I. La corruzione nell'antichità
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Nell'antica culla delle società bisogna cercare le prime tracce del vizio, in Caldea, nella Babilonia che è stato il più intenso focolaio di corruzione.
La leggenda biblica c'insegna che poco tempo dopo la creazione del mondo, il Signore irritato dalla perversità degli uomini, fu tentato di distruggerlo novamente. Il diluvio venne a purgare la terra, ma la corruzione riapparve, e gli uomini, aumentandosi ed estendendosi, non fecero che spargerla e diffonderla.
Il vizio era personificato dal culto di Venere, la quale a Babilonia era adorata sotto il nome di Militta. Il profeta Baruch si lamentava con Geremia sulla turpitudine dei tempi; Geremia nella sua lettera agli ebrei due il re Nabuchodonosor aveva condotti in cattività a Babilonia, diceva:
[pg 8] «Alcune donne sono sedute al limite delle strade e bruciano profumi. Quando una di esse, attirata da qualche passante, ha trascorso la notte con lui, rimprovera alla sua vicina di non essere stata giudicata degna, come lei, di essere posseduta da quell'uomo e di non aver saputo rompere la sua cintura di corde».
Questa cintura di corde, questi nodi che circondavano il corpo della donna votata a Venere, rappresentavano il pudore, il qual la riteneva con un fragilissimo legame, e che l'amore impetuoso doveva al più presto rompere.
Quinto Curzio e gli storici del vincitore di Babilonia, affermano che perfino Alessandro il Grande fu spaventato dal libertinaggio della grande città: «Non vi è popolo più corrotto di questo, diceva, nè di questo più sapiente nell'arte dei piaceri e delle voluttà... I Babiloniesi si affogano soprattutto nell'ubbriachezza e nei disordini che ne conseguono. Le donne dapprima si presentano ai banchetti modestamente, ma poco a poco si liberano delle vesti, si spogliano da qualunque pudore fino a restare completamente nude. E non solo le donne pubbliche si abbandonano in tal modo, ma financo le dame della migliore società con le loro figliuole».
In Armenia, Venere, sotto il nome di Anaitide aveva un tempio circondato da un vasto dominio, nel quale viveva rinchiusa tutta una popolazione consacrata ai riti della dea. Solo gli stranieri erano ammessi in questo serraglio di ambo i sessi, per chiedervi una galante ospitalità che non veniva mai rifiutata. I serventi e le serventi di tal luogo [pg 9] erano i figli e le figlie delle migliori famiglie del paese; entravano al servizio della dea per un tempo più o meno lungo, secondo i voti dei loro genitori.
In Siria, a Heliopolis, si adorava Venere e Adone rappresentati da una sola statua. Gli stravizii più infami avevano luogo in talune feste in cui gli uomini travestiti da donne e le donne travestite da uomini si abbandonavano a tutti gli eccessi, donde nascevano figlie che non conoscevano mai i loro padri, e che venivano a loro volta, sin dalla più tenera giovinezza, a ritrovare le loro madri nei misteri della dea.
A Pafo la dea era rappresentata da un cono in pietra bianca (Konnus, da cui si è fatto poi c...). Il culto di Venere si sparse da Cipro nella Fenicia, a Cartagine e su tutta la costa africana.
La Bibbia dice che i tempii di Cartagine come quelli di Sidona e di Ascalona erano circondati da tende, sotto le quali le Cartaginesi si consacravano a Venere fenicia.
S. Agostino ha precisato i principali caratteri del culto di Venere, constatando che vi erano tre Veneri in luogo di una: Quella delle Vergini, quella delle donne maritate e quella delle Cortigiane, dea impudica—dice egli—a cui la Fenicia immolava il pudore delle sue figlie prima che si maritassero.
Tutta l'Asia Minore aveva abbracciato con entusiasmo un culto, il quale deificava i sensi e gli appetiti carnali.
I Lidii, soggiogati dai Persi, comunicarono ai proprii vincitori i loro vizii. Questi Lidii che avevano nelle loro armate una folla di ballerine e di musicisti meravigliosamente, [pg 10] esercitati nell'arte della voluttà, appresero ai Persi ad avere in grande considerazione simili donne che sonavano la lira, il tamburo ed il flauto.
La musica divenne allora il pungolo del libertinaggio e non si davano grandi pranzi, nei quali l'ebbrezza e gli stravizii non fossero sollecitati dal suono degl'istrumenti, da canti osceni e dalle lascive danze delle cortigiane.
