SUL PAPATO, LETTERA ORTODOSSA A DOMENICO BERTI.

An non eligendi ex toto orbe orbem judicaturì?

San Bernardo, Consid. IV, 4.

Fu la presente lettera scritta per venire inserita nella Rivista Italiana, Giornale di scienze morali e politiche che stampavasi non à molti mesi in Torino; e però accenna in principio a un articolo dettato dal chiarissimo professore Berti, intorno alla dominazione temporale dei papi, e pubblicato in essa Rivista il 15 di agosto del 1850.

(Nota premessa alle due edizioni genovesi del 1854.)

I.

Io non ò dubio, Signor mio, che allo scritto vostro intorno alle cose di Roma, publicato or fa tre mesi in questa effemeride, non tenga dietro l'assentimento e la lode degli uomini savj. Contro all'uso corrente de' giornalisti che si compiacciono di asserir molto e poco provare, e frondeggiano in concetti e in sentenze che, a stringerle bene, dànno scarsa e leggiera sostanza, voi con un ragionare stringato e calzante, e non iscordando mai (quello che in materie tali à gran forza) il testimonio delle storie e il riscontro dei fatti, conducete il lettore a certe e lucidissime conclusioni. Libere parole e forse anche ardite adoperaste in geloso argomento, nel trattare il quale gli assennati fanno ormai troppe reticenze, e troppe iperboli i passionati. E d'altra parte, il buon senno italiano vi mosse a distinguere sempre e con diligenza l'oro purgato ed incorruttibile da sua scoria e mondiglia, separando la sostanza eterna di nostra fede dalle forme caduche e mutabili. Certo, tale moderanza e giustizia che esser dovrebbe usuale, massime in subbietti severi e di gran momento, diviene oggi rarissima; e di là dall'Alpi, molto di più. Vedete la Francia maneggiar di continuo, inverso il papato, o l'adulazione o la contumelia. L'una fazione e l'altra avventa i sofismi come saette in battaglia, e quindi accresce a dismisura la confusione e alterazione degli animi. A noi Italiani, benchè dolorosi di danni e percosse tanto maggiori che avemmo a tollerare da Roma, a noi in questa poca di terra dove possiamo senza pericolo significare la mente nostra, non vien meno la imparzialità del giudicio, e studiamo di recare ordine e luce in quel generale scombujamento. Così non fossero mai gli stranieri sopravvenuti a sturbare l'opera riformatrice de' padri nostri, i quali più volte e con sapienza e coraggio altissimo impresero di raddrizzare e correggere i traviamenti e le pravità della Curia Romana, senza mettere in compromesso alcuno la sostanza della fede cattolica, e fuggendo le controversie d'intorno al domma; una delle peggiori e più mortifere pesti che affligger possano (diceva il Sarpi) l'umana republica.

Io sono stato in forse di movere novamente la penna sui casi di Roma, veggendomi colà fatto segno a incredibile odio e a basse e sfrontate calunnie, ed essendomi state sottratte da mano più inquisitrice che ladra moltissime carte che io preparava di mettere in luce su quel subbietto.

Ma dalle parole vostre, o Signore, usciva uno spirito il quale mi à fatto (io non so come) sentir dentro l'animo che il silenzio a questi tempi, e in tale proposito, parrebbe o incuria o timidità o insipienza; cagioni tutte tre biasimevoli. E se riscrivere tutto un volume sarebbe fatica e tedio sproporzionato all'utilità, non per questo voglio astenermi dal significare brevemente, e senza apparato di stile e d'erudizione, alcuno di que' pensieri che io giudicava dover tornare più profittevoli alla religione e alla patria. Nè già le menzogne calunniose, e l'odio ostinato e cieco degli avversarj non manco miei che d'Italia e dell'universal bene, mi condurranno a parlare stizzito, e fuor dei termini del convenevole. Non può d'assenzio e di fiele avere tinta la bocca colui il quale procaccia continuo di approssimarla alle fonti sincere d'un'alta e libera filosofia. Oltre che, la ragione è cosa serena ed imperturbabile: e non ostante che in Roma abbiano le gazzette spacciato ch'io sono uscito del senno ed ò perduto il ben dell'intelletto, desidero mostrar loro che ò l'intendimento sanissimo, e neppure riescono di provocarlo all'impazienza e allo sdegno. Anzi, voglio entrare con Roma in una gara onesta ed insolita, non tacendo nessuna di sue miserie, e sfidandola tuttavolta alla prova di appuntare d'eterodossia un solo de' miei concetti.

II.

Consento e lodo assaissimo quel pronunziare che fate, che le cose romane non possono convenientemente trattarsi con l'osservazione sola de' casi politici, e con l'indagar le cagioni più materiali e più prossime. E veramente, chi durerà nel dubio e nell'incertezza intorno di ciò, pensando che il supremo pontificato, di qualunque forza mondana e di qualunque regio splendore si attornii, sempre rimane una potestà essenzialmente spirituale, e la cui viva scaturigine è dal lato dell'uomo riposta tutta quanta nelle comuni credenze? Di quindi proviene la necessità (lasciate l'altre ricerche) di esaminare parte per parte cotale ultimo sostentamento della Roma papale, e di scoprire e indicare preciso quali alterazioni profonde ed intrinseche vi sieno accadute, e come cessarle durevolmente.

V'à taluni publicisti in Francia, a cui pare oggi il Pontificato sanissimo ed interissimo in ogni sua condizione, e pur tanto buono e perfetto, che sono tinti di resía tutti coloro a cui entra in capo di dubitarne; e riottosi e pessimi sono que' tre milioni d'uomini cui non garbeggia gran fatto la paterna e mite censura del Sant'Uffizio, e il dover rimanere esclusi soli essi e in perpetuo dalle private e politiche libertà, di che godono o son per godere tra breve tutte quante le nazioni civili d'Europa. Ma costoro volendo troppo glorificare il papato, a me sembra che lo bestemmino, e travaglinsi a scavargli sotto a' piedi la fossa, troppo meglio de' suoi nemici.

V'à poi la schiera de' Diplomatici (io volea quasi dire turba), la quale o non vede o nega il pregio e l'importanza di tutto ciò che trapassa le arti loro e pon fondamento nelle coscienze, ed al cui buon esito nè i ripieghi de' protocolli tornano sufficienti, nè quelle simulazioni e malizie da cortigiani, condite di urbanità e di eleganza. Nel Giulio Cesare di Shakespeare, certo ciabattino romano, per nobilitare l'arte propria, chiama sè stesso, con lepida antonomasia, un chirurgo di scarpe. A me, dico il vero, dove senta discorrere di Diplomazia, torna mio malgrado a mente quel ciabattino del gran poeta, perchè là pure sotto magnifico nome veggo nascosta un'arte infelice di rattoppare cose vecchie e logore, che di lì a poco torneranno a sconciarsi.

Ma, come ciò sia, il pronunziato vostro rimane verissimo, che discutere fondatamente del dominio temporale dei papi mai non si può, senza discutere insieme, non che delle sorti comuni d'Italia, ma dell'essere altresì sostanziale ed universale della cattolicità, e senza porsi a scrutare le disposizioni odierne de' popoli intorno alla fede, e quello che sia per ricondurre nei cuori una religione sincera e viva, e perciò razionabile e non cavillosa, e conformissima punto per punto alla scienza e alla civiltà.

Io, per me, sento di potervi bene asserire, che in nessun argomento morale e politico ò fermato il pensiere più lungamente e sì spesso, come in questo del principato ecclesiastico; mosso a ciò eziandio dalla necessità, sì per essermi tocca la mala fortuna di nascere a quello soggetto, e sì per avere a cagion d'esso la miglior parte della vita trascorso nelle amaritudini dell'esilio. Così, dopo assai meditare ed esaminare, dopo raffrontate le storie antiche con esse medesime e con le presenti realità, e i fatti con le idee, e le applicazioni coi principj, sono da ultimo venuto io pure nella conclusione, che a rispetto di Roma, la controversia politica in niuna maniera non può separarsi e disciogliersi dalla spirituale, siccome quelle che sono ambedue informate da una sola e stessa ragione e natura; e chi presume di tenerle divise e trattar l'una in disparte dall'altra, incorre ad ogni tratto in palpabili contradizioni, e somiglia quello inabile e sciocco artista che volesse in alcuna pittura emendare e mutare le pieghe d'un velo o d'un panno, senza porre veruno studio a conoscere il corpo e i membri che ne sono vestiti; conciossiachè al principato ecclesiastico dà contorni e pieghe la spirituale persona che il regge. E da ciò procede parimente, che in verun altro subbietto di scienza civile insorge fluttuazione e discrepanza maggiore di pareri e giudicj; in nessuno alla verità dei principj contradice e ripugna da ultimo sì manifestamente il fatto, e in nessuno la guerra intestina e sempre mai rinascente dei contrarj elementi annulla i trovati e le risoluzioni dei gran politici.

Leviámone qualche saggio non men curioso che istruttivo. E prima, voi v'imbattete in molti i quali (come onestissimi e al papato assai riverenti) si sdegnano dell'opinione che si professa oltremonte, che pel Papato non dica bene altra maniera di dominio temporale, eccetto la dispotica; e sì provano con ragioni eccellenti, la libertà non dovere mai riuscire avversa ed inconciliabile col principato ecclesiastico, ed anzi dovergli prestar vigorezza e favore. Ma, per contrario, lo scritto vostro afferma e prova con l'evidenza del fatto, che lo Statuto romano nè fu dalla prelatura accettato lealmente, nè voluto eseguire mai, salvo che per cessare i fieri e instanti pericoli. D'altro lato, tal quale esso è (e parve prodigio), inchiude cento clausole e cento riserbi da rendere vana (ove occorra e il consentano i tempi) qualunque franchigia publica, e tutta la macchina del governo rappresentativo. Il perchè, ogni mente oculata è costretta di credere, che rimanendosi Roma quale oggi si vede, e le discipline della sua Curia e le condizioni del Pontificato quali al presente sussistono, ogni qualunque specie di costituzione liberale o diventerebbe in poco d'ora un nome vanissimo, o saría cagione di guerra dolorosa ed interminabile tra la corte ed il popolo, anzi tra la corte e qualunque altra potestà indipendente da lei.

La repentina e terribile necessità dei casi (io replico) carpì ai cardinali quell'informe Statuto; dileguandosi la necessità, doveva esso o cadere, o fare illusorie le libertà che promette. Dopo la battaglia di Custoza, s'incominciò a Monte Cavallo a indietreggiare più alla scoperta, e in governo costituzionale far luogo a due Ministri insigniti di porpora e immuni però da ogni legale sindacato, sciolti dal pericolo di giudizio e di pena, e sempre innanzi alle Camere taciturni e invisibili. Dopo la rotta di Novara, sarebbersi i prelati prestamente disfatti del Rossi, quando non avesse una scellerata mano prevenuto il disegno.

Del pari, v'à chi dimostra con argomenti robustissimi, attinti alla più pura e profonda filosofia cristiana, che il dominio temporale dei papi accordasi male con lo spirito del Vangelo, e ch'essi potrebbero senza jattura veruna, ed anzi con utilità e rinvigorimento massimo della religione, deporlo affatto, e tornare all'antica modestia apostolica. Ma, d'altra banda, tutti coloro cui manca l'animo di pensare ad alcuna essenziale riforma ed innovazione negli ordini della Curia romana, veggono assai manifesto (quantunque vergognino di confessarlo), che a quella Curia, spogliandola in tutto del principato, rimarrebbero brevi anni, forse anche pochi mesi d'autorità e di vita.

E però, mentre parlano ad ogni tratto della fiamma di fede cattolica che li avvampa, mostrano di dubitare del sostegno saldo e perdurabile promesso alla Chiesa di Dio. Ma veramente li turba e tiene perplessi un intimo sentimento, il quale li avvisa, non consistere punto la Chiesa di Dio in certe giurisdizioni fittizie ed ambigue, e in certe viete e dispotiche consuetudini che la sede pontificale s'incaparbisce a voler serbare, ed a cui nessuna promissione di celestiale soccorso fu fatta. Quindi s'ostinano a dire, che il principato ed i suoi conseguenti sono puntello della Chiesa; e a sottrarglielo, potrebb'ella, se non cadere, scompaginarsi; e che non bisogna tentare Iddio, e stringerlo a forza ad operare miracoli: non badando essi che a molto maggior miracolo il vanno stringendo ogni giorno, di salvare la fede e il papato ad onta delle sconcezze ed enormità che seco mena il poter temporale; ed essere un modo assai più sconvenevole di tentare Iddio, quello di volere che per prodigio cotidiano di grazia efficace i preti, arricchendo, si serbino poveri; imperando a modo dei re, si serbino umili; vivendo in delizie, si mantengano casti; empiendo le carceri e alzando patiboli, si mantengano misericordiosi.

Udiremo dire a moltissimi, che bisognava perdonare i prelati romani di assai difetti. Non potevano a un tratto svecchiarsi, e in un giorno solo svestire gli abiti del comando assoluto, nè con leggier fatica avvezzarsi alla libertà, tenuta, e non senza ragione, in sospetto e in paura per tanto tempo. D'ogni bene erano signori e dispensatori; qual maraviglia se contendevano a pezzo per pezzo l'antichissimo patrimonio? Colpa grave dei liberali fu volere ogni cosa ad un fiato. La libertà sarebbe venuta ad oncia ad oncia, e proporzionando il carico nuovo alle spalle del popolo che mal lo reggeva. Queste parole che sarebbero savie in qualunque luogo, trovano in Roma ragioni opposte d'altrettanta validità. Coi prelati romani non potersi fare a metà: cedono pur troppo a due deità sole e terribili, la necessità e la paura. Altrove possono le libere istituzioni avere piccolo cominciamento, ed aspettare dal tempo e dalla educazione publica di profondare ed allargar le radici; ma in Roma tanti germi ne porresti, tanti ne sbarberebbero, e tutto il passato lo testimonia. Però bisogna che fra le due potestà intervenga una piena separazione.

Per simile, molta gente va predicando che agli uffici pontificali bisogna l'indipendenza, e questa senza principato correr pericolo e vacillare ogni giorno. Guardisi quello che era il papato in Francia alla corte d'Avignone, sotto le ferree mani di Filippo il Bello e de' suoi discendenti.

