IL PASSATO E IL PRESENTE DI NAPOLI.

I.

31 gennajo.

Delle Provincie italiane la più disgraziata ci è sempre paruta la terra di Napoli. In tutte l'altre, la fortuna girando sua ruota, ha spinto i popoli, almeno per qualche tempo, in sull'alta cima. In Napoli io non so quando quella ingegnosa e stupenda natura di uomini abbia potuto mostrare appieno ciò che sente e che vale. Ogni sorta di gente straniera ha corso e occupato il paese loro, e trattatolo come conquista: onde tutte le specie di tirannide ha sostenute, tutte le forme più improvide di governo ha provate; e quelle che lo potevano prosperare e difendere, sono cadute appena comparse. Nel mentre che nella rimanente Europa civile la feudalità rovinava, nel Regno, per contro, parea col dominio Spagnuolo accrescersi e fortificarsi; od almeno crescevano le angheríe e i soprusi, cresceva la boria e l'insolenza dei baroni inverso de' popoli: certo mai non ha pesato sopra una colta nazione e ricca d'intelletto e di cuore un reggimento più funesto e più distruttivo di quello dei Vicerè Castigliani. Si giudichi dopo ciò, qual tempra robusta d'animo e d'intelligenza sia stata dalla natura impartita ai Regnicoli per avere non che resistito a sì gran cumulo di sventure, ma dato a quando a quando segni tanto mirabili or di energia e fermezza, or di eroica magnanimità, or di luminoso e rapido incivilimento.

Ma, da ormai mezzo secolo le vicende del reame di Napoli corrono più del consueto straordinarie e terribili; e variando sempre d'aspetto, questa sola simiglianza hanno mantenuta con sè medesime, di non mai riuscire a bene ed a salvamento di quella tanto nobile parte d'Italia. Chi non sa le stragi del 99, la formidabile sollevazione delle Calabrie, il tempestoso regno di Gioacchino, e la guerra infelice da lui tentata nel 1815 a nome dell'indipendenza italiana? A chi non è noto l'insorgere del ventuno, l'invasione degli Austriaci, il modo sì deplorevole con che cadde la libertà, le vendette e oppressioni di poi succedute, gli sforzi e i tentamenti per iscuotere il giogo, sempre con audacia rinnovellati e sempre conchiusi con le prigioni e i patiboli? Veramente, quella provincia è stata ed è tuttavia terra vulcanica, e il Governo ha di continuo camminato

per ignes

Suppositos cineri doloso.

Ma in ventisei anni già corsi dall'annullamento della Costituzione, è mancato affatto a quel Governo il senno e l'abilità di procacciarsi altro migliore sostegno che i gendarmi e gli Svizzeri: onde per lui nessuna forza morale può supplire alla materiale; quando non si voglia chiamar del nome della prima quella prostrazione di animo in cui gli onesti e generosi spiriti eran caduti, e lo sgomento rimasto in essi dell'armi straniere, e il sentirsi e il vedersi sfregiati innanzi all'Europa e innanzi a' proprj occhi: tutte cose di cui il Governo non arrossiva di farsi arme e puntello.

L'effetto peggiore e più amaro di tal traviamento e di tal servaggio è stato l'abbiezione e la corruttela. Diciamo l'effetto peggiore, perchè dove l'animo non è troppo corrotto, le buone leggi tosto il risanano; ma dove la depravazione abbonda, le buone leggi e le libere istituzioni non bastano, ed anzi rischiano forte di essere contaminate e guaste esse stesse. Gli è un fatto, che ovunque l'ingegno e la fantasia sono più pronti, il sentire più vivo, l'indole più passionata e focosa, quivi la servitù reca danni molto maggiori; perchè la scaltrezza vuol supplire alla forza, la simulazione e la frode s'assottigliano all'infinito; e quanto sono vietati i piaceri dell'animo e l'esercizio delle maschie virtù cittadine, altrettanto l'accensione naturale del sangue e le blandizie del clima trascinano l'universale ai piaceri del senso, alle sconce libidini e alle intemperanze d'ogni maniera.