Questo vergognoso spettacolo, questo preludio dell'orgia sfrenata, gli antichi Persi non lo risparmiavano nemmeno agli sguardi delle loro mogli e delle loro figlie, che pigliavano parte ai festini senza velo e coronate di fiori. Riscaldate dal vino, animate dalla musica, queste vergini, queste matrone, perdevano ogni contegno, e con la coppa in mano accettavano, scambiavano, provocavano le sfide più disoneste in presenza dei rispettivi padri, mariti, fratelli e figli. Le età, i sessi, le condizioni si confondevano sotto l'impero della vertigine generale; i canti, i gridi, le danze raddoppiavano, ed il pudore, pel quale nè occhi nè orecchie erano rispettati, fuggiva nascondendosi sotto le pieghe del suo velo. I banchetti e gl'intermezzi si prolungavano in tal modo fino a che l'aurora faceva impallidire le torce e che i convitati seminudi, cadevano l'un sull'altro addormentati nei letti di argento e di avorio.
L'Egitto adorava Iside, il cui culto misterioso ricordava con una folla di allegorie la parte che rappresenta la donna o la natura feminile nell'universo. In quanto al suo sposo Osiride, era l'emblema della natura feminile. Il Bue e la Vacca erano dunque i simboli di Osiride e di Iside; i sacerdoti e le sacerdotesse [pg 11] portavano nelle cerimonie il Van mistico che riceveva il grano e la crusca, ma che conservava il primo rigettando il secondo; i sacerdoti portavano ancora il Tau sacro, o la chiave che apriva le serrature meglio custodite. Vi erano ancora l'occhio, con o senza sopracciglie, che si situava accanto al Tau negli attributi di Osiride, per simulare i rapporti dei due sessi. Alle processioni di Iside, le ragazze consacrate reggevano il Cyste mistico, ceste di giunchi contenenti dolciumi ovali e bucati nel mezzo, simili a ciambelle; accanto ad esse una sacerdotessa nascondeva nel seno un'urna di oro, nella quale era conservato il Phallus, definito da Apollo: «L'adorabile immagine della divinità suprema e l'istrumento dei più secreti misteri».
È evidente che in un simile culto l'opera della carne era considerata come avente il primo posto sopra tutte le cose, e per conseguenza i sacerdoti usavano del loro prestigio, e s'incaricavano d'iniziare ad infami stravizii i neofiti dei due sessi.
Il vizio e la corruzione presso questo popolo era arrivato ad un tal punto, che non si davano agli imbalsamatori i corpi delle giovani se non tre o quattro giorni dopo morte, per tema che non abusassero dei cadaveri.
I libri santi sono pieni di passaggi che ci indicano i quadrivi delle strade che servivano da campi di fiera alle lussuriose. È vero che queste donne non erano ebree, almeno la maggioranza, giacchè la scrittura le qualifica per straniere.
Il soggiorno degli Ebrei in Egitto, dove i costumi erano depravatissimi, pervertì [pg 12] considerevolmente i loro. Mosè, questo savio legislatore, lasciò agli Israeliti per prudenza la libertà di aver commercio con donne straniere, ma fu implacabile contro i delitti di bestialità e di sodomia.
La maggior parte dei luoghi infami erano diretti da stranieri, per lo più sirii, le donne che li frequentavano erano anche sirie, giacchè Mosè proibiva assolutamente la prostituzione alle donne Israelite.
Nondimeno i vizii più vergognosi infestavano il popolo di Dio. Il profeta Ezechiel ci dà una pittura spaventevole della corruzione ebrea; nelle sue terribili profezie non parla che di cattivi luoghi aperti al primo venuto, di tende da donnaccie piantate su tutti i cammini, di case scandalose ed impudiche; non vi si scorgono che cortigiane vestite di seta e di merletti scintillanti di gioielli, profumate da capo a piedi; non si contemplano che scene infami di fornicazioni.
Presso i Greci, e più tardi presso i Romani, numerosi filosofi insegnavano con Zenone che l'amore è un dio libero, il quale non ha altre funzioni da compiere se non l'unione e la concordia. Se gli dei nella loro saggezza, hanno dato all'uomo l'amore fisico, è semplicemente in vista di piacere; la gioia dei sensi, non è un mezzo, è uno scopo, un fine. Il matrimonio non deve essere consigliato e praticato se non per prevenire l'estinzione della specie umana. Di più, la donna, così come lo professavano Ippocrate e Aristotele, è considerata come la schiava dell'uomo, d'una essenza inferiore, la si tiene per una sorta d'irregolarità nella natura; la si crede incapace di comprendere l'ideale di una passione, [pg 13] di un legame profondo. Ne risulta che l'uomo disprezzando la donna, la teneva lontano, e i due sessi finivano coll'essersi indifferenti. La donna allora si ripiegò verso sé stessa, tanto vero che all'amore anti-fisico degli uomini fra di loro, s'aggiunse come conseguenza logica, l'amore, non meno anti-naturale, delle donne con donne.
