I. — DI UN FRATE AD UN MERCANTE.
Usano i frati minori, a certi tempi, alcune loro quaresime, nelle quali essi non mangiano carne ne’ lor conventi; ma in viaggio, perchè essi vivono di limosine, hanno licenzia di mangiare ciò che è posto loro innanzi. Onde, abbattendosi, in detti viaggi, una coppia d’essi frati a un’osteria, in compagnia d’un certo mercantuolo, il quale, essendo a una medesima mensa, alla quale non fu portato, per la povertà dell’osteria, altro che un pollastro cotto; onde esso mercantuolo, vedendo questo essere poco per lui, si volse a essi frati, e disse: — se io ho ben di ricordo, voi non mangiate in tali dì ne’ vostri conventi d’alcuna maniera di carne. — Alle quali parole i frati furono costretti, per la lor regola, sanza altre cavillazioni, a dire ciò essere la verità: onde il mercantuolo ebbe il suo desiderio; e così, si mangiò essa pollastra; e i frati feciono il meglio poterono.
Ora, dopo tale desinare, questi commensali si partirono tutti e tre di compagnia; e dopo alquanto di viaggio, trovato un fiume di bona larghezza e profondità, essendo tutti e tre a piedi, — i frati per povertà e l’altro per avarizia, — fu necessario, per l’uso della compagnia, che uno de’ frati, essendo discalzi, passasse sopra i sua omeri esso mercantuolo: onde datoli il frate a serbo i zoccoli, si caricò di tale omo.
Onde accadde che, trovandosi esso frate in mezzo del fiume, esso ancora si ricordò de la sua regola; e fermatosi, a uso di San Cristofano, alzò la testa inverso quello che l’aggravava, e disse: — dimmi un poco, hai tu nissun dinari addosso? — Ben sai, rispose questo, come credete voi che mia pari mercatante andasse altrementi attorno? — Ohimè! disse il frate, la nostra regola vieta, che noi non possiamo portare danari addosso; — e sùbito lo gettò nell’acqua. La qual cosa conosciuta dal mercatante, facetamente la già fatta ingiuria essere vendicata, con piacente riso, pacificamente, mezzo arrossito por vergogna, la vendetta sopportò.