a. 1229
L'anno 1229 i Bolognesi assediarono nel mese d'Agosto il castello di S. Cesario[25], e lo presero sotto gli occhi stessi de' Parmigiani, Modenesi e Cremonesi, che ivi erano co' loro eserciti. Perocchè i Bolognesi s'erano fatto un trincieramento, sicchè quelli che erano di parte contraria, non potevano avvicinarvisi. Vi fu però una notte gran combattimento tra loro e i Bolognesi. Ma questi avevano sui carri manganelle, arnesi fino allora inusati ne' combattimenti, e scagliavano sassi contro il carroccio de' Parmigiani e contro le milizie loro alleate. Perciò il carroccio restò senza uomini a difenderlo, tranne Giacomo Boveri, a cui gridando i suoi che discendesse per non restare ucciso, esso se ne gloriava dicendo di morir volentieri ad onore del Comune di Parma. Ma l'Ecclesiaste VI dice: Non essere stolto per non morire fuori del tuo tempo. — Perocchè è prudenza temere tutto ciò che può avvenire, dice S. Girolamo. Tuttavia non restò ucciso, perchè il carroccio de' Parmigiani fu prontamente soccorso dai Cremonesi; chè Parmigiani e Cremonesi si amavano allora intimamente. Difatto in un altro combattimento, quando i Cremonesi ritornando dal Reno s'incontrarono co' Bolognesi e s'azzuffarono e furono sconfitti presso S. Maria in Strada, ebbero prontissimo aiuto dai Parmigiani, che pur essi tornavano dal Reno. Noto che in questa guerra si aveva anche fanteria, ma al combattimento presso Santa Maria in Strada non prese parte che la sola cavalleria. Nella battaglia.... a S. Cesario.... morì Bernardo di Oliviero di Adamo parmigiano, giudice facondo, e valente guerriero. La sua salma fu trasportata a Parma e posta nel battistero che era presso casa sua, e vi si lasciò sul feretro sino a che vi si raccolsero attorno i parenti e gli amici; poscia fu deposta nel suo monumento davanti alla porta della chiesa di S Agata[26], che è una cappella contigua alla chiesa Maggiore di Parma sul fianco meridionale. Questi era cugino di mio padre da parte di fratello; perocchè erano figli di due fratelli. E mio padre era Guido di Adamo, bell'uomo e robusto, che una volta, prima che io nascessi, andò oltre mare per la liberazione di Terra Santa, a tempi di Baldovino conte di Fiandra, della cui spedizione ho già parlato più sopra. Ed ho saputo da mio padre che altri lombardi in quelle contrade d'oltremare interrogavano gli indovini intorno allo stato delle loro famiglie, ma che egli non volle mai interrogarli; e quando tornò, trovò casa sua in tale stato che era una consolazione; e gli altri tutto di tristo trovarono, come avevan detto gli indovini. Da lui ho saputo anche che per bello e per buono fu lodato assai, sopra quanti ne aveva la sua compagnia, quel suo destriero, che seco condusse in Terra Santa. Mi raccontava poi anche che quando si ponevano le fondamenta del battistero, egli di sua mano vi pose pietre commemorative; e che ove fu edificato il battistero, ivi erano le casamenta de' miei parenti, i quali, dopo l'atterramento delle loro case, andarono a Bologna, ove ottennero la cittadinanza, e vi si chiamavano que' della Cocca. Quelli però del mio casato in antico si chiamavano Grenoni, come ho trovato in vecchie pergamene; poi sono stati detti di Adamo. Vi furono altri in Parma detti Greloni, scritto coll'l, che abitavano in co' di ponte, sulla strada che va a Borgo San Donnino, i quali davanti alla porta di casa avevano un olmo diventato famoso, e si diceva l'olmo di Giovanni Grelone. Quando dunque si dice che Oliviero Grenoni fondò il consorzio di S. Maria in Parma, fu Oliviero di Adamo, padre del giudice sunnominato. Imperocchè Adamo Grenoni ebbe due figli; l'uno detto Oliviero di Adamo; l'altro Giovanni di Adamo. Di Oliviero di Adamo nacquero due figli, cioè: Bernardo di Oliviero il sunnominato giudice, e Rolando di Oliviero. Da Bernardo di Oliviero poi vennero Leonardo, Emblanato, Bonifazio e Oliviero, quattro maschi; e quattro femmine, cioè: Aica, che è monaca di S. Paolo, Ricca, e Romagna, che è suora a Bologna nel monastero di S. Chiara, e Mabilia che morì nubile. Da Rolando di Oliviero nacquero sei figli: Bartolomeo, Francesco, Oliviero, Guido, Pino e Rolandino; e due figlie: Mabilia e Alberta. Giovanni di Adamo poi ebbe due figli, cioè: Adamino, che diventò uomo valente, cortese, splendido, e non lasciò figli; e Guido di Adamo, che ebbe quattro figli; primo de' quali fu Guido di Adamo, che stette sino alla morte nell'Ordine de' frati Minori. Questi ebbe per moglie una nobil donna di nome Adelasia, figlia di Gerardo Baratti; d'onde ebbe una figlia sola detta suor Agnese. Ambedue, madre e figlia chiusero lodatamente i loro giorni nel monastero dell'Ordine di S. Chiara in Parma. Frate Guido poi nel secolo fu marito, padre e giudice, e nell'Ordine de' frati Minori fu sacerdote e predicatore. Questi Baratti si recano a gloria la loro parentela colla Contessa Matilde, e si vantano d'aver quaranta del loro casato sotto le armi a servizio del Comune di Parma. Il secondo figlio di Guido di Adamo fu Nicolò, che morì ragazzo, secondo quel detto: Fu tronco lo stame di vita mia mentre era ancora in orditura. Il terzo figlio fu quell'io che scrive, frate Salimbene, che giunto al bivio della lettera pitagorica[27], cioè al terzo lustro compito, sendo che tre lustri chiudono il ciclo delle indizioni, mi feci frate dell'Ordine de' Minori, nel quale vissi molti anni sacerdote e predicatore, e molte cose vidi, e abitai in molte provincie, e molte cose imparai. Nel secolo io era chiamato da alcuni Baliano di Saetta, e volean dire di Sidone, dal nome del prenominato personaggio, che mi fu padrino al fonte battesimale; ma i compagni mi chiamavano Ognibene; e con tal nome fui ammesso nell'Ordine per un anno intero. Andando poi dalla Marca d'Ancona ad abitare in Toscana, e passando per la città di Castello[28], trovai in un romitaggio un nobile frate, antico e pieno d'anni e di meriti, che aveva nel secolo quattro figli militari, ed era stato come mi disse, l'ultimo frate che il beato Francesco aveva vestito e ricevuto nell'Ordine. Questi all'udire ch'io avevo nome Ognibene, rimase stupefatto e disse: Figlio, nessuno è buono, tranne Dio solo. Del resto tuo nome sia frate Salimbene, perchè tu bene salisti, entrando in religione. E me ne rallegrai, intendendo che era mosso da ragioni, e vedendo che mi si imponeva il nome da così santo uomo. Però non ebbi quel nome che mi sarebbe stato tanto caro. Io avrei voluto esser chiamato Dionigi, non solo per reverenza a quell'esimio dottore, che fu discepolo dell'Apostolo Paolo, ma anche perchè