La Grecia accettò, sin dai tempi eroici, il culto della donna e dell'uomo divinizzati, di cui l'esercizio fu del pari lubrico che nell'Asia Minore.
Le leggi di Solone stabilirono la prostituzione legale, lo scopo di questo legislatore era stato quello di separare le donne di cattiva vita dalla società; ma il popolo si stancò più tardi di questa severità, poichè meno di un secolo dopo la morte di Solone le cortigiane fecero irruzione da ogni parte nella società greca ed osavano di confondersi con le donne maritate perfino nel foro.
Solone aveva regolato gli stravizii, dapprima perchè voleva mettere al coperto dalla violenza e dall'insulto il pudore delle vergini e delle spose legittime, e poi per sviare la gioventù dalle tendenze vergognose che la disonoravano e l'abrutivano. Atene divenne il teatro di tutti i disordini; il vizio contro natura si propagava d'una maniera spaventevole e minacciava di arrestare il progresso sociale. Simili debosce, che non dovevano appartenere agli uomini, potevano appartenere ai cittadini? Solone volle dar loro i mezzi di soddisfare i bisogni dei sensi senza abbandonarsi alla sregolatezza della loro immaginazione.
Nondimeno riuscì solo a correggere in parte [pg 14] i suoi compatrioti; gli altri senza rinunziare alle loro colpose abitudini, contrassero quelle del libertinaggio, più naturale, ma non meno funeste.
Il vizio patentato, una volta ben stabilito, e quando se ne acquistò l'abitudine, vi si abbandonarono con furore; e perciò le leggi di Solone, trasmodarono dapprima in eccessi per la necessità degli stravizii pubblici, e successivamente cancellate sotto l'impero della corruzione dei costumi, che non si epuravano, civilizzandosi.
A Sparta ed a Corinto i costumi privati delle donne non erano così regolari come ad Atene. A Corinto il vizio era libero, ognuno aveva il completo godimento di sè stesso. A Sparta, Licurgo aveva voluto, come diceva Aristotele, imporre la temperanza agli uomini e non alle donne; queste, molto prima di lui, vivevano nel disordine e si abbandonavano quasi pubblicamente a tutti gli eccessi. Le ragazze che ricevevano un'educazione maschile, pigliavano parte, quasi nude, agli esercizii degli uomini. Molte si prestavano ad atti di un'estrema licenza.
La gozzoviglia era dunque organizzata in Grecia, la si considerava come un male necessario. Ateneo ha potuto dire: «Parecchi personaggi che hanno preso parte alla cosa pubblica, hanno parlato di cortigiane, gli uni biasimandole, gli altri facendone gli elogi.» Non era vergogna per un cittadino, per quanto altolocato fosse sia per nascita, che per evoluzione, di frequentare le cortigiane, anche prima dell'epoca di Pericle, durante la quale questa specie di donne regnò, in qualche sorta, sulla Grecia. Non erano nemmeno [pg 15] biasimevoli i rapporti che si potessero avere con esse.
Il vizio ad Atene aveva sacerdotesse sotto tre forme: le dicteriadi, le auletidi e le etere. Le prime erano le schiave della corruzione, e stavano chiuse in case speciali; le seconde ne erano le ausiliarie, sonatrici di flauto, ed avevano un'esistenza più libera, poichè potevano esercitare la loro arte nei festini. La loro musica, i loro canti, le loro danze non avevano altro scopo che di riscaldare e di esaltare i sensi dei convitati, che le facevano ben presto sedere accanto ad essi...
Le etere erano cortigiane che facevano traffico dei loro incanti, abbandonandosi impudicamente a chi le pagava, ma si riserbavano nondimeno una parte di volontà: non si vendevano al primo venuto, avevano preferenze ed avversioni e non facevano mai abnegazione del loro libero arbitrio. D'altronde col loro spirito, la loro istruzione e la loro squisita gentilezza, potevano spesso camminare alla pari con gli uomini più illustri della Grecia.
