a. 1233
L'anno 1233 si fabbricò il palazzo del vescovo di Parma, che è rimpetto alla facciata del Duomo; e allora reggeva la Chiesa di Parma il vescovo Grazia di Fiorenza, che fece costruire anche molti altri palazzi in più luoghi della diocesi. E perciò i Parmigiani lo stimavano un buon vescovo; perchè non dissipava i beni della Chiesa, anzi li conservava e moltiplicava. Egli era amico di mio padre Guido di Adamo, e stando alla finestra di casa sua ragionava con lui del suo palazzo, e gli mandava spesso regali, come ho veduto io co' miei occhi. Amò mio fratello Guido; ma dopo che entrò nell'Ordine de' frati Minori, non si curò più di lui. Prima di lui fu vescovo Obizzo di Lavagna genovese, bell'uomo ed onesto, come dicono, e fu zio di Papa Innocenzo IV; ma non ricordo d'averlo veduto. Dopo Grazia fu vescovo un certo Gregorio Romano, che ebbe vita breve, e morì a Mantova eretico e maledetto. E quando malato gli portarono l'ostia consacrata, non volle riceverla, dicendo che non credeva nulla di tal fede; e interrogato perchè accettasse il Vescovado, rispose: per le ricchezze e gli onori; e così spirò senza comunicarsi. Dopo lui fu vescovo maestro Martino da Colorno,[43] di famiglia meno che cospicua. Gli successe Bernardo Vizio, di cui ricordo d'aver già fatta menzione, come anche de' suoi successori. Dopo Bernardo venne Alberto Sanvitali, nipote di Papa Innocenzo IV. Dopo fu eletto canonicamente e concordemente maestro Giovanni di donna Rifida, Arciprete del Duomo; e gli successe Obizzo, vescovo di Tripoli, pur esso nipote del predetto Papa, e fratello del sunnominato Alberto. Per frodi fu investito del Vescovado di Parma, e vive ancora e lo tiene. E come lo tiene oggi, tengaselo pure finchè se ne faccia un'altro. Ed oggi, che queste cose scriviamo, corre il 1283, giorno di S. Lorenzo, martedì. Che cosa sia per avvenire d'ora innanzi dei vescovi di Parma, sallo Iddio. In questo stesso anno 1233 fu Podestà di Reggio Giliolo di donna Agnese di Parma. In quell'anno Reggio cominciò a coniar moneta; e Nicolò vescovo di Reggio viveva ancora. Io conobbi quest'Egidiolo, chè eravamo della stessa città, ed ebbe due cognomi. Fu detto di donna Agnese, o da parte di madre, o da parte di moglie, perchè fu donna valente (come un certo ponte, che è in Parma, fu chiamato ponte di donna Egidia da Palù, perchè essa lo fece fare; ponte che ora rifanno di muro, invece di legno.) Fu pur detto da Gente, perchè quand'era oltremare, ogni volta che si parlava d'eserciti, usava dire: La nostra gente fece così. Questo l'ho saputo da Gherardo Rangone di Modena, che era frate Minore. Gigliolo da Gente poi ebbe due fratelli. Il primo fu Tedaldo, e, quand'io era ancora ragazzo, l'ho veduto assai vecchio e carico d'anni; ed ebbe sette figli, de' quali il quarto, Manfredo, sposò mia sorella Caracosa, che, mortole il marito, finì lodatamente la vita nel monastero di S. Chiara in Parma. Il secondo aveva nome Beretta, bel cavaliere e prode guerriero, forte, e tant'alto di statura da far la meraviglia degli uomini e delle donne. Giliolo fu anche padre di Ghiberto da Gente, di cui parleremo a suo luogo. E quando nel detto anno Giliolo era Podestà di Reggio cominciò l'alleluia. E i posteri chiamarono alleluia un certo periodo di tempo, in cui, posate le armi, predominò la giocondità, l'allegria, il gaudio, l'esultanza il giubilo ed ogni dimostrazione d'animo contento. E tutti, cavalieri e fanti, e cittadini, e campagnuoli, e giovinetti, e giovinette, e vecchi e giovani ne cantavano inni e lodi a Dio. In tutte le città d'Italia vi fu questa divozione; e vidi che nella mia città di Parma ogni parocchia voleva avere il proprio gonfalone da portare nelle processioni, e, sul gonfalone, dipinto la specie di martirio del santo suo titolare. Così, p. e. la scorticazione di S. Bartolomeo era ritratta nello stendardo della parocchia, che da lui si nominava; e così via via delle altre. E dalle ville venivano in città co' loro confaloni in gran frotte uomini e donne, ragazzi e ragazze ad ascoltare le prediche ed a lodare Iddio; e cantavano con voci divine più che umane. E così le genti camminavano sulla via della salute, tanto che sembrava adempiuto quel detto del Profeta: