| [1] | Quelle pochissime volte che abbiamo creduto necessario esporre
insieme passi di eguale argomento, sebbene nel testo separati, lo abbiamo
singolarmente avvertito. |
| [2] | Memorie postume, pag. 220. |
| [3] | Lenormant, Les Origines de lʼHistoire, chap. ii, ix. |
| [4] | Hosea, vi, 7. |
| [5] | Isaia, xliii, 27. |
| [6] | Lenormant, op. cit., chap. viii. |
| [7] | Talmud Bab. Sanhedrin, f. 56a e b. Abbiamo riportato intorno
ai sette precetti dei Noachidi lʼopinione più comunemente accettata;
ma in questo luogo del Talmud si possono vedere le varie
opinioni sullʼenumerazione di questi precetti. Altri vi aggiungono
anche la proibizione di nutrirsi del sangue, altri quella della castrazione,
e altri anche della stregoneria. Finalmente ad opinione di altri,
si mantiene il numero di sette; ma allʼobbligo di osservare le leggi
civili, e alla proibizione di bestemmiare Iddio si sostituisce la proibizione
della castrazione e del promiscuamente delle specie. Secondo
altri libri tradizionali i precetti dei Noachidi sarebbero stati soltanto
sei, non computando quello che qui abbiamo registrato per ultimo (V.
Bereshith Rabbà, § 16, Debarim Rabbà, § 2). |
| [8] | Cfr. Michaelis, Mosaisches Recht, § 18. |
| [9] | V. Hirschfeld, Geist der talmudischen Auslegung. |
| [10] | Talmud Bab., Jomà, 28b, Qiddushin, 82a. |
| [11] | V. Talmud Bab. Sanhedrin, 56b, Mechiltà, Sez. Vaissà, i,
Rashì in locum, Seder ‛Olam Rabbà, cap. 5. |
| [12] | Vedi, Midrash Tanḣumà e Rashì in locum. |
| [13] | V. Politecnico, Parte letterario–scientifica, luglio 1866, pag. 25–42. |
| [14] | Denoto per brevità con questa sigla le leggi quali ora le abbiamo
nei tre libri dellʼEsodo, Levitico, Numeri; ma sʼintenda bene
da ora, per evitare ogni equivoco, che non le attribuisco ad un solo
autore. |
| [15] | V. Kuenen, Histoire critique, I, pag. 370. |
| [16] | Ḣolin, 115b. Nella Mechiltà poi (Esodo, xxiii, 19) sono riportate
altre spiegazioni che possono essere molto adatte come un saggio
delle rabbini eh e sottigliezze. Rabbì Shimʼon vuole nelle tre ripetizioni
trovare allusione al patto tre volte sancito fra Dio e il popolo, una
nellʼHoreb, lʼaltra nelle pianure di Moab, la terza nel monte Gherizim
e nel monte Ebal; Rabbì Jonathan vuole dedurne la proibizione per i
quadrupedi domestici, per i selvatici, e per i volatili, Rabbì Elʼazar
per i bovini, per le capre e per le pecore, Rabbì Shimʼon figlio dʼElʼazar
per i bovini, per gli ovini, e per gli animali selvatici; unʼaltra
opinione si conforma a quella del Talmud; una ultima finalmente ne
deduce la proibizione in qualunque tempo e in qualunque luogo, così
fuori della terra promessa, come nella terra promessa, tanto durante
resistenza del tempio, quanto prima che fosse eretto o dopo distrutto. |
| [17] | Rashì in locum; cfr. Sanhedrin, 4b. |
| [18] | Sanhedrin, 86a; Mechiltà, Esodo, xx, 15. |
| [19] | Vedi Sifrà, Levitico, xix, 11. Questo modo dʼinterpetrazione
è poi frequentissimo in tutto il Talmud e nei commenti talmudici al
Pentateuco; dimodochè vi si trova proprio ad ogni piè sospinto. |
| [20] | Il testo ebraico dice veramente «in qualunque luogo farò rammentare
il mio nome»; ed essendo Dio che parla, si è voluto intendere
che il permesso di costruire lʼaltare fosse conceduto solo per
il luogo designato come centro del culto. (V. Keil in locum). Ma è
da dubitarsi in prima che la lezione del testo masoretico sia corretta:
anzi probabilmente invece di Azchir, farò rammentare, la
lezione primitiva sarà stata, Tazchir, rammenterai. (V. Geiger,
Nachgelassen Schriften, IV, pag. 56; Merx, Nachwort im Genesis
Tuchʼs, pag. cxvi; Iona ibn Ganach, Sefer harikma); e la correzione
sarà stata fatta appunto per tentare una conciliazione fra questa
legge che ammette la libertà di culto, e le altre che ne impongono
al contrario lʼassoluto accentramento. Ad ogni modo però, anche accettando
la lezione, quale ora lʼabbiamo, le parole «in qualunque luogo
farò rammentare» significano dove darò occasione che si rammenti,
dove sarò rammentato, e così spiegano i più ragionevoli commentatori
(Rosenmüller, Knobel, Reuss, Ewald, Alterthümer 3a ediz.,
p. 162. De Wette, Opuscula Theologica, pag. 164). I talmudisti traggono
da questo passo tuttʼaltro significato: vi hanno voluto trovare
la proibizione di proferire il tetragramma fuori del tempio, perchè al
verbo rammentare danno il significato di menzionare, quindi proferire,
e il nome divino è per loro soltanto il nome per eccellenza, il
tetragramma. (Mechiltà, Jtrò, § 11; Sotà, 38a). Ognuno vede quanto
questa interpretazione sia arbitraria e priva di ogni fondamento. |
| [21] | Per meglio dimostrare quanto asseriamo gioverà riportare tradotto
il commento tradizionale ebraico. «Sino che non fu eretto il
tabernacolo erano permessi gli altari, e il culto [era ministrato] dai
primogeniti; da che fu eretto il tabernacolo, furono proibiti gli altari,
e il culto fu ministrato dai sacerdoti; sino che non arrivarono a Shilò,
furono permessi [di nuovo] gli altari; da che vennero a Shilò, furono
proibiti; giunsero a Nob e a Ghibʼon, furono di nuovo permessi; vennero
a Gerusalemme, gli altari furono proibiti, e più non furono permessi».
(Sifré, ii, § 65, cfr. Zebaḣim, 112b). |
| [22] | I commenti rabbinici tentano conciliare questa contraddizione,
interpetrando che gli animali bovini potevano immolarsi non per il
sacrifizio pasquale propriamente detto, ma per i conviti festivi chiamati
nel Talmud Ḣaghighà, dei quali però il testo biblico non parla
per nulla. (Vedi Sifré, ii, § 129, Mechiltà, Bo, § 4, Pesaḣim, 70b.)
Altra conciliazione anche più sofistica o proposta nella Mishnà (Menaḣoth,
82a). |
| [23] | Vedi Sifrà in locum, Menaḣoth 45b. Questa stessa conciliazione
è proposta anche dal Delitzsch (Genesis, 4a ediz., pag. 43). |
| [24] | Sifré, i, § 118; Mechiltà, Bo, § 18; Bechoroth, 5b. |
| [25] | Sifré, i, § 62, Ḣolin, 24a. |
| [26] | Secondo il Talmud, oltre queste rendite i sacerdoti ne avrebbero
avuta unʼaltra chiamata terumà ghedolà (offerta maggiore),
tolta da qualunque prodotto, e che non avrebbe potuto essere meno
di un 60o (Mishnà, Terumoth, IV, 3). |
| [27] | Dal censimento del Numeri (ii, 32) resulterebbe che le altre
tribù tutte insieme davano poco più di 600,000 uomini al di sopra di
20 anni, mentre la tribù di Levi (ivi, iii, 43) avrebbe dato poco più
di 22,000 maschi al di sopra di un mese. Approssimativamente dunque
si può calcolare che essa fosse un cinquantesimo di tutto il popolo
(cfr. Reuss, Geschichte der heiligen Schriften, § 294). |
| [28] | V. Graf, Die geschichtlichen Bücher des A. T., pag. 67. |
| [29] | Mechiltà, Mishpatim, § 2 in fine, Qiddushin, 15a. |
| [30] | Sifrà, xx, 21, Jebamoth, 55a. |
| [31] | Ewald, G. d. V. J., 3a ediz., I, pag. 111. Kuenen, Histoire
critique, I, pag. 112. |
| [32] | Nöldeke, Untersuchungen zur Kritik d. A. T., pag. 3; Tuch,
Die Genesis, pag. xl. |
| [33] | Lenormant, La Genèse, pag. xv. |
| [34] | Schrader, nellʼEinleitung del De Wette, 8a ediz., pag. 274. |
| [35] | Wellhausen, Die composition des Hexateuchs, Jahrbücher
für deutsche Theologie, XXI, pag. 392, XXII, pag. 407. |
| [36] | Reuss, LʼHistoire Sainte et la Loi, I, pag. 231. Il Wellhausen
(op. cit., XXII, pag. 407 e seg.) distingue il codice sacerdotale nella
forma presente dal primitivo scritto dei Quattro Patti. |
| [37] | Dillmann, Die Genesis, 3a ediz., pag. x. |
| [38] | Schrader, l. c. |
| [39] | Bleek, Einleitung, 4a ediz. § 42 e seg. Tuch, op. cit., pag. li. |
| [40] | Ewald, op. cit., pag. 148, 156. |
| [41] | Schultz. |
| [42] | Dillmann, op. cit., pag. xii. |
| [43] | Ewald, op. cit., pag. 144. |
| [44] | Knobel, Numeri, Deuteronomium und Josua, pag. 532. Questa
critico ammette come uno dei documenti originali anche un altro
scritto che sarebbe stato il Libro delle guerre di Jahveh (cfr. Numeri,
xxi, 14). |
| [45] | Schrader, l. c. |
| [46] | Schultz. |
| [47] | Dillmann, op. cit., pag. xi. |
| [48] | Wellhausen, op. cit., XXI, pag. 392. |
| [49] | De Wette, Ewald, Bleek, Nöldeke e altri. |
| [50] | Graf, Reuss, Wellhausen, Kuenen nei più recenti suoi scritti. |
| [51] | Elohim è il nome generale di Dio: dicendo a Mosè che è Jahveh,
vuole rivelargli il proprio nome come Dio nazionale degli Ebrei; ma
fino allora, secondo la tradizione accolta da questo scrittore, il nome
col quale si era rivelato ai patriarchi era El Shaddai, cioè Dio
potentissimo. |
| [52] | Tutto il passo che si trova qui nel testo è altra interpolazione
che interrompe il discorso fra Jahveh e Mosè (Reuss; Kayser, Das
vorexilische Buch der Urgeschichte Israels, pag. 38 e seg.). |
| [53] | Die sieben Gruppen mosaicher Gesetze, pag. VII. |
| [54] | Il Chethibh nel Deuteronomio ha suo comando. |
| [55] | D. osserva. |
| [56] | D. aggiunge: come ti comandò Jahveh tuo Dio. |
| [57] | D. aggiunge: e il tuo bove, e il tuo asino, e tutto eco. |
| [58] | D. aggiunge: acciocchè riposi il tuo servo e la tua serva
come te. |
| [59] | A tutto questo versetto D. sostituisce: e rammenterai che servo
fosti nella terra dʼEgitto, e ti fece escire Jahveh tuo Dio di colà,
con mano forte, e con braccio teso, per ciò Jahveh tuo Dio ti comandò
di fare il giorno del sabato. |
| [60] | D. aggiunge: come ti comandò Jahveh tuo Dio. |
| [61] | D. aggiunge: e acciocchè sia bene a te. |
| [62] | In D. invece che Shaqer è il sinonimo Shav. |
| [63] | D.: la moglie. |
| [64] | D. non ripete lo stesso verbo, ne sostituisce un altro che ha
significato affine, tithavvè invece che thaḣmod. |
| [65] | D.: la casa. |
| [66] | D. aggiunge: il suo campo. |
| [67] | Macchoth, 24a. |
| [68] | Sefer hammizvoth, parte I, § 1, parte II, §§ 1–5. |
| [69] | LʼAbrabanel si è studiato di togliere questa difficoltà, distinguendo
fra comandamenti e sentenze, e dicendo che queste sono dieci,
quantunque alcuna di esse contenga più comandamenti. |
| [70] | Questa opinione è in sostanza ammessa da alcuni critici fra i più
indipendenti e arditi. V. Reuss, LʼHistoire Sainte et la Loi, I, pag.