Le etere possedevano case particolari dove si recavano a passare qualche giorno e qualche notte coi loro amici; non si davano che danze e musica in questi nidi di voluttà. Alcifrone ha raccolto una lettera di Panope che scriveva a suo marito Eutifulio.
«La vostra leggerezza, la vostra incostanza, il vostro gusto, la vostra voluttà, vi portano a negligere me ed i vostri figli, per abbandonarvi interamente alla passione che vi ispira questa Galena, figlia di un pescatore che è venuta da Ermione per metter su casa e far commercio della sua bellezza nel Pireo, a detrimento della nostra povera gioventù. [pg 16] I marinai vanno a gozzovigliare da lei, dove le fanno mille regali, ella non rifiuta alcuno, è un abisso che tutto assorbe!»
Il vizio era cosa tanto comune per le donne, che si vedeva spesso la madre vendere la propria figlia, e dopo averne avvizzita la verginità del corpo, s'ingegnava di contaminarne ed insozzarne l'anima.
«Non è una disgrazia così grande, diceva Crobyle a sua figlia Corinna, che ella stessa aveva ceduto la vigilia ad un ricco e giovane Ateniese, di cessare di essere zitella e di conoscere un uomo che ci dia sin dalla prima visita una grande somma, con la quale io ti comprerò una collana».
Queste lubriche ed infaticabili regine della crapula erano in maggior parte straniere. Venivano da Lesbo e da altre isole dell'Asia Minore; un gran numero erano di Mileto. Le più esperte nell'arte della voluttà erano quelle di Lesbo. Mileto era come il vivaio delle ballerine e delle sonatrici di flauto.
Si ritrova qua e là negli erotici greci i principali insegnamenti che le cortigiane si trasmettevano l'una all'altra:
1.º L'arte di fare all'amore;
2.º L'arte di aumentarlo e di mantenerlo;
3.º L'arte di cavarne il maggior danaro possibile.
«È bene, dice una di esse nelle lettere di Aristinete, di creare qualche difficoltà ai giovani amanti, e di non accordar loro tutto ciò che desiderano. Questo artifizio allontana la sazietà, sostiene il desiderio di un amante per la donna che ama e gliela fa avvicinare sempre con maggior entusiasmo, ma non bisogna spingere la cosa troppo oltre, l'amante [pg 17] finirebbe collo stancarsi, coll'irritarsi e correrebbe dietro ad altri progetti e ad altri legami; l'amore se ne vola con la stessa leggerezza colla quale è venuto.»
Anche Luciano parla della scienza delle cortigiane:
«Di rado permettono agli amanti di avvicinarle, giacchè sanno per esperienza che il godimento è la tomba dell'amore, ma nulla trascurano per prolungare la speranza ed il desiderio.»
Le etere avevano maniere particolari di attirare gli uomini; i loro sguardi, i loro sorrisi, le loro pose, i loro gesti erano tanti allettamenti che spandevano d'intorno; ognuna conosceva a meraviglia quello che bisognava nascondere e quello che si doveva mostrare; talvolta fingevano distrazione ed indifferenza e talaltra silenzio ed immobilità, or correvano dietro la preda per adescarla al passaggio; cambiando di tattica a secondo la natura dell'individuo che volevano accalappiare. Avevano tutte un riso provocante e licenzioso che, da lontano, svegliava le idee più impure, parlando direttamente al senso, e che, da vicino, faceva brillar denti di avorio, trasalir labbra di corallo, scavar rosee fossette in fra le guance e fremer gole di alabastro. Non appena l'etera si era fatta notare da un uomo, gli mandava mazzolini di fiori, che ella aveva portati, frutta nelle quali i suoi denti avevano morso, e gli faceva dire da messaggeri che ella non dormiva più, non mangiava più e che sospirava incessantemente. «Correva a baciarlo quando giungeva, dice Luciano, lo pregava di restare quando voleva partire; faceva le finte di non [pg 18] far toilette che per apparirgli sempre più bella, e sapeva alternar sapientemente le lagrime al disprezzo, conquistando col soave incanto della sua voce.»
Fra le cortigiane era frequentissimo l'amore lesbico. Questo amore che la Grecia non schiacciava col disdegno e che non era nemmeno punito col rigor delle leggi, nè cogli anatemi della religione.
Le sonatrici di flauto cantavano, danzavano, facevano le mime, erano belle, ben fatte e compiacenti.