Questa è la sentenza: ora mirate il fatto, e troveretelo tanto discorde da lei, che assegnerete al vocabolo indipendenza ogni altro significato, salvo il definito dai dizionarj. Certo, stranissima indipendenza è quella che gode Pio IX tra l'armi tedesche e francesi, e stretto e aggirato da' furiosi ristoratori d'ogni clericale tirannide. Nè si dica essere accidente che passa. Perchè nessuno à cervello così baldanzoso da indovinarne la fine; e tutto il lungo e miserevole regno di Gregorio XVI trascorse in altrettanta preoccupazione e servitù di mente e di spirito. I perpetui diritti, le vetuste giurisdizioni e le libertà intangibili della Chiesa tacevano tutte innanzi all'Austria e alla Russia. Quivi tre milioni e più di cattolici trapassavano allo scisma con poco o nessun lamento di Roma; e con poco o nessuno tornavano a quando a quando in Vienna a pigliar vigore le leggi giuseppine: altra maggior cura premeva l'animo del pontefice; sventar le congiure, sopprimere le cospirazioni, comandare nelle Romagne i supplizj. In tale spavento viveva papa Gregorio non pure dei moti politici, ma poco meno che d'ogni progresso di civiltà, che fu udito affermare, infra l'altre cose, ogni strada nuova aperta ai viandanti essere veicolo nuovo di corruzione. E nella enciclica addirizzata da lui in principio del regno suo a tutti i vescovi moderatori del gregge cattolico, non dubitava di registrare tra i flagelli del secolo le politiche libertà: il che prova quanta poca misuratezza e imparzialità di giudicio lasciavagli il principato, e con che massime dure e imprudenti governar voleva la Chiesa.

Così da ogni parte balzano fuori (diceva io) le contradizioni; perchè tra il regno ed il sacerdozio, quali stanno al dì d'oggi e si vogliono mantenere, ogni termine di conciliazione è impossibile, e mai non è per uscire ex alienigenis membris compacta potestas.

Tra parecchi partiti indagati e proposti per dare assetto e riposo alla dominazione temporale dei papi, voi, Signore, scorgete assai più vantaggi all'Italia, ed avviamento molto migliore al bene di tutta la cattolicità, nell'avviso di alcuni statisti di stringere quella dominazione alla città sola di Roma, od a poco altro territorio. Ora, io pronunzio da capo, che non mutando l'essere e i privilegi dell'alta ed infima prelatura, tanto è impossibile colorir quel disegno, quanto tutti gli altri esclusi da voi; conciossiachè, dove l'armi straniere non esercitino sempre un violentissimo reprimento, si vorrà dalle genti di Roma fruire almeno delle libertà civili ordinarie e di larghe franchigie comunitative, com'egli accade, per grazia d'esempio, in America ai cittadini di Washington. Ma qual mai libertà civile non verrà intorbidata ai Romani, ed anzi rotta e annullata, dal Sant'Offizio, dagli sbirri del Vicariato, dall'arbitrio continuo ed irrefrenabile de' maggiori prelati, dalle parzialità dei giudici, dalle sciocche e strabocchevoli revisioni, censure ed inibizioni sulle stampe e sui libri, dall'ignoranza e servilità delle publiche scuole, e dal potere il governo inframmettere in ogni cosa l'autorità d'alcun canone o d'alcuna bolla, dimenticata ma non disdetta, e giacente in archivio com'arme vecchia in arsenale, che può a tempo e luogo tornare usabile e acconcia?

Per quello, poi, che s'attiene alle franchigie comunitative, non son dubioso di affermare, ch'elle o promuoveranno fiero e continuo contrastamento col governo clericale, o diverranno ombre vane fuori che nell'aspetto e nel titolo, come da secoli sono state. Imperocchè, questa lode della gente romana è da ricordare, che cioè non ànno valuto la Curia e la prelatura a domare e spiantare qualunque spirito di libertà e di resistenza in quel popolo, per insino a tanto che gli rimase la possessione di qualche diritto municipale. E già Sisto V, appena insediato, e con le prime parole che disse da principe ai Conservatori di Campidoglio, li minacciò di togliere loro quel poco (trascrivo i suoi termini appunto) che, per benignità sola della Santa Sede, rimaneva ad essi di publica amministrazione.[45] Ed eziandio quel poco fu tolto. Onde gli è accaduto, che forse tra tutti i comuni italiani, sempre usi a godere di alcuna franchigia, il comune solo di Roma ne venisse per intero spogliato; e quella toga fulgidissima d'oro e di porpora in che il Senatore e i Consultori di Campidoglio splendevano, altra grandezza ed autorità non significassero, eccetto che crescere copia d'arredi e vaghezza di addobbi ai vespri e alle messe pontificali. Ma lasciando ciò stare, chi, chiedo io, nella pace presente, e senza promovere da ogni banda pericolo instante di guerre e sollevazioni, sottrarrà le Romagne e le Marche alla signoria dei papi? Tentisi e facciasi da chiunque; adóperinsi le maniere, l'arti e gli spedienti più sottili ed accomodati; segua per effetto di qual vogliate accordo e lega di principi poderosi; la curia romana, com'è al dì d'oggi elementata e costituita, lancerà scomuniche ed interdetti furiosi e implacabili, e si ajuterà, nè senza profitto, di sommovere e d'infiammare tutto il mondo cattolico, ed eziandio il greco ed il luterano, con assai più zelo ed impeto, che se una nuova eresia od uno scisma nuovo intendesse a squarciare e spiccare violentemente alcun altro membro dal corpo di santa Chiesa.

Ben voi direte, che se gl'interdetti veementi e iracondi di papa Caraffa non vinsero e non bastarono contro le armi del Duca d'Alva nel bel mezzo del secolo XVI, meno assai basterebbero nell'età nostra. Ma le plebi allora tacevano paurose: oggi quello che pensano e vogliono à peso e pericolo; ed a cagione delle publiche libertà, più ardire mostra al presente la scarsa fede rimasta, che la grandissima per antico. Certo è, che quando gli Ottoni e gli Arrighi si brigarono d'aggiustare le cose romane, nol fecero con le armi soltanto, ma eleggevano al sommo seggio chi lor talentava di più, e l'esterior disciplina della Chiesa a lor senno moderavano. Oltre di che, come userebbero i potentati, senza troppo manifesta contraddizione, l'aperta violenza in quell'autorità e in quell'uomo, per rialzare il quale ànno, poco è, sguainate le spade con non picciolo spreco di danaro e di sangue? Impossibile, poi, tanto accordo fra tanti principi e Stati, massime dove si tratta di ricche spoglie da occupare e spartire.

Rimane inconcussa, dunque, ed irrepugnabile la sentenza, che, non modificandosi in nulla la Roma spirituale, nessuna composizione si trova tra essa e i popoli che tiene soggetti temporalmente; e di pari rimane certo, che le cose d'Italia non si possono rassettare in unione ed in libertà; nè la famiglia cattolica intera avrà buona pace: anzi, l'autorità della religione, parte per isdegno e rabbia, verrà combattuta e negata, parte travolta al male, e adoperata a perpetuare vecchie superstizioni e tirannidi.

Per fermo, la gran bisogna dei prelati al presente è campare il dominio loro secolaresco; e già da gran tempo son usi di accomodare piuttosto le faccende della Chiesa alle necessità ed esigenze del principato, di quello che adattare gli ordini del principato al miglior bene della Chiesa. Nel che non adoperano quasi malignità: primo, perchè aggiustare il principato come la Chiesa antica e lo spirito degli evangelj ricercherebbero, vuol dire poco meno che rinunziarlo: in secondo luogo, tutto quel popolo di chierici e di prelati che sale e scende pel Quirinale e per l'Esquilino, cresce allevato in un sistema molto fine ed artificioso di principj e di massime, venutosi componendo pezzo per pezzo, e nel quale i privilegj dell'Ordine e le dignità cortigiane e secolaresche sono con buona apparenza accordate e innestate con lor dottrine teologiche; sicchè, ajutando quelle, credono queste ajutare, essendo osservazione verissima e molto antica, che l'uomo s'industria ed ostina a voler trovare un qualche utile compromesso tra la coscienza e gli appetiti; e quindi, invece di conformare le azioni ed i sentimenti ai sovrani dettati, piega bel bello e quasi senza avvedersene i dettati all'utilità. La quale opera di storcimento e dissimulazione per far bella mostra di sè e nascondere all'universale (che è volgo) le fragili sue fondamenta, trova il soccorso degl'ingegni battaglieri ed arguti, gran maestri di scrivere, autorevoli di scienza e di vita, ed abilissimi a sciogliere nodi e viluppi di controversie. E tali furono, per appunto, coloro i quali poco dopo la Sinodo Tridentina dettero al sistema surriferito l'ultima forma dialettica, non più mutata sostanzialmente di poi. E se ne può vedere un ritratto vivissimo e coloritissimo nelle storie eleganti che di quel Concilio scriveva il Cardinale Pallavicino.

Ma, come ciò avvenga, certo rimane tuttavia (nè a voi nè a niuno rincresca udirlo ripetere), che insino a tanto che quella mistione singolarissima di dogmatica, di canonica e di politica dura e persiste in Roma, e porge norma quivi all'educazione di tutto il clero, perpetuerannosi le cause delle sedizioni e delle violenze in Italia, nessuna pace di spirito avranno le coscienze cattoliche, e la maestà del gran sacerdozio mai non tornerà ad imperare nel mondo con soave e spontanea suggezione degli animi. Perchè la Cancelleria e la Prelatura romana mai non possono e debbono sostenere che lo Stato della Chiesa contermini con popoli liberi, nè che l'Italia si componga in essere di nazione e viva signora di sè; atteso, principalmente, che ella faría molto presto valere le sue franchigie e la sua volontà e i suoi patti confederativi altresì in Roma. Similmente, non avrà pace d'intelletto e di cuore la cattolicità; perchè oggi ella si viene informando di spiriti nuovi e altamente civili; desidera, se non amicizia, almeno concordia leale con le diverse confessioni cristiane; il culto e le dottrine morali ritira dalla eccessiva misticità, e le immedesima con la ragione e l'ordine sostanziale ed eterno del bene; accetta e s'allegra d'ogni progresso di scienza; vuole la pietà nemica d'ogni esteriore costringimento, e la religione separatissima dai fini mondani e dagl'interessi di Stato. In quella vece, la Curia romana teme ogni sorta d'emancipazione intellettuale e politica, à per sospetta la scienza, per ingiuriose le riforme; s'adombra e s'inquieta delle novità; nessuna concordia equa e leale consente con gli accattolici; e non pure prescrive e propaga usi e modi assai poco nobili e razionali d'esercitare la pietà,[46] ma non abborre (dovunque può) dall'inculcarla a furia di leggi, e ottenerne l'apparenze e le dimostranze con mezzi costrettivi e violenti. Per vero, tenendo altra via, non tanto spaurasi ella per la interezza della fede e la incolumità della Chiesa, quanto per la propria maggioria e pel suo potere temporale assoluto; e perchè, sentendosi fiacca al presente di ogni facoltà, e inetta a reggere a qualunque specie di paragone e di competenza, rifugge da tutto ciò che varrebbe a rompere il cerchio magico entro il quale sta chiusa, e in cui poco numero di chierici e di scribi, tutti e sempre d'una qualità e d'uno stampo, presume di perpetuare in sue mani il governo del mondo cristiano. Nel vero, di coloro che maneggiano in Roma gli alti negozj, la più parte e la più procacciante o nasce colà medesimo e succhia subito il latte delle dottrine curialesche, ovvero è calata giù dai monti della Sabina e d'altre terre suburbane; o, se pur viene di fuori, riceve ne' chiostri e ne' collegi romani una medesima impronta di pensieri e di sentimenti; sicchè troppo bene s'appropria loro il carattere e il nome di Casta. Quegli altri, poi, che nuovi e inesperti convengono a Roma per cercarvi mantellette e prebende, se non sanno l'arte, la imparano; e quelle orme, sempre e da tutti e a un modo stesso ricalcate, studiano e seguono ad una ad una con indicibile diligenza; perchè chi le sgarra o le muta, quando peggio non gli succeda, rimane indietro. E poniamo che parecchi insigni ecclesiastici vengano per l'Europa onorati del cappello, e debitamente onorati. Ciò può recare lustro e dignità maggiore all'Ordine; non profitto al concistoro e al governo, del quale non sono partecipi.

Adunque, di cotal gente quale io la descrivo, esce l'ordine prelatizio, e di questo la principal porzione del collegio de' cardinali; dal cui seno per ultimo esce il Pontefice, il quale dee di necessità rispondere con la natura dell'opere sue alla natura del terreno e alle qualità del seme di cui è rampollo. Ed egli e i suoi porporati e il clero della sua Roma tanto meno aprono il cuore ad alcuna novità, e ardiscono rompere una sola maglia di quella rete di pratiche e d'opinioni in che sónosi da sè medesimi involti, in quanto ogni giorno si riconoscono più straniati e divisi dallo spirito dei tempi, e manca loro qualunque energia, salvo che di negare e resistere. Nell'avvenire, nessun compenso al perduto, nessun rimedio al pericolo delle temporali giurisdizioni, eccetto l'armi straniere e i patiboli. Mille accadimenti e mutazioni reca via via il corso degli anni; ma tutte all'ultimo si discuoprono sfavorevoli e inopportune alla prosperità e alla pace del Quirinale, perchè a lui fa bene soltanto la immobilità, o ricomporre e risuscitare il passato. Ma il flusso delle umane cose, simile all'acque correnti, mai non torna allo insù. Tale a nostri giorni (nè vi esca mai del pensiero) è il papato, e tale la schiera che più dappresso lo circonda, serve e difende. Nè, per dir vero, sembra credibile a mente sana ed illuminata, che le popolazioni cattoliche abbiano proseguito sì lunga pezza a disconoscere il fatto, o conoscendolo, a non curarlo; e che gran porzione del clero continui tuttafiata nella pietosa finzione di giudicare che Roma e Chiesa riducansi ad un medesimo, mediante la viva e fedele rappresentanza che far dee la prima della seconda. Oggi l'orbe cattolico è rappresentato sì bene e sì lealmente in quella metropoli, com'era sotto de' Cesari il mondo politico dai senatori servi e adulanti, o dai Narcisi, dai Ninfidj e dagli Aniceti del Palatino.

D'altra parte, l'età nostra è acconcia e matura perchè que' funesti e perpetui ripiegamenti e ritorcimenti di Roma in sè stessa si rompano, ed ella uscendo con la mente e l'affetto a visitar le nazioni, si ritempri e ringiovanisca nello spirito nuovo ed universale della cristianità. E dacchè è necessario per ciò nella Curia e Prelatura romana mutare o le persone o l'animo, e questo è fatto inemendabile dalla forza dell'abito e dell'interesse; occorre che l'altro partito si tenti. Ma, per condurre e stanziare in Roma nuovo ordine di ecclesiastici, assai diverso nell'opinioni e nell'opere dall'anteriore, manifesto è ch'ei si conviene piegare e adattare a cotale effetto le istituzioni e le discipline; con questo riserbo per altro, che tanto solo si modifichino e si correggano, quanto bisogna perchè il fatto si avveri e perseveri, e sia fecondo di bene.

