La nuova situazione della Grecia nel mondo.

La Grecia classica non ha a tutta prima la sensazione dell’abisso, in cui il nuovo rivolgimento del mondo la trascina. A tutta prima, l’inopinato rifiorire del vecchio Oriente sembra apportarle del bene. Il nuovo Paese, che sorge d’improvviso alle sue spalle, mancante di tutto e di tutto bramoso, par che ridesti la sua dormiente attività, che ridoni nuovi sbocchi e nuove clientele ai suoi mercati. Nei dieci anni di pacifico governo di Demetrio il Falereo, dal 317 al 307, rivive in Atene, ancora una volta, lo splendore di tempi oramai trapassati[267]. Non è solo il buon governo del suo improvvisato signore a colorare di luci rosee quel tramonto, che pure ha le sembianze di una nuova aurora. È il reflesso mendace del primo irradiarsi dell’ellenismo sul mondo. D’altro canto, l’acuta penuria di terre, di lavoro, l’eccesso di popolazione, di cui fin ora la Grecia ha sofferto, sembrano alleviarsi. Gli emigranti, che si recano all’estero, vendono a buon prezzo le loro terre; molte famiglie in patria inaridiscono, si spengono, e i loro beni vanno a ingrossare il patrimonio dei congiunti dei rami collaterali. Ma, appena le grandi città ellenistiche hanno oltrepassato il breve periodo critico dell’adolescenza, le concepite illusioni sfioriscono una dopo l’altra. Se finora Atene, come un dì la magnificava Senofonte[268], è stata l’umbilico del mondo civile, e le sue navi hanno potuto con eguale facilità toccare la Sicilia greca, la greca Napoli, il medio Adriatico, le città tracie, la Cirenaica, l’Asia Minore, Cipro, ora non più! Ora il mondo si è disteso assai più ad Oriente di un tempo. Ora Atene non è al centro, ma in un angolo dell’antico oichouméne[269]. Il nuovo ordito stradale, che i sovrani ellenistici vanno allacciando, consolida questa inferiorità, ch’è poi, in fondo, l’inferiorità di tutta la Grecia classica, dalla quale non si salvano che per breve ora alcune sue stazioni isolate: Corinto, grazie alla sua incomparabile situazione di regina di due mari e al suo privilegio di residenza greca dei monarchi macedoni[270], Rodi e qualcuna delle città costiere dell’Asia Minore, grazie alla minor distanza dal cuore del nuovo mondo[271]; poi, dopo la violenta, romana decapitazione di Corinto e di Rodi, Delo, diventa centro vitale del commercio italico nell’Egeo[272]. Ma non si tratta di splendori durevoli, nè di nuovi grandiosi centri di produzione o di civiltà, sibbene di effimeri porti e di stazioni marittime, che nulla hanno a competere con le rivali dell’Occidente e dell’Oriente, di brevi ed anguste vie di transito ad altri mercati e di prodotti altrui.

Le stoffe seriche, fin ora uscite dalle frequenti fabbriche di Coo, scompaiono poco a poco dinanzi all’affluire di quelle che provengono dall’Estremo Oriente[273]; l’Argolide e la Laconia chiudono, una dopo l’altra, le sonanti fabbriche di armi[274]; le miniere, di ferro e di rame, dell’Eubea vengono abbandonate[275]; l’arte del bronzo e delle chincaglierie si spegne in quella Egina, che ne era andata per secoli gloriosa[276]; le officine artistiche di Sicione si fanno deserte[277]; Atene — la stessa Atene — abbandona per sempre le sue ricche miniere di Laurio e le secolari industrie ceramiche[278]. Di quali materie — ripetiamo —, di quali prodotti naturali, di quali speciali attività poteva la Grecia disporre, che la mettessero in grado di resistere alla nuova concorrenza dell’Oriente e dell’Occidente?

Per altro lo sforzo stesso della conquista di un mondo nuovo si è rivolto contro il vecchio mondo, che l’ha intrapresa e miracolosamente condotta a termine. Le grandi e medie proprietà, che in Grecia ora si ricostituiscono, finiscono col mancare di braccia, e i loro prodotti non trovano più compratori. Per tal modo l’agricoltura, viene man mano abbandonata e cede il posto alla pastorizia o al deserto. È lo spettacolo, che offrono la Tessaglia, l’Attica, e, in modo ancora più impressionante, l’Eubea. Anche le città greche del Mar Nero, un giorno opulente esportatrici di cereali, prive della loro clientela, battute dalla insuperabile concorrenza dell’Egitto, dell’Africa e del nuovo Occidente, riducono poco a poco le tradizionali colture[279].

I piccoli proprietari vanno in rovina, e sono costretti a vendere il loro boccone di terra, ad emigrare, o ad arrolarsi quali mercenari. Taluni cedono altrui la propria terra, e restano come fittavoli sul podere, che un tempo era stato dei loro padri, o pigliano in fitto le terre, che i grandi proprietari o i templi pongono in aggiudicazione. Ma la terra non rende più. Il fitto ingoia il ricavato della vendita dei prodotti. È il fenomeno di cui ci sono documento terribile i conti dei beni del tempio di Delo nel periodo ellenistico[280]. Così i nuovi fittavoli precipitano tra la folla dei debitori; il loro raccolto è sequestrato; il lavoro dell’anno successivo, ipotecato dai debiti e dai suoi gravosi interessi.

