IV.
Nessuna comparazione è dallo ingegno e artificio e discorso della Pittura a quello della Scoltura, che non s’impaccia della Prospettiva, causata dalla virtù della materia e non dall’artefice.
E se lo scultore dice non poter racconciare la materia levata di soperchio alla sua opera, come può il pittore; qui si risponde che quel che troppo leva, poco intende, e non è maestro. — Perchè se lui ha in potestà le misure, egli non leverà quello che non deve; adunque diremo tal difetto essere dell’operatore e non della materia.
Ma di questi non parlo, perchè non sono maestri, ma guastatori di marmi.
Li maestri non si fidano nel giudizio dell’occhio, perchè sempre inganna, come prova, chi vol dividere una linea in due parti eguali, a giudizio di occhio, che spesso la sperienza lo inganna; onde per tale sospetto li buoni giudici sempre temono, il che non fanno l’ignoranti, e per questo, colla notizia della misura di ciascuna lunghezza, grossezza e larghezza de’ membri sempre si vanno al continuo governando, e così facendo, non levano più del dovere.
Ma la Pittura è di maraviglioso artificio, tutta di sottilissime speculazioni, delle quali in tutto la Scoltura n’è privata, per essere di brevissimo discorso.
Rispondesi allo scultore, che dice, che la sua scienza è più permanente che la Pittura, che tal permanenza è virtù della materia sculta e non dello scultore, e in questa parte lo scultore non se lo debbe attribuire a sua gloria, ma lasciarla alla natura, creatrice di tale materia.