nacqui il dì di S. Dionigi. E così ebbi a vedere l'ultimo frate, che il beato Francesco ricevette nell'Ordine, dopo il quale altri nessuno ricevette, nè vestì. Vidi anche il primo, cioè frate Bernardo di Quintavalle, col quale ho coabitato un inverno nel convento di Siena; e fu mio intimo amico, e raccontava a me e ad altri giovani molte e grandi meraviglie del beato Francesco: e da lui imparai molte e buone cose. Mio padre, durante tutta vita sua, si dolse del mio ingresso nell'Ordine de' frati Minori; nè mai se ne racconsolò, perchè non aveva altro figlio da lasciare erede. Anzi, venuto a Parma allora l'Imperatore, a lui sporse querela che i frati Minori gli avessero rapito il figlio. Perciò l'Imperatore scrisse a frate Elia ministro Generale dell'Ordine de' Minori che, se tenevasi cara la sua grazia, lo esaudisse restituendo me a mio padre. Perocchè era stato frate Elia, che mi aveva ricevuto nell'Ordine, quando l'anno 1238 egli, mandato da Papa Gregorio IX, andava a Cremona dall'Imperatore. Allora mio padre corse ad Assisi[29] ove era frate Elia, e gli presentò la lettera dell'Imperatore, che cominciava così: Per mitigare il dolore di Guido di Adamo, nostro fedele, ecc. E frate Illuminato, che era in quel tempo segretario di frate Elia, e trascriveva in un quaderno a parte tutte le lettere più cospicue, che i principi della terra inviavano al ministro Generale, mi fece vedere una tal lettera, quando in processo di tempo ebbi ad abitare seco nel convento di Siena. Questo frate Illuminato fu poi anch'esso ministro della provincia di S. Francesco, e poi, fatto vescovo di Assisi, ivi morì. Frate Elia, letta la lettera dell'Imperatore, scrisse subito ai frati del convento di Fano, dove io abitava, che, se non si violentasse la mia volontà, in virtù di santa obbedienza, senza frappor tempo in mezzo, mi restituissero tosto a mio padre; ma che però se io non volessi ritornare con mio padre, mi tenesser caro come la pupilla del loro occhio. Arrivarono pertanto con mio padre molti cavalieri vicino al luogo ove era il convento di Fano per veder la cosa finire. Ai quali io fui fatto spettacolo; ma per me fu causa della mia salute. Radunati adunque i frati con que' secolari in capitolo, e dette molte parole dall'una parte e dall'altra, mio padre tirò fuori la lettera del ministro Generale, e la mostrò ai frati. E, lettala, frate Geremia custode del convento, a udita di tutti, rispose a mio padre: Signor Guido, noi non siamo insensibili alla voce del vostro dolore, e siamo pronti ad obbedire alla lettera del padre nostro. Or dunque vostro figlio è qui; l'età gli conferisce il diritto di disporre di se stesso; parli; interrogatenelo. Se vuol venir vosco, in nome del Signore ei se ne venga; ma se non vuol venire, noi non possiamo fargliene violenza. Mio padre allora mi domandò se io volessi ir seco. A cui io risposi; No; perchè il Signore dice in Luca IX: Niuno, il quale, messa la mano all'aratro, riguarda indietro, è atto al regno di Dio. E mio padre soggiunse: Tu non ti curi di tuo padre, nè di tua madre, che sono afflitti per te da tanti dolori. Ed io replicai: Veramente non me ne curo, perchè il Signore dice in Matteo X: Chi ama padre e madre più che me, non è degno di me. E anche di te dice: Chi ama figliuolo, o figliuola più di me, non è degno di me. Tu devi dunque, o padre mio, dare ascolto alla voce di colui, che fu appeso alla croce per conquistarci la vita eterna. Imperocchè è quel desso che dice in Matteo X: Io son venuto a mettere in discordia il figliuolo contro al padre, e la figliuola contro alla madre, e la nuora contro la suocera. Ed i nemici dell'uomo saranno i suoi famigliari stessi. Ogni uomo adunque, che mi avrà riconosciuto davanti agli uomini, io altresì lo riconoscerò davanti al padre mio, che è ne' cieli; ma chiunque mi avrà rinnegato davanti agli uomini, io altresì lo rinnegherò davanti al padre mio, che è ne' cieli. E se ne meravigliavano i frati, e ne godevano ch'io dicessi tali cose a mio padre. Il quale disse ai frati: Voi feste incantesimo al figlio mio, e lo traeste in inganno inducendolo a non fidare in me. Moverò contro voi nuove querele all'Imperatore e al ministro Generale. Del resto permettetemi di parlare col figlio mio in disparte e senza che voi siate presenti; e vedrete che incontanente verrà con me. E i frati acconsentirono ch'io parlassi con mio padre all'infuori della loro presenza, perchè pel linguaggio già tenuto da me, fidavano sulla mia fermezza. Ascoltavano però di dietro a una parete i discorsi che tra noi due si alternavano; e tremavano come giunchi in acqua per timore che mio padre co' suoi blandimenti mi piegasse. E non solo temevano per la salute dell'anima mia; ma eziandio perchè il mio ritiro poteva dare motivo ad altri di non entrare nell'Ordine. Disse adunque mio padre a me: Figlio mio diletto, non prestar fede a questi pisciintonaca di frati (cioè che scompisciano le tonache), che ti fecero inganno; ma vienne meco, e te ne darò ogni mio avere. Ma io risposi: Vanne, vanne, o padre mio. La sapienza dice ne' Proverbi III: Non impedire di fare il bene a chi lo può: se puoi fallo anche tu. E il padre mio colle lagrime agli occhi mi rispondeva dicendo: Che avrò dunque a dire alla madre tua, che è per te in continua afflizione? E gli replicai: Le dirai da parte mia: Il padre mio e la madre mia mi abbandonarono; ma il Signore mi accolse tra le sue braccia. Ed il Signore dice anche in Geremia III: Tu mi chiamerai padre, e non cesserai di venire dietro a me. E in Geremia III: È un bene per quell'uomo, che si sarà sottomesso a disciplina sino dalla sua adolescenza. Udendo mio padre queste risposte, e disperando del mio ritorno a casa, si gettò a terra al cospetto dei frati e dei secolari, che l'avevano accompagnato, e disse: Vanne a mille diavoli, maledetto figlio, e teco venga questo tuo frate, che è qui teco, e t'ha ingannato. La mia maledizione pesi sopra di voi in perpetuo, e vi getti in potere degli spiriti infernali. E si partì oltremisura turbato. Ma noi ne restammo assai consolati ringraziandone Iddio e dicendo: Quelli ne malediranno, e tu ne benedirai. Perocchè chi è benedetto sopra la terra, sarà benedetto in seno a Dio, e così sia. Si ritirarono pertanto anche i secolari assai bene edificati della mia costanza. Ma anche i frati se ne rallegrarono vivamente, perchè il Signore aveva mostrato la sua potenza per mezzo di me suo fanciullo; e conobbero la verità di quelle parole del Signore, che dice in Luca XXI: Mettetevi adunque in cuore di non premeditare come risponderete