Di contro a questa poveraglia rurale, andata in rovina, i pochi fortunati grandi proprietari del tempo passano la loro vita, come i baroni medioevali, banchettando e bevendo, litigando a mano armata o ricercando i più bassi godimenti, bramosi di scordarsi nell’ebbrezza delle miserie che li circondano, dei pericoli che li attendono[281].

Un fenomeno analogo ricorre nell’industria. Le officine si sono chiuse, e gli schiavi operai sono stati ridotti di numero. Ma non ci sono più operai liberi. Essi sono quasi tutti emigrati, e gli industriali non possono mai sapere se i pochi superstiti rimarranno al loro servizio fino al termine del lavoro intrapreso. Manca il lavoro e manca, al tempo stesso, la mano d’opera. I salarî sono assai più bassi che nel periodo classico[282], e intanto la messa in circolazione delle ingenti riserve auree dell’Oriente ha provocato una diminuzione della potenza di acquisto della moneta, ossia un accrescimento generale dei prezzi. Si hanno, nel IV-III secolo a. C., sensibili rincari dei cereali, del vino, dell’olio, del bestiame[283], e, in corrispondenza, di tutti gli altri generi, senza che il Paese trovi in se medesimo la forza di rimediare, giacchè, pur troppo, contemporaneamente, si svolge l’altra, parallela crisi, commerciale e industriale, e infieriscono ovunque le crudeli guerre dei Diadochi e degli Epigoni.

Quell’impoverimento, quell’indebitamento generale della Grecia nei secoli IV-III, che noi abbiamo visto dipendere da tante altre cause, e che continuerà ad essere il tratto caratteristico dell’economia del Paese nei due secoli successivi[284], dipende anche da questa impossibilità di lavorare, di guadagnare, di vivere.

Tale è la Grecia, nella quale, a mezzo il II secolo a. C. s’abbatte la nuova egemonia mediterranea romana, per assestarle l’ultimo colpo: sola, povera, relegata in un angolo del mondo, tagliata fuori dalle grandi arterie commerciali, vuotantesi d’uomini e di energie, invasa già dal rigore e dal gelo della morte. Nelle frequenti menzioni di Paesi, d’ora innanzi in rapporti commerciali con Roma, la Grecia non serba più che l’ultimo posto. Roma commercerà con la Sicilia, l’Africa, le regioni dell’Europa settentrionale e occidentale, l’Arabia, la Siria, la Persia, le Indie; poco o nulla con la patria di Epaminonda e di Temistocle[285]. Tutti i Paesi, un tempo soggetti all’impero del commercio ellenico, le coste dell’Egeo e del Mediterraneo, la Spagna, l’Italia, la Sicilia, la Libia, l’Egitto e l’Asia Minore[286], subiscono ora altri dominî ed altri dominatori, e signoreggiano essi stessi i territorî della Grecia classica. Atene, mutila d’industrie e di commerci, si adatta a vivere delle benevoli oblazioni di quei Romani, che vi dispenseranno regolarmente frumento, vi istituiranno dotazioni alimentari e ne pagheranno i giuochi pubblici. I mercati dell’Impero romano obliano, o quasi, gli antichi olii e gli antichi vini dell’Egeo[287]; e le frequenti strade, militari o commerciali, riattate o costrutte ex novo rimangono lontane da questa penisola, un tempo sorrisa dal bacio della prosperità e della gloria.

Nuove strade si apriranno in Palestina, in Egitto, nella provincia d’Africa, tra l’Italia e l’Europa centrale, in Ispagna, nelle Gallie, in Britannia, in Tracia, in Asia Minore, in Siria. La Grecia rimane tagliata fuori dall’empito di tante arterie di vita[288], se ne togli un tragitto attraverso le montagne dell’Epiro, paese che i Greci, veramente, non avevano mai considerato come ellenico.

Per mare e per terra risorgono la pirateria e il brigantaggio dei tempi primitivi, che l’intensa attività del commercio ellenico avevano fugato[289]. Ma i mercati e le grandi fiere, che un tempo, in giorni determinati, adunavano e agitavano tutta la nazione, dispaiono; sedi di fiere e di mercati sono divenute l’Africa, l’Oriente, l’Europa occidentale[290]. L’industria arena, regredisce all’originaria fase domestica; priva di sbocchi e di avvenire, si accontenta di bastare alla meno peggio ai bisogni locali.

Si maturava, esclama un moderno, un processo d’involuzione analogo a quello che subirebbe l’Inghilterra, ove perdesse d’un tratto la sua egemonia, commerciale e industriale, e scendesse al grado di Paese di secondaria importanza. Ricorreva, in anticipazione di secoli, quell’identico processo storico, che subiranno, con analoghe conseguenze, fra quindici secoli, alla scoperta dell’America, tutti i Paesi mediterranei. E come allora la prosperità e la fortuna passeranno dalle Repubbliche marinare dell’Italia alle città spagnuole, portoghesi, francesi, olandesi; dagli emporî meridionali a quelli occidentali dell’Europa moderna[291], così, ora alla nuova scoperta dell’Oriente ellenistico e della più giovane Europa occidentale, l’asse del mondo si sposta, dalla Grecia e dalla Magna Grecia, verso l’Asia, l’Egitto, l’Africa, l’Atlantico, provocando la decadenza delle nazioni, dalle cui sponde la Fortuna aveva esulato per sempre.