Ricorderanno (la mia parola) e si convertiranno a Dio tutte le nazioni, e adoreranno davanti a lui tutti i popoli. E portavano in mano rami d'alberi e candele accese; E si predicava di mattina, a mezzodì, verso sera, secondo il Profeta: Di sera, di mattina, di mezzodì narrerò e annunzierò, ed esaudirà la mia voce. Redimerà in pace l'anima mia da coloro che s'avvicinano a me, poichè tra molti era meco. E si facevano soste nelle chiese e nelle piazze; e si alzavano le mani al cielo per lodare Iddio e benedirlo ne' secoli. E non sapevano intermettere le laudi, tanto erano entusiasmati dall'amor di Dio; e beato chi poteva far più di bene, e inneggiare a Dio. Nessun'ira era tra loro, nessun turbamento d'animo, nessun rancore; ogni cosa tra loro passava in pace ed amore. Alziamo a Dio, che siede ne' cieli, i nostri cuori e le nostre mani. E così realmente facevano, come ho visto io. E poichè la Sapienza dice ne' Proverbii. II. Il popolo si travolgerà in ruina, se non vi sia chi lo governi, affinchè non si creda che queste moltitudini fossero senza guida, parliamo ora di chi dirigeva queste ragunate. Primo venne a Parma fra Benedetto, che si chiamava di Cornetta, uomo semplice ed illetterato, di buona innocenza e di vita onesta, ch'io vidi, ed ebbi seco famigliarità in Parma, e poi a Pisa; ed era o di Valle spoletana, o di Romagna. Non apparteneva ad alcun Ordine religioso, viveva a sè, e solo si studiava di piacere a Dio. Era molto amico de' frati Minori; pareva quasi un altro Giovanni Battista, che precorresse avanti al Signore a preparargli un popolo perfetto. Portava in testa un cappello all'Armena, aveva barba lunga e nera, e teneva una trombetta metallica (cioè di oricalco) colla quale suonava; e quella sua tromba reboava terribilmente, ma pure non senza qualche dolcezza; andava cinto di una fascia di vello; vestiva abito nero, a foggia di sacco tessuto di peli di diversi animali, e lungo sino ai piedi. La tonaca era fatta a guisa di guascappa, e davanti e di dietro aveva una croce lunga, larga, e di color rosso, che discendeva dal collo sino a' piedi, come suole nelle pianete de' sacerdoti. Così vestito egli andava colla sua tromba, e predicava nelle chiese, nelle piazze, e lodava Iddio, e aveva sempre seguace una gran turba di ragazzi con in mano, il più delle volte, rami d'alberi e candele accese. Ed io stesso stando su una muraglia del palazzo vescovile, che allora era in costruzione, l'ho veduto più volte a predicare e cantare le lodi del Signore. E cominciava le sue lodi dicendo in suo volgare: Laudato, et benedetto, et glorificato sia lo Patre. Ed i ragazzi a voce alta ripetevano quello che egli aveva detto. E poi ripeteva le stesse parole, e aggiungeva: Sia lo Fijo. Ed i ragazzi riassumevano cantando le stesse parole. Finalmente per la terza volta replicava le stesse parole e vi aggiungeva: Sia lo Spiritu Sancto; e dopo: alleluja, alleluja, alleluja. Di poi trombettava, e dopo predicava, dicendo buone parole a lode del Signore. E dopo tutto cantava un saluto alla beata Vergine così:
Ave Maria — Clemens et pia,
Gratia plena — Virgo serena:
Dominus tecum — Tu mane mecum.
Tu benedicta in mulieribus,
Quae peperisti pacem hominibus
Et angelis gloriam.
Et benedictus fructus ventris tui,
Qui coeredes ut essemus sui,
Nos fecit per gratiam.
Ave, Maria — Clemente e pia,
Di grazia piena — Vergin serena:
Iddio è teco — Tu resta meco.
In fra le donne — Tu benedetta
All'uom portasti — Pace perfetta
E gloria agli Angeli.
E benedetto — Lo Figlio tuo
Che di far parte — Del regno suo
Larginne il merito.
Ora parliamo degli eminenti predicatori, che furono famosi al tempo di quella divozione: ed anzi tutto di due dell'ordine de' Predicatori, cioè di frate Giovanni da Bologna, nativo di Vicenza, e di frate Giacomino da Seggio, oriondo di Parma. Imperocchè il beato Domenico non era ancora canonizzato, ma era morto e sotterra, come si canta in una prosa:
Iacet granum occultatum,
Sydus latet obumbratum;
Sed plasmator omnium
Ossa Ioseph pullulare,
Sydus iubet radiare
In salutem gentium.
Sta un grano ancor sepolto.
Sta un astro in ombra involto:
Ma il Dio che suscita
Or Giuseppe a morte invola,
Or dell'astro l'ombra assola,
E salva i popoli.
