DELLO STATO PRESENTE D'ITALIA.

19 gennajo 1848.

Vogliono i pensatori moderni, che la fortuna non abbia nè molta nè poca parte nelle faccende umane. Io non so bene di questo, ma so che qualora ne piacesse di battezzar con quel nome le cagioni occulte ed ignote de' gran casi che avvengono, la fortuna comparirebbe ancora spessissimo nella storia de' nostri tempi. E per fermo, chiunque venisse dicendo di aver previsto punto per punto ciò che ora si compie in Italia, rischierebbe forte di non essere creduto sincero. Comunque ciò sia, l'ignoranza nella quale io confesso di rimanere della più parte delle cagioni a rispetto di quel che accade in Italia, mi piace, perchè ho sempre veduto gli avvenimenti massimi e fecondi davvero portar seco questo carattere del farsi ammirare ma non intendere, e tanto più ammirare quanto ciascuno si assottiglia di penetrarli.

Di tal genere, per mio giudicio, sono i fatti odierni della Penisola. Pur nondimeno, egli sembra potersi dire, che la nostra patria dopo le mutazioni e il conquasso della grande rivoluzione francese, ripiglia oggi con vigore e saggezza virile il largo moto di civiltà e di riforma a cui dava principio poco prima della metà del secolo scorso. Allora, siccome oggi, iniziatori del mutamento furono i principi. Ma in que' tempi, le riforme ampliavano la potestà regia, rovesciando la feudalità, le privilegiate corporazioni e gli arbitrj della Curia Romana: oggidì le riforme assumono, al contrario, per fine di temperare il regio potere, e rinnovano in mezzo di noi quel genere di monarchici che i padri nostri, latinamente e con profondo significato, domandavano civile, come il solo buono e degno effettualmente dell'umano consorzio. In que' tempi ogni sforzo tendeva all'equità ed all'uguaglianza; quest'oggi tende alla libertà. Allora, cavatane l'Inghilterra, nessun principato conosceva il freno degli ordini rappresentativi e dell'altre pubbliche guarentigie; onde Pietro Leopoldo e il Tanucci entrarono innanzi in più cose allo stesso Turgot, il quale in Francia non compariva del certo un rimesso e lento riformatore: ma a questi giorni, in tutta l'Europa è sciolto e cancellato il potere assoluto, se n'escludi la Russia che è barbara, e l'Austria incapace di mutazione. Allora i consiglieri arditi e liberali dei re erano letterati e filosofi cortigiani; e ciò che persuadevano e conseguivano venía dai popoli ricevuto o in silenzio rassegnato o con gioja pura ed immensa, come suol farsi per beneficj inaspettatissimi, e i quali niuno osa non che richiedere ma nemmanco sperare. Al dì d'oggi, se i letterati proseguono a consigliare i monarchi, il fanno discosto, e per mandato espresso e perpetuo delle moltitudini, e segnatamente delle classi mezzane; e parlano e s'interpongono come la divina forza della ragione e della giustizia, che vieta e impedisce il conflitto.

Da queste e da parecchie altre disparità che intervengono tra il moto riformatore antico ed il nuovo, sorge il concetto generale, che ne' principi, alle cui mani è affidato presentemente il governo d'Italia, bisogni maggiore maturità di pensieri, più docilità di animo e minor lentezza di opere.

D'altra parte, nel secolo andato e propriamente in quegli anni in cui s'attuavano le riforme, lo straniero regnava in Italia assai meno poderoso; e piuttosto che minacciare, difendevasi e patteggiava. Patteggiava col re di Napoli e col re di Piemonte, patteggiava coi Genovesi. Quello che oggi ne sia, ciascuno lo sa, ciascuno lo vede. Nel secolo andato esistevano stati e genti italiane riconosciute alla dolce favella del si, ma la nazione italiana non esisteva. Ne' giorni nostri, se badasi alla nuda scorza dei fatti, nazione italiana neppure esiste; se al sentimento, al desiderio, al proposito fermo ed universale, le genti italiane son già pervenute a costituire una sola persona morale. E appunto perchè dal sentimento e dal desiderio vuolsi procedere alla piena realità, e gli ostacoli sono molti e gagliardi; e perchè prevedesi di dovere o subito o non mai molto tardi invocare sul Mincio e sul Po il Dio degli eserciti, e però fa mestieri a noi tutti l'unione e la fiducia perfetta e reciproca; ne segue che abbisogni eziandio ne' popoli altrettanta assennatezza, docilità e prontezza viva e operosa. Saggia debb'essere la moltitudine in frenare all'uopo la naturale impazienza de' suoi desiderj; e frutto primo e salutare di tal suo senno debb'essere la docilità, cioè il saper riverire e ottemperare alla legge, mostrarsi arrendevole ai suggerimenti e alle ammonizioni de' buoni, e comportarsi per guisa che più non abbia verun poeta moderno a poter replicare la sentenza del Tasso:

. . . . . . . . . alla virtù latina

O nulla manca o sol la disciplina.

Ma non pertanto, il popolo dee serbarsi pronto ed attivo, non inerte, non freddo, non pusillanime. Distinguiamo sempre e in qualunque cosa l'operosità dal tumulto, la vita dal sonno, l'ordine e la disciplina dalla sommessione cieca ed irrazionale. Nel moto regolare e crescente della cosa pubblica educhiamo l'intelletto ed il cuore; delle concessioni ottenute caviamo buon frutto, le ottenibili maturiamo. Con l'esempio del nostro vivere franco e pieno d'ardore, ma legale, dignitoso e pacifico, con l'aspetto della nostra verace e pacata letizia, con la concordia di tutti gli ordini, ma specialmente di popolo e principe, facciamo impossibile la tirannia, impossibili il negare ostinato e il resistere pauroso nelle rimanenti Provincie italiane. Non si ricerca da noi che ancora un poco di moderanza, di assennatezza, di longanimità; e i figli della gran madre staranno tutti raccolti e tutti beati in un solo amplesso. La santa Lega Italiana avrà compiuto e stretto il suo mistico fascio, nel cui mezzo starà sola una scure, perchè infinite braccia parranno impugnare una sola spada; e miseri quegli stranieri che vorranno assaggiarla.

Come in persone eziandio scorrette e di mala indole sorge tal volta per mezzo all'anima un senso puro del bene e un desiderio generoso di nobili geste, così accade che la Provvidenza spiri per qualche tempo su tutto un popolo l'aura della virtù e del coraggio, e un amore di sacrificio che agli occhi suoi stessi il fa nuovo e maraviglioso. Procacciamo con isforzo continuo, che pur sopra noi, infralita generazione, passi quell'aura sublime; e lo zelo attivo e sincero del pubblico bene invada tutti i seni dell'anima nostra. Sui canti delle strade di Genova (or non sono molti giorni) leggevansi stampate a larghe majuscole queste belle parole: — Ordine, Fratelli; tutta Italia ci guarda. — Ed io dico agl'Italiani: Fratelli, siamo prudenti, disciplinati, operosi; tutta Europa ci guarda; e (facciasi luogo al vero) ci guarda mezzo ammirata ed incredula, e dubita forte se noi siamo ancora i figliuoli dell'eroiche generazioni che vinsero il mondo, ovvero gente spuria e ragunaticcia la qual sogna le grandi cose e le conta per fatte, agitandosi con furore tra le processioni, le luminarie e i banchetti.

(Dalla Lega Italiana.)