66, II, pag. 55, n. 4. |
| [71] | LʼHistoire Sainte et la Loi, I, p. 66; Geschichte der heiligen
Schriften d. A. T., § 77. |
| [72] | Kuenen, The Religion of Israel; Reuss, Histoire des Israélites,
pag. 12–14. LʼHistoire Sainte et la Loi, pag. 87, n. 2; Die
Geschichte der heiligen Schriften d. A. T., §§ 73, 77, 139; Tiele,
Histoire comparée des anciennes religions, lib. 3o, capp. x, xi, xii. |
| [73] | Wellhausen, Geschichte Israels, I, pag. 17–22; Reuss, Hist.
des Israélites, pag. 32. |
| [74] | Rosh Hasshanà, 29a. I dottori del Talmud hanno prevenuto
lʼobbiezione e hanno creduto di rispondervi, dicendo che gli Ebrei
guarivano dai morsi velenosi, quando innalzavano i loro occhi e la.
loro mente al cielo, cosa che veniva fatta, guardando lʼimmagine del
serpe posta sopra un alto stendardo. |
| [75] | È stato proposto ancora di togliere del tutto questʼultimo comando
dalla originale composizione del Decalogo, e allora per compire
il numero di dieci si tiene come terzo comando la proibizione
di farsi immagini per adorarle. (V. Meier, Geschichte der poetischen
national Literatur der Hebräer, pag. 43). |
| [76] | Graf, Die geschichtlichen Bücher d. A. T., pag. 19; Reuss,
LʼHistoire Sainte et la Loi, I, p. 183 seg.; Geschichte der heiligen
Schriften d. A. T., § 290. |
| [77] | Graf, op. cit., p. 8; Wellhausen, Die Composition des Hexateuchs,
Jahrb. f. d. Theol., XXII, pag. 464. |
| [78] | Op. cit., l. c. |
| [79] | Wellhausen, op. cit., XXI, pag. 559. |
| [80] | Einleitung del De Wette, 8a ediz., § 188. |
| [81] | Il Dillmann invece tiene per la maggior parte i primi 19 versi
del 2o Elohista con interpolazioni jehovistiche, e il frammento 20–25
del Jehovista. Cfr. Wellhausen, Die Composition des Hexateuchs,
pag. 556 e seg. |
| [82] | Molti tentativi sono stati fatti dai critici, fra i quali designarne
principalmente quelli del Wellhausen (op. cit, pag. 556) e del Bruston
(Les quatre sources des lois de lʼExode, Revue de Théologie
et de Philosophie, Lausanne, juillet 1883). Questʼultimo, come indica
il titolo del suo scritto, vuole dividere in quattro gli scritti originali,
che cronologicamente si sarebbero succeduti nel seguente ordine: 1. il
1o Jehovista; 2. il 1o Elohista; 3. il 2o Jehovista; 4. il 2o Elohista.
Dovremo più innanzi esaminare meglio questa ipotesi in alcuni dei
suoi particolari. |
| [83] | LʼIsaacita per conciliare per quanto è possibile tante ascensioni,
fa che anche questa sia avvenuta prima della promulgazione
del Decalogo. Cfr. Talmud B. Shabbath, 88a. |
| [84] | Popoli abitatori della terra promessa. |
| [85] | Imagini della dea Asherà, rappresentata in origine da un semplice
palo o da una colonna di legno posta presso lʼaltare di Baal,
di cui era il principio femminino. (Merx, Asherà, Bibel–Lexikon di
Schenkel; Baudissin, Studien zur semitischen Religionsgeschichte,
II, pag. 218 e seg.). |
| [86] | Qui pare si debba intendere che i primogeniti dovevano offrirsi,
o in natura o mediante il riscatto, in quelle tre feste annuali (v. 23),
nelle quali gli uomini si recavano in alcuni dei luoghi consacrati al culto. |
| [87] | Secondo lʼinterpretazione talmudica la proibizione è estesa a
qualunque specie di carne con qualunque specie di latte (Ḣolin, 103b,
133), e in egual modo intendeva questo passo il Michaelis (Mosaiches
Recht, § 205). Ma è certo che il significato letterale del precetto è
ben diverso. Probabilmente si voleva con esso proibire soltanto un
uso crudele, quale sarebbe stato quello di cuocere un tenero animale
con lo stesso latte che per legge di natura dovrebbe servirgli di nutrimento.
(Cfr. Saalschütz, Das mosaiche Recht, cap. xvii, § 5;
Salvador, Histoire des Institutions de Moïse, ix, 1). Altri hanno
supposto che questo fosse un uso superstizioso di popoli idolatri, dal
quale il legislatore voleva tener lontani glʼIsraeliti (Maimonide, Guide
des Egarés, parte terza, xlviii). |
| [88] | Il primo a proporre questa ipotesi fu il Göthe (Zwo wichtige
bisher unerörterte biblische Fragen). Lʼadottarono poi molti altri,
come lʼHitzig (Ostern und Pfingsten im zweiten Decalog), lʼEwald
(Geschichte d. V. I., II, pag. 238), il Reuss (LʼHistoire Sainte et
la Loi, II, pag. 94 e seg.), il Graf (Die geschichtlichen Bücher d. A.
T., pag. 28), il Wellhausen (op. cit., xxi, pag. 455), il Vernes (Rev.
de lʼHistoire des Religions, 1883, pag. 68). |
| [89] | Op. cit., XXI, pag. 554. |
| [90] | Che il xxxiv, 10–26 sia tolto dal xxiii e non viceversa è opinione
anche del Geiger (Nackgelassene Schriften, IV, pag. 247), del
Maybaum (Die Entwickelung des altisraelitischen Priesterthums,
pag. 19, n. 1) e del Bruston (Revue de Théologie et de Philosophie,
Lausanne, 1883, pag. 348, 361). |
| [91] | Reuss, LʼHistoire sainte et la Loi, I, pag. 184. |
| [92] | Bertheau, Die sieben Gruppen der mosaischer Gesetze, pag.
21–76; Bunsen, Bibelwerk, V, pag. 348–352; Ewald, Geschichte d.
V. I., II, pag. 224–239. |
| [93] | Quando esporremo questa parte della legislazione del Levitico
esamineremo i diversi modi in cui è stata intesa dal Talmud e dai
critici. |
| [94] | Per quanto il Talmud non conceda ai creditori diritto sulla persona
del debitore (Maimonide, Dei Servi, i, 1), due passi biblici provano
il contrario (2o Re, iv, 1, Nehemia, v, 5). |
| [95] | Era questo il segno che portavano i servi in molti paesi dellʼOriente,
come si sa anche da scrittori classici (Petronius Arbiter,
Satirarum Reliquiae, Berlino, 1862, § 102, pag. 59; Juvenalis, Satirae,
I, v. 104.) |
| [96] | Senza pagare alcun riscatto.[r97] |
| [97] | Sʼintende che lo dovesse condurre in uno dei luoghi sacri al
culto, nei quali risiedevano i magistrati per rendere giustizia. |
| [98] | Maimonide, Dei Servi, I, 3. |
| [99] | Mechiltà, Neziqin, § 1; Qiddushin, 17. |
| [100] | Qiddushin, 14b. |
| [101] | Ibidem, 17b. |
| [102] | Maimonide, Dei Servi, iv, 10. |
| [103] | Mechiltà, Neziqin, § 1; Qiddushin, 22. Vedremo a suo luogo
quando spiegheremo il testo del Levitico, xxv, 41, che la stessa mitissima
e umana interpretazione è stata data dal Talmud rispetto ai
figliuoli dello schiavo. |
| [104] | Qiddushin, 14b. |
| [105] | Ibidem, 20a. |
| [106] | Mechiltà, ivi, § 2, Qiddushin, 15a. |
| [107] | Così a ragione intende anche il Saalschütz (Das Mosaische
Recht, cap. 101, nota 901) contro lʼopinione del Bertheau (Sieben
Gruppen Mosaïscher Gesetze, pag. 22) e del Salvador (Institutions
de Moïse, VII, 5), i quali vorrebbero che la donna ebrea fatta dal
padrone sposare al servo compisse i suoi sette anni di servitù, e poi
escisse libera con i figli. Ma questo non appare dal testo; è anzi contraddetto
dal v. 6. |
| [108] | Mechiltà, ivi; Qiddushin, ivi. Che in tal modo fosse interpretata
la legge da un certo tempo in poi si vede anche da Giuseppe
Flavio (Ant., iv, 8). |
| [109] | Maimonide, Degli Schiavi, cap. ii, § 2, 3. |
| [110] | Qiddushin, 17b. |
| [111] | Mechiltà, Neziqin, § 2; Qiddushin, 22a. |
| [112] | Il Kerì ha il pronome dativo come noi traduciamo, il Chethib
ha invece la particela negativa non, e allora bisognerebbe tradurre:
in guisa che non la destini a sè, come traducono il Rosenmüller, il
Luzzatto e il Bunsen. I codici dei lxx danno anchʼessi varie lezioni.
Delle altre antiche traduzioni, solo la caldaica ha a lui, le altre hanno
non. Nel contesto certo si adatta meglio la lezione da noi preferita
(cfr. Geiger, Urschrift, pag. 187–190). |
| [113] | Per carne sʼintende il nutrimento, usata quella parola in senso
generale di cibo. |
| [114] | Così intende Samuele ben Meir: invece il Talmud e i più dei
commentatori si antichi che moderni intendono il concubito; ma a
lato del nutrimento e del vestire sembra più ragionevole che la legge
abbia parlato anche della abitazione. |
| [115] | Il Saalschütz (op. cit., cap. 101, § 11) a torto sostiene lʼipotesi tutta
sua che nel Deuteronomio si parli soltanto di donne già serve vendute
dal primo padrone ad un altro. Se la legge avesse trattato solo
di questo caso, avrebbe dovuto farlo intendere, mentre dice in generale
senzʼalcuna distinzione: «Quando si vendesse a te il tuo fratello
ebreo, o lʼebrea». |
| [116] | LʼIsaacita, Samuele ben Meir, Aben Ezra, Rosenmüller, Reuss,
Knobel, Bunsen, Luzzatto, Reggio. Il Nachmanide le riferisce al
padre. |
| [117] | Vedi lʼIsaacita e gli altri interpetri. |
| [118] | Mechiltà, Neziqin, § 3; Sotà, 23. |
| [119] | Mechiltà, ivi; Sotà, ivi. |
| [120] | Maimonide, Dei Servi, IV, 2. |
| [121] | Mechiltà, ivi. Questa interpretazione talmudica si appalesa in
contraddizione col passo di Nehemia (v, 5), ove si parla di aver venduto
per povertà i figli di ambedue i sessi. |
| [122] | Mechiltà, ivi. Qiddushin, 14b. |
| [123] | Qiddushin, 17. |
| [124] | Maimonide, Dei Servi, iv, 10. |
| [125] | Secondo il concetto religioso, tutto accade per volere di Dio;
è quindi la Provvidenza, per suoi fini segreti, la quale fa si che casualmente
un uomo sia ucciso dallʼaltro. |
| [126] | Macchoth, 12a. |
| [127] | Sanhedrin, 40b, 41a. |
| [128] | Ibidem, 81b. |
| [129] | Ibidem, 76b. |
| [130] | Cfr. Salvador, Histoire des Institutions de Moïse, vii, 3. |
| [131] | Mechiltà, Neziqin, § 95; Sanhedrin, 84b; Babà Qamà, 86a. |
| [132] | Mechiltà, ivi; Sanhedrin, 66a; Shebuòth, 35. |
| [133] | Mechiltà, ivi; Sanhedrin, 85b. |
| [134] | Mechiltà, ivi; Sanhedrin, 84b. |
| [135] | Mechiltà, ivi; Sanhedrin, 53a. È opportuno avvertire che per
i talmudisti lʼesecuzione della pena capitale si faceva in quattro modi,
cioè la lapidazione, il bruciamento, il taglio del capo, e la strangolazione
(vedi Sanhedrin, 49b). Lʼordine con cui sono enunciati rappresenta
per essi la maggiore o minore gravità del modo di esecuzione,
procedendo dal massimo al minimo. Per cui quando il testo non specifica
il modo, si doveva applicare la strangolazione. Ma talvolta anche
quando il testo non specifica, come nel caso di chi maledice i genitori,
i talmudisti, con sottili argomentazioni e tutte proprie a loro,
spiegano perchè si dovesse preferire lʼuna specie di esecuzione allʼaltra.
Nel Levitico (xx, 9), per il bestemmiatore dei genitori, dopo
la sanzione della pena di morte, è scritto: il suo sangue sia sopra
di lui, perchè egli stesso col delitto è cagione della propria morte.