E veramente si trova che S. Domenico restò dodici anni sepolto senza che si facesse parola della sua santità; ma per cura di cotesto frate Giovanni sunnominato, che, al tempo di tale divozione, ebbe facoltà di predicare in Bologna, ne fu fatta la canonizzazione. Per questa canonizzazione s'adoperò anche il vescovo di Modena, che era un Piemontese, il quale, fatto poi Cardinale, prese nome Guglielmo, cui io vidi predicare e officiare la vigilia di Pasqua nella chiesa de' frati Minori a Lione, quando ivi si trovava Papa Innocenzo e tutta la sua corte. Questo frate Giovanni era per verità un uomo di nessuna coltura, e si voleva porre tra quelli che fanno miracoli. Fece in quel tempo un gran predicare tra Castel Leone e Castel Franco[44]. Ma frate Giacomino da Reggio, oriondo però di Parma, fu uomo assai colto, lettore di teologia, predicatore facondo, copioso e grazioso; uomo pronto, benigno, caritatevole, affabile, cortese, liberale e largo. Ed una volta fummo compagni di viaggio di giorno e di notte da Parma a Modena in un momento di gran guerra; ed era anche meco il frate mio compagno, ed egli aveva il suo. Questi al tempo di quelle divozioni, di cui abbiamo parlato più sopra, aveva molta grazia nel predicare, e fece molto di bene. Nell'anno stesso ebbe principio in Reggio la costruzione della chiesa del Gesù de' frati Predicatori; e se ne fondò la prima pietra, consacrata dal vescovo Nicolò, il dì di S. Giacomo. E ad erigere quel tempio accorrevano i Reggiani, uomini, donne, militi di cavalleria, di fanteria, campagnuoli, cittadini; e portavano pietre, sabbia, calce sulle spalle entro varie specie di pelli e di tessuti. E beato chi più ne poteva portare; e fecero le fondamenta della chiesa e del caseggiato annesso, e alzarono una parte delle muraglie. Al terz'anno compirono tutto il lavoro. E allora frate Giacomino ne dirigeva la buona esecuzione. Questo frate Giacomino fece nella diocesi di Parma tra Calerno[45] e S. Ilario, al disotto dell'Emilia, una gran predicazione, alla quale accorse una grandissima folla d'uomini, donne, ragazzi, da Parma, da Reggio, dal monte, dal piano e da diverse ville. Ed una donna povera e gravida, ivi partorì un maschio; e per istanze e preghiere di frate Giacomino molte persone diedero non pochi soccorsi a quella povera donna. Perocchè tra le donne, chi regalava una sottana, chi una camicia, chi una veste, chi una benda; sicchè ne raccolse da caricare un asino. E dagli uomini n'ebbe cento soldi imperiali. E chi era presente e vide, riferì a me queste cose dopo tempo assai, quando ebbi a passare con lui per quei luoghi: Cose che ho saputo poi anche da altri. A questo frate Giacomino, malato a Bologna nell'infermeria de' frati Predicatori, ritto a sedere sul letto, verso il mezzodì, e desto, apparve frate Giraldo da Modena dell'Ordine dei frati Minori, quello stesso giorno in cui morì, dicendo: Io sono alla visione della gloria di Dio, alla quale Cristo chiamerà presto anche te a ricevere il premio delle tue fatiche, e soggiornerai sempre presso chi hai devotamente servito. Ciò detto, frate Giraldo disparve; e frate Giacomino raccontò a' suoi frati quanto aveva veduto, che se ne rallegrarono. Ed a frate Giacomino avvenne per punto quanto avevagli predetto frate Giraldo; poichè pochi giorni dopo s'addormentò nel Signore; e il suo corpo fu sepolto a Mantova. Frate Giovanni poi da Vicenza, più sopra menzionato, chiuse i suoi giorni in Puglia. Ebbero anche i frati Predicatori in Parma, nel tempo di quella divozione, che si chiamò alleluia, un frate Bartolomeo da Vicenza, che fece molto di bene, come ho veduto co' miei occhi; ed era buon uomo, prudente ed onesto; e dopo molto tempo fu fatto Vescovo della sua città natale, ove fece fabbricare un bel convento pe' frati del suo Ordine, che prima ivi non abitavano. I frati Minori poi ebbero un frate Leone milanese, predicatore famoso, che perseguitò potentemente, e confutò e confuse gli eretici. Fu molti anni ministro provinciale nell'Ordine de' frati Minori, e poi Arcivescovo di Milano. Costui era di tanto singolare coraggio, anzi audacia, che una volta da solo andò collo stendardo in mano alla testa dell'esercito Milanese contro l'Imperatore, e passato il ponte d'un fiume, solo, stette a lungo di piè fermo squassando lo stendardo; mentre i Milanesi non osavano passare perchè vedevano l'esercito imperiale in ordine di battaglia. Questo frate Leone confessò un amministratore dell'ospedale di Milano, uomo che godeva gran nome e fama di santità. E quando esso fu agli estremi della vita Leone si fece promettere che sarebbe tornato dopo morte a dargli contezza dello stato in cui si trovava. E promise di buon grado. Verso sera si sparge in città la voce della sua morte. Frate Leone invita due frati suoi compagni particolari, ch'egli aveva come ministro Provinciale, a vegliare seco quella sera in un angolo dell'orto, nella camera dell'ortolano. Vegliando tutti e tre insieme, frate Leone fu preso un momento da un lieve sonno; e, volendo dormire, pregò i compagni che, se qualche cosa sentissero, lo svegliassero. Ed ecco che subito odono uno venire disperatamente urlando, e lo videro rotar giù dal cielo come un globo di fuoco, e precipitarsi sul comignolo della casetta come uno sparviero sull'anitra. Pel rumore, e scosso dai frati, Leone si svegliò. E continuando colui i lamenti Ahi! Ahi!. frate Leone gli domandò come si trovasse. Ed egli rispose dicendo che era dannato, perchè era stato causa che morissero senza battesimo alcuni bambini nati da unione illeggittima, avendoli egli con isdegno reietti dall'ospedale, perchè vedeva che per accoglierli l'Ospizio andava incontro a spese e disagi. E domandandogli frate Leone perchè non si fosse confessato di questa colpa, rispose: o perchè me ne sono dimenticato, o perchè non credetti che la fosse da confessarsene. Quindi frate Leone soggiunse: Giacchè nulla hai a che fare con noi, partiti da noi, e vanne per la tua strada. Ed egli gridando e urlando dipartissi. Pertanto questo Frate Leone nel tempo di quella divozione, che i posteri chiamarono poi l'alleluia, molto s'adoperò, e molto fece di