Di esse Aristagoras, dice:
«Vi ho precedentemente discorso di belle cortigiane ballerine, e non aggiungerò altro, trascurando puranco le sonatrici di flauto che, appena nubili, snervavano gli uomini più robusti e si facevano pagare profumatamente.»
Simili donne avevano tale sapienza nell'arte delle carezze da esaurire Ercole stesso. I libertini che avevano sperimentato le raffinatezze della lussuria asiatica, non potevano più farne a meno e, alla fine del pasto, quando tutti i sensi erano eccitati dal canto e dai suoni, giungevano a tali eccessi di furore erotico, da precipitarsi gli uni sugli altri, sopraccaricandosi di colpi, fino a che la vittoria decideva a chi la suonatrice di flauto dovesse appartenere.
Queste donne, esercitate di buon'ora nell'arte della voluttà, arrivavano a disordini tali che l'immaginazione trascinava tutti i sensi. L'intera loro vita era come una perpetua lotta di lascivia, come uno studio assiduo della bellezza fisica; a furia di vedere la loro propria nudità e di paragonarla con quella [pg 19] delle loro compagne, vi pigliavano tal gusto, e si creavano bizzarri godimenti, tanto più ardenti, in quanto che in essi non avevano punto il concorso dei loro amanti, i quali quasi sempre le lasciavano fredde ed insensibili. Le passioni misteriose che si accendevano così nelle auletridi erano violente, terribili, gelose, implacabili.
Tali depravati costumi erano talmente diffusi fra le donne, che parecchie in fra di loro si riunivano spesso nei festini dove nessun uomo era ammesso e là si corrompevano sotto l'invocazione di Venere.
Alcifrone ci ha conservato il quadro di una di queste feste notturne; è l'auletride Megara che scrive all'etera Bacchis e le racconta i dettagli di un magnifico festino al quale le sue amiche Phessala, Phryallis, Myrrhine, Philumene, Chrysis et Euxippe assistevano, metà etere, metà sonatrici di flauto.
«Che pasto delizioso! il solo racconto ti farà rimpiangere di non avervi assistito; quante canzoni! e che orgia! se ne son vuotate coppe dalla sera all'aurora! Vi erano profumi, corone, i vini più squisiti, le più delicate vivande! Un boschetto ombreggiato da lauri fu la sala del festino. Non vi sarebbe mancato nulla se anche tu vi fossi stata. Appena riunite si accese una disputa che venne ad aumentare i nostri piaceri. Si trattava di decidere se fosse più ricca Phryallis o Mirchina in quei tesori di bellezza che fecero dare a Venere il nome di Callipige. Mirchina si sciolse la cintura, la tunica che indossava era trasparente, si girò; e noi avemmo l'illusione di vedere i cigli a traverso il cristallo; allora impresse alle sue reni un [pg 20] movimento precipitato, guardando all'indietro, e sorrideva allo sviluppo delle sue forme voluttuose che ella agitava. Allora, come se Venere stessa avesse ricevuto quest'omaggio, si mise a mormorare non sò qual dolce nenia che mi commuove tuttora.
«Nondimeno Phryallis non si dà per vinta, s'avanza e grida:—Io non combatto punto dietro un velo: voglio comparire innanzi a voi come in un esercizio ginnico; questa battaglia non ammette maschere.—Ciò detto, fa cadere fino ai piedi la tunica ed inclinando le sue rivali bellezze:—Contempla, o Mirchina, questa caduta di reni, la bianchezza e la finezza della mia pelle e queste foglie di rose che la mano della voluttà ha come sparpagliate sui miei graziosi contorni, disegnati senza grettezza e senza esagerazione. Nel loro gioco rapido; nelle loro amabili convulsioni, questi emisferi non tremolano come i tuoi, il loro movimento somiglia al dolce gemito dell'onda.—Appena finito di pronunziar queste parole raddoppiò i lascivi increspamenti con tanta agilità, che un generale applauso le decretò gli onori del trionfo.
«Si fecero altre scommesse di bellezza, nelle quali risultò vincitore il petto sodo e liscio di Philumena.
«Tutta la notte trascorse in simili piaceri e la terminammo con imprecazioni contro i nostri amanti e con una preghiera a Venere che scongiurammo, perchè ci procurasse ogni giorno nuovi adoratori, giacchè l'inedito è il più stuzzicante incanto dell'amore. Eravamo tutte ebbre quando ci separammo».
