DEL MEMORIALE AL PONTEFICE PEI FATTI DI SICILIA.

24 gennajo.

Nella vita politica è gran bisogno che le opinioni si manifestino, e ciascuno caldeggi la propria con lealtà e franchezza e con buon coraggio civile. Da ciò nasce il profitto comune che la verità sia discoperta e conosciuta con più sicurezza; e la discussione schietta e libera sminuendo col tempo gli errori, le discrepanze, le ambiguità e le amplificazioni, produca nell'universale un giusto criterio pratico: oltrechè gli uomini politici sostenendo con dignità ed a viso aperto i proprj pareri, possono divenire avversarj ma non nemici; e in quella parte in cui tutti convengono, che per lo più sono i principj ed i sentimenti d'amore patrio, d'indipendenza e di libertà, congiungono il consiglio e l'azione con vigore e concordia maravigliosa.

A ciò abbiamo noi inteso con l'atto che jer l'altro compimmo di addirizzare un Memoriale al Pontefice; il quale atto fortemente suggella le nostre opinioni, e dichiara la via che vogliamo calcare con indeclinabile lealtà e franchezza. E nostro pensiere non è stato al sicuro, come stima taluno, di versar biasimo sulle insorte popolazioni; e chi leggerà la Lega del 19 conoscerà bene sino a che punto (secondo il nostro giudicio) sieno esse scusabili, ed a qual grado di fiera disperazione abbiale trascinate la mala signoria che pure altra volta

Mosse Palermo a gridar mora mora.

A noi non fu presente se non solo questo concetto; che, cioè, la sollevazione de' Siciliani da un lato e l'ostinazione cieca e feroce dall'altro, mettevano del pari a pericolo estremo il risorgimento pacifico e progressivo d'Italia; e però convien tentare ogni modo d'intervenire fra esse, e porre ordine ai moti incomposti e freno agli sformati voleri.

Noi non siamo di quelli che desiderano e sperano di vedere oggidì in Italia rinnovarsi alcun che del furore repubblicano francese; il quale, con eccessi inauditi e con ispaventevole vigoria, tenne fronte agli eserciti collegati e domò le intestine discordie; ma poi, stanco e della metà consumato, si riposò sotto una ferrea dittatura. E di grazia, dove sono appo noi le oppressioni feudali, le proprietà conculcate, i diritti sociali offesi che infiammino le moltitudini? dove l'aspettazione certa ed universale d'un secolo d'oro di civiltà vicinissimo, e più bello del sogno di tutti gli antichi filosofi? dove il senso e l'essere di nazione, nudrito appresso i Francesi da mille anni di vita comune? dove le tradizioni guerresche, dove l'animo oltremodo disciplinevole, e le vittorie strepitose e continue, generanti in quel popolo un salutare orgoglio e una fede invitta in sè stesso? dove, in corpo smisurato, un solo e gagliardo capo, e membra numerosissime avvezze a obbedire con alacrità e con ardore? dove, infine, lo spazio dato alla Francia di parecchi anni bastevole ad educare le moltitudini e prepararle per ogni guisa al combattimento? E che? noi mezzo inermi e divisi, noi inesperti e indisciplinati, noi tutto fuori di quelle singolarissime condizioni poc'anzi rassegnate, sfideremo non che l'Austria ma pur l'Europa, e vinceremo ad un tempo il nemico esteriore e interiore?

Chi farà questo enorme prodigio? forse lo immenso vigore della stessa rivoluzione? Ma quel vigore onde nascerà, se le cagioni anzidette nè sono nè hanno tempo di sorgere?

In somma, la salute d'Italia intera estremamente pericola se le manca tempo e opportunità di unirsi, di educare le plebi, d'armarsi e apparecchiarsi d'accordo co' suoi governi, d'accordo con tutti gli ordini dello Stato. E però, a lei conviene fuggire le violenti rivolture, e l'esorbitanza delle pretese e delle passioni che ne conseguono, e il porsi in nimistà e in discordia co' principi suoi, con la diplomazia europea, col Papa e la miglior parte del clero. Questa è la credenza nostra invittissima; e se in lei sta il vero, e la pluralità degl'Italiani così la pensa, dico che debbe loro rincrescere fuor di modo così la caparbietà dell'uno come le sollevazioni degli altri; dico che il disperar subito di salvare l'ordine e la concordia, e di raddrizzare il moto delle miglioranze e riforme pacifiche, è debolezza ed avventatezza; dico che dobbiamo invece por mano a tutti i rimedj, quanti ne sono in facoltà nostra.

Obbiettano ancora, che l'intervenzione e ingerimento morale de' principi e del Pontefice, e qualunque nostra cooperazione ed azione privata, quando farà sentire gli effetti suoi, le sorti del Regno saranno già consumate; imperocchè, o la sollevazione avrà ceduto alla forza regia, o questa alla sollevazione.

E noi rispondiamo, che ciò per appunto dimostra la grande proficuità del proposito nostro, riuscendo ugualmente opportuno e ugualmente utile in ciascuno dei casi. Perchè, se la superano i sollevati, l'intervenimento morale procaccerà con ogni sforzo di temperare i vincitori e ricondurli all'ordine ed all'unione; e se il principe rimarrà superiore, l'intervenimento del pari procaccerà di non pur scemarne lo sdegno e il risentimento, ma di rompere l'ostinazione sua contro le larghe riforme ed innovazioni. A chi, poi, estima che l'una e l'altra cosa sono affatto impossibili ad ottenere, noi rispondiamo, anzi tutto: che il procedere regolato e concorde del nostro risorgimento è si bello, sì necessario e sì salutevole, porge tal nuovo esempio ed arreca tal maraviglia all'Europa, innalza a siffatta grandezza di fama e d'onore il nome e la sapienza italiana, che merita sia tentata ogni prova per mantenerlo e difenderlo, e sia prevenuto col nostro proprio l'intervento degli stranieri. Rispondiamo in secondo luogo: che mai le cose umane, e massime le politiche, non riescono tanto assolute ed inesorabili, quanto considerate in astratto appariscono; e la forza del pubblico voto, qualora sia saldo, manifesto ed universale, e si conformi affatto col desiderio dei buoni e coi principii eterni della giustizia e del bene, acquista ne' nostri tempi un valore ed un'efficacia tanto maggiore ed inestimabile, quanto sembra celare l'azione sua, ed usar solo le armi spirituali e invisibili della verità e della persuasione.

(Dalla Lega Italiana.)