bene. Vi fu anche un cert'altro frate Minore di Padova che nel tempo di quella divozione fece molto di bene. Questi predicando una festa a Como, e facendo un usuraio murare una sua torre, disturbato il frate dal martellare degli operai, disse al popolo, che l'ascoltava: Vi predico che nel tal tempo quella torre ruinerà, e sin dalle fondamenta sarà divelta. Ed accadde, e fu giudicato un gran miracolo. Perciò l'Ecclesiastico dice 37: L'anima di un uomo pio scopre talora la verità meglio che sette sentinelle, che stanno alla vedetta in luogo elevato. Così ne' Proverbii 17: Chi molto alta fa la casa sua, va cercando ruine. Miracolo eguale a quello della profezia della torre che doveva ruinare, è quello pel figlio di Grilla, e delle tre zucche, e del sorcio in una zucca. E tutto diceva così a casaccio, a sorte, e perciò fu chiamato l'indovino. Vi fu anche Girardo da Modena dell'Ordine de' frati Minori, che a' tempi della suddetta divozione, operò cose miracolose e fece molto di bene, come ho veduto io co' miei occhi. Questi nel secolo si chiamava Girardo Maletta. Nacque di potente e ricca famiglia, cioè dai Boccabadati. Fu uno dei primi frati dell'Ordine dei Minori, non però uno dei dodici. Fu amico ed intimo del beato Francesco, e talvolta compagno: uomo cortese assai, liberale, splendido, religioso, onesto, di costumi assai castigato, e misurato nelle parole e nelle opere. Non ebbe che poca coltura di lettere: Tuttavia fu grande oratore, e predicatore ottimo e pieno di grazia. Voleva andare in giro per tutto il mondo. Fu egli che pregò per me frate Elia ministro Generale dell'Ordine de' frati Minori, che mi ricevesse nell'Ordine; e accolse l'istanza in Parma l'anno 1238. Fui talvolta suo compagno di viaggio. Al tempo della detta divozione i Parmigiani affidarono a lui la signoria di Parma, acclamandolo Podestà, con potere di accordare in pace fra loro quelli, che per rancori erano in dissidio. E così fece, e, molti che per discordie erano nemici, ricompose in pace ed amicizia. Tuttavia in un caso di composta pacificazione, incorse in calunnia, avendo irritato Bernardo di Rolando Rossi, cognato di Papa Innocenzo IV, per non aver data sufficiente soddisfazione ad alcuni di lui amici. Frate Girardo tenea molto dalla parte dell'Impero; ma nulla ostante egli camminò al cospetto di Dio in pace ed equità, e molti ritrasse dalle vie dell'iniquità, come disse Malachia II. E qui a proposito richiamati alla mente la storia di quei tre compagni, de' quali uno volle pensare a sè solo, e a sè solo vivere, e fare il solitario; il secondo amò curare i malati; il terzo riamicare i nemici. Del primo dice S. Girolamo: La santa selvatichezza giova a sè soltanto, e di quanto vantaggia la Chiesa di Cristo coi meriti della vita, d'altrettanto le nuoce, se non faccia opera di resistenza a' suoi demolitori. Perciò ricordati bene di S. Sindonio, a cui un Angelo del Signore comandò di andare attorno a predicare contro gli eretici. Del beato Francesco ancora fu scritto che non vuol vivere per sè solo, ma giovare gli altri, indottovi da amore di Dio. Ogni volta che mi torna a mente frate Girardo da Modena, mi torna a mente anche quella sentenza dell'Ecclesiastico XIX: È da preferirsi l'uomo che manca di sagacità, ed è privo di scienza, ma è timorato, a quello che abbonda di avvedutezza, e trasgredisce la legge dell'Altissimo. Io mi trovai malato a Ferrara con frate Girardo di una malattia, di cui egli morì dopo essere venuto a Modena verso l'anno nuovo; e fu sepolto in un sarcofago di marmo nella chiesa de' frati Minori. E Iddio si degnò di operare per mezzo di lui molti miracoli, che per brevità tralascio di narrare, perchè può esservene occasione altrove. Una cosa però non vuolsi passare sotto silenzio, ed è che questi frati, valenti predicatori, al tempo della prenominata divozione, si adunavano talvolta in qualche luogo, e insieme prestabilivano per le loro prediche il luogo, il giorno, l'ora e l'argomento. E l'uno diceva all'altro: Tien fermo ogni cosa dell'accordo preso; sicchè le cose immanchevolmente accadevano come erano state prefisse. Stava dunque frate Girardo, come l'ho visto io co' miei occhi, nella piazza del Comune di Parma, o altrove quando voleva, sopra un palchetto portatile di legno, fatto a posta per uso delle concioni; e, quando il popolo era tutto intento, ad un tratto interrompeva la predica, e s'incappucciava, quasi in atto di pensare a Dio. Poi, dopo lunga pezza, scappucciatosi, parlava al popolo meravigliato, quasi dicesse coll'Apocalisse I: Io era in Ispirito nel giorno della domenica, ed ascoltai il dilettissimo nostro fratello Giovanni da Vicenza, che predicava vicin di Bologna, nella ghiaia del Reno, ed aveva un affollatissimo uditorio, e queste furono le prime parole della sua predica: Beata la gente che per suo signore ha Dio, beato il popolo eletto da Dio per sua eredità. Altrettanto diceva di frate Giacomino. E quelli sapevan dire parimente di lui. Meravigliavano i presenti, e, punti da curiosità, spedivano messi per sapere se era vero ciò che loro si diceva. E trovando che sì, vieppiù restavano meravigliati; sicchè molti, abbandonando il secolo, entravano nell'Ordine de' frati Minori, e de' Predicatori. E in diversi altri modi, e in molte parti del mondo gran bene si fece a tempo di quella divozione, come ho visto io co' miei occhi. Vi furono però anche a que' tempi molti barattieri e gabbamondi, che facevan di tutto per calunniare gli innocenti. De' quali fu un Boncompagno fiorentino, rinomato maestro di grammatica in Bologna, che compose libri intitolati Del comporre. Costui, che tra' fiorentini era il più arguto nel mettere in canzone la gente, compose una rima in derisione di frate Giovanni da Vicenza, di cui non ricordo nè il principio, nè la fine, perchè da molto tempo non l'ho letta, e quando la lessi non mi curai tanto d'impararla bene a memoria. V'erano però questi versi, che mi ricorrono a mente:
Et Johannes johannizat,
Et saltando choreizat,
Modo salta, modo salta
Qui coelorum petis alta:
Saltat iste saltat ille,
Resaltant choortes mille;
Saltat chorus dominarum,
Saltat dux Venetiarum ecc.