Le etere ad Atene dominarono ed ecclissarono [pg 21] le donne oneste, avevano clienti ed ammiratori, esercitavano un'influenza continua sugli avvenimenti politici, e sugli uomini che vi pigliavano parte.
Fu sotto Pericle e pel suo esempio che gli Ateniesi si appassionarono per queste sirene e per queste maghe che fecero molto male ai costumi e moltissimo alle lettere ed alle arti. Durante questo periodo di tempo si può dire che non vi furono altre donne in Grecia e che le vergini e le matrone si tennero nascoste nei misteri del gineceo domestico, mentre le etere s'impadronirono del teatro e della pubblica piazza.
L'Egitto, la Fenicia, la Grecia, colonizzarono la Sicilia e l'Italia, stabilendovi le loro religioni, i loro costumi, e naturalmente i loro vizi.
Le pitture dei vasi etruschi ci dimostrano appunto a che era giunta la raffinata corruzione di questi popoli aborigeni, schiavi ciechi e grossolani dei loro vizii e delle loro passioni. Da mille prove su questi vasi dipinti si vede come la lubricità di questo popolo non conoscesse alcun freno nè sociale nè religioso. La bestialità e la pederastia erano i vizii più comuni, e queste vituperevoli ingenuità, familiari a tutte le età e a tutti i gradi sociali, non avevano altri freni se non alcune cerimonie di espiazione e di purificazione che ne sospendevano talvolta la libera pratica.
Come presso tutti i popoli antichi, la promiscuità dei sessi rendeva omaggio alle leggi di natura, e la donna sottomessa alle brutali aspirazioni dell'uomo, non era se non il paziente istrumento del godimento; doveva far [pg 22] sempre tacere la voce della sua scelta, giacchè apparteneva a chiunque avesse la forza di possederla.
La conformazione fisica di questi selvaggi avi dei Romani giustifica d'altronde tutto quello che si poteva aspettare dalla loro impudica sensualità; avevano le parti virili analoghe a quelle del toro, rassomigliavano ai becchi. In queste razze così naturalmente portate all'amore carnale, il vizio si associava, senza dubbio, a tutti gli atti della vita civile e religiosa.
Ai primi tempi della fondazione di Roma furono stabilite feste, dette Lupercali, in onore del dio Pane, nelle quali i preti percorrevano le vie completamente nudi, ed armati di tirsi coi quali battevano i passanti.
Più tardi si ebbero le Floreali, feste istituite in onore della celebre cortigiana Flora, che legò al popolo romano tutta la sua fortuna. Queste feste che le donne dissolute consideravano come fatte per loro, si davano al circo e servivano di pretesto ai più infami disordini. Le cortigiane vi si recavano in gran pompa, ed una volta là, si liberavano delle vesti, mettevano in mostra compiacentemente tutto ciò che gli spettatori volevano vedere, accompagnando ogni gesto con moti lascivi ed impudichi. Ad un momento convenuto gli uomini nudi anch'essi si mischiavano con tali donne e, al suon di trombe, aveva luogo una spaventevole scena di orgia pubblicamente.
Un giorno Catone si presentò al circo nel momento in cui gli edili stavano per dare il segnale del gioco, ma la presenza di questo gran cittadino impedì lo scoppio dell'orgia. [pg 23] Le donne restavano vestite, le trombe tacevano, il popolo attendeva. Si fece osservare a Catone che lui solo ostacolava la festa; egli allora si alzò, si coperse il volto con la toga ed uscì dal circo. Il popolo applaudì, le cortigiane si svestirono, le trombe sonarono e la baldoria ebbe luogo.
Venere aveva a Roma numerosi tempii, e se le cerimonie del culto della dea non offendevano il pubblico pudore, le feste date in suo onore autorizzavano ed esercitavano il vizio nelle case private, soprattutto presso le giovani dissolute e le cortigiane. D'altro canto le donne romane, così riservate riguardo il culto di Venere non si facevano alcun scrupolo d'esporre il loro pudore alla pratica di certi culti più disonesti e vergognosi, che, nondimeno, non riguardavano se non gli dei subalterni.
Offrivano sacrifizii a Cupido ed a Priapo soprattutto; e non soltanto questi sacrifizii e queste offerte avevano luogo nell'interno delle case, ma ancora in certe specie di pubbliche cappelle, innanzi a statue erette agli angoli delle vie. Le cortigiane non si votavano mai a questo misterioso olimpo dell'amor sensuale; Venere sola bastava loro; erano le matrone e perfino le vergini che si permettevano l'esercizio di questi culti secreti ed impudenti; non vi si abbandonavano se non velate, è vero, prima del sorgere o dopo il tramonto del sole; ma non arrossivano di essere viste adorando Priapo ed il suo sfrontato corteggio.