Ora, siccome questa frase è usata anche per i fattucchieri, contro ai
quali chiaramente il testo stabilisce che si debba applicare la lapidazione
(ivi, 27), i talmudisti ne hanno concluso che lo stesso modo
di esecuzione è da usarsi per tutti quei colpevoli rispetto ai quali
si trova una frase eguale. Ma forse i talmudisti con tale sottigliezza
volevano soltanto trovare una origine scritturale a un uso già invalso
nella esecuzione della giustizia. |
| [136] | Mechiltà, ivi; Sanhedrin, 85b. |
| [137] | Babà Qamà, 83b. |
| [138] | Ibidem. |
| [139] | Maimonide. Haḣobel vehammeziq, Della lesione e del danno,
ii, 10. |
| [140] | Babà Qamà, 86. |
| [141] | Mechiltà, Neziqin, § 6; Sanhedrin, 78. |
| [142] | Mechiltà, ivi; Isaacita in locum. |
| [143] | Ibidem. |
| [144] | Mechiltà, ivi, § 7; cfr. Saalschütz, op. cit., cap. 72, § 2. |
| [145] | Saalschütz, op. cit., cap. 72, § 2; Mayer, Die Rechte der Israeliten,
Athener und Römer, § 132. Così era anche presso gli Egiziani
(Diodoro Siculo, i, 77). Il Diodati però e con lui il Michaelis (Mosaiches
Recht, § 126) e alcuni dei moderni interpetri (Knobel, Keil,
Rosenmüller, Reuss, ecc.) intendono differentemente, e vogliono che
la pena secondo la diversità delle circostanze fosse determinata dalla
potestà giudiziaria (cfr. Dillmann in locum). LʼEwald si restringe a
osservare che nel testo la pena non è specificata (Alterthümer d.
V. I., 3a ediz., p. 282). Il Salvador (op. cit., vii, 5) traduce: il est puní
de mort. Questo è fare troppo a confidenza con i testi. |
| [146] | Mechiltà, ivi; Sanhedrin, 52b. Concordano in questa interpretazione
la maggior parte dei commentatori ebrei, anche i più indipendenti
dalla esegesi tradizionale, come lʼAben Ezra fra gli antichi,
il Reggio e il Luzzatto fra i moderni. |
| [147] | Mechiltà, ivi; Maimonide, Dellʼ Omicida, ii, 10–12. |
| [148] | Così intendono Giuseppe Flavio (Ant., iv, 8), la Mechiltà, la
Vulgata, Samuele ben Meir, lʼAben Ezra, il Reggio e il Luzzatto.
Altri non credono che la parola Ason del testo significhi morte, ma
danno in genere, e spiegano il v. 22 nel senso che non si cagionasse
danno nè alla donna nè al feto (Keil in locum). Ma questa interpretazione
è da rigettarsi, perchè se danno alcuno non fosse cagionato,
a quale multa potrebbe giustamente essere condannato il percussore?
Nè più accettabile e la interpretazione di alcuni commentatori (Knobel;
Evald, Altherthümer, pag. 234, n. 4; Dillmann), che staccano
del tutto il v. 23 dal precedente, come se quello considerasse non
più il singolo caso della donna incinta, ma le lesioni in genere cagionate
in rissa. Chi legge però con attenzione il testo vede che i due
versetti costituiscono fra loro due proposizioni alterne che considerano
i due casi, o di aver prodotto colla percossa la morte, o di non averla
prodotta. E se poi nei versi seguenti si parla della legge del taglione,
ciò si spiega, perchè lo scrittore, invece di seguire un ordine dʼidee
rigorosamente logico e dominato da un concetto regolatore, fa come
tutti i Semiti, che si lasciano troppo spesso trascinare dalla associazione
delle idee. LʼEwald e chi lo ha seguito hanno voluto nella mente
di uno scrittore semita portare le regole con cui compongono gli Ariani;
e però non hanno rettamente inteso. |
| [149] | Maimonide, Della lesione e del danno, iv. |
| [150] | Mechiltà, ivi, § 8; Sanhedrin, 79; Chethuboth, 35. |
| [151] | Maimonide, Dellʼ Omicida, iv. |
| [152] | Vedi Giuseppe Flavio, Ant., iv, 8. Sappiamo che lo stesso
accadde presso i Romani (Institut., iv, c. 4, § 7). Cfr. Michaelis,
op. cit., v, § 240; Saalschütz, op. cit., cap. 57. |
| [153] | Così intende anche il Diodati (Commenti in questo luogo), e pare
che di eguale avviso fosse il Salvador (Loi de Moïse, 1re partie, liv. iv,
chap. ii, § v). |
| [154] | Mechiltà, Neziqin, § 8; Babà Qamà, 83b, 84a. Non fu però
questa interpretazione accettata senza una penosa e sottile discussione,
come può vedersi nel luogo citato del Talmud. E pare che
Rabbì Eliezer opinasse per la pena del taglione nel caso della lesione
dolosa, per la multa in quello della lesione involontaria. Cfr. le note
del Weiss nel citato luogo della Mechiltà. |
| [155] | Maimonide, Dei Servi, i, 1. |
| [156] | Mechiltà, ivi, § 9; Qiddushin, 20a. |
| [157] | Aben Ezra; Rosenmüller; Saalschütz, op. cit., cap. 76, § 3. |
| [158] | Mechiltà, ivi, Qiddushin, 16a, 24 e seg. |
| [159] | Un siclo è da valutarsi poco più che tre delle nostre lire. (Munk,
Palestine), pag. 403. |
| [160] | È stranissima in questo punto lʼinterpretazione rabbinica che
vuole con le parole figlio o figlia siano compresi nella legge anche
i fanciulli, quasi potesse supporsi che nelle parole uomo o donna non
si comprendessero i danni recati ai minorenni. (Mechiltà, ivi, § 11;
Babà Qamà, 43b). |
| [161] | Mechiltà, ivi, § 10; Babà Qamà, 54b. |
| [162] | Babà Qamà, 33a. |
| [163] | Mechiltà, ivi, § 10, Babà Qamà, 27a 40a, Macchoth, 2. I dottori
del Talmud hanno disputato (ivi) se la multa dovesse valutarsi
secondo il valore dellʼoffensore o dellʼoffeso. La disputa in questo caso
non è priva dʼimportanza; perchè, secondo la prima opinione, sarebbe
un vero riscatto che lʼuccisore pagherebbe per redimere la propria
persona dalla morte, secondo lʼaltra opinione, la multa si ridurrebbe
a una indennità. Nel Talmud si vuole però dimostrare che ad avviso
di tutti si tratta di riscatto valutato soltanto in modo diverso. |
| [164] | LʼIsaacita, lʼAben Ezra, Rosenmüller, Reggio, Luzzatto. |
| [165] | Babà Qamà, 49b. |
| [166] | Mechiltà, ivi, § 11; Babà Qamà, 10b. |
| [167] | Luzzatto, Commento in questo luogo. |
| [168] | Mechiltà, ivi, § 12. Babà Qamà, 79b. È troppo puerile la ragione
addotta da altro dottore nel Talmud che la pena sarebbe stata
minore nel furto del bestiame minuto, perchè il ladro dura fatica a
caricarlo addosso. E quale criterio giuridico sarebbe questo di misurare
la pena a seconda del disagio patito dal reo nel commettere il
delitto? |
| [169] | Aben Ezra, Samuele Ben Meir, Diodati, Reggio, Rosenmüller,
Luzzatto, Dillmann, Keil, Reuss. |
| [170] | In questo senso metaforico i talmudisti interpretano la frase
del testo: se è sorto il sole. |
| [171] | Mechiltà, ivi, § 13, Sanhedrin, 72; Maimonide, Del furto, cap. ix. |
| [172] | Qiddushin, 18a. |
| [173] | Maimonide, Del Furto, iii, § 12. |
| [174] | Sotà, 23. |
| [175] | Mechiltà, Neziqin, § 4, 5, 6, 14; Sanhedrin, 85b. |
| [176] | Qiddushin, 18a. Maimonide, Del Furto, iii, 14. |
| [177] | Qiddushin, ibidem. Maimonide, ibidem. |
| [178] | Mechiltà, Neziqin, § 12; Babà Qamà, 62b. |
| [179] | Babà Qamà, 2b, 3a. |
| [180] | Samuele Ben Meir, Luzzatto, Dillmann. |
| [181] | Mechiltà, ivi, § 14; Babà Qamà, 6b, 7a. |
| [182] | Maimonide, Dei danni pecuniarii, viii, 10. |
| [183] | Queste sono le parole di più che contiene la versione alessandrina
dopo quelle del testo ebraico: campo altrui: ἀποτίσει ἐκ τοῡ ἀγροῡ κατὰ τὸ
γέννημα ἀυτοῡ, ἐὰν δὲ πάντα τὸν ἀγρὸν καταβοσκήση.
Egualmente suona lʼaggiunta della versione samaritana. |
| [184] | Cioè il depositario. |
| [185] | Vedi sopra, la nota [97], pag. 90. |
| [186] | Così intendono i lxx, la Vulgata, lʼIsaacita, lʼAben Ezra, il
Rosenmüller, Dillmann, il Keil e altri; ma il Luzzatto interpreta invece
che lʼinnocenza del depositario doveva farsi chiara per ricerche
giuridiche del tribunale. |
| [187] | La giustizia tenuta come divina per il luogo dove si amministrava. |
| [188] | Mechiltà, Neziqin, § 16; Babà Meziȁ, 94b. |
| [189] | Ibidem. |
| [190] | Mechiltà, l. c. |
| [191] | Nel Talmud con ispirito quasi di critica moderna fu proposta
anche lʼipotesi che questo verso sia fuori del suo luogo. Ipotesi del
resto fatta dagli antichi dottori ebrei anche per altri passi della
Scrittura (Babà Qamà, 107; Sanhedrin, 2). |
| [192] | Mechiltà, ivi, § 15; Babà Qamà, 107; Babà Meziȁ, 3; Shebùoth,
42; Chethuboth, 18. |
| [193] | Maimonide, Dellʼattore e del convenuto, I, § 2. |
| [194] | Questo principio fu prima oggetto di discussione fra due dottori,
volendo invece Rabbì Meir che chi paga il nolo fosse esente da
ogni indennità in qualunque caso (Babà Meziȁ, 80b), ma fu deciso
come lʼopinione contraria di Rabbì Jehudah (vedi Babà Meziȁ, 93a).