a vostra difesa; perciocchè io vi darò bocca e sapienza, alla quale non potranno mai contrastare, nè contradire tutti i vostri avversari. La notte susseguente poi me ne ricompensò la Vergine Beata. Mi pareva di essere in preghiera chinato a terra davanti l'altare, e udii la voce della beata Vergine, che mi chiamava. Alzata la fronte, vidi la beata Vergine seduta sull'altare, nel luogo appunto in cui si colloca l'ostia e il calice. E aveva il suo bambino in grembo, e me lo sporgeva dicendo: Accostati e sta sicuro, e bacia il figlio mio, cui tu ieri riconoscesti al cospetto degli uomini. Ma standomi io in atteggiamento di timida reverenza, vidi che il bambino stendeva le braccia festosamente aspettandomi. Fidente allora nella festevolezza e nella innocenza del bambino, non meno che in tanta degnazione della madre sua, m'accostai, e lo abbracciai, e lo baciai; e la madre sua benigna per buon tratto me lo lasciò tra le braccia. Ma non potendo soddisfare intera l'insaziabilità della mia brama, la beata Vergine mi benedisse e soggiunse: Vanne, figlio diletto, e riposa, chè i frati che si alzano pel mattutino non ti trovino qui con noi. Posai, e la visione disparve; ma nel mio cuore ne rimase una ineffabile dolcezza; e veramente confesso che non ebbi mai nel secolo a provare tanta delizia. Il che mi fece riconoscere la verità di quel detto della scrittura, che dice: Per chi gusta lo spirito, non han sapore le cose carnali. In quel torno, mentre io era ancora in Fano, vidi in sogno che un figlio di Tommaso Armari parmigiano uccideva un monaco, e contai il sogno al mio frate. Dopo pochi dì passava da Fano Amizone Amici, che andava in Puglia a prender dell'oro, e venne al convento de' frati, e mi fece visita perchè era un noto mio buon amico e vicino. E allora, girando col discorso alla larga, arrivai a domandare che fosse di quel tale (si chiamava Gerardo de' Senzanesii), e mi disse: Gran guaio gli pende sul capo, perchè l'altro dì ha ucciso un monaco. D'onde conoscemmo che talvolta i sogni sono veridici. Così pure intorno a quel tempo, quando mio padre passò da Fano per andare ad Assisi, i frati nascosero me e il mio frate per più giorni in casa di Martino di Fano, dottore di leggi; ed il suo palazzo era a mare. E talora veniva da noi, e con noi parlava di Dio e della divina Scrittura, e sua madre ne serviva il pranzo. Io poi, in processo di tempo, cioè quando Giacomo de' Penazzi era Podestà di Reggio e di Sesso, avuta autorità di eleggere un savio di qual paese mi piacesse, che accordasse in una certa questione Reggiani e Bolognesi, memore del beneficio ricevuto elessi lui. I Reggiani ne furono ben soddisfatti, ed egli ebbe poi stipendio da' Modenesi per insegnar leggi in Modena. In seguito, forse due anni dopo, i Genovesi lo elessero loro Podestà. Compiuto il tempo di questo suo ufficio, entrò nell'Ordine de' frati Predicatori, e vi chiuse lodata la sua vita. Perocchè ardeva a que' dì nella sua terra natale una gran guerra. E mentre viveva ancora nell'Ordine de' Predicatori, alcuni lo nominarono vescovo della sua città. Ma i Predicatori non volendolo perdere, non gli permisero di accettare l'episcopato. Io gli feci visita a Rimini nel convento de' Predicatori; e congratulandomi secolui e rallegrandomene, dissi: Tu hai fatto ora quello che una volta disse il Patriarca Giacobbe, cioè: È giusto che talvolta io provvegga anche a casa mia. Ed ebbe molto a grado questa citazione, e volle notarla. Egli sarebbe entrato nell'ordine de' frati Minori, se non ne l'avesse dissuaso il nostro confratello Taddeo di Buoncompagno, il quale essendo vessato dai frati perchè restituisse il mal tolto, se voleva essere riammesso in convento, disse a Martino: Tanto faranno anche a te se entrerai nell'Ordine. E così Martino per timore si diede all'Ordine de' Predicatori; e forse fu meglio per lui e per noi. A quel tempo stesso frate Elia avendo saputo ch'io aveva mostrata fortezza di proposito e m'era fermato nell'Ordine, mi mandava un saluto e un segno della sua grazia, notificandomi che se mi fosse piaciuto abitare in qualche altra provincia dell'Ordine, glielo facessi sapere, chè egli avrebbe subito disposto ch'io andassi dove volessi. E gli feci conoscere che avrei desiderato appartenere alla provincia di Toscana. Erano allora meco in convento a Fano due frati Toscani, dal cui consiglio mi lasciai guidare: ed erano frate Vitale da Volterra, che era ripetitore di frate Umile da Milano nostro lettore; e frate Mansueto da Castiglione Aretino, che diventarono poi lettori e uomini di gran valore nell'Ordine. E siccome il convento dei frati Minori di Fano era fuori di città a mare, e mio padre aveva promesso denaro ai corsari d'Ancona se mi rapissero, trovandomi a passeggio sulla spiaggia, come anche n'avea promesso ai famigli del Podestà di Fano, che erano venuti là da Cremona, io andai per una quaresima ad abitare nel convento di Jesi, finchè dopo Pasqua arrivò la lettera del ministro Generale. Jesi è la città, ove è nato l'Imperatore Federico, il quale, corse fama, che fosse figlio di un beccaio di Jesi; perchè donna Costanza Imperatrice era molto innanzi negli anni[30] quando l'Imperatore Enrico la sposò; nè, a quanto si dice, ebbe mai altro figlio nè figlia che questo. Laonde si diffuse voce che, ricevutolo dal padre vero dopo una simulata gravidanza, se lo pose sotto per farlo credere partorito da lei. E tre cose mi persuadono che sia vero: 1. perchè ricordo d'aver letto che ciò fecero più altre donne; 2. perchè Merlino scrisse di lui: Federico II di nascita insperata e miracolosa; 3. perchè Re Giovanni, che fu Re di Gerusalemme e suocero dell'Imperatore, un dì con animo irato e ciglia agrottate, in sua lingua francese, lo chiamò figlio di un beccaio, perchè voleva uccidere Gualterotto suo consanguineo. E perchè non poteva avvelenarlo, gli era necessità ucciderlo di spada, quando sedesse a giocare agli scacchi coll'Imperatore, perchè questi temeva che non avvenisse caso, in cui il regno di Gerusalemme si devolvesse a Gualterotto. Re Giovanni lo seppe; e andò, prese per un braccio il nipote, che giocava coll'Imperatore, lo tirò lungi dal tavolo del gioco, e bruscamente nel suo francese lanciò all'Imperatore questo rimprovero: Figlio d'un diavolo di beccaio. E l'Imperatore s'intimidì, e non osò risponder verbo; perocchè Re Giovanni era alto di statura e tarchiato, e robusto e destro a battersi, tanto da essere creduto un altro Carlo figlio di Pipino. E quando in guerra colla clava ferrata batteva colpi a destra e a sinistra, fuggivano