Non m'è avviso per al presente di condurre il discorso a meglio definire e specificare coteste mutazioni della Roma spirituale: mi basta, egregio Signore, aver fatto rincalzo da molti lati a quella proposizione con cui si apriva la lettera mia, ed in cui si sostiene e s'incardina: che, cioè, in Roma la riforma politica intimamente si connette con l'ecclesiastica; e l'una senza l'altra non può succedere, nè, succedendo, durare e fruttificare.

Nemmeno è da mover dubio, mirandosi unicamente al valor razionale delle cagioni, se le riforme politiche debbono antivenire o no l'ecclesiastiche. Imperocchè noi dimostrammo abbisognare innanzi ogni cosa, che per la virtù peculiare d'alcun ordine nuovo spirituale muti l'ordine delle persone, e con esso gli animi, i pensamenti e i costumi; e così fare asseguibili non soltanto le libertà e trasformazioni opportune nel temporale, ma ogni buona fortuna d'Italia, e il rinfrancamento delle credenze, e una gioventù nuova e robusta di tutto il consorzio cattolico: il quale, la Dio mercè, a simile risorgimento è apparecchiatissimo, e più assai che non vien reputato dai cortigiani in rocchetto ed in cappa magna. Nè faccia gabbo al giudicio vederne apparire sol pochi segni; perchè tuttavia perseverando nella cattolicità una gerarchia stretta, riguardosa e fortemente disciplinata, la infermità e torpidezza del principal membro fa sembrare malsano e debole tutto quanto il corpo; e veramente, spirano dal Vaticano ai dì nostri piuttosto che un soffio ricreante di vita, influssi di letargia e d'agghiadamento.

Imperciò, presupponendosi eziandio che mutare qualcosa della Roma spirituale riesca difficile e travaglioso quanto l'indurre larghi e intrinseci cambiamenti nel temporale, porta la ragione che si voglia piuttosto lo sforzo maggiore rivolgere a conseguire il primo. Perchè, vinte quivi le resistenze ed appianate le vie, qualunque natura di bene civile e politico se ne ingenera quasi di per sè stesso: il che non si prova con altrettanta certezza dall'altro lato; stantechè (teniamolo saldo in memoria) negli istituti che reggono e signoreggiano per l'efficacia e il valore di antiche opinioni e consuetudini, le mutazioni materiali ed estrinseche, discompagnate dalle morali e interiori, violentano ma non correggono, e più sono atte a perturbare che a rassettare. Chi mal consente a questo vero, ricordisi almeno di ciò che vide egli stesso, o dal padre gli fu narrato. Bonaparte condusse prigione Pio VII a Fontanableò, e il vi tenne chiuso qualche anno, e dettavagli da ultimo un concordato a sua voglia. Era uso di forza e d'audacia fortunatissima, ma sproveduta di sapienza riformatrice; e non recò frutto. Cessato appena quell'impeto soldatesco, Roma ripigliò le sue antiche sembianze, nulla avendo imparato e men che nulla dimenticato. D'altra parte, non sembra mai troppo difficile e faticoso all'uomo ciò che è necessario ed inevitabile, e si fa scala insieme a grandissima utilità, e quando gli vien dimostrato che tutt'altro tentamento sarebbe indarno.

Ben so che l'ordine di ragione troppo rado si accorda con quello de' politici accadimenti, e la fortuna e l'armi e le passioni non iscelgono la loro via; ma dove l'impeto li rivolge, colà si precipitano. Io so bene altresì, che quando per effetto di qual sia caso la forza e la volontà popolare venissero in Italia al di sopra, elle inesorabilmente proseguirebbero la lor vittoria, stimandosi padrone affatto ed onnipotenti. Ciò per altro non vieta che quella forza e volontà, scompagnate dalle mutazioni morali e spirituali, non rimanessero incerte del fine e nella vittoria stessa impacciate; e quindi, per la ostinazione indomabile altrui, trascinate ad atti eccessivi, sino a che sorgesse una dolorosa necessità di piegare ed indietreggiare, perdendo i maggiori frutti e i migliori del buon successo. Del resto, gli è assai naturale che le sollevazioni, le guerre ed altri violenti e scomposti fatti entrino inconsultamente in quel primo sentiere che lor si schiude davanti: ma colui che indaga il valore universale ed intrinseco delle cagioni e l'ordine di operare che ne proviene, non può nè correre nè fermarsi dove lo sdegno e il volgare giudicio e corre e si ferma; invece, egli procede tanto oltre, quanto gli fa d'uopo a trovare il punto da cui dipende la mole intera dei casi, e l'ultima lor ragione. A cotesto punto, e non altrove, intende guardare la lettera mia.

III.

V'à parecchi onesti e timorati, ai quali ogni pensiero d'innovazione, tuttochè ristretta alle condizioni esteriori e non sostanziali del Papato, sembra arditezza e profanità incomportabile, e uno sdrucciolo all'eterodossia e alla miscredenza. Ma perchè non può accadere a' dì nostri ciò stesso che più d'una volta à la Chiesa veduto e approvato senza scandalo e nocumento, e rimanendosi intatta nell'essere proprio e ne' suoi principj di scienza e di pratica? Ei si conviene o tener chiuse tutte le storie, o lette dimenticarle, perchè risolutamente si neghi le forme del Papato e la costituzione della gerarchia suprema cattolica, non avere sostenuto mai mutazione profonda. Ma il vero è pur questo, che tra le forme e disposizioni del Papato quale esercitavasi da Gregorio Magno, e l'altre che incominciarono ad attuarsi e valere per opera segnatamente di Niccolò II e Gregorio VII, interviene assai più differenza di quella che, al mio sentire, ricercherebbesi oggi a ricondurre in concordia piena, e d'infiniti beni ubertosa, la civiltà e la religione. Parlo di notizie ovvie e non peregrine; pure è necessità ricordarle a chi non le ignora, ma le dissimula. Gregorio Magno poteva ogni cosa; e i maggiori negozj e le più dure discettazioni d'Italia e dell'Occidente venivano trattate da lui, e con autorità e sapienza composte. Ma tutto ciò, non per diritto di principato, non perchè sudditi avesse nè esercito nè navile nè publico erario, ma sì mediante un sommo arbitrato che i popoli nelle differenze loro gli concedevano, per caldo di religione, e per la gran sicurezza ch'entrava negli animi del senno civile di lui, non uguale solamente ma superiore al secolo tralignato e ruinante a barbarie. Ildebrando, in quella vece, aggiungeva al pastorale lo scettro; e non contento delle provincie le quali già tenevano i papi da Carlo Magno, rifermava i Normanni sul trono di Napoli con titolo di suoi tributarj, e pretendeva diritti regj altresì sull'Ungheria, Danimarca, Croazia e Dalmazia; e a Guglielmo il conquistatore ingiunse di riconoscere da lui solo il reame d'Inghilterra, e di fargliene omaggio. Parvi egli, illustre Signore, poca e leggiera trasmutazione, passare nel temporale dallo stato di soggetto a quel di monarca, e la mansueta autorità dei Vangeli armare di mondana potenza, fornirla di soldati, di balzelli e di giustizieri? Ma vi è più oltre di novità. Gregorio Magno non solo piacevasi di riconoscere i Cesari a sè superiori nelle faccende del secolo, ma li comportava tali in molta porzione altresì della polizia esteriore ecclesiastica; e obbedivali eziandio (quello che importa assai di notare) ne' comandi che gli parevano gravosi al clero, e, sotto qualche rispetto, dannosi al far prosperare la religione: come testimonia quella lettera sua, mille volte citata, a Maurizio imperatore.[47]

In quel cambio, Gregorio VII e i suoi prossimi successori stimarono a sè inferiori e soggetti i Cesari e tutti i monarchi del mondo, i quali (uso della comparazione che leggesi nelle bolle), come la luna piglia splendore dal sole, pigliano dal pontefice, sole della cristianità, l'autorevole lume proprio. Quindi ai papi venne pensato di ben potere (dove occorresse estremo castigo) deporre i monarchi dai seggi loro, e dispossessarli d'ogni diritto, e dal debito di sommessione e obbedienza disciogliere i popoli, ed anzi armarli alle volte contro quelli e crocesignarli. Là, pertanto, con San Gregorio, un pontificato affatto spirituale e che nulla del mondano s'arroga; qua, con Ildebrando e coi proseguenti l'opera sua, un pontificato provisto di regale giurisdizione, e divenuto signore ed arbitro delle corone. Là, due potestà divise ed indipendenti ne' proprj ufficii; qua, una sola, suprema e impartibile, che tutte l'altre soggioga, e la quale fabbrica e innalza al colmo la universale teocrazia. Nè perciò tutte le differenze peranco sono avvisate ed annoverate. Gregorio Magno era dai suffragi del popolo, con liberi e appropriati comizj, eletto ed alzato allo splendore e alla santità della tiara. Gregorio VII, invece, veniva scelto e salutato pontefice nello stretto collegio de' cardinali, istituzione singolare e novissima nella Chiesa. D'altre minori varietà e differenze fra i due tempi paragonati, me ne passerò con silenzio; parendomi che alle testè ricordate non se ne possano trovare e neppur pensare delle maggiori.

Al presente, io mantengo essere al Papato sopravvenuta una indeclinabile necessità di cambiare in sè stesso parecchie condizioni e costituzioni; ed, al creder mio, nessuno fa guerra più pericolosa e spietata al bene di quello, quanto chi si ostina a volerlo intatto ed immobile in ogni sua forma attuale.

E che? sembrami già udir gridare i Farisei d'oltremonte, avresti tu animo d'assomigliare la Roma spirituale moderna a quella di Nicolò e d'Alessandro II o del suo magnanimo succeditore? Dove oggidì le fazioni che si accoltellano e uccidono sulle piazze per tirare a sè col sangue civile la elezione d'un papa? Dove oggi il concubinato del clero, le simonie cotidiane, la feudale oltracotanza che invade il tempio santo di Dio, e trasforma i prelati in baroni e le badie in castelli? Dove la generalità dei preti e dei monaci oppressa e tiranneggiata dai Vescovi fatti principi, e sì potenti divenuti di terre e vassalli, che rendevano necessaria in Gregorio VII quella specie di dittatura, e quelle arti medesime di cui più tardi usarono tutti i monarchi per isciogliere e disfare le aristocrazie? Rispondo (se mi si concede lingua), che i corpi morali infermano siccome i fisici di malattie strane e diversissime infra di loro, ma pur simili in ciò che annullano con effetto uguale la sanità; e posto che sieno gravi ed assai radicate, ricercano pronto ed eroico rimedio. Nella età d'Ildebrando e d'altri che il precedettero, il Papato ammalava d'ardente e acutissima febbre; oggi è infermo di languore e di cascante vecchiezza. Roma allora farneticava, oggi decrepita bamboleggia. L'un caso è dall'altro differentissimo; ma in entrambi fanno mestieri farmachi vigorosi e solleciti, sebbene di diversa natura e virtù.

Che manca ora al discorso? Certo, che si dimostri il vero di tanto decadimento. Ma per gli uni è cosa manifestissima; per altri non basterebber volumi a provarlo, perchè il vero che s'odia, quanto più splende, con più sfrontatezza è negato. Fra le due schiere avversarie rimangono molti non preoccupati e però imparziali, ma poveri di notizie e impazienti di far ragguaglio minuto ed esatto fra tempi e cose tanto diverse e lontane; e ad essi un compendio appunto di quelle notizie tornerebbe, io credo, gratissimo e profittevole. Lasciatemi, dunque, o Signore, delinearlo per sommi capi e com'io l'intendo. Userò parole da storico, e forse più magistrali che una lettera non comporta; ma da niuno scrittore e con nessun'arte si può combattere le necessità del suo têma. A comparazione, poi, della vasta materia, sarò brevissimo. Darò dei fatti poc'altro che un giusto elenco, ma tutti veri e palpabili; quindi sufficientissimi a costruire buona dimostrazione.

IV.

Da chiunque conosce fiore delle storie ecclesiastiche verrà confessato, che in tutta quasi la età di mezzo nessuna maniera di potenza e nessuna specie di grandezza civile conobbe il mondo, la quale non rilucesse in massimo grado nel Pontificato romano. E può dirsi anzi, che la civiltà tuttaquanta foggiavasi allora e informavasi unicamente delle fogge e forme che le porgeva la cattolicità, e però i capi supremi di questa. Ai dì nostri, per contrario, è visibile che alcune di quelle potestà e maggioríe sono affatto scomparse, e in tutte le rimanenti è precipitosa declinazione; quando pure non se ne voglia eccettuare quella tendenza perpetua della Roma papale, a ridurre di più in più il reggimento della Chiesa a stretta forma di monarcato. Nel che io concedo Roma non essere declinata; ed anzi, i modi del suo governo tenere assai più del regio e dell'assoluto quest'oggi, che non ai tempi (poniamo) d'Ildebrando e di Bonifacio. Perchè, sebbene ai giorni loro niuno sospettasse dell'autenticazione e veracità delle false Decretali, e tuttochè le sentenze d'un libro che ascrivesi comunalmente a Gregorio VII[48] ricevessero confermazione dalla Sinodo ch'egli convocava appo sè in Laterano nel 1076, e ponessero con ciò il colmo all'autorità dei pontefici, così per la giurisdizione come per gli uffizj nell'Ordine; purnondimeno confuse e mal definite e dubiamente applicate si rimanevano in molta porzione quelle dottrine, e vi ostavano tuttogiorno usanze e possessi antichi, privilegi e prepotenze di principi. E però, all'arbitrio pieno ed incontroverso che le più volte esercitavano que' pontefici nel reggimento della Chiesa, si vuole assegnare per cagione principalissima l'altezza di mente, l'energia propria e fortunata di parecchi di loro; e la ignoranza, lo scompiglio e la dissoluzione estrema dei tempi.

Non vi sia di tedio, o Signore, lasciarmi alquanto discorrere questa materia in cui giova insistere per maggiore dichiarazione del nostro subbietto.

Dico, dunque, che il dominio assoluto dei papi trovò conferma e sanzione solenne più tardi, e particolarmente dalla Sinodo tridentina, la quale nol contradisse, e, fuori assai dell'aspettazione comune, contradisse invece le massime ristrettive dei concilj di Costanza e di Basilea. Vero è che alquante cose ne tagliò e corresse; ma con ciò appunto a tutto il gran rimanente pose suggello, e stimò di rimarginare le piaghe mortali aperte nel Papato dalla servitù avignonese e dallo scisma durato non meno di quarant'anni. Più modernamente non sostenne quel dominio assalti e guerre pericolose; imperocchè le dichiarazioni del clero francese nel 1682 non vennero dall'Europa imitate, e l'opposizione di Porto Reale affogò nella teologia.

