XV.

Quello che è a dirsi delle sorti dell’istruzione fisica, sotto l’ultimo degli imperatori Claudii, non differisce — lo accennammo — gran fatto da ciò che sarebbe a dire dell’istruzione musicale.

È noto come, già fin dal II. secolo a. C., la musica greca fosse prevalsa assolutamente sulla romana, e come, fin da quel tempo, lentamente, ma tenacemente, l’amore della sua cultura si diffondesse per l’Italia romana[150]. È evidente in che alta misura il nuovo regime imperiale dovesse favorire l’amore degli spettacoli musicali e l’apprendimento delle discipline che vi si riferiscono. La cresciuta ricchezza, la pace interna, lo sfarzo naturale delle corti principesche, che le classi aristocratiche, avrebbero voluto imitare, il contatto con nuove e antichissime civiltà e con società, squisitamente dotate di senso musicale, tutto contribuiva a tale risultato.

Come invero la conquista della Grecia aveva, nella società romana, portato la diffusione della musica greca, così la conquista dell’Egitto determinò in Occidente l’invasione del ballo e della musica istrumentale alessandrina.

L’età di Augusto inaugura infatti l’êra delle pantomine, genere di spettacolo ancora ignoto ai Romani, costituito da una schiera di ballerini e da accompagnamento di canti corali e di musica orchestrale, che di lì a poco occuperà nella vita antica lo stesso posto, che nella nostra occupa l’opera[151]. Cotali orchestre dettero man mano luogo a veri e propri concerti — pubblici e privati — indipendenti da ogni rappresentazione teatrale, e fu questa una delle grandi manìe della corte e delle case aristocratiche sin dai primi anni dell’impero[152].

Alle rappresentazioni filodrammatiche ed ai concerti, gli imperatori aggiunsero i concorsi musicali. A perpetuare il ricordo di Azio, Augusto istituì a Nicopoli — nella Città della vittoria — gare di musica, che presero regolarmente posto accanto ai quattro agoni tradizionali. Lo stesso egli fece a Pergamo;[153] e a Roma, nel 17 a. C., la celebrazione di quei ludi saeculares, dei quali — nel suo pensiero — nulla più grande l’umanità aveva veduto e mai più doveva rivedere[154], fu coronata da uno spettacolo prettamente musicale, il Carmen saeculare, dettato da Orazio e cantato da un coro di 27 fanciulli e 27 fanciulle romane[155].

Degli imperatori, che succedettero ad Augusto e dei principi di casa Giulio-Claudia, parecchi protessero, e coltivarono apertamente, l’arte musicale: Caligola, Tito, Britannico[156], Claudio; e i ludi saeculares, celebrati da quest’ultimo, ebbero anche i trattenimenti musicali, che avevano allietato quelli di Augusto[157]. Ma chi dà il maggiore degli impulsi a quell’arte e alla sua cultura fu, come per altre cose, Nerone.

Nerone non amava passare per dilettante, pretendeva essere un artista di valore. Appena sul trono, chiamò il famoso citaredo Terpino e studiò disperatamente canto e musica. Nel 59 si produce, come poeta e come citaredo, nelle feste Iuvenalia, da lui istituite;[158] nel 60, bandisce i giuochi neroniani, le cui gare musicali formavano uno dei punti più importanti del programma;[159] nel 64, a Napoli, debutta in teatro, cantando sulla cetra una melodia greca, e il suo entusiasmo, quel giorno, è tale da non fargli interrompere la festa, neanche al sopravvenire di un terremoto[160]; nel 65, si produce in Roma, nel teatro di Pompeo, nell’agone quinquennale da lui stesso istituito[161]; nel 66, intraprende la sua grande tournée artistica in Grecia, ove allieta, e onora, del suo canto Olimpia, Delfo, i giuochi istmici[162]. E già, in fin di vita, fa voto di celebrare la vittoria contro Galba con giuochi, in cui avrebbe suonato l’organo, la cornamusa, cantato in coro e rappresentato per ultimo, in pantomima, il Turnus di Virgilio.[163].

Quale fosse l’impulso, che Nerone e i suoi predecessori erano così venuti a dare alla musica e alla istruzione musicale della gioventù, noi lo possiamo constatare fin da questo tempo. Ci limiteremo a fornire, fra le tante, qualche prova.

Nerone volle che i componenti l’aristocrazia partecipassero alle rappresentazioni teatrali, come attori, e allorquando — narra un contemporaneo alquanto misoneista — Nerone istituì i suoi Iuvenalia, «tutti i cittadini indistintamente vi si inscrissero. Nè la nascita, nè l’età, nè il riguardo di antichi onori rivestiti impedirono ad alcuno di esercitare il mestiere di istrione greco o latino, e di imitarne i gesti e i canti meno degni di uomini. Perfino delle donne illustri per nascita si compiacquero esercitarsi in simili sconcezze». «Di là si diffusero la sregolatezza e l’infamia, nè mai altra volta i già corrotti costumi furono più gravemente sommersi in tanta vergogna.[164]» E meditando, e rimpiangendo, sulla decadenza effettiva degli studii filosofici, uno stoico, e non dei più rigidi, esclama: «Ma quante cure invece perchè il nome di un qualunque pantomimo non perisca! La dinastia dei Pilade e dei Batillo sta salda nei successori. Di queste arti sono numerosi i cultori, numerosi i maestri. Ogni casa ha un palcoscenico, e questo risuona continuamente di danze, a cui partecipano, e in cui gareggiano, individui di ambo i sessi».[165]

Roma è già in questi anni invasa di frenesia per l’apprendimento della musica, della danza, del canto, e ad essa, da ogni angolo della Grecia e dell’Asia ellenizzata, affluiscono musici e virtuosi. Le scuole di musica sono tra le più frequentate[166]. Eccellono per zelo le signore dell’aristocrazia, e, allorquando l’autore dell’Apocalisse vorrà, in quel tempo, lanciare, come il suo angelo, la peggiore delle qualifiche contro la città maledetta, la definirà senz’altro città di musicanti, di citaredi, di suonatori di flauti e di trombettieri.[167]