SULLA VERITÀ NELLA POLITICA.
28 marzo 1849.
Una sentenza magnifica si va ripetendo da molti; e questa è, che il fondamento d'ogni sistema politico e d'ogni forma di governo debb'essere la verità. Noi pigliamo volentieri in parola tutti coloro che pronunziano e propagano oggi con gravità e sussiego, tale aurea sentenza, e desideriamo forte che i fatti non vengano a contraddirli giammai. Intanto prenderemo arbitrio di far loro qualche discreta interrogazione, per levar di mezzo i dubj e gli scrupoli che ci molestano, e forse contro ragione.
E prima, chiederemo se certi repubblicani, quando parlano di libertà, esprimono il vero od il falso; perchè da una parte accusano ogni governo costituzionale di fondarsi sulle finzioni, e d'impedire e sopprimere molte preziose franchigie; dall'altra, pervenuti essi al comando e póstisi alla prova del maneggiare lo Stato, si vede troppo sovente che la violenza occupa il luogo del diritto. Chiediamo di poi, se operandosi e favellandosi sempre in nome del popolo, qualora la grande pluralità di questo o non curi o dissenta o dispregi, sia mettere innanzi una verità od una menzogna. Chiediamo se lo spacciare per effettivo e legittimo il suffragio universale, qualora in moltissimi luoghi consista nel voto di poche dozzine di uomini, e in altri venga indettato e manipolato dai capi soli di un partito, non debba considerarsi come una certa e patente finzione. Chiediamo se le ballottazioni e se gli scrutinj parlamentarj, eseguiti con pochissima libertà e sotto l'influsso prepotente e continuo di un clamoroso uditorio, debbansi reputare sinceri e spontanei, o rassegnare anch'essi più giustamente nel novero delle finzioni. Chiediamo se l'imporre ad un popolo alcuna forma di politico reggimento, alla quale si sa e vede che la più parte di lui mal volentieri aderisce, e per la quale non è per niente apparecchiato e disposto, sia un recare ingiuria alla verità od un soddisfarla. Infine, ci sentiamo astretti di chiedere con istanza e premura, se da un lato il gridare guerra e indipendenza della patria comune, e dall'altro il produrre uno stato di cose che a quella guerra non si confà, e sturba e difficulta l'unione di tutti gli animi, venga a fondare la Causa italiana nel vero o nel falso.
Noi frattanto non taceremo, che da questo cumulo appunto di dissimulazioni e menzogne nasce lo sconforto e il disdegno generale dei buoni; perlochè temiamo con gran ragione che il popolo se ne stanchi, e pigli ad odiare ed a fastidire la libertà; od almeno si lasci andare al dubio, all'indifferenza, all'irrisione e allo scherno, rinfacciandoci mille superbe promesse, e gridando ad una voce: d'ogni cosa i liberali ànno mentito; promettevano la libertà e ci dierono la violenza; promettevano un buono e santo governo, e ci dieron lo scredito, la povertà, la discordia e l'universale scontentezza.
(Dalla Speranza dell'Epoca.)
INVITO ALLA CONCILIAZIONE.[41]
3 aprile 1849.
Poc'arte e poca dissimulazione bisognerebbe affine di dare al nostro Periodico una sembianza vistosa e gradevole a tutti coloro i quali può la sventura d'Italia mettere in grado fra breve di dispensare dignità ed onori. Ma nessun'arte, nessuna dissimulazione si occulterà mai nelle nostre parole; a cagione che l'intento a cui miriamo è purissimo, e non abbiamo chiesto nulla e nulla aspettato da verun partito. Pregati alcuni di noi e sollecitati a condurre a bene la cosa pubblica, il fecero con lealtà e zelo, usando temperanza e longanimità, insino al punto che non ne venivano offesi i principj da lor professati; ed onesto fu l'uscire come l'entrare, perchè l'orgoglio e l'ambizione non daranno mai crollo alle nostre coscienze. Già disse un Greco, essere troppo rara fortuna veder salire la filosofia accanto al seggio de' principi. Noi diciamo che altrettanto è raro veder salire la libertà vera e compiuta accosto al seggio d'ogni maniera di governanti; perchè, in genere, le passioni, gl'interessi ed il fanatismo così avversano la libertà, come s'insinuano di leggieri nel cuor de' potenti. Da questo deduciamo, che sarà forse ufficio nostro perpetuo lo sgradire ai dominanti e censurarne le opere; ma non muterà per ciò la Impresa che noi scegliemmo, e nella quale sta scritto a grandi lettere d'oro: Tutta la libertà, e per tutti. Ciò basti a significare con piena sincerità e franchezza le nostre intenzioni, delle quali peraltro crediamo istruito e persuaso ciascuno che ci conosce. Il sindacato ch'esercitiamo sugli atti di coloro da' quali al presente riceve il nostro paese e leggi e comandi, non vuol ferire le persone, e non dubita del buon volere. L'inesperienza, la giovinezza, l'accensione dell'animo, l'esorbitanze della fazione contraria scusano per avventura fra noi la più parte dei neo-montagnardi, che, senza troppo avvedersene, menan le cose alla peggio. Ma ci è forza di accusare e di rampognare i frequenti e gravissimi loro sbagli, affine che il popolo, affatto nuovo alla vita politica, odiando la licenza, non odii la libertà, e non confonda la interezza e generosità dei principj con l'uso improvido che alcuno ne fa. Del rimanente, noi sappiamo distinguere i tempi ed i casi; e quella nuda schiettezza di parole o acerbità di giudizio che jeri conveniva assai bene contro la baldanza e la presunzione, può disdire quest'oggi, che le vicende, pur troppo, sono mutate. Noi, certo, non insultiamo la sventura e l'abbassamento di alcuno, non solo perchè è la pessima delle vigliaccherie, ma perchè insulteremmo eziandio noi stessi, colpiti quanti altri mai e crudelmente trafitti dal comune infortunio. Sventura grave non è che una forma di governo perisca, ovvero che tali uomini invece di tali altri ascendano in alto e braveggino. Ma sventura somma e terribile è che la santa Causa Italiana pericoli d'estrema ruina nei campi della Sesia. E tanto siamo alieni dalla volontà di redarguire e recriminare, e dallo spargere tossico sulle ferite dell'animo, che a noi sembra nessun cittadino essere in fatto esente di colpa, e tutti dover confessarsi di molti errori in faccia alle nuove sciagure d'Italia. E che? i moderati ànno forse molto meno degli altri fallito? Ma se nella schiera numerosissima de' moderati fosse comparso di buon'ora quel coraggio civile, quella vigorezza assennata, e quel risolvere pronto e reciso che alle dure emergenze de' tempi si confaceva, sarebbe forse l'Italia trascorsa agli estremi? avrebbero avuto voce o séguito gli ultra-democratici? Sarebbesi ogni cosa empiuta di sospetto, di diffidenza e di confusione? Adunque, candidamente si dica: Iliacos intra muros peccatur et extra; e siamo l'uno inverso l'altro indulgenti e benigni. Purghiamo i nostri affetti e le nostre opinioni nel comune dolore. Poco è naturale, ed anzi impossibile, che scordando affatto noi stessi, e solo pensando e lacrimando d'Italia, Dio non ispiri le menti nostre, e non le consocii e affratelli in qualche concetto salutare, in qualche generosa risoluzione, che a tutti i buoni Italiani debba ugualmente gradire, e venir da tutti voluta e operata con quella pronta efficacia che le paurose necessità della patria dimandano.
(Dalla Speranza dell'Epoca.)