Nondimeno, rispetto al Regno, è da distinguere con gran cura le provincie dalla città capitale. In questa poco rimane, a dir vero, di sano e d'intatto; e quella plebe singolarissima, la quale insorse tanto animosa nella metà del cinquecento per cacciar dal suo seno l'Inquisizione; e un secolo dopo tenne fronte ella sola, può dirsi, a tutta la gran potenza Spagnuola; e più tardi, in sul primo invadere delle truppe francesi, mostrò a Championnet come in una città non murata e senza armi rimanevano ancora nel nudo petto e nelle pronte braccia del popolo fortissimi baluardi; quella plebe, diciamo, perdendo il rozzore della barbarie, non per ciò ha contratto la dignità e gentilezza civile, e con lo smettere a grado a grado le sue vecchie e profonde credenze, nessuna nuova ne ha guadagnata: onde rimane una cosa informe e scomposta, che non ha sembianza nè nome, e più s'approssima al vizio che alla virtù.

Ma nelle provincie, massime negli Abruzzi e Calabrie, lo stesso vivere appartato e poco socievole, le ricchezze men che mediocri, le possidenze minutamente spartite, il trarre pressochè ogni sussistenza dall'arti agrarie, certa semplicità di costumi durata per mezzo a mille mutazioni, hanno conservato, per gran ventura, fra quelle genti molta vivezza di affetti nobili e di pensieri liberali, accanto a molta naturale bontà e schiettezza.

A ogni modo, noi siamo di quelli che reputano, che in popolazioni eziandio guaste e degeneri, il numero dei non corrotti è infinitamente superiore, e valgono a riparare ogni male e ricondurre ogni sanità, posto che il vogliano fermamente, e che la bontà loro (nol ripeteremo mai troppo) sia coraggiosa ed attiva. Per ciò ardentemente desideriamo, che a qualunque altra innovazione nel Regno preceda la istituzione della Guardia Cittadina. Imperocchè, tra gli altri profitti notabilissimi che reca tal Guardia, debbesi annoverare la fortunata necessità in cui pone gli onesti e assennati a divenire solleciti ed operosi del bene comune, e a compiere una intervenzione gagliarda e continua tra la tirannide e la licenza.

Per la ragione medesima, desideriamo e con calde istanze chieggiamo l'intervenire del Pontefice; essendochè la sua voce e l'autorità sua serviranno d'esempio e di sprone a tutti quei tepidi, benchè buoni, i quali altrimenti starebbersi muti ed inerti, e lascerebbero andare le cose a seconda delle immoderate passioni, e come la temerità e improntitudine dei partiti le vuol condurre.

Ma oltre a tutto questo, a noi non esce dell'animo, che nelle nostre provincie meridionali, se la natura sensitiva e delicatissima degli uomini sembra con facilità stemperarsi e corrompersi, altrettanto guarisce con celerità, e risorge e trasformasi in meglio, con istupore di chi n'è testimonio. E certo, noi non crediamo che poco prima dello scoppiare della rivoluzione francese i costumi della città di Napoli tenessero dell'austero e del forte; chè anzi nella reggia e nelle case de' grandi e sin nei chiostri e ne' seminarj v'era mollezza, ignavia e dissolutezza non poca. Venne il turbine delle guerre e della rivoluzione, corsero tempi e vicende le più rischiose del mondo, e fu agli spiriti non volgari offerta occasione frequente di dure lotte e di arditissime prove. Ora, egli avvenne che in seno di quella terra voluttuosa e indolente, apparvero tutt'a un tratto uomini non solo non disformi dal secolo, ma grandi come i suoi casi e forti come i suoi rischi. Noi non possiamo se non accogliere in cuore speranze liete e magnifiche di quella Provincia italiana ove il Cirillo, il Conforti, il Caraffa, il Serio, Mario Pagano e cento con essi vestirono in un momento l'animo antico, e porsero agli scrittori moderni materia degnissima della penna di Plutarco.

Noi seguiteremo altra volta a spiegare a quali mezzi e provvedimenti debbano por mano i nostri fratelli di Napoli per condurre a bene il nuovo risorgimento loro, e uscire delle gravissime e difficilissime condizioni in cui la cecità sventurata di alcuni gli ha posti.

(Dalla Lega Italiana.)