A me non compete il giudicio del fatto. Ma sembrami utile assai che il mondo se ne ricordi, e si noti con più diligenza il trapassare che à fatto la comunione cattolica dagl'istituti (come in politica si direbbe) popolari e misti, a quelli di monarchia poco meno che intera e arbitraria.

A coloro cui mette spavento l'udir parlare di mutazione e di novità nella Chiesa, io maraviglio forte come non faccia alcuna apprensione nè svegli alcun dubio questa verissima e sostanzialissima alterazione insinuatasi nell'orbe cattolico. Per fermo, ei non negheranno che l'elezioni de' vescovi a popolo da prima si diradassero, e poi si stringessero all'ordine solo dei preti, più tardi ai soli capitoli delle cattedrali, e da ultimo cadessero tutte o in mano al pontefice, ovvero in mano de' principi, con ciascuno de' quali (rimosso ed escluso affatto il popolo e il clero) patteggia quegli di pieno arbitrio e stipula i concordati: il cui primo esempio infelice quello fu tra Leone e Francesco I, ove molto guadagnò il papa, moltissimo il re, e perdè invece ogni cosa il clero, usato a richiamarsi ai principj e ai diritti della Prammatica sanzione.

Per simil guisa, come in principio ogni vescovo perveniva alla risoluzione de' negozj con l'ajuto e consiglio del presbiterio suo; e i Patriarchi, i Primati e i Metropolitani, con quello dei Vescovi suffraganei e de' Sinodi Provinciali e talvolta de' nazionali; e il Papa, infine, con l'assistenza, autorità e consultazione di tutti essi: in decorso di età, i vescovi pigliarono avviso o dal proprio senno o dai mandamenti di Roma; e i papi, sempre meno solleciti di adunar concilj, e raccolta ogni potestà consultiva nel Collegio de' cardinali, terminarono col non molto inclinare ed attendere a questo medesimo, non ostante i capitoli ristrettivi e severi giurati innanzi da Martino V e da Eugenio IV, poi da Paolo II, e da talun altro lor successore. E dove peraddietro ogni faccenda di momento deliberavasi in Concistoro, e si pubblicavano le risoluzioni come fatte de consensu Fratrum, oggi quel consentimento o non è domandato, o vien presupposto, o piglia valore ed uso di cerimonia. Oltre di ciò, il titolo arrogatosi dai pontefici di patriarchi d'Occidente; le riserve senza misura moltiplicate; le cause avocate a Roma da tutte parti del mondo; i legati nelle provincie spediti con facoltà imperiose e superlative; le fraterie dall'obbedire agli ordinarj esentate; le dispense copiose e gli innumerabili privilegi e favori che dal Quirinale tuttogiorno provengono, sottraendo, come può scorgere ognuno, e derogando l'un di più che l'altro alla giurisdizione propria dei vescovi, ànno altrettanto aggrandita ed esagerata quella dei papi. La quale, d'altra banda, di semplice esecutrice e custode di leggi, sembra ascesa e trapassata alla gran potestà di quelle creare e mutare. E veramente, da lunghissimo tempo le decretali e le bolle competono di materia, di maestà e di forza, coi canoni più vetusti e solenni. Il perchè, la legislazione ecclesiastica, guardata e avvisata negli usi suoi cotidiani e nel concetto de' moderni, tende a convertirsi in un Editto papale perpetuo, come di già nel civile l'Editto imperatorio pigliava il luogo dei Senatoconsulti e dei Plebisciti.

Nè già si nega che questo condursi pian piano il Pontificato a più stretti ordini di monarchia, fu condizione e incremento naturale di cose, meglio che arte e ambizione di prelati e curiali. Conciossiachè, lasciando stare l'altre ragioni, ei si fa manifesto per sè medesimo, che in un gran corpo sociale composto di membra diverse, interessi discordi, comunità orgogliose, superiori gareggianti, appena scema e rallentasi quella caritevole unione che le virtù e lo zelo primitivo ed eroico annodarono, bisogna o correr pericolo di scissure e dismembramenti, o che cresca e pigli nerbo una forza interiore, unitrice e moderatrice. E tanto è ciò vero, che al forse smoderato predominio papale, ognuno, dopo lo scisma germanico, cedette luogo, e lo reputò salutevole e necessario, singolarmente in Italia, fatta provincia spagnuola, e dove il Papato serbava ancora alla nostra nazione alcun titolo di preminenza. Io voglio unicamente notare fra voi e me, che per lo stesso naturale procedere delle cose, la potestà monarcale, ed anzi ogni potestà di governo, sia in uno o in pochi o in tutti raccolta e compiuta, rischia di disfarsi e perire tuttavolta che a sè medesima non procura un limite, una competenza ed un sindacato. E si affermi pure, che il pontificato romano non possa disfarsi e perire; può nondimeno infiacchirsi e scadere, e tutti i danni e gli sfregi patire della infermità, della decrepitezza e dello scredito universale. E però, con gran senno parlava quel vescovo di Granata ai Padri di Trento, che s'egli con ardore venia fiancheggiando i diritti e le giurisdizioni dei vescovi, ciò era appunto perchè volea salva e integra in futuro l'obbedienza e l'ossequio de' popoli inverso la Santa Sede. Per fermo, se al presente travagliare della Roma spirituale sono da attribuirsi altre molte cagioni oltre l'imperio di lei eccessivamente assoluto, questo, per lo meno, la reca ad un'accidia e ad un languore funesto ed immedicabile, e rendela insufficiente ad ogni gran gesto, e incapace per niuna guisa di restaurarsi e di rifiorire. Attesochè non ferve la vita e non si mantiene rigogliosa e operante laddove alle facoltà e doti de' valentuomini non è lasciato libero spazio e sicuro; nè dove i premj e gli onori poco dipendono dalla virtù e molto dal patrocinio; e dove, alfine, tutto si compie o col regolo di viete prammatiche o col maneggio de' cortigiani.

V.

Non accadono molte parole a mostrare la depressione estrema e finale di Roma a rincontro delle potestà civili del mondo. Cominciò il Papato con assai modestia e prudenza, vivendo a quelle sottomesso e obbediente, pure allorquando assalivano ed invadevano alcuna libertà vera e legittima della Chiesa: testimonj que' Cesari che nei negozj conciliari e nelle discipline clericali più del debito s'intramettevano. Dal che appare, che mentre con gli anni, migliorandosi la fortuna e crescendo le forze del Pontificato, si pensò di mescolare la facoltà ecclesiastica con la civile, e rendere questa grado per grado suddita a quella; ne' primi secoli, invece, lo sforzo e l'ambizione de' papi stringevasi tutta a dividere quant'era possibile l'un potere dall'altro: e Papa Gelasio affermava, opera di Gesù Cristo essere la lor divisione, e del Diavolo il lor meschiamento. Disfacendosi, poi, d'ogni lato l'impero orientale, e quello dei barbari smembrandosi in minuti regni, mantennesi il Papato per molti anni indipendente ed illeso ne' proprj officii spirituali. Alzò la speranza e l'ardire con le sacre dei re e de' nuovi Augusti, abilmente intervenendo ad autenticare diritti dubiosi ed incerta legittimità di possesso. In tal guisa pian piano ascendendo, e vinta più tardi la lite pertinace e terribile delle investiture, trovò in fine arbitrio di sentenziare, ch'egli era principio e fonte d'ogni potestà eziandio politica e laica, e Cesare stesso ricavare da lui l'origine della propria.

E come in sul primo alla elezione dei papi occorreva l'assentimento imperiale, nel procedere del tempo fu bisogno invece agli imperatori di chiedere per sè medesimi conferma e consecrazione ai papi; e quindi stimarono i popoli, che da solo il consiglio e l'autorità di Gregorio V venisse in Germania ordinato il modo di eleggere i Cesari, corretto e sancito dipoi dalla celebratissima Bolla d'oro. Tantochè, Innocenzo III (spirito alto e magnanimo) negò da ultimo di riconoscere nel Vicario dell'impero alcuna signorile giurisdizione, se dal pontefice non n'era investito e dalle sacerdotali mani non ne pigliava le insegne.

Magnifica esaltazione fu questa, ma non duratura; e Bonifacio VIII, che del generale e rapido mutar dei pensieri non ben s'avvedeva, lottando con Filippo IV di Francia, cadde nel conflitto e trascinò seco l'universale teocrazia; la quale mai non potè riaversi della guanciata sacrilega e vile del Nogarette. Non la guarirono di quel colpo le sottili teoriche del Bellarmino e della scuola di Salamanca intorno al giure divino e sociale; non le ristampe e promulgazioni reiterate per tutta Europa, e massime da Pio V, della bolla in Cœna Domini. Essendo principalmente che re e signori, senza destar rumore e mover querele, si difendevano e schermivano abilissimamente, negando alle stampe e alle intimazioni di Roma il placet e l'exequatur; e in quel mentre stesso che commettevano ai giuristi di corte di far valere appresso la pontificia segreteria l'escusazioni o i privilegi o i diritti di lor corone, minacciavano di prigione e di forca il primo prete che ne zittiva. Tanto poco furono meritati i pontefici di essersi posti in lega strettissima col principato, abbandonando quasi al tutto la causa de' popoli, e di guelfi facendosi ghibellini, e sforzandosi con gran zelo di far sentire ai monarchi quanto necessario era di accordarsi bene insieme, e mettere impedimento alle novità temerarie che d'ogni banda prorompevano.

Così declinarono rapidamente nel mondo cattolico l'idea e la pratica dell'universale teocrazia: benchè la corte di Roma ne venisse poi con diligenza, industria ed ostinazione incredibile, conservando e ristorando parecchie parti, le quali sminuzzate e particolareggiate sotto nome e titolo di giurisdizioni ecclesiastiche, le davano ad ogni poco buona entratura nelle faccende temporali dei regni; e con lo Stato civile, con le cause miste, con le dispense, con le clausole dei concordati e con simili altri intermettimenti, ella occupava per tutto e sempre una porzione notabilissima sì del dritto publico generale e sì dello speciale e proprio di ciascun popolo.

Ma verso il mezzo del secolo andato, le cose cambiarono e si rinvertirono di maniera, che l'ingerimento indiscreto e illegittimo, e la voglia immoderata d'usurpazione passò di nuovo, e con molto minore scusa, dai pontefici ai principi. In mano di questi ridotto l'eleggere i vescovi, e dispensare altri ufficii e onori da chiesa; abolite le immunità; cacciati a forza i Gesuiti; soppresse in più luoghi le mani morte; imposte regole al noviziato monastico; vôtati più conventi e distribuítone altrui l'avere; sottomessi a forza i frati alla giurisdizione de' diocesani; annullate le decime; salariato il clero; occupata in gran parte la collazione de' beneficj; dappertutto aggravata la suggezione del sacerdozio alla autorità laicale; un pontefice vecchio méssosi in lungo viaggio e, contra tutte usanze, venuto egli stesso a Vienna ad implorare da Cesare di non più oltre manomettere le facoltà e i diritti della Chiesa Lombarda ed Austriaca, e tornatosi inesaudito: e ciò tutto avanti del gran conquasso che i rivolgimenti strani e vertiginosi di Francia recarono alla fiacca e logora Europa. Confesserò bene che i tempi sembran da capo mutare, e appresso molti governi si va moderando il proposito antico di assoggettare la Chiesa allo Stato. Ma ciò accade per virtù d'un principio avversato ed astiato oltremodo dalla Curia Romana, ed i cui medesimi beneficj le sono sospetti e le san d'amaro. Io intendo discorrere sì delle libertà politiche, e sì di quella preziosa ed inviolabile, che domandano di coscienza. La massima odierna si è, che il comando civile non penetra negl'intelletti e nelle coscienze; e però essendo la Chiesa nella sua vera sostanza una spirituale potestà che non dee voler dominare salvo che ne' cuori e negl'intelletti, e con forze prettamente morali e persuasive, lo Stato non à ragione nè titolo alcuno d'inframmessa e d'impero nei negozj di quella. Concetto santo ed alla religione medesima salutifero; ma Roma non se ne accomoda, e i frutti buoni che or ne coglie, teme di dovere scontare più tardi a grandissimo prezzo. Nè in tali apprensioni e paure ella piglia inganno. Chè, per lo vero, il termine ultimo della libertà di coscienza è pareggiare innanzi allo Stato e alla legge tutte le confessioni e i culti cristiani, e far trapassare la Chiesa Cattolica dalle ampiezze e privilegi del dritto pubblico che ancor le rimangono, alla modestia e alla ugualità del dritto privato, come alla Chiesa Cattolica Americana di già interviene. Per fermo, le attinenze varie e gelose e le mutue obbligazioni tra Chiesa e Stato, che al presente sono dubiose, implicate e in contesa acerba ed interminabile, diverrebbero allora nette, piane, agevoli ed accettabili d'ambo i lati. Ma il Cattolicesimo dovrebbe, in tal presupposto, maggioreggiare per virtù e luce soltanto di sua dottrina, e per l'efficacia degli esempj e dell'opere. Al qual cimento andranno fidanti e sicuri gli schietti e mondi e fervorosi cattolici, ma la Curia romana vi andrà trascinata e come la biscia all'incanto.

Io penso che da voi e da qualunque discreto lettore sarò prosciolto affatto dall'obbligo di provare lo scadimento compiuto ed irreparabile del potere temporale dei papi. Chi dice di nol vedere, o s'infinge, o è talpa dell'intelletto, o vive fuor del mondo e del secolo. Oggi più che mai sta vero ciò che il Machiavello scriveva, trecent'anni or sono; cioè a dire che il papa à Stato e non lo difende, à sudditi e non li governa. Ma più non è vero quel ch'ei soggiungeva, e cioè che li sudditi, per non essere governati, non se ne curano, nè pensano nè possono alienarsi da lui. Oggi se ne curano tanto, che per fuggire lo sgovernato regno de' chierici, darebbersi in braccio, io stava per dire, al Russo od all'Ottomano; e stimo che non si dia fra le nazioni cristiane un reggimento, e così odiato insieme e così spregiato: però è debolissimo e disordinatissimo. Nè senza l'armi de' forestieri può star su in piedi, ed esso le accetta insieme e le abborre con tutta l'anima; onde particolarmente fra l'Austria e lui sembra da lunghissimi anni durare l'un di que' patti che le leggende raccontano essere più d'una volta seguiti tra l'uomo e alcuna potenza infernale, con iscambievole necessità e detestazione. Quanti passi à fatto il mondo in questi ultimi tempi nella scienza delle leggi e nell'arte del governare, di tanto s'è lasciata scoprire la inabilità e inettitudine dei prelati, la quale ora è veramente spettacolosa all'Europa. Nessuno poi (stimo io) può indursi a credere che ciò non sia effetto insieme e cagione assai ponderosa dell'affrettato e continuo abbassare del Vaticano. Nè la cosa è mai per mutare: e sappiano i Diplomatici, qualora ei s'infingessero d'ignorarlo, che niuna loro industria, preghiera, esortazione ed ammonizione trarrà il governo ecclesiastico a qualche termine di bontà e di saggezza civile e politica; ed i suoi sudditi continueranno senza posa ed interruzione ad impoverire, e la plebe ad ingaglioffarsi, e tutti a scadere più sempre e miseramente in ogni qualità e modo del vivere privato e publico.

