VIII. — IL RASOIO.

Uscendo un giorno il rasoio di quel manico, col quale si fa guaina a sè medesimo, e postosi al sole, vide il sole specchiarsi nel suo corpo; della qual cosa prese somma gloria, e rivolto col pensiero indirieto, cominciò con seco medesimo a dire:

— Or tornerò io più a quella bottega, della quale novamente uscito sono? certo no; non piaccia alli Dei, che sì splendida bellezza caggia in tanta viltà d’animo! Che pazzia sarebbe quella, la qual mi conducesse a radere le insaponate barbe de rustici villani e fare meccaniche operazioni! È questo corpo da simili esercizi? Certo no. Io mi voglio nascondere in qualche occulto loco, e lì con tranquillo riposo passare mia vita. — E così, nascosto per alquanti mesi, un giorno ritornato all’aria, e uscito fori della sua guaina, vide sè essere fatto a similitudine d’una rugginente sega, e la sua superficie non rispecchiare più lo splendente sole. Con vano pentimento indarno pianse lo irreparabile danno, con seco dicendo: — Oh! quanto meglio era esercitare col barbiere il mio perduto taglio di tanta sottilità! Dov’è la lustrante superficie? certo la fastidiosa e brutta ruggine l’ha consumata! — Questo medesimo accade nelli ingegni, che in scambio dello esercizio si danno all’ozio; i quali, a similitudine del sopradetto rasoio, perdono la tagliente sua sottilità, e la ruggine dell’ignoranza guasta la sua forma.