E Giovanni giovanneggia
E ballando caroleggia,
Or tu salta, vola, sali,
Tu ch'al cielo batti l'ali;
Saltan questi, saltan quelli,
Saltan pur mille drappelli;
Danzan donne in giro, in coro
Danza il Sir del Bucintoro ecc.
Così pure questo maestro Boncompagno vedendo che frate Giovanni s'era messo in capo di far miracoli, anch'egli volle provarsi a farne, e annunziò ai Bolognesi che voleva volare sotto i loro occhi. Non ci volle altro. La notizia corre per Bologna; arriva il giorno prefisso; si raduna tutta la città, uomini, donne, vecchi, fanciulli, alle falde d'un colle, che si chiama S. Maria in monte. S'era fatte due ali, e stava sulla vetta del monte guardando la folla. Ed essendosi reciprocamente a lungo guardati, proferì queste parole: Andatevene colla benedizione di Dio, e vi basti aver veduta la faccia di Boncompagno. E ne ritornarono derisi. Questo maestro Boncompagno, essendo un ottimo scrittore, per consiglio de' suoi amici andò a Roma, volendo provare se per avventura potesse colla sua abilità nelle lettere, trovar grazia nella corte romana. Ma non avendo trovato favore, se ne partì, e divenuto già vecchio, si era ridotto a tanta miseria, che fu costretto a chiudere i suoi giorni in un ospedale a Firenze. A frate Giovanni da Vicenza poi più sopra menzionato, gli onori ricevuti e la grazia nel predicare gli avevano siffattamente beccato il cervello da avernelo travolto e credere di poter fare veri miracoli anche senza l'aiuto del braccio di Dio. Il che era somma stoltezza, perchè il Signore dice in Giovanni 15. Senza me nulla potete fare. Parimente ne' Proverbii 26. Chi dà gloria allo stolto fa come chi gittasse una pietra preziosa in una mora di sassi. Essendo frate Giovanni rimproverato delle sue fatuità da' suoi confrati, rispondeva loro, dicendo: Se non la finite, io vi infamerò pubblicando le vostre azioni. Per ciò lo tollerarono sino che morì, non trovando modo di contrastargli. Questi essendo venuto un giorno al convento de' frati Minori, ed avendogli il barbiere rasa la barba, s'ebbe a male che i frati non ne avessero raccolti i peli da serbare per reliquie. Ma frate Diotisalvi da Fiorenza dell'Ordine dei Minori, che, secondo il costume de' Fiorentini era prontissimo a canzonare la gente, a capello rispose allo stolto come si conviene alla sua follìa, chè talora non gli paresse d'esser savio. Proverbii 26. Perocchè andato un giorno al convento de' Predicatori, ed essendo stato da loro invitato a pranzo, disse che in niun modo accetterebbe, se non dessero a lui un lembo della tonaca di frate Giovanni, che stava in quel convento, da conservare come reliquia. Promisero e diedero una larga pezza di tonaca, colla quale, sgravatosi dopo pranzo il ventre, forbissi l'ano, poi la gittò nello sterco. Poscia, presa una pertica, rimestava lo sterco gridando e dicendo: Ahi! Ahi! aiutatemi o fratelli, che cerco la reliquia del santo che ho smarrita nella latrina. E guardando essi in giù dalle finestre delle celle, egli rimestava più forte perchè ne sentisser l'odore. Pertanto nauseati da tali esalazioni, ed inteso che erano stati scherniti da quel canzonatore, ne restarono confusi e svergognati. Questo frate Diotisalvi una volta fu comandato di andare per obbedienza ad abitare nella provincia di Penne, in Puglia. Egli allora andò nell'infermeria, si cavò nudo, e, scucito un materasso, vi si nascose dentro e vi stette tutto un giorno involto nelle penne. Cercato da' frati, ivi lo trovarono, e disse che aveva adempiuto all'obbedienza impostagli. Perciò, a cagione di questa spiritosità, gli fu condonata l'obbedienza, e non andò. Così un giorno d'inverno camminando per Firenze scivolò per ghiaccio, e stramazzò disteso sulla via. Vedendo questa scena i fiorentini, che è gente nata per dar la beffa, cominciarono a ridere. Ma uno chiese anche al frate se volesse un cuscino da mettersi sotto. A cui il frate rispose che sì, che sì, purchè da mettersi sotto gli si desse per cuscino la moglie del suo interlocutore. I fiorentini udendo questa risposta non ne ebbero scandalo; anzi lodarono il frate, dicendo: quest'è veramente de' nostri. (Alcuni attribuirono questa risposta ad un altro fiorentino, che si chiamava frate Paolo Millemosche dell'Ordine de' Minori). Ma noi dobbiamo piuttosto domandare a noi stessi, se il frate facesse bene, o male a rispondere in quel modo: e sosteniamo che per molte ragioni rispose male..... Però frate Diotisalvi, che diede occasione a questo racconto, per molte altre