La Mishnà in una forma breve ha espresso le esposte distinzioni. Non
dispiacerà forse vederla nella traduzione latina pubblicata dal Surenhusio:
«Quatuor custodum genera sunt, custos gratuitus, qui mutuo petit,
qui mercedem recipit, et qui conducit; custos gratuitus jurabit pro
omnibus; qui mutuo petit, solvet omnia; qui mercedem recipit, et qui
conducit, jurabunt pro pecude confracta, et pro mortua, et solvent rem
amissam vel furto ablatam». |
| [195] | Altri ha creduto di dover annoverare questa legge fra quelle
concernenti la proprietà (vedi Dillmann), perchè la figlia non maritata
è come proprietà del padre. Ma lʼobbligo che si vuole imporre
al seduttore di sposarla, quando il padre acconsenta, cʼinduce a porre
questa legge piuttosto fra quelle che concernono la morale. |
| [196] | Mechiltà, Neziqin, § 17; Chethuboth, 10a. |
| [197] | Mechiltà, ivi; Chethuboth, 39b; Qiddushin, 46a. |
| [198] | Mechiltà, ivi; Sanhedrin, 67. |
| [199] | Lascio qui, come altrove, il trapasso dal singolare al plurale,
idiotismo proprio dellʼebraico, come il trapasso dallʼuna allʼaltra
persona. |
| [200] | Mechiltà, ivi, § 19. |
| [201] | Babà Meziȁ, ivi. |
| [202] | Maimonide, Dei Sinedrii, xix, § 4. |
| [203] | Il testo direbbe alla lettera la tua pienezza, e la tua lagrima,
intendendo forse dʼincludere in queste frasi i prodotti solidi come
tutti i cereali e le frutta, e quelli liquidi, come il vino e lʼolio. È
impossibile in questo caso una traduzione letterale, che non darebbe
senso. Il pseudo Jonathan traduce: «Le primizie dei tuoi frutti, e le
primizie del vino del tuo tino»; e i lxx: ἀπαρχὰς ἄλωνος καὶ ληνοῦ σου,
cogliendo in questa maniera il vero significato. La Vulgata poco
diversamente traduce: «Decimas tuas et primitias tuas». |
| [204] | Del passo del Levitico xxvi, 29, che da alcuno è stato inteso
come se permettesse i sacrifizii umani, parleremo più innanzi a suo
luogo. |
| [205] | Mechiltà, ivi, § 20; Sanhedrin, 2a. |
| [206] | Intendi: il primo moto dellʼanimo tuo, il sentimento istintivo,
ti porterebbe a non soccorrerlo. |
| [207] | Vedi Hupfeld, De primitiva et vera temporum et feriatorum
apud Hebraeos ratione festorum, III, pag. 10 e seg.; Graf, Die
geschichtlichen Bücher des Alten Testaments, pag. 79; Wellhausen,
Geschichte Israels, I, pag. 119; Bunsen, Bibelwerk, nella traduzione;
Geiger, Nachgelassene Schriften, IV, pag. 277; Horst, Leviticus
XVII–XXVI und Ezechiel, pag. 64; Reuss, LʼHistoire Sainte et
la Loi, I, pag. 176, II, pag. 64. |
| [208] | Lo schiavo: bellissima frase, e in tutto rispondente a quella
italiana: respirare, prender fiato. |
| [209] | Nel presentarsi a celebrare la festa nei luoghi santificati al
culto si dovevano portare dei sacrifizi, non doveva andarvisi a mani
vuote. |
| [210] | Die Composition des Hexateuchs, xxi pag. 556 e seg. |
| [211] | Geshichte d. V. J., I, 3a ediz., pag. 103–111. |
| [212] | Op. cit., xxi, pag. 559. |
| [213] | Les quatre Sources des Lois de lʼExode nella Revue de Théologie
et de Philosophie, Lausanne 1883, n. 4. |
| [214] | Vernes, Les debuts de la nation juive nella Revue de lʼHistoire
des Religions, tom. VII, N. 3, mars–juin 1883. |
| [215] | Graf, Die geschichtlichen Bücher des A. T., pag. 94. Reuss,
LʼHistoire Sainte et la Loi, I, pag. 195, Wellhausen, Die Composition
des Hexateuchs, xxi, pag. 392. Kayser, das Vorexilische Buch
der Urgeschichte Israels, pag. 112. |
| [216] | Nöldeke, Untersuchungen zur Kritik d. A. T., pag. 50; Kayser,
op. cit., pag. 54. Wellhausen, op. cit., xxi, pag. 550. |
| [217] | I versi 11–13 sono frammento della legge jehovistica inserito
dallʼultimo compilatore in quella elohistica. Ciò apparisce principalmente
dal ritornare una seconda volta sul comando di tingere di sangue
gli stipiti, dandone una ragione troppo antropomorfica, aliena dal
concetto dello scrittore elohista, e dal formare questi tre versi una
interruzione fra il 10 e il 14; perchè in quello è compiuto logicamente
quanto concerne il sacrifizio pasquale, e in questo si comincia a dire
della festa delle azzime: cfr. Kayser, op. cit., pag. 45 e seg. |
| [218] | Reuss, op. cit., i, pag. 199, 267, Die Geschichte d. h. Schriften
A. T., § 213–216: Kayser, op. cit., pag. 197. |
| [219] | Zum Gesetz und zum Zeugniss, pag. 11. |
| [220] | Hupfeld, Osterprogramm, 1858, pag. 9; Ewald, Geschichte
d. V. I., 3a, I, pag. 104. |
| [221] | Bunsen, Bibelwerk, V, pag. 341 e seg.; Fürst, Geschichte der
biblischen Literatur, I, pag. 288 e seg. |
| [222] | Graf, Die geschichtlichen Bücher d. A. T., pag. 29; Reuss,
Geschichte der heiligen Schriften A. T., § 200; Maybaum, Die Entwickelung
des altisraelitischen Priesterthums, pag. 19–20. |
| [223] | Cfr. Kuenen, Histoire critique, I, pag. 248 e seg. |
| [224] | Kuenen, The Religion of Israel, I, pag. 132. |
| [225] | Nel passo di Samuele 1o, xiv, 3, le parole sacerdote di Jahveh in
Shilò sono apposizione di Elì, ultimo nominato, non di Aḣijjà sacerdote
contemporaneo di Saul; e però non se ne potrebbe argomentare
lʼesistenza tuttora in Shilò di un luogo di culto. (Cfr. Thenius, commento
in questo luogo.) |
| [226] | Il luogo parallelo del 2o libro delle Croniche (i, 3) aggiunge
che in Ghibʼon era il tabernacolo di Dio edificato da Mosè servo di
Jahveh nel deserto, e che Salomone offrì i suoi sacrifizi sullo stesso
altare di rame che era stato costruito da Bezalel. Ma lʼautore più
antico del libro dei Re non sa nulla di tutto ciò, e chiama Bamà il
luogo consacrato al culto di Ghibʼon, mentre tal nome non avrebbe
potuto darsi allʼofficiale e ritualmente comandato tabernacolo. È chiaro
pertanto che lʼaggiunta delle Croniche fu posta dallʼautore per adattare
i fatti al concetto sacerdotale già prevalso, che sino dai tempi
mosaici fosse imposta dal rito lʼunità del culto. Lo stesso cronichista
è obbligato a riconoscere che lʼarca non si trovava in questo immaginario
tabernacolo. E come, si domanda, avrebbe potuto non trovarcisi
se questo fosse esistito? Vedi Reuss, Cronique ecclésiastique de
Jérusalem, pag. 124. |
| [227] | Cfr. Stähelin, Versuch einer Geschichte der Verhältnisse des
Stammes Levi. ZDMG, 1855, pag. 704–730. |
| [228] | Sembra essere provenuta da solo errore grafico la lezione masoretica
del Deuteronomio (v. 13) Raʼah invece che Daʼah, come
leggesi nel Levitico, tanto più che le due lettere D R hanno tanto
nel carattere samaritano quanto in quello ebraico forma molto simile
e da potersi facilissimamente scambiare. |
| [229] | Tacitus, Historiae, v, 3; Justinus, xxxvi, 2. Giuseppe Flavio
riporta la stessa cosa nel trattato contro Appione, i, 34, come una
favola di scrittori malevoli. |
| [230] | Vedi il fatto di Mirjam punita da Dio con la lebbra (Num., xii,
e seg.), e lʼaltro di Gheḣazi servo del profeta Eliseo punito nello
stesso modo (2o Re, v. 27). Cfr. il Midrash Vaiqrà Rabbà, Sez. 16. |
| [231] | Cfr. Kleinert, Das Deuteronomium und der Deuteronomiker,
2te Untersuchung, pag. 77 e seg. |
| [232] | Mosaisches Recht, § 211. |
| [233] | Rosenmüller, Scholia in Leviticum, xiii, 47; Reuss, LʼHistoire
sainte et la Loi, II, pag. 138, n. 5. |
| [234] | Vedi i citati autori. |
| [235] | Zur Charakteristik und Geschichte des Priestercodex und
Heiligkeitsgesetzes. Zeitschrift f. d. alttestamentliche Wissenschaft,
1884, pag. 129 e seg. |
| [236] | Sifré, I, § 25, Nazir 5a. |
| [237] | Graf, Die geschichtlichen Bücher d. A. T., pag. 75–83; Reuss,
LʼHistoire sainte et la Loi, I, pag. 250 e seg.; Geschichte der heiligen
Schriften d. A. T., § 369. |
| [238] | Geiger, Nachgelassene Schriften, IV, 265 e seg.; Maybaum, Die
Entwickelung des altisraelitischen Priesterthums, pag. 77; anche
il Nöldeke (Untersuchungen zur Kritik d. A. T., pag. 63 e seg.)
ammette che lʼautore di quello che per lui è il Grundschrift si sia
qui valso di una antica raccolta di leggi. |
| [239] | A suo luogo esamineremo il significato di questa frase. |
| [240] | Secondo lʼopinione del Kayser (Das vorexilische Buch ecc.,
pag. 69) sarebbe interpolato anche il verso 5; ma non ci sembra ciò
necessario, perchè in questo verso non si accenna a nessun rito particolare. |
| [241] | Peah, ossia, De Angulo Agri. |
| [242] | Seguo lʼinterpretazione del Bartenora; il Maimonide, e Abraham
Ben David intendono che sia il sommacco, ma questa pianta
non produce frutto mangereccio. |
| [243] | V. Sifrà, Qedoshim, I, Peah, I, 4, 5. |
| [244] | Peah, ivi, 2. |
| [245] | Peah, vii, 4, 7, Sifrà, Qedoshim, 3; Maimonide, Dei Doni ai
Poveri, iv, 21. |
| [246] | Sifrà, Qedoshim, § 2; Sanhedrin, 86. |
| [247] | Sifrà, l. c.; Babà Qamà, 27b. |
| [248] | Sifrà, l. c.; Babà Qamà, 105b. |
| [249] | Sifrà, l. c., secondo il commento di Abraham Ben David; Babà
Qamà, 105b. |
| [250] | Sifrà, l. c. |
| [251] | Sifrà, l. c., Babà Meziȁ, 111a. |
| [252] | Babà Qamà 79b, secondo lʼinterpretazione del Maimonide nel
cap. i, § 3, Del Furto. |
| [253] | Sifrà, l. c. |
| [254] | Sifrà, Pesaḣim, 22, ʼAbodà Zarà, 6. |
| [255] | Sifrà, l. c., Chethuboth, 46a, Babà Qamà 99b, Sanhedrin 31a. |
| [256] | Sifrà, l. c.; Sanhedrin, 73. |
| [257] | Sifrà, l. c.; ʼErachin 16b. |
| [258] | Sifrà, l. c.; ʼErachin, l. c. |
| [259] | Sifrà, l. c.; T. G. Nedarim, cap. 9. |
| [260] | La parola del testo Shaʼatnez è oscura, e dʼincerta derivazione.
Il Deuteronomista nel luogo a questo parallelo (xxii, 11) lʼha spiegata
in parole ebraiche, come noi qui traduciamo. La spiegazione parve
vera allʼEwald, che credè averne trovata la derivazione in due parole
copte. (Altherthümer, pag. 215). |
| [261] | Pei versi 20–22 vedi più sotto. |
| [262] | Che i vv. 21, 22 siano posteriore aggiunta del compilatore lo
ammettono il Kayser (op. cit., pag. 69) e il Wellhausen (Die Composition
des Hexateuchs, xxii, pag. 427), e che non appartenessero originariamente
al nostro capitolo lo dice anche il Graf (Die geschichtlichen
Bücher d. A. T., pag. 78 in nota). |
| [263] | Sifrà, l. c., Cherithot, 11a. |
| [264] | Sifrà, l. c.; Ghitin, 41b, Cherithot, 11a. |
| [265] | Chilaim, o De Heterogeneis; ʼOrlà, o De Arborum Praeputiis. |
| [266] | La diversità di lezione è facilmente spiegabile, perchè la medesima
preposizione può significare sopra e con, e fra haddam, il sangue,
e harim, monti nella scrittura ebraica lʼequivoco è facile. |
| [267] | Sifrà, ivi, § 3; Sanhedrin, 63a. |
| [268] | Sifrà, l. c.; Nazir, 40b, Qiddushin, 35b, Macchoth, 21a. |
| [269] | Cfr. Dillmann, commento in questo luogo. |
| [270] | Caro, Shulhan ‛Aruch, II, § 340. |
| [271] | Sifrà, Shemini; Moʼed Qatan, 24a. |
| [272] | Genesi, xxvii, 34; 2o Samuel, i, 11;
1o Re, xxi, 27;
2o Re, ii,
12; v, 7;
vi, 30;
xix, 1; xxii, 11;
Ezra, ix, 3, 5. Ester, iv, 1. |
| [273] | Sifrà, l. c., Jebamoth, 6a, Babà Meziȁ, 32. |
| [274] | Misura dei solidi, in ispecie dei frumenti. |
| [275] | Misura dei liquidi. |
| [276] | Sifrà, l. c.; Babà Meziȁ, 58. |
| [277] | Die Composition des Hexateuchs, xxii, pag. 427. |
| [278] | Sifrà, l. c. § 1; Vaiqrà Rabbà, § 24. |
| [279] | Cfr. Wellhausen, Die composition des Hexateuchs, xxii, pag. 428.