i Saraceni dal suo cospetto, come se avessero visto il diavolo, o un leone all'assalto per divorarli. Di fatto a suo tempo correva voce che non vi fosse soldato migliore di lui. Laonde in lode sua e di maestro Alessandro, che era il più dotto chierico del mondo, e apparteneva all'Ordine de' frati Minori, ed insegnava a Parigi, fu composta una canzone parte in francese e parte in latino, ch'io stesso cantai molte volte, e incominciava così: Avent tutt mantenent n.... piz. Questo Re Giovanni, quando i suoi gli vestivano le armi prima di andare alla battaglia, tremava come giunco in acqua; ed interrogato talvolta perchè tremasse, egli che in guerra era robusto e poderoso combattente, rispondeva che del corpo suo non si pigliava pensiero; ma temeva che non fossero giusti i conti dell'anima sua con Dio. Questo è quello che dice la Sapienza ne' Proverbi 28: Beato l'uomo che si spaventa del continuo; ma chi indura il suo cuore caderà nel male. E l'Ecclesiastico 18: Il sapiente teme sempre. Anche S. Girolamo dice: È prudenza temere tutto ciò che può accadere. Ma i peccatori temono quando non c'è ragion di temere; e quando c'è di che temere (cioè l'offesa di Dio) allora non temono, siccome temeva Giobbe, che di sè stesso diceva 31: Perocchè temei sempre Dio come una piena di acque sospesa sopra di me, e la maestà di Lui non poteva io sostenere. Tale fu Re Giovanni. Perciò gli accadde ciò che dice l'Ecclesiastico 33: A chi teme il Signore nulla avverrà di male, ma nella tentazione Iddio lo salverà e lo libererà dai mali. E così fu. Perocchè si fece frate Minore, e sarebbe stato nell'Ordine per tutta vita sua, se la vita gli avesse data lunga Iddio. Lo ammise all'Ordine, e gli fece la vestizione il ministro della Grecia frate Benedetto di Arezzo, santo uomo. Questo Re Giovanni fu avo materno del Re Corrado figlio dell'Imperatore Federico. Un'altra figlia di Re Giovanni si maritò con Baldoino Imperatore di Costantinopoli, dopo la cui morte Re Giovanni fu Balì dell'impero pel nipote ancor minore. Quando questo Re Giovanni sguainava la spada e nel forte della pugna si infiammava, nessuno osava star di piè fermo al suo cospetto, ma lo fuggivano vedendo quanto vigoroso e prode guerriero ei fosse. A cui si può applicare quel che di Giuda Macabeo leggiamo I. 3: Egli nel suo fare era simile ad un leone, e ad un lioncello che rugge veggendo la preda. Ricevuta adunque la lettera di frate Elia ministro Generale, partii per la Toscana, e vi abitai ott'anni; due a Lucca, due a Siena, quattro a Pisa. Nel primo anno della mia dimora a Lucca scadde da ministro Generale frate Elia, e fu creato frate Alberto da Pisa. E il sole si ecclissò, come vidi io co' miei occhi, nel mattino dei 3 Giugno a nona 1239. Quando io abitava in Pisa era giovinetto, e mi condusse una volta a cerca del pane un certo frate laico, sporco e d'animo leggero, ed era Pisano, che poi andato ad abitare nel convento di Fiesole, non so per quale follia o disperazione si gettò nel pozzo, d'onde lo estrassero i frati; ma pochi giorni dopo, sparve, e non fu possibile rinvenirlo in nessuna parte del mondo. Perciò i frati sospettarono che se l'avesse portato via il diavolo; egli se lo saprà. Essendo io dunque secolui in Pisa, e andando insieme colle nostre sporte a questua di pane, c'imbattemmo in un cortile, nel quale entrammo tutt'e due; ed eravi una vite frondosa, tutta distesa al di sopra, il cui verde era dilettevolissimo a vedere, e sotto all'ombra era una soavità a riposare. Ivi erano leopardi e molte altre fiere d'oltremare, che lungamente guardammo, perchè ogni cosa nuova e bella si guarda volentieri. Eranvi anche fanciulli e fanciulle di età già idonea, a cui la ricchezza delle vesti, e l'avvenenza del volto aggiungevano ornamento ed amabilità. Ed avevano in mano, sì gli uni che le altre, violoni, viole, cetre e diversi altri strumenti musicali, da cui traevano dolcissimi suoni, e li accompagnavano con una mimica appropriata. Ivi nessuno si moveva, nessuno parlava: tutti ascoltavano in silenzio. E il canto era sì nuovo e delizioso e per le parole, e per la varietà delle voci e il metodo di cantare, che inondava il cuore di giocondità. Nulla dissero a noi; nulla noi dicemmo a loro. E la musica tanto vocale che instrumentale non cessò mai per tutto il tempo che ci fermammo là; e ci stemmo gran tempo e non sapevamo dipartircene. Non so (sallo Iddio) d'onde venisse tale apparato di tanta letizia; perocchè nè prima ne avevamo mai visto un simile, nè dopo ne fu mai dato vederlo. Usciti di là, mi venne incontro un uomo, ch'io non conosceva, e che si disse parmigiano; e cominciò a trattenermi, e a sgridarmi acremente, e ad insultarmi, e a dire: Vanne, vanne, o miserabile. Molti mercenarii in casa di tuo padre hanno abbondanza di pane e di carne; e tu vai di porta in porta a mendicare il pane da chi non ne ha, mentre tu potresti darne di tuo a molti poveri. Sarebbe meglio che tu ora sul tuo destriero caracollassi per Parma, e rendessi lieti i tristi, con torneamenti, e fossi spettacolo alle donne e solazzo agl'istrioni. Sappi che tuo padre è consunto dal dolore, e tua madre, perchè non può più veder te, che sei il suo amore, quasi più non ispera in Dio. A cui io risposi: Vanne tu, miserabile che sei, vanne; tu non sai di quelle cose, che sono di Dio, ma soltanto di quelle che sono degli uomini carnali. Ciò che dici, la carne e il sangue lo rivelò a te, non già il padre celeste. Invero consigliando tu tali cose, tu credi dir bene; ma non t'avvedi che sei misero, e povero, e cieco, e nudo. Perocchè dei peccatori del mondo dice la divina Scrittura: Camminarono al seguito della vanità, e diventarono vani. Vanità di vanità, dice la Sapienza, e tutto vanità. E altrove: Nella vanità s'affrettarono a venir meno i giorni e gli anni loro. E soggiunge Giobbe 21: Essi alzano la voce col tamburo e con la cetera; e si rallegrano al suon dell'organo; logorano la loro età in piacere, e poi in un momento scendono nel sepolcro. Ma perchè l'uomo animale non sente le cose che sono dello spirito di Dio (perocchè è stolto e non può intendere), udite queste mie parole, partì confuso per non saper che rispondere. Pertanto terminata la nostra questua, cominciai la sera a pensare e ripensare nella mia mente quelle cose che avevo vedute e udite, perchè se avessi avuto a vivere nell'Ordine cinquant'anni così questuando, non solo sarebbe stato per me troppo lunga carriera, ma eziandio una fatica che mi avrebbe fatto diventar rosso di vergogna, e sarebbe stata insopportabile alle mie forze. E per tali