XIV. — SEGUE.
La Pittura è una Poesia muta, e la Poesia è una Pittura cieca, e l’una e l’altra va imitando la natura, quanto è possibile alle lor potenze, e per l’una o per l’altra si può dimostrare molti morali costumi, come fece Apelle colla sua Calunnia.
Ma della Pittura, perchè serve all’occhio, senso più nobile, ne risulta una proporzione armonica; cioè che, siccome molte varie voci, insieme aggiunte ad un medesimo tempo, ne risulta una proporzione armonica, la quale contenta tanto il senso dell’udito, che li auditori restano, con stupente ammirazione, quasi semivivi; ma molto più farà le proporzionali bellezze d’un angelico viso, posto in pittura, dalla quale proporzionalità ne risulta un’armonico concento, il quale serve all’occhio in uno medesimo tempo, che si faccia dalla musica all’orecchio. E se tale armonia delle bellezze sarà mostrato all’amante di quella, di che tali bellezze sono imitate, sanza dubbio esso resterà con istupenda ammirazione e gaudio incomparabile e superiore a tutti l’altri sensi.
Ma della Poesia, — la quale s’abbia a stendere alla figurazione d’una perfetta bellezza, con la figurazione particulare di ciascuna parte, della quale si compone in pittura la predetta armonia, — non ne risulta altra grazia, che si facessi a far sentir nella musica ciascuna voce per sè sola in vari tempi, dello quali non si comporrebbe alcun concento, come se volessimo mostrare un volto a parte a parte, sempre ricoprendo quelle, che prima si mostrarno, delle quali dimostrazioni l’oblivione [dimenticare] non lascia comporre alcuna proporzionalità d’armonia, perchè l’occhio non le abbraccia co’ la sua virtù visiva a un medesimo tempo.
Il simile accade nelle bellezze di qualunque cosa finta dal poeta, de le quali, per essere le sue parti dette separatamente in separati tempi, la memoria non riceve alcuna armonia.