Questo autore però, mentre riconosce essere una glossa i vv. 4 e 5,
propende piuttosto a tenere come aggiunta del compilatore tutta la
prima parte del capitolo, cioè i vv. 1–9. |
| [280] | Vedi lʼIsaacita sul Genesi xvii e sul Talmud Bab. Cherithoth,
7a e Shabbath, 25b. In questʼultimo luogo vedi anche i Tosafisti. |
| [281] | Sanhedrin, 52a. |
| [282] | Ubi supra, 84b. |
| [283] | Ubi supra, 53a. |
| [284] | Sifrà, Qedoshim, § 10; Sanhedrin, 54a. |
| [285] | Cherithoth in principio; cfr. ivi il commento dellʼIsaacita. |
| [286] | Shabbath, 64b. |
| [287] | Op. cit., pag. 47. |
| [288] | Das Deuteronomium und der Deuteronomiker, pag. 78. |
| [289] | Das vorexilische Buch der Urgeschichte Israels, pag. 69. |
| [290] | Die Geschichte der heiligen Schriften d. A. T., § 292. |
| [291] | Nome di un luogo, dove aveva speciale culto il Dio dei Moabiti
Peʼor. |
| [292] | Da non confondersi colla cittadella di Gerusalemme, che esattamente
trascrivendo dallʼebraico dovrebbe dirsi Zijjon piuttosto che
Sion, come volgarmente dicesi. |
| [293] | Nome di un colle.—Si osservi che se quanto precede nel Deuteronomio
fosse dello stesso autore, non vi sarebbe stata ragione di
ripetere qui brevemente ciò che con estensione aveva sopra narrato
(ii, 31–iii, 11). |
| [294] | La parola ebraica Totafoth, che abbiamo tradotto bende, è
dʼincerta interpretazione, tanto più che si trova soltanto in questo e
negli altri luoghi paralleli (Esodo, xiii, 16; Deut., xi, 18). Vero è che
in altro luogo parallelo anchʼesso (Esodo, ivi, 9) trovasi invece una
parola che senzʼalcun dubbio significa ricordo, ma nulla permette
di dare a Totafoth lo stesso significato. I più dei lessicografi la fanno
derivare dallʼarabo Tâfa, circondare; ma il Delitzsch la vuole simile
allʼassiro Tatâpu che avrebbe lo stesso significato. (The hebrew language
viewed in the light of assyrian research, pag. 20.) |
| [295] | Sifrè, Deut., § 34; Berachoth, 2a, 10b. |
| [296] | Sifrè, l. c., § 35; Mechiltà, Bo, § 17, 18; Berachoth, 14b. |
| [297] | Sifrè, l. c., § 136; Menaḣoth, 28a e seg.; Shabbath, 32b. |
| [298] | Degli animali uccisi non per sacrifizio si dava il permesso di
mangiarne senza osservare le leggi di purità, come mangiavansi i
caprioli e i cervi, animali non atti a sacrificarsi. |
| [299] | Sanhedrin, 84b. |
| [300] | Sifrè, l. c. § 93–95; Sanhedrin, 16b, 111b, e seg. Babà Qamà,
82b. Secondo poi una tradizione talmudica, il fatto di una intiera città
condannata per politeismo o idolatria non sarebbe mai avvenuto, nè
potrebbe avvenire (Sanh., 71a). |
| [301] | De primitiva et vera temporum festorum et feriatorum
apud Hebraeos ratione, III, pag. 21 e seg. |
| [302] | Nelle note in questo luogo. |
| [303] | Sifré, l. c., § 112–117; Shebiʼith, l. |
| [304] | Ghitin, 18a. |
| [305] | Sifré, Shebiʼith ubi supra. |
| [306] | Questa costituzione dʼHillel è detta nel Talmud Prozbol (vedi
Sifrè e Shebiʼith, l. c.), voce del cui significato si disputa fra glʼinterpreti.
Probabilmente è corruzione del greco προσβολή, aggiunta,
quasi voglia dire aggiunta fatta alla legge. |
| [307] | Shebiʼith, x, 9. |
| [308] | Sanhedrin, I, § 6, x, § 2, e f. 88b. |
| [309] | Ḣaghighà, 16. |
| [310] | Maimonide, De Synedriis, i, 3. |
| [311] | Sanhedrin, iii, § 1. |
| [312] | Ibidem, iv, § 2. |
| [313] | Sifré, ii, § 153. |
| [314] | Sanhedrin, f. 17a. |
| [315] | Ibidem, 36b. |
| [316] | Ibidem. |
| [317] | Ibidem, 24b e seg. |
| [318] | Ibidem, 27 e seg. |
| [319] | Ibidem. |
| [320] | Ibidem, 88b. |
| [321] | Sanhedrin, 13b. |
| [322] | Sanhedrin, i, 1; Maimonide, De Synedriis, v. |
| [323] | Ibidem, f. 3a. |
| [324] | Sifré, ii, § 205; Ibidem, 2a e 14a, secondo lʼopinione di R.
Jehudah prevalente contro lʼopinione contraria di R. Simeone, che
sosteneva essere sufficienti anche soli tre. |
| [325] | Ibidem, 2a e 10b. |
| [326] | Ibidem, f. 36b. |
| [327] | Cfr. Saalschütz, Das mosaische Recht, pag. 58–64. |
| [328] | V. sopra, pag. 81. |
| [329] | Sanhedrin, 40 e 41. |
| [330] | Cfr. Knobel, commento su questo luogo; Wellhausen, Die
Composition des Hexateuchs, xxii, pag. 463. |
| [331] | Anche nella tradizione rabbinica alcuni opinarono che ai trattasse
solo del Deuteronomio (Sifré, ii, § 160), sebbene poi prevalesse
lʼopinione contraria che si trattasse di tutta la legge. |
| [332] | Antichità, iv, 8, 17. |
| [333] | Sanhedrin, 20b. |
| [334] | Sifré, ii, § 157; Maimonide, De Synedriis, v. 1; De Regibus,
i, 3. |
| [335] | Sifré, ibidem. |
| [336] | Sifré, ibidem; Jebamoth, 45b. A tale proposito si narra nel
Talmud che il re Agrippa, leggendo pubblicamente questo paragrafo
della Scrittura, si dette a piangere, pensando che egli non era di origine
ebrea, ma i dottori lo confortarono, esclamando ad alta voce:
«nostro fratello tu sei» (Sifré, l. c.; Sotà, 41a). Non è ben certo
poi se questo Agrippa fosse il primo o il secondo di tal nome. (Cfr.
Derenbourg, Essai sur lʼHistoire et la Géographie de la Palestine,
pag. 216, n. 4.) |
| [337] | Qiddushin, 82a. |
| [338] | Maimonide, De Regibus, i, 8, 9. |
| [339] | Horajoth, 11b. |
| [340] | Sifré, ii, § 157; Sanhedrin, 22a. |
| [341] | Maimonide, De Regibus, iii, 8, 9. |
| [342] | Sanhedrin, 21b. |
| [343] | Sanhedrin, ibidem. |
| [344] | Maimonide, De Regibus, iii, 2, 3, 4, De Synedriis, xix, 3. |
| [345] | Sanhedrin, 19a. |
| [346] | Maimonide, De Regibus, iii, 10. |
| [347] | Maimonide, De Regibus, iv; Sanhedrin, 20b. |
| [348] | Più innanzi, nella esposizione del codice sacerdotale, si vedrà
in quale diverso modo fu inteso questo luogo dai talmudisti. |
| [349] | Questa pare la più probabile interpretazione da darsi al difficile
v. 8. V. Aben Ezra, Reggio, Rosenmüller, Bunsen, Knobel, Herxheimer,
Reuss nei commenti su questo luogo. |
| [350] | Della Profezia nella Bibbia, Firenze, 1882. |
| [351] | Sifré, ii, § 170; Shabbath, 75a; Rosh–hasshanà, 24b; ʼAbodà
Zarà, 18a, 43b; Sanhedrin, 68b. |
| [352] | Sifré, ivi, 175. Ammisero però che anche fra le altre nazioni
furono alcuni profeti, Babà Bathrà 15b. |
| [353] | Sifré, ii, § 177; Sanhedrin, 89a. |
| [354] | Sifré, ivi, § 175; Sanhedrin, 89b; Jebamoth, 90b. |
| [355] | È patente la contraddizione di questo passo con quello del IV,
41–43, ove si dice che Mosè aveva già destinato le tre città dʼasilo
nel paese alla destra del Giordano. La interpretazione rabbinica, che
nel cap. xix si parli di tre città da destinarsi nella regione alla sinistra
del Giordano, in aggiunta alle tre già destinate da Mosè, non
resulta in alcun modo dalla piana intelligenza del testo. I rabbini poi
erano così impacciati nella interpretazione conciliativa dei due testi,
che alcuni vollero le città di rifugio dovessero essere in tutto nove,
altri dodici, e altri quindici. (Vedi Sifré, ii, § 185. Talmud Ger.
Maccoth, ii, § 3, Tosaftà, Maccoth, ii.) Nè meglio quadra lʼinterpretazione
di altri, i quali per le prime tre città indicate in questo
luogo del Deuteronomio intendono quelle allʼoriente del Giordano,
e per le seconde tre, quelle allʼoccidente. Imperocchè il legislatore
non potrebbe imporre di fare una cosa che già da Mosè era
stata fatta. Di necessità dunque bisogna concludere che il passo iv,
41–43, è di autore diverso da quello della parte legislativa del Deuteronomio.
Tutto questo argomento poi delle città dʼasilo sarà esposto
più estesamente quando esamineremo il cap. xxxv del Numeri. |
| [356] | Sebbene questa legge non segua nel testo immediatamente dopo
quella dellʼasilo e dellʼomicidio, le abbiamo riunite per non interrompere
due argomenti così affini. |
| [357] | Sifré, ii, § 205; Sotà, 44, 45. |
| [358] | Sifré, ivi, § 205, 206; Sotà, ivi. |
| [359] | Sifré, ivi, § 205; Sotà, 47. |
| [360] | Sifré, i, § 161; Sotà, 47. |
| [361] | Babà Qamà, 88a; Sifré, ii, § 190; Shebuʼoth, 30a. |
| [362] | Ghitin, 23. |
| [363] | Sanhedrin, 24b, 25, 26, 27. Cfr. ivi il commento del Rashì;
Babà Qamà, 72b. |
| [364] | Qiddushin, 40b. |
| [365] | Sanhedrin, 27b e seg. |
| [366] | Babà Qamà, 42b e seg. |
| [367] | Questa interpretazione è del Maimonide, Della testimonianza,
ix, 2. Nel Sifré, ii, § 190, e nel Talmud (Shebuʼoth, 30a) si deduce
la stessa conseguenza da altra interpretazione dello stesso genere. |
| [368] | Maimonide, op. cit., x. |
| [369] | Sanhedrin, 26b. |
| [370] | Babà Qamà, 56. |
| [371] | Maimonide, op. cit., iii, 4–6. |
| [372] | Vedi per tutte queste disposizioni Macchoth, cap. i. |
| [373] | Maimonide, op. cit., xviii, 6. |
| [374] | Macchoth, 4b. |
| [375] | Sanhedrin, 29a. |
| [376] | In un luogo del Talmud Gerosolimitano (Shebiʼith, vi, 1) si
dice che anche ai popoli della Palestina Giosuè, prima di entrare nei
loro confini, mandasse pubbliche lettere, per avvertirli che chi voleva
emigrare, emigrasse, chi far pace, la facesse, chi guerreggiare, guerreggiasse.
