a. 1222
L'anno 1222 furono colmate dai Bolognesi e Faentini le fosse della città di Imola, e ne furon portate le porte a Bologna. E lo stesso anno, a Reggio si sentì una fortissima scossa di terremoto, mentre Nicolò Vescovo di Reggio predicava nella chiesa maggiore di S. Maria; e fu sentito anche per tutta Lombardia e Toscana, e fu detto specialmente terremoto di Brescia, perchè ivi si fece sentire più terribilmente; sicchè fuggiti i Bresciani dalla città, se ne stavano all'aperto sotto padiglioni per non morire sepolti sotto le ruine delle case. E ne ruinarono molte case, torri e castelli de' Bresciani; i quali poi si erano tanto addomesticati con quel terremoto, che quando cadeva il pinacolo d'una torre, o una casa, stavano a guardare e scrosciavano dalle risa. Onde un tale disse in versi:
Mille ducentis viginti Christe duobus,
Postquam sumpsisti carnem, currentibus annis
Talia fecisti miracula Rex benedicte:
Stella comis variis augusti fine refulsit;
Septembris pluvia vites submersit et uvas,
Destruxitque domos, fluvii de more rapacis;
Lunaque passa fuit eclypsim mense novembris;
Christi natalis media quasi luce diei
Terra dedit gemitus rugiens, tremuitque frequenter;
Tecta cadunt, urbes quassantur, templa ruerunt;
Exanimes dominos fecerunt moenia multos;
Flumina mutarunt cursum repetentia fontes.
L'anno mille e dugento e venti e due
Dacchè vestisti le mortali spoglie,
Queste rifulser maraviglie tue,
O Re di quanto in terra e in ciel s'accoglie.
L'arso Lion suo regno al fin volgea
E il crin chiomata stella all'aura sciolse;
La vergine dal grembo acque scotea
E i tralci e l'uve ne percosse e tolse;
E l'onde in fiume accolte, alto, vorace,
Del colono atterraro il dolce albergo;
Vide lo Scorpio la notturna face
Ritrarsi oscura della terra a tergo;
E in mezzo al dì che a noi ti fe' palese,
Scossa tremò fra gemiti la terra,
Mugghiò, ruggì a lunghe e più riprese
Come ne fosse ogni elemento in guerra.
Case crollar, crollar cittadi e tempi;
Su l'ospite l'ostel di sè fe' monte,
E i fiumi ancor con inauditi esempi
Fuggir ritrosi a ricercar lor fonte.
Mia madre era usa a dirmi che quando tirò quel terremoto io era nella mia cuna: ed essa si pigliò le mie due sorelle, ciascuna sotto un'ascella, perocchè erano piccine. E, lasciato me nella cuna, corse a casa di suo padre, sua madre e suoi fratelli, per timore, come essa diceva, che le cascasse addosso il battistero, che era lì accanto a casa mia. E perciò io non l'amava tanto caramente perchè doveva curarsi più di me, come maschio, che delle femmine. Ma essa diceva che le poteva portar meglio perchè grandicelle.