pensieri avendo passato quasi tutta la notte in veglia, quando piacque a Dio presi un po' di sonno, nel quale Iddio mi mandò una bellissima visione, che mi diede una consolazione, una giocondità, una dolcezza ineffabile. E allora conobbi che è necessario l'aiuto di Dio, quando più non può l'aiuto dell'uomo. E così mi pareva di andare da porta a porta in cerca del pane, come sogliono fare i frati; e camminava per via S. Michele di Pisa dalla parte dei Visconti; perchè dall'altra parte i mercanti parmigiani avevano una casa, ove ospitavano, detta dai Pisani Fondaco, e da quella mi teneva lontano, in parte per vergogna, non essendo io ancora bene fortificato in Cristo, e perchè chi teme Dio, nulla trascura; in parte perchè temeva di udirmi dire, a nome di mio padre, parole, che scuotessero il mio proponimento. E mio padre, vita sua durante, mi ha sempre tentato, mi ha sempre tese insidie per togliermi dall'Ordine di S. Francesco; nè mai s'è riconciliato meco perseverando sempre nella sua durezza. Scendendo poi dalla parte dell'Arno per borgo S. Michele, ecco che d'improvviso guardai e vidi il Figlio di Dio, che usciva d'una casa, e mi portava pane, e me lo poneva nella sporta. Altrettanto faceva la beata Vergine, altrettanto Giuseppe nutricatore del bambino Gesù, e che aveva sposata la beata Vergine, seguitando finchè fu terminata la cerca e piena la sporta. È di uso in quel paese che la sporta si lascia a pie' delle scale, coperta di un panno e il frate sale a domandare il pane, e' lo porta giù e lo ripone nella sporta. Quando poi fu terminata la cerca e piena la sporta, il Figliuol di Dio mi disse ecc.... La visione adunque or ora raccontata è vera, e nulla ha di falso; ma qualche osservazione vi si aggiunse relativa al questuare, quando maestro Guglielmo del Santo Amore fece un opuscolo, cui Papa Alessandro IV riprovò e distrusse, perchè in quello diceva che tutti i religiosi e predicatori della parola di Dio, che vivevano di limosina non potevano salvarsi. Dopo dunque la predetta visione, mi feci così saldo in Cristo, che quando venivano, mandati da mio padre, o istrioni, o cavalieri, di que' che si dicono di curia, per distaccare il mio cuore da Dio, io mi curava tanto di loro, come della quinta ruota del carro. Un giorno venne uno da me, e disse: Vostro padre vi saluta, e manda a dire che vostra madre vi vuole un giorno vedere anche a costo d'aver a morire il giorno dopo. E credette d'aver detto cosa più che potente a piegarmi. Ma sdegnato risposi: Partiti da me, o miserabile, perchè io non ti darò più ascolto. Mio padre è Amoreo[31]; mia madre è Cetea[32]. E ritirossi confuso, nè si vide più. Dopo otto anni passati in Toscana andai nella provincia di Bologna, ove fui ricevuto e fatto uno dei loro. E nel tempo che io abitava nel convento di Cremona, e l'Imperatore Federico, già deposto dall'Impero, si trovava a Torino in viaggio per Lione allo scopo di imprigionare il Papa coi Cardinali, come era comune opinione, ed il figlio di lui Enzo era coi Cremonesi all'assedio di Quinzano[33], castello dei Bresciani, Parma, la mia città natale, si ribellò all'Impero, e si diede in tutto alla Chiesa, e fu una domenica 16 Giugno 1247. E allora venni ad abitare a Parma, dove era Legato Gregorio di Montelungo, che poi resse molti anni la chiesa di Aquileia. E l'anno stesso essendo la mia città assediata da Federico Imperatore deposto, partii per Lione e vi arrivai il dì d'Ognissanti. E subito il Papa mandò cercandomi, e tenne meco in sua camera famigliare colloquio, poichè dal tempo della mia partenza da Parma sino a quel momento, nè eragli arrivato alcun messo, nè aveva ricevuto lettere. E mi fece molte grazie, esaudì cioè le mie suppliche, perchè era uomo cortese assai e liberale. Or diciamo ciò che resta della mia parentela. Il quarto figlio di mio padre, natogli da una concubina, che aveva nome Rechelda, fu chiamato Maestro Giovanni, ed era bell'uomo e prode guerriero. Questi uscì volontario da Parma, e fece adesione al partito imperiale. Ma poi pentitosene, fece il pellegrinaggio di S. Giacomo di Compostella, d'onde ritornando, di piena e sola sua volontà si fermò a Tolosa; e avutane la cittadinanza, prese moglie, da cui ebbe figli e figlie. In seguito poi malò, e, confessatosi dai frati, morì, e fu sepolto nel convento dei frati Minori di Tolosa. Egli era tanto cortese e liberale, che soccorreva di assai buon animo tutti gli italiani; li conduceva in casa sua e dava loro lauti banchetti; specialmente ai conoscenti, ai poveri ed ai pellegrini, i quali di ritorno poi mi riferivano queste cose. Inoltre mio padre ebbe tre figlie, belle donne e nobilmente maritate. La prima avea nome Maria[34]; la seconda Caracosa, che, mortole il marito, entrò nel monastero dell'Ordine di S. Chiara in Parma; e, dopo alcuni anni, si associò alcune suore del monastero di Parma, le condusse a Reggio, dove non erano monache dell'Ordine di S. Chiara, e fu loro Priora. Finalmente si fece esonerare dall'ufficio, e ritornò al monastero di Parma, ove finì lodatamente la sua vita. Ella fu donna amabile, saggia, onesta e cara tanto a Dio che agli uomini: l'anima sua riposi in pace. La terza mia sorella fu Egidia, dalla quale nacquero quattro figli, che morirono tutti, eccetto il primo, chiamato Andrea da Puzulesio, e fu gran legista. La madre di mio padre, mia nonna, aveva nome Ermengarda, donna saggia e morì centenaria. Con essa abitai quindici anni in casa di mio padre; e quante volte mi consigliò di schivare le male compagnie, e di farmene delle buone, e che fossi savio, morigerato e buono, altrettante essa sia benedetta da Dio; e sì che spesso lo faceva. Fu deposta nel sepolcro surricordato, comune a noi e a quelli del nostro casato. Tuttavia mio padre ebbe un monumento proprio e nuovo, in cui nessuno ancora era stato sepolto, nella piazza vecchia, davanti alla porta del battistero, essendo il primo già tutto occupato. La sorella di mio padre aveva nome Gisla, che, maritata, ebbe due figlie Crisopola e Vilana, espertissime nel canto. Il padre loro Martino di Ottolino degli Stefani fu uomo solazzevole, soave e giocondo e passionato di ber vino; abilissimo a cantare con accompagnamento di strumenti musicali; non però menestrello. Questi una volta gabbò e canzonò in Cremona maestro Gerardo Patecelo, che fece un libro intitolato i Tristi. E ben gli stette; se lo meritava. La madre di frate Guido, mio fratello, fu Gisla Marsilii, che furono in antico gentiluomini e potenti in Parma; e abitavano nella parte inferiore di piazza vecchia accanto