Ora è certo che a questo luogo non si può dar valore se non
come leggenda; ma anche come tale è contrario a tutto ciò che nella
Scrittura viene insegnato intorno alla condotta da tenersi verso questi
popoli. Però ci apparisce soltanto come singola opinione di qualche
dottore, tanto più che nel Talmud babilonese non si contiene nulla di
simile. È da meravigliare quindi che il Maimonide lʼabbia adottata
come principio di diritto (V. Dei Re e delle loro guerre, vi, 5). |
| [377] | Dei Re e delle loro guerre, vii, 15. |
| [378] | Sifré, ii, § 191–198; Sotà, 42–44. |
| [379] | Secondo il Maimonide (op. cit., vi, 7) il diritto tradizionale rabbinico
avrebbe imposto che assediando le città nemiche si lasciasse una
parte libera per quelli che volevano fuggire; e pare che desuma questo
insegnamento da un passo del Sifré, I, § 157, ove dicesi che gli Ebrei si
contennero in tal modo militando contro i Madianiti (cfr. il pseudo
Jonathan). Ma da un solo fatto, il quale poi è leggendario, non
si può dedurre una regola generale di diritto, da applicarsi in ogni
caso. |
| [380] | Abbiamo già sopra notato come i vv. 1–9 del cap. XXI siano
una interruzione in questo argomento, e da riportarsi logicamente nel
cap. xix, ove si parla dei delitti di sangue. |
| [381] | Ḣolin, 17a. Cfr. Maimonide, Dei Re e delle loro guerre, viii, 1. |
| [382] | Qiddushin, 21b. |
| [383] | Sifré, ii, § 212, 213; Jebamoth, 48. |
| [384] | Maimonide, l. c., § 7. |
| [385] | Presso la porta, come luogo di più facile convegno, perchè comunicazione
fra la città e la campagna, si radunava il magistrato per
rendere giustizia. |
| [386] | Sifré, II, § 218–220; Sanhedrin, 68b–72a, 88b. |
| [387] | Sanhedrin, 49b. |
| [388] | Ibidem, 52b. |
| [389] | Ibidem, 45. |
| [390] | Das Mosaische Recht, pag. 457–460. |
| [391] | Mosaisches Recht, § 235. |
| [392] | Sanhedrin, 45b. |
| [393] | Babà Meziȁ, 21–28. |
| [394] | Maimonide, Del furto e delle cose smarrite, xiii, 10. |
| [395] | Babà Meziȁ, 23a. |
| [396] | Ibidem, 28b. |
| [397] | Ibidem, 21 a–24. |
| [398] | Nazir, 59a. È noto che uno dei capi dʼaccusa contro Giovanna
dʼArco fu di avere indossato abiti ed armature virili. |
| [399] | Sifré, ii, § 229. |
| [400] | Questo precetto poteva essere ispirato da un sentimento di
compassione per lʼanimale più debole, costretto a faticare più che le
sue forze non consentirebbero, se appajato a uno più forte. |
| [401] | Sifré, ii, § 231; Mishnah, Chilaim, viii, 2. |
| [402] | Babà Qamà, 54b. |
| [403] | Cfr. Michaelis, Mosaisches Recht, § 92; Saalschütz, Das Mosaiche
Recht, pag. 564; Luzzatto, commento in locum. |
| [404] | Sifré, ii, § 237; Chethuboth, 46. |
| [405] | Sifré, ii, § 240; Chethuboth, ubi supra; Sanhedrin, 50b. |
| [406] | Sifré, ii, § 238; Chethuboth, ubi supra. |
| [407] | Lʼantico commento tradizionale Sifré intende a ragione che
tanto in campagna quanto in città sia condannata la donna, se si
prova che avesse mezzo di chiamare gente in suo ajuto, e al contrario
assolta, anche se in città non potesse esser da nessuno udita. Non
trovo però che questa ragionevole interpretazione sia stata adottata
come decisione legislativa. |
| [408] | Maimonide, Leggi matrimoniali, i, 3. |
| [409] | Qiddushin, 2a. |
| [410] | Ibidem, 12b. |
| [411] | Jebamoth, 96b, 112b. |
| [412] | Qiddushin, 41a. |
| [413] | Jebamoth, 107a. |
| [414] | Qiddushin, 79a. |
| [415] | Jebamoth, 20a. |
| [416] | Caro, Eben haʼezer, xv, 1. |
| [417] | Chethuboth, 7a. |
| [418] | Caro, op. cit., lxi, 1. |
| [419] | Caro, op. cit. xciii, 1. |
| [420] | Chethuboth, 72a, 101. |
| [421] | Isaacita, in Jebamoth, 66a. |
| [422] | Chethuboth, 46, 47, 52. |
| [423] | Chethuboth, 46b, 65b. |
| [424] | Cioè, non faccia parte del popolo, della cittadinanza, mediante
il matrimonio legittimo. |
| [425] | Pare più ragionevole di intendere la parola del testo nel significato
più ristretto che abbiamo sopra accennato, e che è conforme
alla interpretazione rabbinica (V. Sifré, ii, 248; Jebamoth, 49), che
non qualunque nato da unione non legittima. |
| [426] | Questo scrittore aveva innanzi a sè le narrazioni del Jehovista
nel Numeri (xxii–xxiv), ma non quella del proemio del Deuteronomio
(ii, 29), dalla quale anzi resulterebbe il contrario. È da supporsi ancora
che i vv. 5–8 siano posteriore aggiunta, e non appartengano veramente
al legislatore deuteronomista. Se il non avere usato cortesia
verso gli Ebrei esciti dallʼEgitto era ragione sufficiente per proibire
ogni unione in perpetuo con gli Ammoniti e con i Moabiti, non doveva
esserlo ancora per glʼIdumei, che secondo il narratore jehovista
gli avevano trattati con eguale durezza? (Numeri, xx, 14–21). Ma è
più probabile che le unioni matrimoniali con quei due popoli fossero
proibite, perchè lʼantica leggenda (Genesi, xix, 30–38) gli faceva derivare
dallʼunione incestuosa di Lot con le figliuole. |
| [427] | Sifré, ii, § 249; Jebamoth, 76b. |
| [428] | Avvertimento opportuno a frenare la licenza dei costumi militari. |
| [429] | Ghitin, 45a. Cfr. Maimonide, Degli Schiavi, viii, 10. |
| [430] | Jebamoth, 93b. |
| [431] | Non vi è dubbio che tale è il significato della parola ebraica
del testo, che letteralmente significa cane. Questa interpretazione, già
sostenuta da molti commentatori, è stata confermata dal Derenbourg
col confronto di tale nome dato ai cinedi per dispregio presso i Fenicii
(Revue des Études juives, 1881, pag. 123–127). |
| [432] | Sifré, ii, § 266, 267; Babà Meziȁ, 87, 91, 92. |
| [433] | Matth., xii, 1; Luc., vi, 1. |
| [434] | Questa è lʼinterpretazione di molti commentatori. V. Rosenmüller,
Reggio, Knobel, Reuss, Herxheimer, i quali tutti tengono
i primi tre versi come la protasi, e il 4o come lʼapodosi di un solo
periodo. Cfr. Michaelis, Mosaisches Recht, § 119; Saalschütz, Das
Mosaische Recht, pag. 799. |
| [435] | Sifré, ii, § 269; Ghitin, 90. |
| [436] | Ibidem, e Sanhedrin, 22a. |
| [437] | Caro, Eben haʼezer, CXIX, 3. |
| [438] | Ibidem, 4. |
| [439] | Qiddushin, 66a. |
| [440] | Chethuboth, 101a. |
| [441] | Isserles, Eben haʼezer, cxix, 6. |
| [442] | Caro, op. cit., i, 10. |
| [443] | Chethuboth, 107a. |
| [444] | Caro, op. cit., cliv, 6, 7. |
| [445] | Jebamoth, 64a. |
| [446] | Babà Meziȁ, 115a. |
| [447] | Narrasi nel Numeri (xii) che Mirjam fu castigata con una lebbra
che durò soli sette giorni, per avere sparlato di suo fratello Mosè.
Qui il legislatore vuole indirettamente far intendere che questa gravissima
malattia era per lo più una punizione provvidenziale. Così
lʼintesero anche i rabbini (Sifré, ii, § 275). |
| [448] | Amos, ii, 5–8, iii, 9, v, 11, 12, viii, 4–6; Isaia, iii, 14,15, x, 2,
xxxii, 7; Michà, iii, 1–4; Ezechiele, xxii, 29; Zacharia, vii, 10;
Salmi, x, 2, 8, 9, xii, 6, xxxv, 10, xxxvii, 14, cix, 16. |
| [449] | Sifrè, ii, § 280; Sanhedrin, 27b. |
| [450] | La condizione della vedova in un popolo, nel quale essa non
aveva diritto se non che agli alimenti, doveva essere in generale meschina;
quindi si spiega facilmente questo maggiore riguardo usatole
dalla legge. I rabbini però lo estesero alle vedove di qualunque condizione,
e, anche se ricche, proibirono che a carico loro si facesse
qualunque pignoramento (Babà Meziȁ, 115a). |
| [451] | Sifré, ii, § 286; Macchoth, 13, 15b, 16, 17, 20. |
| [452] | Maimonide, De Synedriis, xvi, 4, 6. |
| [453] | Sifré, l. c.; Macchoth, 22a; cfr. 2 Corinth., xi, 24. |
| [454] | Macchoth, l. c.; Sanhedrin, 10. |
| [455] | Sanhedrin, 46a. |
| [456] | Cfr. lʼIsaacita in Ḣolin, 141b, e gli Scolii sullʼIsaacita nel
Deuteronomio, xxv. Altri autori opinano ancora che per la continuata
e ripetuta prevaricazione della legge si sarebbe potuto fustigare il
pervicace peccatore, fino che si pentisse, o, se non volesse pentirsi,
fino a farlo morire (Bartenora, e Jom Tob Levita sul cap. 4o di
Nazir, § 3). |
| [457] | Sanhedrin, 81b. |
| [458] | 1o Re, xxii, 27; Geremia, xxxii, 2 e seg., xxxvii, 4, 15, 18. |
| [459] | Sifré, ii, § 287; Babà Qamà, 54b. |
| [460] | Cfr. Babà Meziȁ, 32b, Shabbath, 154b. |
| [461] | Michaelis, Mosaisches Recht, § 98; Saalschütz, Das Mosaische
Recht, pag. 757; Rosenmüller, Diodati, Luzzatto, Knobel, Reuss. |
| [462] | Sifré, II, 288; Jebamoth, 17. |
| [463] | V. Matth., xxii, 24 e seg.; Marc., xii, 19 e seg.; Luc., xx,
28 e seg. |
| [464] | Babà Bathrà, 109a. |
| [465] | Jebamoth, 22. |
| [466] | Ibidem, 43 e seg. |
| [467] | Ibidem, in principio. |
| [468] | Ibidem, 39. |
| [469] | Maimonide, Del Levirato, ii, 10. Questʼautore avrebbe ancora
concesso alla donna, quando il maggiore dei cognati rinunziasse al
suo diritto, di preferire quello tra gli altri, col quale potesse avere
una reciproca propensione (ivi, 12); ma altri autori non la intendevano
a questo modo, e si mostrarono verso la donna più rigorosi,
volendola sottoposta al diritto che per ragione di anzianità avevano
su lei i cognati. Cfr. ivi il commento Magghid. |
| [470] | Jebamoth, 4a, Chethuboth, 77a. |
| [471] | Jebamoth, 39b. Jaʼaqob ben Asher, Tur Eben haʼeser, § 165. |
| [472] | Sifré, ii, § 290. |
| [473] | Jebamoth, 106. |
| [474] | V. i Tosafisti in Jebamoth, 39b. |
| [475] | Jebamoth, 40a. |
| [476] | Sifré, II, § 291; Jebamoth, 106b. |
| [477] | Sifré, ii, § 293; Babà Qamà, 28a. |
| [478] | Sifré, ii, § 292, Babà Qamà, ivi. |
| [479] | Graf, Die geschichtlichen Bücher des A. T., pag. 8; Reuss,
LʼHistoire Sainte et la Loi, I, pag. 208 e seg. Il Wellhausen, che
vuol trovare nel Deuteronomio tre codici diversi per letteraria composizione,
ammette che il capitolo xxvii sia stato aggiunto nel secondo,
e non formasse parte del terzo, nel quale entrò il cap. xxviii. (Die
Composition des Exateuchs. Jahrb. f. D. Theol., xxii, pag. 464).
