagora. Nato in Samo, ma venuto in Magna Grecia, vi fu intorno al 500 legislatore di parecchie cittá, e gran filosofo matematico, fisico, metafisico e morale, ed origine delle due scuole dette italica ed eleatica.—All'incontro ci abbondano i monumenti dell'arti, e le mostrano avanzatissime. Giá accennammo le mura pelasgiche, simili tra noi a quelle che pur restano in Grecia, non dissimili nella costruzione (di sassi ora irregolari or regolari) agli edifizi egizi. Veggonsene resti in Fiesole, in Roselle, in Cortona, in Volterra, in Faleri, in Tarquinia, ecc. Ed in Tarquinia, Vulci, Ceri, Albafucense ed altrove se ne veggono di templi, e massime di magnifiche tombe, scolpite e dipinte; da cui e da altri scavi, si van traendo innumerevoli statuette, e vasi fittili e gioielli e gemme e monete. Tutto ciò di stili progredienti, dalla somma rozzezza all'ultima perfezione ellenica; e tutto ciò in vari luoghi, etrusci, italici, intermediari ed elleni. E quindi pare indubitabile, e fu naturale: un solo stile progrediente, un solo progresso, una sola arte fu a que' tempi, nella Grecia propria e nella Magno-Grecia, in quella che allor chiamavasi Italia ed in Etruria. Ma ella giunse a piú perfezione nella Magno-Grecia che in Etruria e in Italia, ed a piú grandezza nella Grecia propria che nella Magno-Grecia; onde, anziché dirla arte etrusca od itala, od anche italo-greca, ogni spregiudicato la dirá francamente e principalmente arte greca. Quanto poi al crederla originata tra noi e andata da noi in Grecia, dove si veggono tanti monumenti dell'origine e d'ogni progresso via via, ella mi pare una di quelle pretensioni, di quelle adulazioni o gloriuzze retrospettive, di che si trastullano e consolano le nazioni, non meno che le famiglie nobili decadute[1]. Del resto, anche cedendo a tal debolezza, noi avremmo ben altre glorie piú certe e piú grandi da vantare. Ma sarebbe anche meglio imitarle; e basterebbe forse che ne imitassimo una: quella che siamo per vedere, della romana costanza contro agli stranieri.
[1] In tutta questa etá, e principalmente nelle origini, io mi sono scostato sovente da coloro che ne scrissero fin qui. I miei fonti e le mie ragioni sono esposti nell'Antologia italiana, 1846, fascicoli II e III; e saranno ulteriormente nelle Meditazioni storiche.