ragioni si può anche scusare. La sua risposta però non deve trarsi ad esempio, che altri la ripeta... La terza ragione è che parlò tra suoi concittadini, i quali non se ne scandolezzarono essendo eglino tutti uomini sollazzevoli ed usi alle beffe. Ma in altro paese avrebbe suonato male quella risposta del frate. Di questo frate Diotisalvi inoltre io so molte cose, come anche del conte Guido, di cui da molti molte e varie cose sogliono contarsi, che, essendo più scandalose che edificanti, io non racconto. Tuttavia frate Diotisalvi andò oltremare coll'arcivescovo di Ravenna, chiamato Teodorico, che fu sant'uomo e persona assai onesta. Dopo lui fu Arcivescovo di Ravenna Filippo di Pistoia, o di Lucca, a cui successe frate Bonifacio dell'Ordine de' Predicatori, nativo di Parma, che ebbe l'Arcivescovado da Papa Gregorio X non in grazia dell'Ordine suo, ma perchè era suo parente; ed ora è Arcivescovo anch'esso, grande oratore, e tenace sostenitore del partito della Chiesa. Una cosa però non è da tacere, ed è, che i Fiorentini non si scandalizzano se taluno esce dell'Ordine dei Minori, ed anzi dicono di far le meraviglie come vi sia stato tanto tempo, stantechè i frati Minori sono una gente povera, che si impone mille maniere di penitenze. Questi Fiorentini avendo un giorno udito che frate Giovanni da Vicenza dell'Ordine dei Predicatori, di cui è parlato più sopra, voleva andare a Firenze, dissero: Oh! Dio! non venga quà. Perochè si dice che risusciti i morti, e noi siamo già tanti che la città non ci potrà contenere. Ed il parlare de' Fiorentini suona assai grazioso in loro dialetto. Sia benedetto Iddio che abbiam finita questa parte. Vi fu a questi tempi un canonico Primasso di Colonia, argutissimo a mettere in canzone e dar la baia alla gente e versaggiatore facile e potente, che se si fosse dedicato di cuore a servire Iddio sarebbe stato grande nella letteratura religiosa, e utile alla Chiesa di Dio. Fece un'Apocalisse, ch'io ho veduto, e molte altre opere. Costui condotto un giorno dal suo Arcivescovo ai campi, non a meditare, ma a passeggiare, e avendo veduto i buoi del podere dell'Arcivescovo, che aravano, belli, forti e grassi, e avendogli detto l'Arcivescovo: Se, prima che i buoi arrivino quì, saprai far versi intorno ad un regalo di buoi, io te li donerò: Primasso soggiunse: Sta fermo ciò che hai detto? Fermissimo, rispose l'Arcivescovo. E allora subito cantò:
Indigeo bobus — ad rura colenda duobus,
Pontificis munus — Veniat bos unus et unus
Per arar mio campo bene
Aggiogar due buoi conviene:
L'uno in dono dal Prelato,
Così l'altro mi sia dato.
Altra volta, quand'era alla Corte, volendo fare un presente ad un certo Cardinale, fece fare dodici pani bianchissimi, grossi e belli, di cui la fornaia gliene rubò uno. Nullameno mandò gli undici restanti con una cartolina, che diceva;
Ne Spernas munus — si desit apostolus unus;
Ut verbis ludam — rapuit fornaria Iudam.
No, non sgradir questo mio tenue dono
Se dodici gli apostoli non sono;
Chè Giuda, e forse di scherzar s'intese,
La birba di fornaia se lo prese.
Un'altra volta ancora avendogli l'Arcivescovo mandato un regalo di pesce senza vino, disse:
Mittitur in disco — mihi piscis ab Archiepisco.
Me non inclino — quia missio fit sine vino.
Un piatto l'Arcivescovo m'invia
Con entro il più bel pesce che si dia.
No, non l'accetto, se con lui non viene
Un vin che grilli e fumi per le vene.
Parimenti in altra occasione fece questi versi:
His vaccis parcam, — quae sacri foederis arcam
Olim duxerunt — sed aquis comedi meruerunt.
Queste rispetterò vacche ch'han tratte
La nave trionfal del sacro patto;
Ma il mondo reo con un nefando eccesso
Ingrato al merto lor le mangia a lesso
Un'altra volta gli fu porto del vino molto annacquato. E cominciò a dire:
In cratere meo, — Thetis est sociata Liaeo:
Est Dea juncta Deo, — Sed Dea major eo.
Nil valet hic, vel ea — nisi quando sit Pharesea;
Amodo propterea, — sit Deus ubsque Dea.
In questo nappo mio ch'or or s'empieo
Misti in amplesso son Teti e Lieo:
Un Dio con una Dea si mesce e avvince,
Che maggiore di lui lo slomba e vince.
Nè l'uno nulla val, nè l'altra un punto,
Se l'un coll'altra insiem trovi congiunto,
Frema dunque Lieo nell'inguistare,
E Teti baci il suo Nettuno in mare.
Parimente in altra occasione improvvisò i seguenti versi intorno al vino:
Fertur in convivio — vinus, vina, vinum;
Masculinum displicet, — atque foemininum:
In neutro genere — ipsum est divinum,
Loquens variis linguis — optimum latinum.