Il dio Priapo, favorito dalle dame romane, presideva ai piaceri dell'amore, ai doveri del matrimonio, e a tutta l'economia erotica. [pg 24] Lo stesso titolo era decretato al dio Mutunus o Tulunus che non differiva da Priapo se non per la posizione delle statue, le quali erano rappresentate sedute invece che in piedi; in oltre queste statue si nascondevano in edicole chiuse, circondate da boschetti. A questo Mutunus le spose erano condotte prima di appartenere ai mariti, e si sedevano sui ginocchi della statua come per offrirle la loro verginità. Questa offerta della verginità diveniva talvolta un atto reale di deflorazione. Poi, una volta maritate, le donne che volevano combattere la sterilità, ritornavano ancora a visitare il dio, che le riceveva novamente sulle sue ginocchia.
Se i romani, che avevano istituito la prostituzione legale, tolleravano con compiacenza il commercio naturale dei sessi, se ne infischiavano ancor più del commercio contro natura. Questa vergognosa depravazione, che le leggi civili e religiose dell'antichità non avevano pensato a combattere, eccetto quelle di Mosè, non fu mai tanto generalizzata quanto ai migliori tempi della civilizzazione romana.
Le ragazze pubbliche di Roma erano più numerose che non lo fossero mai state ad Atene ed a Corinto; ma vi si sarebbero invano cercato quelle regine della crapula, quelle etere così notevoli per la loro grazia e la loro bellezza che per la loro istruzione ed il loro spirito. I Romani erano più materiali dei Greci, non si contentavano delle delicatezza della voluttà elegante, e non avrebbero mai ricercato in una donna di piacere un trattenimento spirituale. Per essi il piacere consisteva nell'atto materiale, e siccome erano per natura di temperamento [pg 25] ardente, d'immaginazione lubrica, di una forza erculea, non chiedevano se non godimenti reali, spesso ripetuti, largamente soddisfatti, ed mostruosamente variati.
La corruzione maschile era certo più ardente a Roma che non lo fosse la corruzione feminile. Erano i figli degli schiavi che si istruivano a subire le sozzure di un osceno commercio.
Gli adolescenti formati a quest'arte impura sin dal settimo anno, dovevano riunire certe esigenze di bellezze che li avvicinavano al sesso feminile, erano sbarbati e senza pelo, unti di olio profumato, con lunghi capelli a buccoli.
Tutti questi vili servitori del piacere e del vizio si dividevano in due categorie, arrogandosi in generale diritti sulle loro attribuzioni speciali; vi erano quelli che facevano sempre da vittime passive e docili, ve ne erano di quelli che divenivano attivi a loro volta e che potevano al bisogno rendere impudicizia per impudicizia ai loro dissoluti mecenati. Questi ultimi, di cui le dame romane non sdegnavano i buoni ufficii, erano gli eunuchi, ai quali la castrazione aveva risparmiato il segno della virilità.
Per ben comprendere l'incredibile abitudine di questi orrori presso i Romani, bisognerà rappresentarsi che essi chiedevano al sesso mascolino tutti i godimenti che poteva dar loro la donna, e qualche altro, più straordinario ancora, che questo sesso, destinato all'amore dalle leggi della natura, avrebbe penato molto a soddisfare. Ogni cittadino, fosse il più raccomandabile pel suo carattere ed il più altolocato per la sua posizione sociale, [pg 26] aveva in casa un serraglio di schiavi sotto gli occhi dei suoi genitori, di sua moglie e dei figli. Roma del resto era piena di gitani che si vendevano così come le donne.
Un pretesto alle pratiche viziose erano i bagni; questi stabilimenti comuni ai due sessi e quantunque avessero ognuno la vasca o la stufa a parte, pure potevano vedersi, incontrarsi, parlarsi, ordir intrighi, fissar convegni e moltiplicare gli adulterii. Ognuno conduceva là i suoi schiavi maschi e femmine, per guardar le vesti e farsi pelare, raschiare, profumare, confricare, radere, pettinare. I padroni dei bagni avevano pure schiavi addestrati a qualunque specie di servizio, miserabili agenti d'impudicizia che si noleggiavano per qualunque uso. Questi stabilimenti contenevano un gran numero di sale dove si trovavano letti da riposo, nei quali ragazzi di ambo i sessi si tenevano a disposizione dei clienti.