Le investiture de' beneficj; le possessioni e ricchezze de' monaci, fautori naturali e propagatori dell'alta balía dei papi; i feudi e principati ecclesiastici, sparsi segnatamente per la Germania; i tribunali di mista giurisdizione; la Santa Inquisizione, e simili altre forme e maniere di potestà, io son dubioso di rassegnare tra le temporali prerogative di Roma, ovvero tra le spirituali. Ma, di qua o di là che si pongano, questo permane certo, ch'elle sono privilegj e mezzi di forte e generale dominazione, i quali scemano e scapitano tutto giorno, e a non lungo andare ne rimarrà piuttosto la memoria che il fatto. Di feudi ecclesiastici e della Santa Inquisizione non è più vestigio, eccetto che in Roma; delle giudicature miste sussistono assai pochi avanzi. Nelle principali provincie della cristianità, le frateríe (come testè si accennava) o soppresse o de' beni loro spogliate, e le ancora esistenti, voi le scorgete senza credito e senza valor morale, e ignoranti e goffe la maggior parte. Nè Roma in sì lungo spazio à saputo correggerle, addottrinarle, rigenerarle e renderle fazionate agli abiti nuovi e alle nuove tendenze del secolo. Sopra che io dico: avvi egli dimostrazione di vecchiezza e discadimento più chiara di questa, che il pontificato o non s'accorga o stiasi inerte ed inoperante a veder calare e discreditarsi per ogni luogo queste sue milizie e colonie, mandate un giorno insino agli ultimi termini della terra, e per mezzo a tutte le genti, a predicare la maestà del suo seggio, e la gloria della sua corte?

VI.

Ma la declinazione maggiormente esiziale al papato, e men comportevole, è quella accaduta nell'autorità e nella preminenza morale e civile; perchè interviene in subbietto più sostanziale, e proprio dell'essere suo. E per fermo, d'una potenza per al tutto immateriale e signora degl'intelletti e degli animi, è peculiare, innanzi ogni cosa, il dirigere ed informare i costumi, la scienza e l'educazione, e comporre e lumeggiare altresì nelle menti la ragione guidatrice e sovrana del vivere sociale.

Nel fatto, quantunque volte o il durare degli scismi, o l'imperversare delle fazioni entro Roma stessa con lunghe stragi e abbominazioni, non troncarono affatto i nervi al papato, e non gli tolsero di far sentire diuturnamente e con efficacia l'azione sua, questa si spiegò vigorosa e mirabile in ciascuno dei subietti testè mentovati, e riuscì splendida e prevalente, benchè non sempre pura e lodevole, nè ben condecente al carattere augusto del sacerdozio e agli spiriti del Vangelo. Voi sapete le storie, e una lettera non le può raccontare. Basti che riandiamo l'epoche e le date più insigni; e l'indole diversa dei fatti paragoniamo. La vera e pienissima primazia morale e civile, che Gregorio Magno (torna volentieri la penna a quel venerando Gerarca) e alcuni avanti e dopo di lui mantenevano in Italia e fuori, per ispontanea riverenza e adesione de' popoli, dimostra appunto quello che possa la religione, praticante con senno la carità civile, e incorporandosi con le arti e la sapienza del viver comune. Così accadeva, come notammo più sopra, che Gregorio, sfornito di principato e d'eserciti, conseguisse l'effetto medesimo che se stato fosse signore d'immenso imperio. Laonde lagnavasi egli con parole d'oro, che meno desiderava occuparsi nelle faccende secolaresche, come importune e disformi all'apostolico ufficio, più gli si moltiplicavan tra mano. Fatto è, ch'egli, il santissimo uomo, col senno migliore che portavano i tempi infelici e inselvatichiti, riparava alle carestie, combatteva i contagi, armava i popoli contra i barbari, il furor di questi placava, ottenévano tregue e trattati di pace. Qualche parte ancora della latina magniloquenza risuonar facea nel suo stile; ornava i templi ed il culto di belle pompe, e di nuove ed austere armonie, che da lui pigliarono il nome. Per sè e intorno a sè, lautezze e grandigie di corte non conosceva; e mitemente querelavasi con alcun suo castaldo, che l'avesse proveduto d'un sì sconcio palafreno, che cavalcar nol poteva senza noja e disagio. Imbattutosi un giorno in certi schiavi d'Ibernia, e forte ammirato di lor belle fattezze e bianchissime carni, fermò il proposito di render cristiana ed ingentilire tutta Britannia. E quella contrada fu convertita; e per lui e per alcuni suoi successori tante semenze di buoni studj, e massimamente di lettere greche, vennero quivi trasmesse, che tutta la sopravegnente barbarie d'Europa non le aduggiò, e Beda e Scotto d'Erigene ed Alcuino ne fanno prova.

Di quello che il pontificato valesse, a rispetto della civiltà, sorgendo pian piano, e durando colma e gloriosa la teocrazia (e, poniamo, da Adriano I a Innocenzo III), quasi non fa mestieri tener discorso, perchè la notizia n'è ormai volgare; e in questo secolo ragionatore ed incredulo, la storia più di rado commette ingiustizia, ed ànno gli scrittori avuto senso e intelletto vivissimo dello smisurato animo e degli altissimi intendimenti di alcuni papi, altre volte disconosciuti e frantesi. Al presente, accordasi ognuno a credere che quella, diremmo, dittatura in istola ed in cámice, fu rimedio e schermo terribile ma pur salutare contro alla feroce e superba ignoranza dei barbari. Per quella lo spirito disarmato comandò alla materia, e l'ingegno domò la forza, e in mezzo agli istinti ciechi e disumani della conquista, rampollò l'idea del vero e del giusto: per la teocrazia il poco di scienza rimasta agli Occidentali scampò nelle scuole dei monasteri, e molti avanzi della civiltà latina durarono, e il giure canonico, di romano giure impregnato, prevalse al crudele diritto feudale. Per quella a cagioni infinite di slegamento e contesa, e alle disgregate e minute sovranità dei Teutonici, fu contrapposta la grande unità cristiana, il diritto collettivo d'ogni sorta congregazioni, e il vivere e il deliberare a comune: per quella, in fine, alla schiavitù rinnovellata sotto nome di vassallaggio, posero freno e compenso le franchigie ecclesiastiche, e qualunque grado e altezza di gerarchia mantenuto accessibile a tutto il popolo.

Non fu adulazione e lusinghería chiamar da Leone il secolo d'oro delle lettere e delle arti nuove italiane, se con quel nome si volle contrassegnare la Roma pontificale che apparve e fiorì, mettiamo, da Nicolò V a papa Boncompagni od a Sisto V. Perchè forse nessuna città dominante primeggia e sopravanza oggi tanto le altre per civiltà e splendore di lettere, di quanto Roma in que' giorni eccedeva il rimanente d'Europa, in gentilezza di arti, eleganza di vita, varietà di sapere, copia e peregrinità delle cose ajutatrici degli studj; nè in Italia medesima Firenze e Venezia potevano starle a petto. E ancora che prevalesse il culto del bello, la filologia e l'erudizione, nessuna parte ragguardevole dello scibile era trasandata, nè avuta in sospetto (innanzi almeno allo scoppiare della Riforma), nè impedita di speculare con ragionevole libertà il proprio subbietto: siccome vedesi (a citar pure un esempio) dall'opera del Copernico dedicata ad esso il pontefice, e dove l'antico sistema di Filolao veniva rifatto e spacciato per vero; il medesimo che poi condusse Galileo nelle prigioni del Sant'Officio. Ed ognun sa che infino all'anno 1549 stampavansi le opere del Machiavelli, e publicavansi per l'Italia con ispeciali privilegi della corte romana. Poi le proscrisse sì fattamente, che sempre da ogni licenza del leggere libri inibiti venivano escluse.

VII.

Dopo ciò, se dal raccogliere insieme e dal contemplare questi tre aspetti, ed epoche grandi e solenni della civiltà e gloria papale, voi conducete, illustre Signore, lo sguardo sugli ultimi anni e sugli ultimi concetti e proponimenti del Valicano, una grave maraviglia e una secreta pietà, non vi stringe egli il cuore, in pensando a che novissimi termini di decadenza sia trapassata la più insigne, al sicuro, e più veneranda e magnifica delle istituzioni apparse sul mondo? Nè solo è venuta in fiacchezza e in decrepità, ma, per mio sentire, giacerebbesi affatto spenta e annullata, e incapace di uscir del sepolcro, quando l'alito vitale del cristianesimo e la virtù delle tradizioni quel moribondo corpo non sostentasse. Imperocchè, per ragioni diverse e sotto molti diversi riferimenti, sempre torna adatta a Roma la novelletta del Giudeo convertito, che il Certaldese raccontava cinque secoli fa.

Dinanzi all'ultime sollevazioni delle Romagne, s'accorgeva egli il mondo, che v'à il papato, salvo che per le continue renitenze o censure con cui si sforza di contrastare al general moto degl'intelletti e all'affrancamento de' popoli; e nega e sconosce pressochè tutte le sembianze e gli abiti nuovi del viver civile? Qual ingerimento paterno, accetto, eminente e degno del sacerdozio, esercita Roma a' dì nostri ne' gran negozj del mondo? In quali è chiamato arbitro e giudice il papa? Avvi potentato, avvi popolo che si comprometta in lui? Avvi guerra nessuna da lui impedita, discordia civile cessata, patto di tregua e di pace concluso? Trovo che l'ultimo atto d'intervento efficace della potenza papale, fu sul cadere del secolo sedicesimo, rappattumando in Vervino Francesi e Spagnuoli. Non molto dopo, nel trattato di Vesfaglia, comecchè vi fossero mescolate materie gravissime di religione, i nunzj pontificj non valsero con nessun'arte a mettere le negoziazioni nella via desiderata e segnata da Roma, ed ella se ne querelò e protestò senza frutto. Alla pace de' Pirenei, Mazzarino, quantunque prete e cardinale di Santa Chiesa, rifiutò i benigni ufficii offertigli dal pontefice; e nel trattato di Utrecca non parve insolente e indebito ai contraenti il disporre a lor modo d'alcune provincie reputate soggette e tributarie di Roma, senza pigliare accordi con lei, e nemmanco far menzione de' suoi diritti.

È strano eziandio e maraviglioso, che quella medesima potestà la qual sommoveva e tragittava, unite ed armate, d'Europa in Asia poco meno che intere nazioni; e sconfitte di poi nelle guerre, e dalla fame mietute e dalle pestilenze, persuadevale tuttavia a ritentare l'impresa, oggi non possa allegare un sol fatto notabile per cui si dimostri, com'ella riesca pure almeno a proteggere con successo le genti cattoliche, ovunque o gl'infedeli o le Chiese eterodosse le opprimano; ed anzi in que' luoghi stessi di antico pellegrinaggio, e ch'erano fine e cagione delle Crociate, cresce di dominio e ricchezza il culto scismatico, e soprafà ed ingiuria il culto latino.

Scorrete in altra materia; ponete l'occhio alle missioni che Roma al presente prepara ed invia dal grembo suo, e subito vi verrà veduto la estrema inferiorità e tepidezza loro, a comparazione dei tempi andati; e i veramente grandi e portentosi concetti e disegni di Propaganda scorgerete cadere in incredibile parvità; e quella sua stamperia poliglota (per toccare un solo particolare), che fu prima ed unica al mondo, non à quest'oggi caratteri da pubblicare una pagina di sanscritto. Nè già potrebbero i papi scusarsi e piangere come l'antico Alessandro, che manchi oggimai lo spazio alle sante conquiste loro. Di dieci centinaja e più di milioni di uomini che nudrisce la terra, un quarto solo sono cristiani. Ma l'ambizione di Roma sembra oggi rivolta a ben altro proposito, che di recare ai barbari ed agli idolatri la luce dei Vangeli, e l'umanità di nostre arti e costumi.

In mezzo ai traviamenti del secolo che trascorriamo, assentirete, o Signore, che questa lode gli rimane interissima, di avere con la scienza e le istituzioni moltiplicato ed illuminato le publiche beneficenze, preso cura speciale dell'educare le moltitudini, cercato alla povertà loro ogni possibile compenso, trovato con fina industria copiosi conforti agli stenti e tribolazioni delle infime plebi. Avvi cosa al mondo più degna e illibata, sollecitudine più cristiana, fatica e studio al supremo sacerdozio meglio dicevole? Ma in questa sì bella ed intemerata pagina della storia moderna incontri tu mai il nome del papa? Delle nuove e tanto ingegnose e caritatevoli forme di comune e privata beneficenza, àvvene una soltanto scoperta e iniziata in Roma, o presto almeno e vivamente caldeggiata ed esercitata? Le sale d'asilo, le sale d'allattamento, le prigioni e i metodi penitenziali, le casse dei risparmj, le società di temperanza, quelle di mutuo soccorso, le infinite miglioranze recate ad ogni maniera di ricoveri ed ospedali? Un secolo e mezzo addietro, cadde in pensiero a Clemente XI di chiudere in luogo abilmente ordinato al lavoro e alla correzione i giovinetti discoli e abbandonati, e così camparli dai delitti e dall'ultima corruttela. Pietoso e civile concetto insieme; il quale se fu poi per altri l'occasione e il germe dei metodi nuovi penitenziali, non so; ma questo io so bene, che quel germe fruttificava in pressochè tutta l'Europa e l'America, eccetto che in Roma.