all'episcopio; famiglia numerosa assai, e de' quali conobbi molti, e alcuni di loro vestivano di colore scarlatto, specialmente quelli che erano giudici. Io aveva anche parenti da parte di mia madre, che era figlia di Gerardo da Cassio, bel vecchio, e morto, credo, centenario, sepolto nella chiesa di S. Pietro. Ed ebbe tre figli: Gerardo che fece un libro intorno al comporre; perocchè fu gran maestro di stile nobile; Bernardo uomo senza lettere, ma semplice e puro; ed Ugo, uomo di lettere, giudice e assessore, solazzevole, che era sempre in compagnia dei Podestà essendo loro avvocato. Questi ebbe un figlio, che nell'Ordine de' frati Minori fu sacerdote e predicatore, letterato, onesto, costumato e buon religioso; e si chiamava frate Giacomo da Cassio, e morì in Sicilia, credo, a Messina. Mia madre poi aveva nome Imelda, umile, devota, limosiniera, e che spesso digiunava. Non fu mai vista in collera, non battè mai alcuna sua fantesca. D'inverno voleva sempre, per amore di Dio, tener qualche povera montanara a svernare in casa sua, e le dava vitto e vestito quantunque avesse sempre altre persone pel servizio della famiglia. Per lei Papa Innocenzo a Lione mi diede una lettera di ammissione all'Ordine di S. Chiara. Ne diede un'altra a mio fratello Guido, quando i Parmigiani lo mandarono inviato al Papa. Essa è sepolta nel monastero di quelle donne dell'Ordine di S. Chiara; e l'anima sua per grazia della misericordia di Dio riposi in pace; e così sia. Mia nonna, madre di mia madre, aveva nome Maria, bella e paffuta, sorella di Aicardo di Ugo di Aimerico, che furono in Parma giudici, ricchi e potenti, ed abitano presso la chiesa di S. Giorgio[35]. E rifacendomi più indietro dirò che Bernardo di Oliviero, e Rolando di Oliviero di Adamo, che erano due fratelli germani, la cui madre aveva nome Vitella, ch'io ho veduta centenaria, ebbero due sorelle, belle donne e saggie, ch'io ho conosciute: e l'una aveva nome Giacoma, che sposò Guido Pecorari, e non ebbe figli; l'altra Caracosa, che sposò Naimerio Panizzari, e le nacque un figlio, cui pose nome Gerardo, che fu poi a sua volta padre di molti figli e figlie. Il primo de' quali fu chiamato frate Giacomo oltremarino, perchè stette molti anni oltremare. Questi era figlio d'un mio cugino, e nell'Ordine de' frati Minori fu uomo di gran vaglia, sacerdote, predicatore, gran letterato, sapeva l'arabo, o saraceno, ed il francese. Nel ministero della prelatura fu uomo valente, onesto, buono e santo. Morì a Modena e fu sepolto nel convento de' frati Minori. Un altro fratello di lui aveva nome Bernardo. Degli altri non parlo. Prima loro sorella fu Avanza, donna bellissima, da cui nacque una figlia, che nel monastero dell'Ordine di S. Chiara in Parma, si chiama Caracosa onesta e devota. Seconda loro sorella fu Gisa, che ebbe due mariti e figli e figlie. Terza, Maria, bella donna, saggia, onesta, che morì nel monastero dell'Ordine di S. Chiara in Imola. Inoltre del mio casato nel monastero di S. Benedetto, tra il Po e il Larione[36], ove è sepolta la Contessa Matilde, nella diocesi di Mantova, vi fu un sacerdote, santo uomo e personaggio cospicuo, ch'avea nome Villano. Nel monastero poi di Brescello vi fu Corrado figlio di Bernardo, figlio di quel Leonardo giudice, da cui incominciammo, che morì in guerra, la cui donna avvenentissima fu Caracosa, prudentissima e sagacissima donna, che governò benissimo casa sua dopo la morte del marito, ed era della famiglia Zampironi. Ma io frate Salimbene e mio fratello Guido di Adamo, entrando in religione senza figli nè maschi, nè femmine, spegnemmo il nostro casato per riaccenderlo in cielo. E di renderlo luminoso si degni concedermelo Colui che vive e regna col Padre e collo Spirito Santo ne' secoli, de' secoli e così sia. Ecco che senza volerlo ho descritto la genealogia della mia famiglia; molti però ne ommisi per brevità sì antichi, che moderni. Ma, avendola cominciata, mi parve bene compirla per cinque ragioni: 1. perchè suor Agnese, mia nipote, che è nel monastero di S. Chiara in Parma, ove andò a chiudersi per amor di Gesù quando era ancora ragazza, mi pregò di tessere questa genealogia, perchè non aveva mai potuto aver contezza della madre di suo padre; e così da questa edotta, conoscerà da quali progenitori discende tanto per padre come per madre. Ed ora dalla suddescritta genealogia saprà che per padre discende da quelli che si denominavano di Adamo, e che in antico si appellavano de' Grenoni; per madre discende dai Baratti, i quali si biforcano in due casati. Perocchè vi sono i Baratti così detti i Negri, che parteggiarono per l'Impero; e vi sono i Baratti, chiamati i Rossi, che tennero sempre per la Chiesa, dai quali discendeva Suor Agnese, come più sopra è detto. E tutti questi Baratti, i Negri e i Rossi, nati da un sol ceppo, ossia da una sola radice, erano figli di due donne, l'una a nome Barattina, l'altra Ghibertina, di cui abbiamo scritto largamente più sopra... La seconda ragione della suddescritta genealogia è perchè suor Agnese sappia per chi debba pregare Iddio.... Il che si può dimostrare nei molti, che la morte rapì a nostri giorni. E tutti quelli, che ho nominati nella genealogia del mio parentado, li vidi tutti, eccetto pochi, nel breve giro di sessant'anni. Perocchè non ho visto Adamo de' Grenoni, che fu padre di mio nonno paterno; nè ho veduto i suoi due figli, Oliviero e Giovanni di Adamo, il quale ultimo fu mio nonno; nè Adamino figlio di lui, fratello di mio padre, militare, come anche Emblavato e Rolando di Oliviero; nè ho visto il monaco di S. Benedetto. Tutti gli altri che ho nominato, e conobbi, or non son più..... Diciamo ora perchè ho premesso queste cose. Ho visto a' miei giorni in molte parti del mondo molti casati spenti. E per non toglierne esempi di lontano, in Parma il casato di quei da Cassio, d'onde uscì mia madre, non ha più maschi. Il casato de' Pagani, ch'io conobbi gentiluomini ricchi e potenti, è spento. Così il legnaggio de' Stefani, famiglia numerosissima, ricca e potente, è sfumato..... Ora ritorniamo all'Ordine ed al corso della nostra storia, e ripigliamola là dove lasciammo. Dicemmo di sopra che nel 1229 nel mese d'Agosto i Bolognesi assediarono il castello di S. Cesario e lo presero sotto gli occhi stessi dei Modenesi, Parmigiani e Cremonesi, che ivi erano co' loro eserciti, e che una notte vi fu gran battaglia tra loro e i Bolognesi. Furono allora portate via ai Bolognesi moltissime manganelle, ch'io ancor fanciullo vidi nella piazza vecchia di Parma, tra il battistero, l'episcopio e la facciata del