Il Kayser tiene come interpolazione tutto il capitolo eccetto i vv. 1–3
e 8–10, che a lui sembrano transizione fra il xxvi e il xxviii (Das
vorexilische Buch, pag. 101). Ma a chi bene osserva, questa transizione
non è punto necessaria, anzi sarebbe una vera interruzione nei
corso dei concetti che così naturalmente si seguono. Con molta ragione
dice il Reuss: «Ce serait la seule fois dans tout le code que le
rédacteur aurait changé la forme de son discours. Partout ailleurs
cʼest Moïse qui parle, et au v. 9 le rédacteur aurait trouvé convenable
de le dire explicitement?» |
| [480] | Questa è lʼopinione prevalente omai fra i critici, che in un
punto cosi conosciuto, è inutile nominatamente citare. |
| [481] | Zeitschrift für Völkerpsycologie und Sprachwissenschaft 1880,
pag. 1–28. |
| [482] | Das Deuteronomium und der Deuteronomiker. Questo autore,
contro lʼopinione più comunemente accettata, vuol riportare la composizione
della legge deuteronomica sul finire dellʼetà dei Giudici
(ivi, pag. 137 e seg.). |
| [483] | Schrader nellʼEinleitung del De Wette, 8a ediz., § 191; Kayser,
Das vorexilische Buch, pag. 102. |
| [484] | Wellhausen, op. cit., xxii, p. 464; Reuss, LʼHistoire sainte
et la Loi, I, 210. |
| [485] | Sotà, 41a. |
| [486] | I libri rabbinici non sono concordi nel determinare in quali
parti veramente consisteva la lettura. Secondo il Sifré (II, § 160), una
delle più antiche fonti del rituale ebraico (Geiger, Urschrift, p. 434,
436) pare che si sarebbe dovuto leggere tutto il Deuteronomio. La
Mishnah, secondo il testo gerosolimitano (Sotà, vii, 8), la restringe ai
seguenti passi: i–vi, 8; xi, 13–21; xiv, 22–29; xxvi, 12–15; xxviii; mentre
secondo il testo babilonese si sarebbe letto anche il xvii, 14–20;
e si deve pur dire che questa è lezione più corretta, perchè è innegabile
da tutto il contesto che si dovesse leggere anche questʼultimo
passo, che concerne il diritto monarchico. Pare inoltre che il Maimonide
avesse una lezione differente da tutte e due, perchè egli dice
che si faceva lettura continuata dal xiv, 22 a tutto il xxviii (Ḣaghighà,
iii, 3). |
| [487] | La Profezia nella Bibbia, capp. v, vi. |
| [488] | Per quanto nelle parole del testo sia non poca oscurità, pare
questo il modo più probabile dʼintendere siffatta cerimonia di consacrazione
dellʼaltare. Delitzsch, Smend nei commenti su questo luogo. |
| [489] | LʼIsaacita ha creduto di trovare per lo meno una allusione
alla Pentecoste nella lezione del testo masoretico (v. 21) che relativamente
alla Pasqua ha Shebuʼoth jamim = settimane di giorni, in
plurale, invece che Shibàt jamim = sette giorni. Ed il Wellhausen
opina che questa sia una correzione introdotta a bella posta dai Masoreti
con tale intendimento (Geschichte Israels, I, pag. 110). A me
non pare che possa accettarsi nè lʼuna nè lʼaltra opinione. Anche
nel testo masoretico come ora lʼabbiamo è chiaro che si parla soltanto
della pasqua delle azzime. Del resto sette giorni, e non settimane
di giorni, danno concordemente le antiche versioni dei lxx,
di Jonathan, la Peshito, e la Vulgata. |
| [490] | Così intendo questo passo con lʼIsaacita, il Qimḣi, il Rosenmüller
e lʼEwald. Altri, fra i quali il Reuss e lo Smend, opinano che
anche nelle feste il principe avesse ingresso speciale per la porta
dʼoriente, e che Ezechiele, dicendo che doveva escire insieme con gli
altri abbia volato dire per identità di tempo, non per eguaglianza di
luogo. Ma la parola del testo bethocham = in mezzo a loro, non
può intendersi se non relativamente al luogo; questa espressione dice
in modo troppo chiaro che nelle feste il principe doveva essere confuso
con gli altri. In mezzo a loro non è lo stesso che insieme con
loro, la quale espressione avrebbe potuto interpretarsi anche in relazione
solo del tempo. Inoltre poi in tutto il contesto si capisce troppo
chiaro che il privilegio di entrare per la porta dʼoriente era concesso
al principe solo nel sabato, nei novilunii, e quando offriva volontarii
sacrifici privati. Resterà a noi oscura la ragione, perchè nelle festa
non si accordasse al principe questo privilegio, ma ciò non deve indurci
a interpretare il testo diversamente da quanto resulta dal chiaro senso
letterale. |
| [491] | La parola Deror del nostro testo va intesa nello stesso significato
in cui la troviamo usata da Geremia (xxxiv, 8, 15), cioè per
lʼanno settimo, in cui gli schiavi riacquistavano la libertà, non per
lʼanno del Giubileo, che, secondo ogni probabilità, al tempo di Ezechiele
non era stato ancora istituito. Cfr. Smend; Wellhausen, Geschichte
Israels, I, pag. 123; Maybaum, Die Entwickelung des altisraelitischen
Priesterthums, pag. 43. |
| [492] | Popper, Die biblische Bericht über die Stiftshütte, p. 84–104. |
| [493] | Jomà, 14a. |
| [494] | Dalla lezione dei lxx (Levit., xxi, 13) resulterebbe che avrebbe
dovuto essere della stessa tribù sacerdotale: οὺτος
γυναῖκα παρθένον ἐκ τοῦ γίνους αὑτοῡ λήψεται. Filone, secondo il suo costume di attenersi
alla versione alessandrina, accetta anche lui questa restrizione maggiore
nel rito del massimo sacerdote (De Monarchia, ii, 11). La tradizione
talmudica è conforme al testo ebraico; soltanto da un passo
del Talmud (Jomà, 13a) parrebbe resultare che il sommo sacerdote
non fosse di solito poligamo. |
| [495] | Maimonide, Degli arredi del Tempio, IV, 20. |
| [496] | Taànith, 26, 27. |
| [497] | Sifrà, xxi, 2. Jebamoth, 22b. |
| [498] | Sifrà; Qiddushin, 77. |
| [499] | Sifrà; Jebamoth, 61. |
| [500] | Vedi sopra, pag. 197, come i talmudisti intesero questo modo
di condanna. |
| [501] | Sifrà; Sanhedrin, 51b. |
| [502] | Il Talmud invece che gobbi e gracili interpetra le parole del
testo come se significassero un difetto nelle palpebre, o una macchia
nellʼocchio. (Rashì; Pseudo Jonathan). I lxx invece di gracile
hanno ἔφηλος, lentigginoso; la Vulgata ha lippus. Il Talmud inoltre
ha enumerato molti altri difetti che rendevano i sacerdoti inetti al
culto, come può vedersi nel trattato Bechoroth, vi, 6, e presso il
Maimonide, Dellʼammissione al santuario, vi–ix.
|
| [503] | Sanhedrin, 83a. |
| [504] | Ibidem, 81b. |
| [505] | I tentativi di alcuni interpetri per conciliare questa contraddizione
non hanno fondamento, e bisogna pur dire che lʼautore delle
Croniche ha attinto qui come altrove a fonti diverse, che ha procurato
di far concordare, senza però riuscirvi. (Bertheau, Die Bücher der
Chronik, 2a ediz., pag. 196; Reuss, Chronique ecclésiastique de Jérusalem,
p. 107.) |
| [506] | Ḣolin, 24a. |
| [507] | Ibidem, 24b. |
| [508] | T. G. Sheqalim, v, 12; T. B. Horajoth, 13a. |
| [509] | Cfr. Sifrà, in questo luogo; Ḣolin, 133b. |
| [510] | Zebaḣim, v, § 6, 7. |
| [511] | Sifrè, ii, § 165; Ḣolin, 130. |
| [512] | De Premiis sacerdotum, § 3. |
| [513] | Antiq., iv, 5. |
| [514] | Cfr. Reuss, e Knobel, sul Deuteronomio. |
| [515] | Intorno alla consacrazione delle primizie e dei primogeniti è
stata sopra (pag. 44 e seg.) notata la contraddizione fra le diverse
leggi, ed esposta ancora la insussistente conciliazione dei talmudisti. |
| [516] | Sifré, ii, § 297; Bicchurim, i, 3. |
| [517] | Sifré, i, § 110, Mishnah, Ḣallàh, ii, 5. |
| [518] | Reuss, Knobel, Gesenius. |
| [519] | Sifrà, sul luogo citato del Levitico, ʼArachin, 28b. |
| [520] | Delle Stime e deglʼInterdetti, vi, 1. |
| [521] | Sifré, i, 110, Rashì, sul Deut. xviii, 4. |
| [522] | Sanhedrin, 33a, cfr. Maimonide, Dei Cibi proibiti, x, 20. |
| [523] | Terumoth, iv, 3; Ḣolin, 137b. |
| [524] | Questa è la spiegazione dei due versi 4 e 5, intorno ai quali
tanto hanno fantasticato quegli interpetri, cui sembrava che fossero
in contraddizione; perchè il verso 4 parla di un subborgo di mille
cubiti e il verso cinque dice di misurare un lato di due mila. (Rosenmüller,
Excursus, ii, in Num.; Knobel; Reuss). La conciliazione proposta
in un luogo del Talmud che mille braccia dovessero servire per
vero e proprio subborgo, e altre duemila braccia per campagna come
campo e vigneti (Sotà, 27b), estenderebbe troppo il terreno assegnato
ai leviti, già abbastanza vasto, e si oppone alla piana intelligenza
del testo. Per queste stesse ragioni non è da accettarsi neppure ciò
che resulterebbe da altro luogo talmudico (ʼErubin, 56b), che, restringendo
lʼestensione a duemila cubiti, li vuole divisi in eguale maniera. |
| [525] | Zebaḣim, 56b. |
| [526] | Sifré, ii, § 105–110; Rosh Hasshanà, 12b. |
| [527] | Sotà, 48a, Jomà, 9a, Babà Meziȁ, 90a. |
| [528] | Questa etimologia del Mussafia non è accettata dal Levy che
deriva la parola Demai dallʼaramaico Dema, essere eguale, ambiguo,
incerto. Chaldäisches Wörterbuch, sub voce. |
| [529] | Bechoroth, 30b. Tosaftà, Demai, ii. |
| [530] | Berachoth, 47b. |
| [531] | Sifrà, Emor, § 2; Jomà, 18a, Horajoth, 9a, Ḣolin, 134b. |
| [532] | Jomà, 73a, Horajoth, 12b. |
| [533] | Maimonide, Della Preghiera, i. |
| [534] | Maimonide, Delle Benedizioni, i. |
| [535] | Berachoth, 26b. |
| [536] | Nel Talmud prevalse lʼopinione che si trattasse soltanto di animali
offerti in sacrificio, e non di quelli uccisi per gli usi della vita.