Infine, la scienza, che è tanta porzione di civiltà, ed anzi è scorta e lume continuo suo; la scienza, già patrimonio del chiericato sì particolare e proprio, che laico venne a significare inculto ed illetterato; la scienza, dico, rinverdita primamente e riordinata sì nelle scuole dei teologi e sì nelle università degli studj, rette e corrette in ogni parte del mondo da bolle e prammatiche di pontefici,[49] a che termini sta ora nelle lor mani, e come risponde ai progressi e alle ampliazioni degli ultimi secoli? Qui la decadenza corre agli occhi d'ognuno, ed è tale e sì deplorabile da non ottener fede il discorso, salvo che da coloro i quali furono e sono testimonj del danno e della vergogna. Penso che basterà il dire che Roma, non ostante gli stranieri visitatori, l'intelligenza svegliatissima de' suoi cittadini, e quel popolo d'artisti che vi dimora a studio de' monumenti, è ormai divenuta la metropoli più ignorante d'Europa, e la men fornita di ciò che occorre agli svariati incrementi del moderno sapere. Nell'università sua, poco degna davvero del borioso titolo di Sapienza che porta, si desidera per lo meno la metà delle cattedre che ne' più culti paesi e nelle scuole meglio ordinate stimansi oggi non che opportune ma necessarie a compiere lo ammaestramento delle morali, delle fisiche, del diritto, della medicina e della storia; senza voler qui sindacare i metodi falsi e le viete dottrine insegnatevi, e il modo incredibilmente strano ed illiberale con che tutta insieme quella istituzione vien moderata e disciplinata. Da voi non s'ignora che sebbene il trovato (io doveva dire il miracolo) della stampa accadesse di là dall'Alpi, Roma entrò innanzi a tutti in lodarlo e in dargli ricetto, e volle giovarsene largamente e sollecitamente. Oh gran mutazione di tempi e di uomini! Oggi quel che si imprime di libri e di giornali in Roma, ragguagliato alle più dotte città straniere, sta, senza timore alcuno d'amplificazione, siccome uno a cento; e nelle pubbliche biblioteche trovi appena uno su mille de' buoni volumi moderni, e agli antichi assai poca gente pon mano. Nè in altra guisa può andar la bisogna colà dove ogni scritto e libro è cacciato tra le filiere di tre censure, l'episcopale, la politica e la fratesca del Sant'Officio; dove nell'encicliche più solenni chiamasi detestanda la libertà di stampare; dove fu proibito per lunghissimi anni il vaccino, e tuttora è proscritto l'insegnamento della publica economia; dove l'Inquisizione (or fa poco tempo) non dubitò di riprovare e dannare con espresso decreto le sale d'asilo; e non volevasi testè udir parola di strade ferrate; e chiunque osato avesse di condursi a que' congressi scientifici, che Ferdinando stesso di Napoli avea tollerato nella sua città e fatto vista di carezzare, veniva rimosso o dalla cattedra o dall'impiego, se l'uno o l'altro tenea dal governo.

Durassero quivi almeno fiorenti e profondi gli studj sacri, quanto furono altra volta, e quanto sembra domandare non che il decoro e la dignità, ma il debito e l'interesse medesimo di quella gran sede del mondo cattolico! Nè io dirò che in veduta elli sieno scarsi e leggieri, o sia picciolo il numero degl'insegnanti, o poca la frequenza ed assiduità de' discepoli. Ma dagli effetti cotidiani può ben giudicare ogni uomo sensato, che in quegli studj non è più forza alcuna inventiva, non robustezza e amplitudine di concetti, non luce e svolgimento di feconde dottrine, non copia alfine e peregrinità di filologia e d'erudiziene.

Ma forse voi vi maravigliate della mia maraviglia. Dove non ásola un minimo fiato di libertà, può l'albero della scienza durar verde e fruttifero? Per vero, di tutte quelle opere dottrinali ed apologetiche o sotto altro rispetto fautrici e lodatrici di Roma, le quali anno in questa prima metà del secolo meritato e conseguito celebrità universale, neppure una ebbe principio e nascimento nelle scuole romane, e neppure una pagina e un rigo di esse uscì dalla penna di quelle insigni congregazioni, da cui si maneggiano colà tuttavia i più serj negozj e i più gelosi interessi della intera cattolicità. Frayssinous, Bonald, De Maistre, Haller, Göerees, Schlegel, Stolberg, Hurter, Lamennais, Lacordaire, Balmes, Chateaubriand, Döllinger, per tacer d'altri, mai non furono in Roma a dare scienza o riceverla. Due sommi Italiani arbitrerei di potersi aggiungere a quel bel novero assai giustamente, e sono il Gioberti e il Rosmini; ma la vita loro intellettuale sortì l'inizio e il proseguimento, e rendè fiori e frutti ammirabili in altro terreno ed in altre scuole. Da Roma venne ad essi, per ciò che sappiamo, una cosa soltanto; la riprovazione e condanna d'alcun loro scritto.

Se non che, Roma fu inverso l'uno dei due quasi costretta ad essere ingrata: imperocchè, qual più spiacevole contrapposto e qual ritratto men somigliante poteva métterlesi innanzi agli occhi, di quello che le offerse il Gioberti, quando con sì nobil disegno e tinte sì vive e smaglianti le figurava l'archetipo del primato civile dei papi, e l'astringeva, mirandolo, a fieramente vergognare di sè medesima? Del resto, non solo la maggioranza civile dei papi è venuta al niente, ma la morale autorità eziandio si perde e consuma ogni di, non ostante che sulla cattedra di San Pietro seggano, da poi la riforma germanica, uomini per ordinario di santa vita, e d'incolpabili costumi, e di specchiatissima religione. Ma il chiudersi intorno ad essi e l'immiserirsi vie più sempre degl'intelletti e dei cuori, e l'avere il Vaticano aderito imprudentemente allo spirito gretto e muliebre di pietà e di devozione, che alcuni mistici e i Gesuiti segnatamente affettano e inculcano, à menato di passo in passo la cosa a questo infelice risultamento, che il mondo stima esservi ora due moralità e due devozioni; l'una accettabile ad ogni maniera di oneste, gentili e istruite persone, propria e comune a tutta cristianità, conforme ai principj eterni della ragione, e all'ordine vero ed universale del bene; l'altra involta nelle sottilità dei casisti, sopraffatta da pratiche puerili, intinta non poco di superstizione, consigliera di virtù monacali e alla repubblica inutili, servile ne' sentimenti e negli atti, buona per genterelle idiote e da poco; ed è per appunto quella lodata e caldeggiata perpetuamente da Roma e da' suoi dottori. Ciò à fatto, come ognuno sel può vedere, che pure in mezzo ai cattolici si vada oggimai pensando, la virtù essere meglio imparata ne' libri degli antichi e dalla nuda lettera dei vangeli, che non dai moralisti e predicatori di Roma. E rispetto al culto e alle devozioni, è marcia forza confessare, che in molta porzione di loro forme e di lor cerimonie la significazione scema e si oscura ogni giorno, e gli animi ne ricevono una impressione fredda, materiale, e non immune spesse volte da invincibile tedio ed increscimento.

Non è la moralità cosa angusta e servile; e chi spaura d'ogni libertà e d'ogni grandezza non può effettivamente e sostanzialmente professare e insegnar la virtù: conciossiachè, sentenzia un gran moralista,[50] ogni virtù nostra procede dalla grandezza dell'animo: ex animi magnitudine. Senza dire che le condizioni del principato assoluto, e gli altri conseguenti del falso sistema che séguita la Curia Romana, facendola indocile e riluttante al vero e germano spirito dei documenti evangelici, l'ànno recata bel bello a insegnare e inculcare con assai minor zelo l'intrinseco della bontà che l'estrinseco, e meglio stimare la buccia e le fronde, che il succoso midollo e i frutti fragranti e soavi della pietà operosa e magnanima.

Tornate, o pontefici, alla purezza e semplicità de' costumi antichi (gridava dal pergamo fiorentino un fraticello di San Marco), e più nel cuor delle genti non vacillerà la fede e la riverenza inverso di voi. Certo, all'attuazione di quel consiglio, l'effetto saria seguito copioso ed universale; e i popoli dimenticavano in poco d'ora le battiture dello scisma, le turpitudini di Avignone e le umiliazioni inflitte al papato dai concilj di Costanza e di Basilea.

Per immensa sventura, e segnatamente d'Italia, parve al sesto Alessandro, a Giulio II, a Paolo IV e ad altri papi di quella età, partito migliore e più valido la stretta amicizia dei re, il potere temporale accresciuto, le frateríe moltiplicate, la Inquisizione ed i Gesuiti. Da quei tristi giorni, il declinare di Roma divenne precipitoso ed irreparabile; perchè la mente e l'anima vera e vitale della pietà e dell'incivilimento cristiano non restò con lei, salvo che in apparenza, e ciascuno di que' mezzi le si voltò in danno e in vergogna; i re la illusero e la imbrigliarono; il poter temporale le diè forza per quarant'anni, e tólsele credito per tutti i tempi; le fraterie finirono incurate o derise, il Sant'Offizio abbominato, e i Gesuiti non molto manco.

Or finiamo, e al crescere e sovrabbondare dell'argomento si ponga quella misura che ricercano i termini naturali di questo scritto, e l'ascoltazione vostra ch'io non debbo nè voglio abusare. E già per molti sarà riuscita come una scorsa fuor di subietto questo paragone di tempi antichi e moderni, e questa breve delineazione del tanto grandeggiare e calare della sedia pontificale. Pure, io non andrò accusato da tutti coloro (e voi, spero, sarete del novero) i quali comprendono che ciò che importava di recare a saldissima prova, si è che l'abbassamento e l'oscurazione continua del papato non è parziale nè accidentale, non vizia e inferma soltanto l'estrinseche sue condizioni e le men rilevanti e nobili, ma invade tutto l'essere, ne storpia gli intendimenti e gli uffici, porta detrimento grave a tutta la sua dignità, penetra alla viva sostanza, non lascia porzione sana, non fibra integra e poderosa.

Un molto celebrato scrittor francese, ritraendo al vivo e con maestrevole stile la bellezza e maestà dei riti pontificali, massime nei giorni santi e ne' vespri solenni della Cappella Sistina, ove con sì meste armonie e con sì acconcio apparato esprimesi il lutto di Santa Chiesa, e lo squallore del tempio per la passione e morte del Redentore, va eziandio narrando come in cuor suo quell'ultima e diradata nebbia d'incensi, quei cantori che a poco a poco s'ammutoliscono, quell'estinguersi di mano in mano dei ceri, quell'ombra vespertina che cresce ed occupa tutto il luogo, rendevagli immagine altresì del venir meno e dileguarsi la gloria e l'oltrapossente grandezza papale. Certo, se il pontificato è gran parte della Chiesa, e l'intristire o il declinare di quello arrécale sventura e declinazione, io non so ben quando le sia nato cagione più giusta e vera di significare il cordoglio suo, e da tutti gli altari, in tutte le sedi della cristianità levar preghiere e supplicazioni al divino autore della fede. Imperocchè, non di fuori le son venuti i flagelli, ma da' suoi figliuoli e custodi; non per guerre e persecuzioni, ma in seno della pace e della comune obbedienza: ecce in pace amaritudo mea amarissima.

VIII.

Non, dunque, l'amore ordinario del bene e del meglio, non quelle purgazioni ed emendazioni che a tempo a tempo fa mestieri di compiere in tutte le cose umane, ma sì veramente la fiera ed irrepugnabile necessità costringe e sforza a portar mutazione in qualche ordine costitutivo del sommo pontificato. Ogni altro partito, qual che si fosse, non ne fermerebbe il gran rovinío; nè cesserebbe Roma d'esser cagione, o trista occasione almeno, di scandalo e setta nella famiglia cattolica, e mai non ricondurrebbesi a tale bontà da saper ritrarre, com'è ufficio suo peculiare, dalle viscere del cristianesimo virtù spiratrice e riparatrice del mondo moderno. A ciò non poter bastare, vi dissi, le riforme ed emendazioni del temporale; dovendo elle piuttosto succedere come effetto, che antecedere come causa; o, per lo men male, avvenire contemporanee con le spirituali ammende e riforme. Essere presenti i giorni fortunosi e difficilissimi di Nicolò II e Gregorio VII, in quanto che al risanare e reintegrare il papato occorrono prammatiche nove, spedienti animosi, saldo e virile consiglio.

Nè anzi mi tratterrò di affermare, che i tempi odierni ànno a riscontro di quegli antichi tale disposizione peggiore, e certo di gran momento; che, cioè, nel secolo undecimo gli occhi soli della Chiesa erano aperti a vedere ed a piangere i guasti e le sozzure del proprio suo tempio; laddove oggi ogni cosa avviene sotto l'indagatrice pupilla dell'altre Chiese cristiane, le quali non si astengono di predicare e trombettare su dai pinnacoli, che appresso i popoli loro è la fede molto meno rattiepidita, la moralità più sana e profonda, maggiore senza verun paragone la dottrina e modestia del clero, e che quivi la religione è congiunta e amicata ai concetti generosi, e a tutti i rivolgimenti e progressi civili di nostra età: dalle quali asserzioni ci porgono poi per riprova, da una parte, lo stato fiorente e glorioso di essi popoli, come a dir l'Inghilterra, la Prussia, l'Olanda, gli Stati-Uniti; e dall'altra, la depressione e lo scadimento di quelli, come Polacchi, Spagnuoli, Italiani, Messicani, dove trionfò potentissimo e signoreggia tuttora non contrastato il culto cattolico.

Voi m'avete parecchie volte udito affermare, che il clericato romano, sebben muta i corpi, non muta il genio nè il vezzo, e che le menti e gli animi vi sono tutti impastojati a una foggia, nutriti d'un latte medesimo, fatti e formati a un medesimo stampo; laonde in ciascuno di loro è ferma e tenacissima la volontà di serbare integro e sempiternare (quando il potessero) quel tal misto d'ambizione, d'interesse e di santimonia da lor fabbricato, e il quale non si péritano di chiamare buono e perfetto governo della Chiesa e dello Stato. Quindi è fuor del possibile ch'entri loro in cuore alcuna voglia viva e sincera di correggere sè stessi, e innovare in parte veruna le lor condizioni, e che ritrovino (quando pure il desiderio sorgesse) abilità e forza proporzionate all'alto proposito.