Duomo. E quella battaglia fu combattuta accanitamente e con grande strage di fanteria e di cavalleria d'ambe le parti. I Bolognesi che ne restarono malconci, stanchi e affannati diedero le spalle al nemico, e fuggirono abbandonando sul campo il carroccio loro e quanto avevano. I Modenesi vollero torre il carroccio de' Bolognesi e tirarlo a Modena, ma i Parmigiani non acconsentirono, dicendo che non è bene fare ai nemici tutto il male che si può; e che tal cosa sarebbe un'onta incancellabile e provocativa di grandi mali. E i Modenesi accolsero il consiglio dei Parmigiani come di amici ed alleati; quindi lo mandarono in Piumazzo, castello de' Bolognesi, e ritornarono alla loro città. (È da sapere che nell'esercito de' Bolognesi, in detta battaglia, che fu combattuta contro i Parmigiani, i Modenesi e i Cremonesi, v'erano anche i Milanesi, i Piacentini, i Bresciani e tutti i Romagnoli). In questo esercito Pagano di Alberto di Egidio de' Pagani, che era Podestà di Modena, fece cavaliere suo figlio Enrico, e dissegli: Va, assalta il nemico, e battiti valorosamente. E così fece; ma sul principio della battaglia, ferito di lancia, grondava sangue dal suo corpo, come mosto da un bigoncio, a cui sia stato levato via lo zipolo, e poco dopo spirò. Saputolo suo padre, disse: D'aver fatto cavaliere mio figlio non son pentito, essendo morto battendosi da valoroso; e l'ho udito io dal padre stesso. Nel combattimento di S. Maria in Strada morì anche Zangaro Sanvitali di Parma, famoso cavaliere e gran guerriero. Della stessa famiglia morì pure nella battaglia di San Cesario Guarino gran soldato e dotto nell'armi, ed era cognato di Papa Innocenzo IV. Perocchè ebbe moglie una sorella di questo Papa, dalla quale gli nacquero sei figli ed una figlia, ch'io conobbi tutti, ed erano belli, robusti e paffuti. Il primo ebbe nome Ugo Sanvitali, il secondo Alberto, che fu molt'anni canonico del Duomo: poi fu molti anni l'Eletto (vescovo) della chiesa parmense. Non fu sacerdote, perchè non volle, e morì diacono, nè fu consacrato Vescovo. Fu sepolto nell'ala del Duomo dove soleva tenersi il carroccio, di dietro al coro dei Canonici, dalla parte del convento de' frati Minori; e Obizzo di Lavagna[37], che fu vescovo di Parma e zio di Papa Innocenzo IV è sepolto inferiormente. Questo Alberto, Eletto della chiesa parmense, era bell'uomo poco istruito, ma onesto. Fu mio conoscente ed amico, e mi disse che mio padre sperava di ottenere la mia uscita dall'Ordine de' frati Minori per mezzo di Papa Innocenzo. Ma la morte troncò ogni sua speranza. Papa Innocenzo conosceva mio padre, perchè era stato canonico della Chiesa parmense, ed era uomo di molta memoria; e mio padre abitava vicino al Duomo. Inoltre aveva maritata sua figlia Maria con Azzone fratello consanguineo di Guarino cognato del Papa; e perciò sperava che col mezzo dei nipoti del Papa, e della famigliarità che aveva col Papa stesso, questi m'avrebbe restituito a lui, specialmente perchè non aveva altri maschi. La qual cosa il Papa non avrebbe mai fatta; al più forse per consolare mio padre m'avrebbe conferito un vescovado, od altra dignità. Perocchè era uomo liberale assai, come appare nelle dichiarazioni fatte alla Regola de' frati Minori, e in altre molte cose. Teneva sempre seco gran numero di frati Minori, ai quali fabbricò anche un convento e una bella chiesa presso Lavagna, sua terra nativa, dove avrebbe voluto tenere sempre venticinque frati Minori, e li avrebbe provveduti di libri e d'ogni altra cosa necessaria; ma i frati Minori non vollero accettare, e il Papa lo diede ad altri religiosi. Questi a Lione in sua camera mi conferì l'ufficio di predicatore, mi assolvette da tutti i miei peccati, e mi fece molte altre grazie l'anno dell'Incarnazione del Signore 1247. Egli spogliò del vescovado di Parma frate Bernardo da Vizio, che era della famiglia Scotti, e creò l'Ordine dei frati di Martorano. Detto vescovado frate Bernardo avealo avuto da Gregorio di Montelungo Legato di Lombardia; e il Papa lo diede al ridetto Alberto proprio nipote. Papa Innocenzo IV favoreggiò molto i suoi parenti. Ed ebbe tre sorelle maritate a Parma, che gli diedero molti nipoti, a cui conferì grasse prebende, e secondo il grido del profeta: Hanno fatto Chiesa il loro parentado. Terzo figlio di Guarino fu Anselmo, bell'uomo, ma quanto all'armi inettissimo, come quello che era stato allevato nella corte romana in mezzo ai Cardinali, da cui apprese gli ozii e i costumi dei preti. Quarto fu Guglielmo, che aveva, quando morì, credo vent'anni. Era giovane di assai delicata coscienza, e voleva confessarsi almeno una volta la settimana. Quinto fu Obizzo II, che ora è vescovo di Parma, ma prima è stato molt'anni vescovo di Tripoli. Costui fu uomo quasi alla militare, e il suo carattere è come quello che più su abbiam fatto di Nicolò vescovo di Reggio. Perocchè era chierico coi chierici, religioso coi religiosi, laico coi laici, cavaliere coi cavalieri, barone coi baroni; gran barattiere, spenditore largo, liberale e cortese. In principio abusò di molte terre e possessioni della mensa vescovile, e le diede ad alcuni truffatori. Perciò fu accusato presso Papa Urbano da Ghiberto da Gente come barattiere, dissipatore e alienatore de' beni della mensa vescovile. Ma in processo di tempo ricuperò le terre alienate e fece molti restauri all'episcopio. Egli fu uomo di molta dottrina, specialmente nel diritto canonico, ed assai esperto nel ministero ecclesiastico. Conosceva il gioco degli scacchi, e teneva a bacchetta il clero secolare; e conferiva le parocchie a quelli, che gli facevano del bene. Amò i religiosi e specialmente i frati Minori. Fece però una bruttissima azione; perchè essendo egli vescovo di Tripoli, si dimise, e coll'aiuto del Cardinale Ottobono, che fu poi Papa Adriano, spogliò del vescovado di Parma maestro Giovanni di donna Rifida, che era Arciprete del Duomo, dotto in diritto civile ed ecclesiastico, e che molt'anni l'aveva insegnato, persona onesta e buona, e che cantava e predicava bene. Per di più era stato anche suo maestro di diritto canonico; ed era stato eletto regolarmente e canonicamente dagli altri canonici a Vescovo di Parma dopo la morte di Alberto suo fratello. Finalmente sesto ed ultimo figlio di Guarino, cognato di Papa Innocenzo IV, fu Tedisio, grosso, pingue e robusto. Sorella di tutti questi fu Cecilia, che stette molt'anni nel monastero di S. Chiara in Parma. Poi, tolta di qui, fu promossa a Badessa nel convento di Chiavari, fatto fabbricare a proprie spese presso Lavagna, sua terra, dal