I.
Teodosio II. moriva nel 450. In quell’anno stesso, spirava l’ultima figliuola di Teodosio il grande, colei, che, per circa cinque lustri, aveva, quale reggente di Valentiniano III., tenuto il governo della sezione occidentale dell’impero. Nel 451, Attila invadeva coi suoi Unni l’Europa; nel 452, penetrava in Italia, e non è del tutto inaccettabile la tradizione che, in quella sua corsa rovinosa attraverso la penisola, egli vi abbia vagheggiato un piano radicale di distruzione del romanesimo[738]. Nel 455, invadevano l’Italia e Roma stessa i Vandali d’Africa. Dal 455 al 476 si susseguivano otto imperatori, eletti e deposti, con alterna ironia, da generali barbari — figure senza energia, strumenti di volontà non proprie. Così si giunge al 476, l’anno in cui suole segnarsi la fine dell’impero romano d’Occidente. Ma questa data, che ha un mero valore cronologico, non può essere quella, a cui debbono arrestarsi le nostre ricerche sui rapporti tra lo Stato e l’istruzione pubblica nell’impero romano. Allorquando Odoacre assumerà il governo d’Italia e rimanderà la porpora e il diadema all’imperatore dell’Oriente, tacito invito a un governo nominale sull’Occidente, l’autorità di questo principe, su questa parte dell’Europa, non cesserà, ma continuerà nella identica misura, in cui da parecchi lustri essa si esercitava. E, subito dopo, Teodorico, re degli Ostrogoti, venuto a spodestare Odoacre, dichiarerà di compiere l’impresa in nome dell’imperatore di Oriente, e lascerà intatto l’ordinamento dell’Italia, e gl’imperatori lo nomineranno loro luogotenente, confermandone gli atti suoi e dei successori, e continueranno a legiferare per l’una e l’altra sezione dell’impero, come su proprio immutato possesso[739]. Meglio ancora, qualcuno tra essi tornerà a tenere, per non brevi anni, nel suo pugno, le sorti di tutto l’impero.
Fino a Giustiniano, dunque, l’unità ideale e politica dell’impero romano non è rotta teoricamente, e, praticamente, essa lo è tanto, o tanto poco, quanto sin dalla morte di Teodosio il grande. Ancora nei secoli V. e VI., Roma è uno dei due centri, donde irraggia, sui resti dell’impero occidentale romano, tutta l’autorità, di cui un tempo disponevano gl’imperatori; e i re barbari, soggiornanti in Italia, avranno cura di proseguirne scrupolosamente la politica.
Ma se questo si può dire dell’Occidente, ancora più forti sono le ragioni, che ci inducono a inoltrarci fin nel secolo VI. della storia dell’Oriente. Il regno di Giustiniano è l’ultimo grande atto della portentosa trilogia della vita ideale di Roma, e le sue vicende scolastiche vi assegnano un’importanza capitale nella storia dell’insegnamento. Giustiniano, come vedremo, applica, anche a questo campo dell’amministrazione, tutti i criterii dominanti la politica generale dello Stato e porta alle estreme conclusioni quelle tendenze, che, nei rapporti della istruzione pubblica, si erano da tempo manifestate e avevano, con Teodosio II., avuto una così significante espressione. Riesce dunque impossibile allo storico, che si occupi dei fenomeni, che noi andiamo in queste pagine rievocando, arrestarsi alle soglie del secolo VI. Ma, se così evidenti sono i motivi che ci sospingono a penetrare fin nel cuore del VI. secolo della storia dell’impero romano d’Oriente, non altrettanto invincibili sono quelli, che ci inducono ad arrestarci a questo momento. La barriera cronologica, che si suole fissare alla morte di Giustiniano, non poggia sulla realtà dei fatti; essa corrisponde solo a una inveterata distinzione fra storia del pensiero greco e storia del pensiero bizantino, anch’essa sprovvista di ogni valore ideale[740]. Ma la forza della consuetudine e le sue esigenze sono ormai troppo grandi, perchè sia lecito violarle in una trattazione d’argomento così particolare, e questa ragion pratica è la sola ad impedire che la nostra esposizione prosegua, per l’Oriente, oltre la seconda metà del VI. secolo di Cristo, oltre cioè la fine del governo di Giustiniano.