Ora, i fatti più sopra allegati vi porgono di tale pertinacia e impotenza una molto chiara dimostrazione. Conciossiachè, insegnano tutte le storie, che nessun istituto civile, già roso nel suo midollo e pervenuto a decrepitezza, abbia voglia ed abilità di rialzare sè da sè stesso; e torna contraddittorio che là proprio dove la vita si estingue, si rinvengano forze da ristorarla: invece, quelle cagioni medesime che d'un abbassamento in altro maggiore trascinano con legge dura e ineluttabile di destino, vietano il riaversi e il risorgere; e si lo vietarono con l'azione loro incessante e mortifera alla Roma d'Augustolo, alla Bisanzio dei Paleologhi, e alla Venezia dei Manini e dei Renieri. Similmente, essendosi da ogni parte di quegli istituti ritirato lo spirito, e rimanendo delle cose la nuda corteccia, mutare per loro suona come annullarsi: quindi con severità farisaica vi sono riformati i più fradici usi, serbate le più vane apparenze, cresciuto di mille doppj il servaggio; i vecchiumi soli vi ànno lode, e l'irragionevole ostinazione vi usurpa nome di virtù e di sapienza.

Nè da tale pervertimento e caducità degli umani fatti troviamo arbitrio nessuno di credere esente il pontificato in ciò appunto che à d'umano, e nelle sue esteriori e disciplinari disposizioni. Ed anzi aggiungiamo, che in queste è maggiore necessità o di emendarsi, o di perire. Avvegnachè, com'elle sono forme finite e determinate, e abito accidentale e sensibile d'una divina sostanza, loro non è conceduto di contenerla, e significarla, salvo che parzialmente e imperfettamente; e alla inesauribile sua facoltà di ampliazione e d'organamento, niuno dee pensare che riuscir possano in ogni tempo ed in ogni caso adatte, sufficienti e commisurate. Laonde, chi si ostina a volerle serbare intangibili ed immutabili, fa sembiante di negare la virtù infinita del cristianesimo; la quale per ciò che opera sulla terra e nel tempo, dee necessariamente assumere successione e limitazione; nè altrimenti può dilatare la sua eccellenza nè le sue maraviglie mostrare, che seguitando la legge imposta alla perfezione di tutti i finiti, cioè a dire l'indefinito ed interminabile spiegamento dell'essere proprio.

Le quali tutte considerazioni tenendo io vive innanzi alla mente, procederò con più stretto discorso alle ultime parti del mio subbietto.

IX.

Le mutazioni debbono esser cercate nè inferiori al bisogno nè superiori. Debbono alla sostanza delle discipline antiche ecclesiastiche non solo non contrastare, ma conformarsi intrinsecamente, e rinnovarne lo spirito quanto l'indole dell'età nostra il comporta. Debbono eleggersi le più semplici e pronte, eleggersi tali che si vedano consentire sapientemente ai pensieri nuovi del secolo; infine, eleggersi le più agevoli, od, a favellare esatto, le men malagevoli, poichè la cosa di sua natura è tra le difficili e travagliose. Gli anteriori discorsi provarono, credo, con abbondanza, ch'elle non possono primamente e direttamente proceder da Roma, e dovere oggi, com'altra volta, nel corpo cattolico il vital calore ed il sangue dalle membra estreme salire e rifluire nel capo. Conciossiachè per le membra scorre tuttora occulta e sottile un'aura di salute e di vigoria più penetrativa e meglio efficace che nol giudica il volgo. Dov'io m'inganni e m'illuda su cotal punto, e nemmeno nel clero inferiore, il qual vince l'altro di sensatezza e di numero, non sia buona disposizione a ricevere e seguitare le verità che la general discussione va dimostrando e dilucidando, tutto il restante di questa lettera confesso che cade e s'annulla.

D'altro lato, non è forse la Chiesa, per propria essenza, la vita spirituale e comune di tutti i fedeli? Ella è in ogni luogo, e non è intera in veruna parte; e ciò tutto che piglia sostanza ed autorità perdurabile in lei, ottenne per innanzi l'universale consentimento, vogliatelo espresso o tacito, posteriore ai decreti di Roma o anteriore. Che il pontefice sia caput Ecclesiæ, ovvero caput in Ecclesiâ, come sottilmente si questionò, poco importa di definire. Conciossiachè nell'una e nell'altra sentenza rimane vero pur questo, che da sè e per sè il papa non è la Chiesa, nè alla Chiesa può prevalere.

Ma io vo dubitando non forse questo mio lungo proemiare e questo discorrere alquanto sospeso sieno per accendere in voi una troppa viva curiosità, la quale io non ò modo alcuno di soddisfare. E per fermo, egli trattasi unicamente di ricondurre in onoranza e in costume (benchè solo in qualche porzione e in maniera assai temperata) ciò che la cristianità intera praticò abitualmente per molti secoli e in tutte cose; intendo la elezione dei capi e dei reggitori fatta a suffragio comune del clero, e accettante e plaudente il popolo. Dico di rinnovarsene l'uso in qualche porzione, e in riguardosa maniera. Seguite, vi prego, le mie parole, e giudicherete, illustre Signore, s'io sono quell'avventato e guasto cervello che dicono. Io propongo, adunque, per lo men male, che in niuna provincia italiana o straniera si sveglino per al presente le gelosie di Stato; e però prosiegua il pontefice, prosiegano i principi a scêrre, come per addietro, i pastori spirituali de' popoli. Taccio similmente di Sinodo universale infino a tanto che popoli e principi con ardore e concordia non lo richiedano: il che sarà molto tardi. Ma voglio che dai suffragi del clero appostatamente adunato in ciascuna provincia, escano tutti coloro a cui spetta il nome e l'ufficio assai profanato, ma solenne pur nondimeno e magnifico di cardinale di Santa Chiesa; e voglio, quindi, che il capo e giudice di tutta la cristiana repubblica venga da tutta essa eletto mediante que' suoi deputati nel novello Concistoro raccolti.

Il principio elettivo fu anima della Chiesa, e sua legge sovrana ed universale. I tempi declinando al peggiore, e sempre più temperandosi ella agli usi e alle fogge regie e feudali, recarono presso che al nulla quel suo spirito di franchigia e di fratellanza. Ora, il mondo che in ogni culta contrada esce di pupillo e ricompónesi a libertà, e in tutte le funzioni civili e politiche e in ogni maniera di magistrati rimena e dilata la virtù elettiva e forme più popolari di reggimento, chiede con giusta impazienza di scorgere altresì il principio elettivo restituito nella repubblica dell'anime e delle coscienze, che è la Chiesa. Certo, comparirebbe strano ed intollerabile, che il diritto dell'eleggere fosse durato appo lei ne' giorni ch'era sbandito dalla città e dal consorzio politico, e non risorgesse al presente che è da per tutto ricuperato, e in ogni principale esercizio del viver comune è intromesso ed usato assai largamente.

Queste cose non prima si annunziano, che il buon giudicio universale le assente, e brillano a tutti gli occhi di verità e di evidenza; perchè le necessità e il carattere dell'età nostra, la maturezza delle opinioni, l'indole singolare e propria de' nuovi costumi e de' nuovi istituti, la mente, a così dire, di tutto il secolo le pensa e le persuade. Ponete in disparte coloro al cui intelletto fa velo la cupidità e l'orgoglio, e coloro alla cui pietà e religione fa misero inganno la tirannia dell'uso, e la pochezza e viltà dell'ingegno e dell'animo; e voi sopra ogni bocca cristiana udirete oggi suonar di nuovo la sentenza antichissima di San Leone pontefice, che nelle sacre elezioni sia colui preferito il quale dal clero e dal popolo consenzienti è richiesto. Del pari, voi scorgerete esser nel voto d'ognuno, che la Casta del Quirinale si sperda; e udrete quindi ripetere comunemente quella troppo legittima e naturale interrogazione di San Bernardo, ch'io poneva in fronte della mia lettera: an non eligendi ex toto orbe orbem judicaturi? Ben è vero che molte e significative assai sono state le domande di quel non timido cenobita, alle quali nè papa Eugenio nè gli eredi suoi nella tiara trovato ànno, infino al dì d'oggi, buona e adequata risposta.

X.

Ma vediamo in iscorcio i modi più pratici, e insiememente legali, ordinati e pacifici, per conseguire sì grande effetto. Voi col veloce ingegno supplite alla parsimonia di mie parole.

Roma per troppa vecchiezza ormai non à lingua nè moto, e soltanto la paura le rompe alcuna fiata quel sonno a cui torna sì volentieri, e che già piglia sembianza di letargía. Mestieri è, pertanto, che le Chiese sì provinciali e sì nazionali, risveglinsi e parlino, e quanta vena d'acque pure e vitali va disseccandosi in Vaticano, altrettanta ne sgorghi e zampilli per ogni dove del bel giardino cattolico. Concedo, o Signore, che congregare nel lor concilio nazionale i vescovi delle Gallie, o quelli delle Spagne nel loro, e così d'altri popoli, riesca oggi difficilissimo; e forse ai governi rispettivi non gradirebbe il disegno, ed alcuni de' più sospettosi ne impedirebbero l'attuazione. Ciò non ostante, la cosa è da reputarsi per buona e fattibile in sè; e gli esempj nelle storie ne abondano, e la necessità persuade azioni incomparabilmente più malagevoli. Nè mi sgomento a pensare che i concilj nazionali (a condurli con ogni piena e scrupolosa legalità) ricercano l'assenso di Roma. Perchè mal potrebbe esso lungamente e ostinatamente venir negato a un numero grande e concorde di vescovi, ciascuno de' quali è al papa uguale e compagno nell'ordine, e venerabile nella dignità. Ma io stimo e son fermo di credere, che radunanze molto più anguste e men rumorose sieno bastevoli all'uopo. E veramente, per li sinodi diocesani e annuali de' preti, e per li provinciali e triennali de' vescovi (i quali ultimi cominciano appena a farsi vedere oltr'Alpe e oltre Reno), il convocarli ed aprirli non solo va esente dalle concessioni di Roma; ma l'astenersi dal porli in effetto e dar loro favore e incremento, contradice ad una delle più salutevoli disposizioni della Sinodo Tridentina,[51] la quale toccò in questo i termini non del rigore ma dell'indulgenza; conciossiachè dal concilio santissimo di Nicea venivano i vescovi comandati di abboccarsi nella provincia loro due volte per ciascun anno. In tali adunanze, adunque, prescritte non che lecite, da nessuno impedite, agevoli e pronte ad effettuarsi, io scorgo il punto dove consistere, e il germe fecondo vi riconosco d'infinita fruttificazione. Io non sarò presentuoso e inconsiderato da voler qui definire per filo e per segno quello che in seno di essi concilj dee venirsi deliberando. Una sola cosa desidero e spero, e non potendo agli uomini, la chiedo a Dio immortale; e ciò è, che i preti ed i vescovi congregati guardino alla urgenza estrema dei tempi, la misurino tutta quanta è, e di quindi piglino ardire e consiglio.

Che se alcuni di quei congressi (nè parmi speranza eccessiva) l'indole vera de' nostri tempi conosceranno, e nel chiuso dei petti umani s'industrieranno di leggere, e massimamente del clero inferiore, queste parole o le simili a queste addirizzeranno al Pontefice:

XI.

— Un nuovo caldo di evangelico zelo ricerca, Padre Santo, le viscere della Chiesa, e scoppiano qua e là faville di luce nuova. Imperocchè l'anime pie, forte sgomentate delle vaste e crescenti ruine, e trafitte in cuore dell'accidia abituale e immedicabile dei ministri di Dio, pregarono con singhiottoso pianto al Signore, e sclamarono: Vieni da quattro venti, o spirito, e soffia su cotesti morti, e vivano.[52] Però il mondo cristiano non à indietreggiato in sui sentieri di perfezione, e posto à lunga fatica a riempier di beni i famelici, e nell'esaltazione degli umili si è compiaciuto.[53] Se non che (facciasi luogo al vero), quegli ubertosi principj di umanità, di scienza e di sempre crescente prosperità e gloria di nostra stirpe, che il Vangelo va maturando, e quegli eterni ed inessicabili semi di libertà, di fratellanza e d'universale amicizia fra i popoli che la legge d'amore produce, ànno germinato assai meglio ed in maggior copia nell'altrui campo e sotto le mani de' laici, che nelle terre de' Chierici all'ombra stessa del santuario. Posciachè questi, mal ravvisando il lento portato della cristiana carità, sembrano ributtare indietro e combattere fieramente il vivere moderno civile, e l'infinita potenza di bene che vi si cela. Quindi negano che nel suo grembo prosiegua sotto altre sembianze l'effettuazione di quell'annunzio apostolico: Voi a libertà siete chiamati, o fratelli;[54] quindi ricusano di conoscere il decreto sommo e providissimo, il quale dispone che al colmo d'ogni libertà si giunga per la pienezza d'ogni scienza e per la progressiva sublimazione degl'intelletti e dei cuori; essendochè fu promesso che il vero ci farà liberi,[55] e fu comandato all'umano consorzio di ascendere di grado in grado nell'infinito d'ogni eccellenza, tanto che siamo perfetti, siccome il padre celeste è perfetto;[56] e similmente s'infingono di non sapere che il regno di Dio debba avvenire altresì sulla terra;[57] e la città santa debba discendere dall'eccelso acconcia siccome sposa che al suo marito s'adorna; mentre una voce uscente dal trono divino sarà udita sclamare: Ecco il tabernacolo di Dio per mezzo agli uomini, ed egli abiterà con loro, ed essi saranno suo popolo.[58] A tale funesto dissidio è necessità metter fine. Necessità grande si è che i pastori dell'anime, entrando con esse per le inusate e magnifiche vie del secolo, procaccino di divertirle dai precipizj dove, abbandonate da noi e di noi fastidite, rischiano di dirupare.