(Sifrà, Aḣarè Moth, cap. 9; Zebaḣim 106), sebbene Rabbì Ismaele
volesse dare alla Scrittura il suo letterale significato. (Ḣolin, 17a). E
difatti chi legge senza preconcetto vede che si è voluto intendere
anche degli animali uccisi a solo scopo di cibarsene. (V. Luzzatto,
Rosenmüller, Diodati, Dillmann, Reuss, Bunsen). |
| [537] | Degli animali ruminanti oltre gli ovini e bovini permessi come
cibo è data la lista nel Deut. xiv. |
| [538] | Ḣolin, 27a, 32a. |
| [539] | Cherithoth, 6. |
| [540] | Vedi sopra (pag. 44) la contraddizione fra questo luogo del
Numeri e il Levitico xxiii, 18, 19; imperocchè, secondo questʼultimo
passo, il sacrifizio nella Pentecoste sarebbe stato differente. |
| [541] | Zebaḣim, v, 3. |
| [542] | Dillmann, Exodus u. Leviticus, 1880, pag. 528 e seg.; Baudissin,
Studien zur Semitischen Religionsgeschichte, I, pag. 140. |
| [543] | Sifrè, i, § 111; Horajoth, 9. |
| [544] | Horajoth, 4b e seg. |
| [545] | Maimonide, Dei Sicli, i, 1. |
| [546] | Mechiltà, sullʼEsodo, xxiii, 15; Ḣaghighà, 6b e seg. |
| [547] | Sifré, i, § 112; Horajoth, 7a. |
| [548] | Cherithoth, 8b. |
| [549] | È da notarsi che la proibizione della Scrittura di offrire animali
difettosi negli organi genitali fu intesa dai talmudisti nel significato
molto più ampio dʼinibire la castrazione degli animali e molto più
dellʼuomo (Sifrà, Emor, § 7; Shabbath, 111a). È da domandarsi però
se nellʼallevamento del grosso bestiame lʼosservanza di un tal rito è
possibile. |
| [550] | Mishnah, Parà i, 2–4. |
| [551] | Ḣolin, 13b, Temurà, 7a. |
| [552] | Cfr. Rosenmüller, Dillmann. |
| [553] | Geschichte Israels, I, pag. 390. |
| [554] | Dillmann, Exodus und Leviticus, pag. 450 e seg. |
| [555] | Sifrà, Zav, Sez. 10; Cherithoth, 2a, 4a. |
| [556] | Mechiltà, Bò, § 8; Pesaḣim, 21b. |
| [557] | Mechiltà, Bò, § 15; Pesaḣim, 96a. |
| [558] | Jebamoth, 64b. |
| [559] | Pesaḣim, 95. |
| [560] | Rosh Hasshanà, 2 e seg. |
| [561] | Ibidem, 16 e seg.; Pesiktà Rabbati, Vienna, 1880, pag. 166. |
| [562] | Sifrà, Aḣarè Moth, Sez. 5, Emor, cap. 14; Jomà, 73b e seg. |
| [563] | Sifrà, Emor, cap. xvii; Succhà, 11b. |
| [564] | Shabbath, 21b. |
| [565] | Rosh Hasshanà, 18b; Taʼanith, 26. Fra questi due luoghi talmudici
vi è un dissenso in quanto allʼapertura della breccia, il primo
di essi dicendola avvenuta nel 9 invece che nel 17. È poi questo dissenso
conciliato (Taʼanith, 28b), con la distinzione che nel 9 avvenne
lʼapertura della breccia nelle guerre babilonesi, e nel 17 nelle guerre
romane. Sarebbe però in ogni modo ad esaminarsi se la conciliazione
è fondata sopra la verità dei fatti. Restò poi nel rito fissato il digiuno
nel 17. |
| [566] | Taʼanith, 10, 19. |
| [567] | Babà Meziȁ, 53b e seg. |
| [568] | Sifrà, xxvii, 21b, ʼArachin, 25b, secondo lʼopinione di Rabbì Jehudah,
che è tenuta la prevalente, contro lʼopinione opposta di Rabbì
Shimʼon (cfr. ʼErubin, 46b). |
| [569] | ʼArachin, 28b. |
| [570] | Luzzatto, commento in questo luogo; Knobel–Dillmann, Exodus
und Leviticus, pag. 633 e seg.; Saalschütz, Das Mosaische
Recht, cap. 44, § 2. |
| [571] | Sifrà, xxvii, 29; ʼArachin, 6. |
| [572] | Sifrà, ivi, 28, ʼArachin, 28a; Ghitin, 38b. |
| [573] | Sifrà, xxvii, 28; ʼArachin, 28a. |
| [574] | Sifré, e lʼIsaacita, Num., xxx, 4. |
| [575] | Nedarim, 22b; Bechoroth, 36b, e seg. |
| [576] | Quella che si teneva in un vasto recipiente allʼingresso del
tempio per le abluzioni dei sacerdoti (Sifré, I, 10; Sotà, 82, Rosenmüller,
Diodati, Knobel, e altri). |
| [577] | Rosenmüller, Reuss; Michaelis, Mosaisches Recht, V, pag. 191;
Saalschütz, Das Mosaische Recht, pag. 572. |
| [578] | Sotà, 2 e seg. |
| [579] | Sifré, I, § 21; Sotà, 28a. |
| [580] | Sotà, 47a. |
| [581] | Ibidem, 24a. |
| [582] | Ibidem, 27. |
| [583] | Ibidem, 23b, 26b, 27. |
| [584] | Cfr. Sifré, i, § 115; Menaḣoth, 43b; Sotà, 17a; Ḣolin, 89a. |
| [585] | Caro, Beth Joseph, i, 11; Buxtorfius, Synagoga Judaica, cap. ix. |
| [586] | Caro, Shulḣan ‛Aruch, I. § 24; Buxtorfius, op. cit., l. c. |
| [587] | Sifrà, in questo luogo; Sanhedrin, 55b e seg. |
| [588] | Ricordiamo che nel primo del mese settimo ricorreva il capo
dʼanno (v. pag. 363 e seg.), dimodochè dieci giorni dopo, si bandiva
solennemente a suon di tromba, lʼanno del Giubileo. |
| [589] | Il nome Giubileo, è derivato dallʼebraico Jobel, in varii modi
interpretato; ma più probabilmente significa il suono della tuba, un
suono di giubilo, con cui lʼanno cinquantesimo veniva bandito. |
| [590] | Questi tre versi che abbiamo rinchiuso fra parentesi sono da
tenersi una interpolazione fatta quando si volle tenere anche il cinquantesimo
anno come sabbatico per cessare da ogni lavoro agricolo.
Pare impossibile che a una prescrizione di difficilissima pratica, quale
è quella di non coltivare le terre ogni settimo anno, si aggiungesse
questo sommo assurdo di stare due anni di seguito senza coltivarle
come si vorrebbe imporre nei versi 11, 12. A tale assurdo non si può
esser giunti, se non per gradi. Si noti poi che il verso 13 è ripetizione
di ciò che è già detto nel verso 10, e si vede essere stato aggiunto
per riprendere lʼinterrotto filo dei concetti. Mentre i versi 14–16,
23 sono la continuazione immediata del verso 10, spiegando la pratica
applicazione di ciò che ivi è enunciato come principio generale.
Perciò anche i versi 17–22 sono da tenersi interpolazione aggiunta,
quando si avvertì lʼassurdo della prescrizione dellʼanno sabbatico raddoppiato
per peggio ogni cinquantʼanni col riposo anche nellʼanno del
Giubileo, e si volle ovviarvi, ricorrendo, come si dice nel v. 21, alla
miracolosa assistenza divina. Lʼipotesi che in questa legge del Giubileo
vi sia la mano di più autori è di parecchi critici, e fra gli altri
del Kayser (Das vorexilische Buch, pag. 75–77), e dellʼHorst (Leviticus
XVII–XXVI und Ezechiel, pag. 27–30), ma differiscono in alcuni
particolari. Non vediamo poi veruna ragione di supporre anche due
autori diversi per questa e per la legge dellʼanno sabbatico, che sono
fra loro così intimamente connesse. |
| [591] | Farete in modo che le terre vendute si possano riscattare anche
prima del Giubileo, come si spiega nel passo seguente. |
| [592] | Sembra necessario di dover qui eseguire la lezione della Vulgata:
si redemptae non fuerint, a preferenza di quella del testo
ebraico, che non ha la negazione prima del verbo si riscatta, imperocchè
questa lezione non da significato accettabile. Come potrebbe dirsi che
escirebbe nel Giubileo ciò che già sarebbe riscattato? Per quanto antichi
e moderni commentatori abbiamo tentato di dare un senso anche
al testo ebraico, si cadrebbe sempre in sottigliezze poco sostenibili.
Cfr. Ewald, Altherthümer, 3a ediz., pag. 498. Dillmann, Exodus
und Leviticus, pag. 613 e seg. Reuss, LʼHistoire sainte et la Loi, II,
pag. 172, n. 4. |
| [593] | Sifrà, in questo luogo. |
| [594] | A noi sembra che le parole pellegrino, ed abitante, si riferiscano
al tuo fratello, e significhino non solo quello della tua città,
ma anche quello che venisse di fuori come straniero o come abitante,
giacchè è facile che il povero, il quale ha venduto la casa e la terra,
vada ramingo a cercare di che vivere. I talmudisti hanno voluto intendere
che il precetto di carità fosse esteso allo straniero, ancorchè
non Israelita per nascita, ma divenuto proselita (Gher), o semplice
abitante (Tosḣab), colla condizione di osservare i precetti noachidi di
(v. Sifrà). Ma le due parole ebraiche ora citate hanno acquistato tale
significato nella legislazione talmudica, non lʼavevano in quella scritturale. |
| [595] | Sifrà, Behar Sinai, cap. 7; Mechiltà, Neziqin, § 1. |
| [596] | Das Mosaische Recht, cap. 101, § 8. |
| [597] | Mosaisches Recht, § 123. |
| [598] | Mechiltà, Mishpatim, § 2 in fine; Qiddushin, 15 e seg. |
| [599] | Sifrà, Behar Sinai, cap. 7; Qiddushin, 22a. |
| [600] | Sifrà ivi; Qiddushin, ivi. |
| [601] | Sifrà, Beḣuqqotai, cap. 7; Isaacita, sul Levitico, XXVI, 35.
Cfr. 2o Cronache, xxxvi, 21. |
| [602] | Del passo dello stesso Ezechiele xlvi, 17, già abbiamo sopra
(pag. 321) parlato. Intorno al vii, 12, 13, dove alcuni vogliono vedere
unʼallusione al Giubileo, è da riflettersi che, se fosse così, il non potere
il venditore ritornare in possesso della cosa venduta non dovrebbe
essere per lui ragione di non rattristarsi per aver venduto, come si
farebbe dire al profeta, ma anzi cagione di maggior duolo. Dunque
il profeta volle dire che il venditore non si dolesse di aver venduto,
perchè non tornerebbe più nella terra dove erano i suoi possessi andati
in mani di altri; ma resterebbe esule nel paese dove era stato deportato.
(Cfr. Smend, 2a ediz., pag. 43). |
| [603] | Sifrà, Behar Sinai, cap. 2; ʼArachin, 32b. |
| [604] | Secondo una opinione registrata nel Talmud (Taànith 30b,
Babà Bathrà, 121a), questa proibizione avrebbe dovuto valere soltanto
per la prima partizione della terra promessa; ma quindʼinnanzi
anche le figlie eredi avrebbero potuto contrarre matrimonio con uomini
di differente tribù. È chiaro per sè stesso che questʼopinione è
contraria non meno alla lettera che allo spirito della legge scritturale. |
| [605] | Maimonide, Della eredità, i, § 5. |
| [606] | Sifré, i, § 134, Babà Bathrà, 108, 110, 115. |
| [607] | Babà Bathrà, 139b. |
| [608] | Chethuboth, 50, 52b, 68. |
| [609] | Babà Bathrà, 111b. |
| [610] | Chethuboth, 52b, 103a. |
| [611] | Babà Bathrà, 126, 130. |
| [612] | Ibidem, Maimonide, Della eredità, vi, § 2. |
| [613] | Babà Bathrà, 131a. |
| [614] | LʼAlfasi, il Maimonide, lʼAsher, il Caro. |
| [615] | Gans, Das Erbrecht in welt geschichtlicher Entwickelung,
I, pag. 149–151, 170–175; Saalschütz, Das Mosaische Recht, pag. 826
e seg., e nota 1059. |
| [616] | Babà Bathrà, 146b, 151b; Ghitin, 65b e seg. |
| [617] | Babà Bathrà, 146b. |
| [618] | Rashbam e i Tosafisti in Babà Bathrà, 135b; lʼIsaacita in
Babà Meziȁ 19a, Mendelssohn, Ritualgesetze der Juden, 3a ediz.,
pag. 48, 49, 53; Thiel, Principia Jurisprudentiae judaicae per
Germaniam communis, § 214. |
| [619] | Babà Bathrà, 147b. |
| [620] | De testamentifactione jure germanico. |
| [621] | Sifré, i, § 160; Sanhedrin, 45b. |
| [622] | Macchoth, 10a. |
| [623] | Die Composition des Hexateuchs, xxii, pag. 423. |
| [624] | Nel rito posteriore dellʼEbraismo si perdè lʼindole rurale della
Pentecoste, che divenne una solennità del tutto teologica, perchè in
essa si commemora la rivelazione del Decalogo, avvenuta in quel
giorno secondo il Talmud (Shabbath, 86b; Mechiltà, Itrò, § 3). |
| [625] | Hupfeld, De primitiva et vera Festorum apud Hebraeos ratione,
II, pag. 3, 6, 7; Wellhausen, op. cit, pag. 432–435. |
| [626] | Shabbath, 13b, Ḣaghigà, 12a, Menaḣoth, 45a. |
| [627] | Ne riferiremo una sola per saggio. Se nel Pentateuco si prescrivono
per il sacrifizio del novilunio due tori e sette agnelli, e
presso Ezechiele invece un solo toro e sei agnelli, i talmudisti non
si peritano ad insegnare con la maggiore serietà che il profeta ha
voluto soltanto dire che, non potendo adempiere in tutto la prescrizione
della legge, sarebbe stato accetto il sacrifizio anche adempiendola
in parte (Menaḣoth, l. c.). |
| [628] | Commento in Ezechiele, xlv, 22. |
| [629] | Kuenen, The Religion of Israel, II, pag. 231–233; Graf, Die
geschichtlichen Bücher d. A. T., pag. 71–75; Wellhausen, Geschichte
Israels, pag. 421; Reuss, LʼHistoire sainte et la Loi, I, pag. 241;
Die Geschichte d. heiligen Schriften A. T., § 378–380. |
| [630] | Sanhedrin, 21b. |
| [631] | Trattato Teologico–Politico, cap. viii. |
| [632] | Kuenen, The Religion of Israel, II, pag. 45–49; Reuss, Die
Geschichte d. heiligen Schriften, § 383–386; Smend, Ueber die Genesis
des Judenthum. Zeitschrift f. d. alttestamentliche Wissenschaft,
1882, pag. 94–151. |