Vino, vinel, vinella al desco è data;
Lungi da me sta femmina scempiata:
Lungi da me l'eunuco suo germano;
M'innondi il padre lor che è Dio sovrano
Che pizzica, che morde, ed un latino
Fa le lingue parlar vivo, divino.
Così pure egli accusato dal suo Arcivescovo di tre colpe, cioè; di essere donnaiolo, giuocatore e taverniere, fece in versi una sua giustificazione che diceva;
Aestuans intrinsecum — ira vehementi
In amaritudine — loquor meae menti,
Factus de materia — vilis elementi,
Folio sum similis — de quo ludunt venti.
Cum sit enim proprium — viro sapienti
Super petram ponere — sedem fundamenti,
Stultus ego comparor — fluvio labenti
Sub codem aere — nunquam permanenti.
Feror ego veluti — sine nauta navis,
Ut per vias aeris — vaga fertur avis.
Non me tenent vincula — nec me tenet clavis
Quaero mei similes — et adiungor pravis.
Mihi cordis gravitas — res videtur gravis;
Iocus est amabilis — dulciorque favis.
Quidquid venus imperat — labor es suavis,
Quae nunquam in cordibus — habitat ignavis
Via lata gradior, — via iuventutis;
Implico me vitiis — immemor virtutis
Mortuus in anima — curam gero cutis,
Voluptatis avidus — magis quam salutis.
Praesul discretissime, — veniam te precor:
Morte bona morior, — dulci nece necor;
Meum pectus sauciat — puellarum decor,
Et quas tactu nequeo, — saltem corde mecor.
Rest est paratissima — vincere naturam?
In aspectu virginis — menten esse puram?
Iuvenes non possumus — legem sequi duram,
Leviumque corporum — non habere curam.
Quis in igne positus — igne non uratur?
Quis Papiae commorans — castus habeatur?
Ubi Venus digito — iuvenes venatur,
Oculis illaqueat, — facie praedatur.
Si ponas Ipolitum — hodie Papiae,
Non erit Ipolitus — in sequenti die.
Veneris in talamos ducunt omnes viae
Non est in tot turribus — turris Alachiae.
Secundo redarguor — etiam de ludo:
Sed cum ludus corpore — me dimittat nudo,
Frigidus exterius — mentis aestu sudo.
Tunc versus et carmina — meliora cudo.
Tertio capitulo — memoro tabernam;
Illam nullo tempore — sprevi nec spernam,
Donec sanctos — veniente cernam angelos
Cantantes pro mortuis — requiem aeternam.
Poculis accenditur — animi lucerna;
Cor imbutum nectare — volat ad superna.
Mihi sapit dulcius — vinum de taberna
Quam quod aqua miscuit — Praesulis pincerna.
Loca vitant pubblica — quidam poetarum
Et secretas eligunt — sedes latebrarum.
Student, instant, vigilant — nec laborant parum,
Et vix tandem reddere — possunt opus clarum.
Student, instant, vigilant — poetarum chori,
Vitant rixas pubblicas — et tumultus fori;
Et ut opus faciant — quod non possit mori
Moriuntur studio — subditi labori.
Unicuiqe proprium — dat natura donum;
Ego versus faciens — bibo vinum bonum,
Et quod habent purius — dolia cauponum.
Vinum tale generat — copiam sermonum:
Unicuique proprium — dat natura munus
Ego nunquam potui — scribere ieiunus.
Me ieiunum vincere — posset puer unus.
Sitim et ieiunium — odi quasi funus.
Tales versus facio — quale vinum bibo.
Nihil possum facere — nisi sumpto cibo,
Nihil valent penitus — quae ieiunus scribo.
Nasonem post calicem — carmine praeibo.
Mihi nunquam spiritus — poetriae datur,
Nisi prius fuerit — venter bene satur.
Dum in arca cerebri — Baccus dominatur
In me Foebus irruit — et miranda fatur
Meum est propositum — in taberna mori
Ut sint vina proxima — morientis ori.
Tunc occurrent citius — angelorum cori.
Sit Deus propitius — mihi peccatori.
Ecce meae proditor — pravitatis fui,
De qua me redarguunt inservientes tui.
Sed eorum nullus — est accusator sui,
Quamvis velint ludere — saeculoque frui
Iam nunc in praesentia — praesulis beati
Mittat in me lapidem — neque parcat vati,
Cujus non est animus — conscius peccati.
Sum locutus contra me — quid quid de me novi,
Et virus evomui — quod tam diu fovi,
Vetus vita displicet — mores placent novi,
Homo videt faciem, — sed cor patet Iovi.
Iam virtutes diligo, — vitiis irascor;
Quasi modo genitus — novo lacte pascor,
Ne sit meum amplius — vanitatis vas cor.
Electe Coloniae — parce poenitenti,
Et da poenitentiam — culpam confitenti;
Feram quid quid iusseris — animo libenti.
Parcit enim subditis — leo rex ferarum
Et est erga subditos — immemor irarum.
Et vos idem facite, — Principes terrarum.
Quod caret dulcedine — nimis est amarum.
Con un rovello in cor d'ira bollente
Meco ragiono in duol colla mia mente.
Plasmato d'un vilissimo elemento
Somiglio a foglia, che sia scherzo al vento.
Al saggio, è ver, convien saldar sua legge
Su quella pietra che in eterno regge;
Ma sovra un fiume che mai posa e guizza
Lo stolto, che son io, sua sede rizza.