Può la civiltà senza religione essere altra cosa che apparenza ed orgoglio, ludificazione e rimpianto? e può la fede e la religione divisa dagli abiti della presente vita comune, non riuscire un eccesso di mente solitario e infruttifero, e sembiante al tamarisco che sorge nell'aridità del deserto e in terra abbruciata ed inabitabile?[59] Eziandio è grande necessità, che cotesto verbo evangelico il quale ora udiamo acclamare tra i popoli i loro diritti,[60] e con alte e distinte voci parlare di carità cittadina, di pubbliche e maschie virtudi, e d'universale affrancamento e giustizia; e il quale, come tutte le cose divine, è novissimo e antichissimo a un tempo; echeggi non solo e riverberi negli orecchi della Santità vostra, ma sempre le risuoni vicino; e non possano i motti de' cortigiani e lo strepito delle cancellerie romane sopraffarlo ed estinguerlo, nè altrui cavare della memoria, che servir si debbe in novità di spirito, non in vecchiezza di lettera,[61] e che lo spirito solo vivifica e la lettera uccide.[62] Ei fa bisogno oggimai, che gli eletti e rappresentanti del clero cattolico, e i veri testimonj ed annunziatori del comune ed universale pensiero cristiano, siedano accosto all'eccelsa cattedra vostra, sì che la parola uscente da quella, torni, siccome fu per antico, augusta ed autorevole a tutte le umane prosapie; e sia cessato lo scandalo triste e lamentabile senza fine di vederla accolta assai spesse fiate con muto dolore dai buoni, con non curanza dalle plebi, e con beffevole riso dagli avversarj. Più non è concedibile oggi, che tutto un preclaro e venerando collegio il quale debbe ad una con la Santità vostra reggere e cardinare la Chiesa, esca dall'arbitrante suffragio d'un solo ed unico uomo, sia pure principalissimo e il più degno e onorando di tutti i credenti; perchè all'individua esperienza e all'individuo consiglio di nessun uomo è dato mai di conoscere gl'innumerevoli particolari de' luoghi e delle persone, meglio o altrettanto di quello che li sa e conosce ciascuna Chiesa a rispetto del proprio gregge e nei confini del proprio ovile: però si legge nell'Esodo, Peso è cotesto non dagli omeri tuoi, nè potrai durarlo tu solo.[63] Oltrechè, nei sacri negozj i quali il divino afflato non comanda nè modera egli medesimo, ma sono alla prudenza dell'ordine sacerdotale affidati, non par dubioso che si convenga di governarli oggidì conformemente al genio dei tempi universale e imperioso, ed a cui non apparisce ben validato e sancito verun officio ed atto, quando da libera e larga elezione non pigli origine e forza. E da qual dubio, Padre beatissimo, può rimanere su ciò avviluppata la mente nostra, ricordandoci che nella Chiesa fu massima inviolata e perenne della esemplarissima antichità, dovere ogni qualunque sacro ministro essere conosciuto, amato, desiderato da tutti coloro a cui gli appartiene di comandare? e che altro modo più proprio e più conducente a cotal fine ci avverrà di trovare, se non l'elezione operata da quelli in cui s'adempie il comando? Per fermo, egli è scritto il pastore va davanti al suo gregge, e questo lo seguita perchè conosce la voce sua,[64] e perchè è pasciuto da lui con la spontaneità, e non con la forza.[65] E ciò tutto se per ogni luogo è vero, quanto divien più vero e più certo in risguardo di Roma, dove al presente ogni cosa si va meschiando di cupe passioni e disorbitanti, e quasi si è fatto impossibile serbare giudizio imparziale e mente non preoccupata e libera? Noi scorgiamo con gran dolore, che intorno al seggio pontificale accalcasi una sempre medesima specie e natura di uomini, mossi non rado da private mire e ambizioni, inesperti del rimanente mondo, nati o allevati in iscuole e in dottrine sterili e pedantesche, vuote di vera scienza, traboccanti d'orgoglio, ove la lettera uccide lo spirito e usurpa il luogo della virtù e della sapienza; ondechè ei son fatti un rame risonante e un cembalo che tintinna,[66] e i loro umani comandamenti saranno diradicati come piantagione che non fu opera del padre celeste.[67]

Angoscioso ufficio adempiamo di nudare e trattare le piaghe della sposa di Cristo; ma il cuor nostro si rassicura nel cospetto della verità,[68] e ci bisogna spegnere qualunque temenza di pronunciarla, perchè timore e carità non s'accorda.[69] E come ardiremmo noi di chiudere e sigillare le nostre bocche, vedendo tutto giorno lo studio diligente e infelice che pongono costà i cortigiani e gli scribi, perchè il sommo reggitore dell'orbe cattolico sia sempre una verga pullulata di lor semenzajo, e perchè egli, a vicenda, delle propaggini loro faccia rinfronzire i più eletti luoghi dell'orto di Cristo? Vogliano i cieli misericordiosi disperdere cotale malizia, e confondere il serpe, il quale mordendo la propria coda e sè in se stesso rigirando continuamente, chiude dentro al suo viluppo l'altare e il tempio di Dio. Certo è, beatissimo Padre, che fra quegli uomini e l'altre genti diffuse per le terre cattoliche, sembrano alzate lunghe muraglie e attraversati non valicabili fiumi.

Ma, per ragionare di ciò che il giudicio umano può, circa al proposito nostro, avvisare e provvedere, egli è grandemente mestieri che intorno di voi, supremo gerarca, radunisi, eletto innanzi nel seno d'ogni nazione, un santo concistoro di cherici e vescovi, fiore di tutta cristianità, sale della terra, munito, per così dire, e precinto dello spontaneo voto e mandato delle chiese e dei popoli. Esente egli dalle grette passioni, dalle subite paure, dalle soppiatte carnalità, dalle temporali sollecitudini che in cotesta Roma dànno perpetua battaglia; esente dalle prelatizie vanezze e piacenteríe, ignaro dei sofismi curiali e delle mene e ambagi segretariesche, recherà ai piedi della Santità vostra gli affetti e i consigli sinceri e patenti delle singole comunanze cattoliche; e quivi dinanzi a Voi, con semplicità di cuore e altezza d'intendimento, sponendo ciascuno il proprio concetto; da ultimo, lo spirito inerrante di Dio trarrà da tutti i lor pensieri, siccome da corde di celeste salterio, la mente armonizzata ed unificata della gran Chiesa universale. Ecco, io li adunerò da tutte quante le terre...., e darò loro un sol cuore e una sola via.[70]

Antico adiutorio è questo che noi invochiamo, e alle apostoliche tradizioni affatto conforme: però un consiglio interiore ci ammonisce di sperare in esso altamente. E per solo esso, al conflitto acerbissimo e lacrimabile insorto fra lo Stato ed il Sacerdozio, fra l'Italia e il Papato, fra il governo clericale e le sempre ammutinate e calcitranti provincie, può rinvenirsi buona composizione e durevole accordo; perchè ai degni eletti delle diverse e remote provincie e nazioni poco importando gl'imperj secolareschi e le ricche ed oziose prebende, verrà presto veduto alcun modo di perfetta conciliazione fra la libertà dei popoli, la franchezza d'Italia; e la indipendenza e libertà della Santa Sede, a cui bisogna ugualmente di non obbedire nè alle plebi nè ai principi; i quali con finissima dissimulazione vogliono alla Santità vostra concedere quante più sembianze e mostre e apparati si trovano d'arbitrio e di signoria, e quanta minore sostanza è possibile: però si legge, e lo vestirono di porpora, e gli posero nella destra una canna, e beffandolo s'inginocchiarono. Allora la rinnovata sapienza di Roma, sposandosi ad ogni popolare e civile spirito dell'età nostra, e cessando di riprovare i sentimenti generosi e le aspirazioni magnanime di tanta e si nobil parte dell'umana progenie, un filiale amore, un'osservanza ossequiosa e una dolce e perdurabile maraviglia entrerà in cuore di tutti verso l'apostolico ministero della Santità vostra, e le fornirà schermo e difesa infinitamente migliore che non le armi straniere e il temporale principato. E per fermo, chi più di voi, Maestà spiritale e sovramondana, dee vivere in sospetto e paura di quella sentenza, maledetto l'uomo che confida nell'uomo e s'appoggia a braccio di carne?[71] Nè dee cadere dalla vostra memoria, che la pupilla del profeta vide i re inchinarsi alla donna sedente su molte acque, e con lei fornicare e bevere alla coppa sua; ma scamparla da mezzo ai rischj ed alle ruine già non li vide.

Non può la indipendenza vera e perpetua del sacerdozio d'altronde uscire che dal diritto e incrollabile animo dei pontefici per un lato, e dalla comune coscienza per l'altro delle nazioni civili, la quale professi altamente e insegni e promulghi in tutte le leggi ed insinui in tutti i costumi, essere iniquo e barbarico sturbare e comprimere una potestà immateriale ed inerme, che chiede ai cuori e agl'ingegni suggezione razionale e spontanea, e niun mezzo terreno adopera, salvo la parola e l'esempio. Che se dalle Chiese adunate innanzi alla Paternità vostra uscirà sapiente e libera quella parola, non è sui monti di Dio così bene eretta e fondata, nè così d'armi e palvesi celesti guernita la torre di Dávide, come sarà la seggia vostra immortale e l'impero del Vaticano.

Noi confessiamo riverenti, che in Voi, santissimo Padre, è il colmo d'ogni dignità e la plenitudine d'ogni giurisdizione; e sappiamo che lassù prega Cristo Signore perchè la vostra fede detrimento non soffra. Ma si consideri benignamente da Voi la umiltà degli Apostoli, pieni d'infallibile verbo, i quali ciò non pertanto convocata la moltitudine dei credenti, dicevano loro: Avvisate di elegger fra voi sette uomini...... acciocchè noi li costituiamo nel ministerio del diaconato.[72]

Piacciavi, dunque, non che di permettere, ma sibbene di comandare e sollecitare la pronta convocazione dei nazionali concilj, dovunque non gl'interdica la legge secolare e scandalo non ne segua. E ad ogni modo, prescriva la Beatitudine vostra da per tutto ove ancora è bisogno, e con istudio e cura solerte e diligentissima instighi e affretti la esecuzione piena e fedele del canone tridentino, il qual vuole s'adunino per ogni luogo ed ogni anno le Sinodi diocesane (quotannis); le provinciali de' Vescovi una volta almeno (saltem) in ciascun triennio! Sia prescritto parimente e raccomandato dall'oracolo vostro, ch'elle si pongano quanto più possono, e per ogni onesta e spedita maniera, in commercio di mente e d'affetto fra loro; talchè i pensieri, le proposte, le controversie, gli scrutinj, le deliberazioni e le opere s'accostino fra tutte esse alla maggiore unità di concetto, di proponimento e di metodo. Essendo, certissimamente, che loro spetta di avverare la sentenza di Paolo: che siccome non v'à nei cieli più che un Signore Iddio, così nella Chiesa v'à un solo corpo ed un solo spirito;[73] e Similmente, elle debbono procacciare che sia la preghiera di Cristo esaudita, di rendere tutti i discepoli suoi una cosa sola.[74]

Fatto ciò, noi supplichiamo l'alto datore e dispensatore dei lumi, perchè a Voi persuada fermissimamente e con giudicio immutabile, di comandare a ciascuna di quelle pie radunanze d'eleggere fra' suoi più illustri e specchiati per virtù e sapienza, uno o parecchi, i quali sieno nunzj e rappresentatori di lei appo la vostra eccelsa persona. Quindi, convenuti a grave consulta innanzi di Voi, con Voi riposatamente e con apostolica libertà e zelo ragionino della salute universa del cattolico gregge. Ma, principalmente, e per ufficio e mandato espresso e particolare, discutano del modo più degno e più pronto e meglio operabile di comporre in futuro appresso la cattedra santa di Pietro, un Concistoro elettivo, da tutte le Chiese costituito, interprete verace ed eloquente di tutte, e il quale partecipi ciascun giorno al vostro magno ministero, e regga in Laterano le vostre braccia, non per isconfiggere e vincere alcuno, ma per benedire e letificare ogni umana generazione. Così liberamente appresso di Voi radunato il popolo d'Israel, acceso di fiamma profetica e tristo a morte delle accumulate ruine di Gerosolima, porrà mano tutto lieto e concorde a riedificare sulla pianta loro stessa l'altare e il tempio di Dio.[75]

XII.

Vere e franche parole, direte voi, ma chi vorrà proferirle? Rispondo: proferiránnole prima pubblicamente le lingue dei savj, e nel secreto de' lor pensieri i chierici ricreduti e buoni; che oggimai sommano gran moltitudine, e da per tutto ve n'à uno scelto drappello. A quelle lingue (se trombe del vero) converrà pure che schiudan l'orecchie dell'animo i prelati più modesti e sinceri di tutta cristianità, e a cui le riforme non pesano e non mettono sbigottimento: nè coloro che arieggiano tanto o quanto all'arcivescovo di Parigi, sono sì scarsi al dì d'oggi; e il novero non può scemare, anzi è fatale che cresca. Perocchè, dove non resistono gl'interessi, entra e invade la generale opinione; e questa oggi è ricevuta dal clero, non fatta; e chi la fa, desidera quel medesimo che voi ed io desideriamo.

Ora, ponete che i Sinodi diocesani ed i provinciali moltiplichino; le discussioni sdrúcciolino quivi bel bello in tale argomento, e il discorso popolare se ne occupi e se ne infiammi; ponete che l'esigenze dei tempi s'aggravino; le strettezze di Roma s'addoppino, le sue sorti precipitino, la sua smoderanza e gli errori spesseggino, come suole avvenire ad ogni istituto scassinato e cadente. Fate che i Sinodi, come par naturale, assicurino ai meno arrischiati e più circospetti libertà onesta di parlare e di consigliare; e che l'oscitanza e l'ignavia di gran porzione del clero sia vinta e sforzata, e la sua muta e timida sottomissione abbia termine; ed ei si risenta alcun poco, e parli e supplichi con voce riverente bensì, ma concorde e robusta, e non mai discontinua: tutte cose, chi ben le stima, che il secolo nostro apparecchia e trae seco quasi per mano. Fate che da alcuni reggimenti più popolari (e già gli Svizzeri ne ragionano) venga restituito alle parocchie il diritto di eleggere o di proporre per lo manco i proprj rettori: esempio ne' nostri giorni impossibile a tenere occulto, e senza efficacia d'imitazione. Fate, da ultimo, che a ciascun uomo, ed ai governi e ai principi, non meno che alle popolazioni compaja verissimo, siccome pur troppo è, nulla concessione, riforma ed innovazione, potersi più oltre aspettare da Roma, quasi per paura e viltà impietrita; e questa sola ed unica via che noi indichiamo, rimanere sgombra e non intercisa, e dare varco e passaggio ad ogni ammenda, ad ogni salute, ad ogni conseguibile grado di perfezione nella Chiesa e nel mondo; e la cosa, da speculativa e ipotetica, piglierà certamente aspetto compiuto di certa e non transitoria realità.

Io stringo, mio riverito Signore, ogni concetto in uno, e concludo: o nessun partito e nessuna prudenza è buona e bastevole in tale materia, perchè l'agita e la governa lo sdegno di Dio: ovvero è bisogno che la presente prelatura romana si rimpasti e rinsanguini tutta, e muti gran parte degli ordini suoi; e però faccia luogo a un santo e dotto sinedrio, scelto e inviato alla città eterna da tutte le Chiese cattoliche, per essere squille di verità, e nell'universo intero dispanderla e celebrarla.

Crispo Salustio, interrogato da Cesare sul riformare lo Stato e il governo di Roma, provavagli con gran saldezza, doversi cominciare, anzi tutto, dal condurre in quella nuove schiatte di cittadini. Ora, io dico ed affermo: chi vuol correggere e riformare la Roma moderna pontificale, dia nuovi abitatori a Monte Cavallo.

Di Genova, li 10 di novembre del 1850.