Cardinale Guglielmo, nipote di Papa Innocenzo: monastero ricchissimo ove abitano frati e suore dell'Ordine de' Minori. Questa Badessa Cecilia, colpita da Dio per la sua ruvidezza ed avarizia, finì malamente: ed ecco come. Frate Bonifacio dell'Ordine de' Minori, visitatore dei monasteri dell'Ordine di S. Chiara della provincia di Lombardia, aveva alcune donne da collocare nei monasteri; perocchè a Torino, città appartenente alla provincia di Lombardia, a cagione di guerre non potevano stare. E dopo averle allegate, eccetto due, in varii monasteri, con quelle due andò a Genova; ed una la collocò nel monastero di Genova col consenso delle suore e della Badessa; l'altra nel monastero di Chiavari col solo dissenso della Badessa. Ed ecco che subito mentre il visitatore stava a mensa in casa dei frati, che ivi abitavano, la Badessa con animo infuocato d'ira, e la fronte aggrottata, insorse contro la nuova ospite, dicendo ed ordinando alle suore di espellerla dal convento, perchè non voleva che in nessun modo dimorasse nel suo monastero. Ma le suore pregando la Badessa colle lagrime agli occhi per la nuova consorella, essa rispose: Ah! vilissime femmine; credete ch'io non abbia un perchè di ciò fare? Lo faccio per vostro bene, e per bene del nostro monastero. E presala per una mano, la cacciò fuori, operando secondo il detto di un poeta;
Turpius ejicitur, quam non
admittitur hospes.
All'ospite l'onor ben più si toglie
Se si discaccia, che se non s'accoglie
La suora espulsa si recò dunque e stette al cospetto del visitatore, che era a mensa in casa dei frati che ivi abitavano; e colle lagrime agli occhi gli riferì quanto le aveva detto la Badessa. Il visitatore, udite queste cose, si alzò turbato dalla mensa, andò e scomunicò la Badessa, perchè perseverando nella sua durezza chiudeva le viscere della pietà ad una sua consorella, che era stretta da dura necessità. E prendendo per mano la tribolata suora la consolò, e la ricondusse seco a Genova, e pregò la Badessa e le suore di quel monastero ad accoglierla per amore di Dio e suo, avendo già loro prima parlato della malignità, della durezza, dell'avarizia e della follìa della Badessa di Chiavari. Tali cose avendo udito le suore del monastero di Genova, si mossero a compassione della loro consorella, e la abbracciarono festosamente. In quel monastero poi vi era una suora vecchia molto e divota e di gran merito presso Dio, a cui dispiacque assai il contegno di quella Badessa verso una suora tribolata e già collocata in convento. Ed essendo già di quel dì sera avanzata, e le altre suore andate a letto, essa s'inginocchiò davanti all'altare, e con molte lagrime pregò Iddio....... Il visitatore mandò subito un messo velocissimo a Chiavari per sapere che cosa fosse accaduto a quella badessa: e la trovò morta, maledetta, scomunicata e senza assoluzione. Nell'intervallo tra la partenza del visitatore e l'arrivo del messo, Cecilia, Badessa di Chiavari, cominciò a malare gravemente e svenir di languore; e soffrendo dolori di più maniere, si pose a letto, si ridusse agli estremi, e cominciò a gridare: Io muoio. Sorelle correte, aiutatemi, datemi qualche rimedio. Accorsero le suore incontanente, e, com'è dovere, ebbero compassione della loro Badessa. Della salute dell'anima sua non si fe' cenno, di confessione non se ne parlò. Le si strinse la gola, e appena poteva trar respiro. E quando s'accorse che moriva, disse alle suore adunate: Andate e ricevete quella suora; andate e ricevete quella suora; andate e ricevete quella suora. Per lei Iddio mi percosse; e in così dire spirò........ Ricordo che essendo io a Lione, ove era anche Papa Innocenzo IV, arrivarono alcuni frati Minori di Bordeaux a dire al Papa che le suore dell'Ordine di S. Chiara di Bordeaux avevano eletta suora Cecilia, sua nipote, a loro Badessa. E il Papa ne diede loro lettera di conferma, dicendo che andassero a ritrovarla a Parma. Ma l'Eletto di Parma, nipote del Papa, e fratello della prenominata donna, essendo pur esso a Lione, e avendo saputo la cosa, si presentò al Papa e fece annullare la data conferma. E forse, se fosse andata colà, si sarebbe diportata meglio tra forestieri che in mezzo a parenti e conoscenti. Ora ripigliamo il corso della nostra storia, e incominciamo là dove la lasciammo. L'anno 1229, segnato anche più su, Nazario di Ghirardino di Lucca fu Podestà di Reggio, e fece fare il ponte e le imposte di porta Bernone. Allora si cominciò a cinger di mura la città di Reggio. E fece fare cento braccia di muraglia, dalla detta porta in giù verso porta S. Stefano. Così successivamente ogni anno gli altri Podestà fecero duecento braccia di muraglia finchè la città tutta fu murata. Però, per la frequenza delle guerre, qualche anno restò interrotta la continuazione del lavoro. Questo Nazario ha il suo ritratto in pietra sopra la porta Bernone,[38] fatto fare da lui stesso, ed ha in Reggio la sua statua a cavallo. Fu bel cavaliere e ricco assai; mio conoscente ed amico quando io dimorava a Lucca nell'Ordine de' frati Minori. Donna Fior d'Oliva, sua moglie, era bella, paffuta e mia famigliare e devota. Era di Trento, moglie di un notaio, da cui ebbe due bellissime figlie; e Nazario la rapì al marito suo quando fu Podestà a Trento, e, consentendolo essa, la condusse a Lucca, e mandò sua moglie, che viveva ancora, in un certo suo castello, dove stette sino alla morte. Nazario morì senza figli, e lasciò molte ricchezze a quella donna, che in seguito si maritò a Reggio, e, come mi disse, fu ingannata. E l'ebbe in moglie Enrico figlio di Antonio di Musso, e vive ancora oggi, festa di S. Lorenzo, martedì, 1283, anno in cui scriviamo queste cose. Tutti e due costoro, cioè Nazario e Fior d'Oliva fecero molto bene ai frati Minori di Lucca, quando la Badessa di Gattaiola[39] dell'Ordine di S. Chiara provocò e aizzò tutta Lucca contro i frati, calunniando gli innocenti. E cagione ne fu che frate Giacomo da Iseo non la voleva assolvere perchè non si comportava bene nel suo ufficio. Essa era figlia di una fornaia di Genova, e il suo governo era turpe, crudele e disonesto. E, per assicurarsi meglio quel ministero, era larga di regaluzzi e di leccornie a giovani, e a uomini, e a donne secolari, specialmente a chi aveva qualche parente nel monastero. Ai quali eziandio andava dicendo: I frati Minori non mi vogliono dare l'assoluzione perchè...... E così, come è detto, calunniava gli innocenti. Ma mentiva apertamente. Tuttavia essa fu assolta, e i frati ricuperarono il loro onore e la loro buona fama, e la città la sua calma.