Nave senza nocchier cui l'onda aggira,
Augel travolto da Aquilon che spira,
Non àncora mi tien non chiavistello
Co' pari miei m'imbranco nel bordello.
Ogni grave pensier l'alma mi strugge,
E sol dal gioco sua dolcezza sugge.
Opra soave sol ne impon Ciprigna,
Ciprigna a cor gelato ognora arcigna.
Volo per largo in giovanil furore;
Guazzo nel male e al bene aduggio il fiore.
Morto nell'alma, al corpo sol ridotto,
Più del piacer che di virtù son ghiotto.
Deh! mi perdona, o mio signor preclaro!
Ov'è un morir più dolce? Ov'è più caro?
Fior di fanciulle al cor dardi mi scocca,
E se 'l tatto non può, desio le tocca.
Chi può domare il cor? Chi la natura?
Chi le belle guardar con mente pura?
La giovanile età la legge rompe,
E sbriglia il corpo, che qual tauro irrompe.
Fu paglia in foco mai ch'arsa non sia?
Fu casto niuno mai dentro Pavia?
Ove il cinto di Venere t'allaccia,
E il guardo, il dito, il volto dà la caccia?
Vada pur oggi Ippolito a Pavia,
Ippolito diman certo non fia.
Venere ha nido in ogni via che scorri,
Niuna è d'Alachia[46] fra tante torri.
Poi di giocar, su me, l'accusa grava;
Ma quel troppo giocar nudo mi cava,
Mi gela fuor, m'infiamma entro la mente,
E allor so verseggiar divinamente.
M'accusan d'andar troppo all'osteria
Fu sempre il mio gran gusto e ognor lo fia
Sinchè verran l'angeliche coorti
A cantare per me l'inno dei morti.
Face dell'alma son del vin le spume,
Che per volare al ciel danno le piume.
E a me più piace il vin della taverna
Che 'l pisciarel di vescovil pincerna.
Vedi poeta a martellar sull'arte,
Chiuso, solingo, starsene in disparte,
E suda, dura, veglia e si martoria
E in fin ne miete a pena un po' di gloria.
Suda e s'affanna de' poeti il coro,
Fugge teatri e strepiti di foro;
E per comporre un carme imperituro,
Dorme anzi tempo tra color che furo.
Ad ogni uom suo don le stelle danno:
Ed io poeta del miglior tracanno
Che spilli a me dell'oste la cantina,
Che da facondia ricca, alta, divina,
Ad ogni uom suo don le stelle diero;
Ed io digiun non so trovar pensiero;
E me digiuno anche un fanciullo atterra;
Odio sete e digiun più che la guerra.
Bei versi io detto se il mio nappo è vasto;
E nulla posso far che dopo il pasto.
Ciancie da nulla sol, digiuno, io vergo:
Dopo i bicchier mi lascio i grandi a tergo.
Poetica scintilla non m'accende
Se pria buon cibo il ventre non mi stende.
Quando nel mio cervello è Bacco in trono
Febo mi fa del suo cantare un dono.
Morire all'osteria io bramo e voglio,
Per morire tra 'l vin qual viver soglio.
Allor verran l'angeliche legioni,
E Dio mi tocchi il cuore e mi perdoni.
Ed ecco che di quel son reo confesso
Che a carico di me le spie han messo:
Ma nessuna di lor sè stessa accusa;
Eppur di Bacco e di Ciprigna abusa.
Ora dunque, o Signore, al tuo cospetto
Lanci una pietra quì contra 'l mio petto,
Nè d'un poeta il colga o tema o cura,
Chi si sente di lor coscienza pura.
Ecco quanto so dir a danno mio:
Ecco le colpe che il mio sen nutrio.
Ora il vecchio si spogli e si rinnove;
Chè l'uom la faccia, il cor lo vede Giove.
Già già virtude adoro, e il vizio fuggo;
Quasi rinato nuovo latte suggo,
A fin che il cor non serva, or fatto mondo,
Ad albergar le vanità del mondo.
Deh! perdona, o Signore, a chi s'emenda;
Pari all'error su me la pena scenda.
Sommesso al tuo volere umilemente
Farò come colui che a pien si pente.
Una fiera minor non la molesta
Il biondo imperador della foresta.
Per voi, o Prenci, ecco un solenne esempio:
Incrudelir dall'alto, è vile ed empio.
L'anno sopranotato, cioè 1233, nel pontificato di Gregorio IX, di Maggio, ne' giorni dell'alleluja, Federico Imperatore de' Romani, incarcerò Enrico suo figlio Re di Lamagna, perchè contro la volontà del padre aveva fatto adesione ai Lombardi, e lo tenne a lungo prigione. E mentre da Castel S. Felice lo conducevano al carcere di un altro castello, vinto dal tedio e dalla melanconia, si precipitò da un burrone, e morì. Si adunarono perciò, in assenza del padre, i principi, i baroni, i cavalieri e i giudici per dargli sepoltura. E con loro si trovò presente anche frate Luca pugliese dell'Ordine de' Minori, di cui è il libro intitolato ==Sermonum Memoria==, per farne, secondo l'uso de' Pugliesi, l'orazione funebre. E dal libro della Genesi capo 22º prese il tema, che dice: Abraam stese la mano, e prese il coltello per iscannare il suo figliuolo. Ed i giudici e le persone colte che erano presenti dissero: questo frate dice tali cose, che l'Imperatore gli farà tagliare la testa. Ma se la passò altrimenti; perchè fece una tanto splendida orazione in lode della giustizia, che l'Imperatore avendola udita celebrare, volle averne copia.