Giovenale in una sua satira, ci presenta una madre di famiglia che aspetta la notte per recarsi ai bagni con tutto il fardello di pomate e di profumi: «Tutto il suo godimento consiste a sudare con grande emozione quando le sue braccia cadono rotte sotto la vigorosa mano che la massa, quando il bagnino animato da questo esercizio fa trasalire sotto le sue dita l'organo del piacere, e scricchiolar le reni della matrona».
L'abitudine dei bagni sviluppava una specie di passione, per gl'istinti ed i gusti i più avvilienti; vedendosi nudi, contemplando tutte quelle nudità che facevano pompa dintorno nelle pose più oscene, nel sentirsi toccare dalle frementi mani del bagnino, i romani erano presi [pg 27] irresistibilmente da una rabbia di piaceri nuovi ed ignoti, per soddisfare i quali consacravano tutta la loro esistenza.
Era là che l'amore lesbico aveva stabilito il suo santuario; e la sensualità romana si arricchiva ancora sul libertinaggio delle allieve di Saffo.
Queste donne apprendevano la loro esecrabile arte a fanciulli ed a schiavi chiamati fellatores; simili impurità erasi talmente radicate a Roma che un satirico scrive:
«O nobili Romani, discendenti della dea Venere, fra breve non troverete fra di voi un labbro casto per rivolgerle le abituali preghiere».
Nelle strade, alla passeggiata, al circo, al teatro le cortigiane alla moda comparivano circondate da una folla di ammiratori; erano giovani dissoluti che facevano vergogna alle loro famiglie; liberti ai quali le mal acquistate ricchezze non avevano lavato la macchia della schiavitù; erano artisti, poeti, attori, che sfidavano volentieri la pubblica opinione. Bisognava vedere la sera sulla Via Sacra questo convegno quotidiano del lusso, della crapula e dell'orgoglio per rendersi conto quanto numerosa e brillante fosse quest'armata di cortigiane alla moda, che occupava Roma quale città conquistata.
Convenivano là ogni giorno a far mostra e dar spettacolo di civetteria, di toilette e d'insolenza, fra le matrone che ecclissavano coi loro incanti e colla loro spudoratezza. Talvolta si facevano trasportare da robusti abissini in lettighe scoperte, nelle quali erano coricate seminude, le braccie cariche di bracciali, le dita di anelli, la testa inclinata sotto [pg 28] il peso degli orecchini, del nimbo e delle forcinelle di oro; accanto ad esse bellissime schiave facevano lor vento con ventagli di penne di paone.
Or sedute or impiedi nei carri leggeri, guidavano esse stesse i cavalli e cercavano di oltrepassarsi l'un l'altra. Le meno ricche andavano a piedi; tutte bizzarramente vestite con stoffe screziate di lana o di seta, sempre pettinate artisticamente; coi capelli in treccie formanti diademi biondi o dorati, intermezzati di perle ed altri gioielli.
Le matrone vi convenivano pure la maggior parte in lettiga od in carrozza e non affettando un contegno molto più decente delle cortigiane di professione. Si mostravano sulla pubblica via per far pompa delle toilettes e del loro corteggio; queste sortite avendo spesso lo scopo di procacciarsi un amante o piuttosto un vile e vergognoso ausiliario alla loro lubricità.
Giovenale ne dà il seguente interessantissimo quadro:
«Nobile e plebee sono tutte egualmente depravate. Quella che calpesta il fango delle vie non val più della matrona portata sulla testa dai grandi sirii. Per far bella mostra di sè, ognuna noleggia una toilette, un corteggio, una lettiga, e guanciali ed una nutrice e una giovanetta dai capelli biondi, incaricata di prendere i suoi ordini. Povera ella prodiga ad imberbi atleti ciò che le resta dell'argenteria dei suoi avi; dà loro fino agli ultimi pezzi. Ve ne sono di quelle che ricercano solo gl'imberbi eunuchi impotenti, dalle molli carezze e dal mento senza barba, [pg 29] perchè così non corrono il rischio di dover preparare qualche aborto».
Le satire di Giovenale sono piene delle prostituzioni orribili, che le signore romane si permettevano quasi pubblicamente, e di cui gli eroi erano infami istrioni, schiavi vili, vergognosi eunuchi, atroci gladiatori.
«Vi sono donne che gioiscono a cercare i loro amanti nel fango ed i cui sensi non si svegliano se non alla vista di uno schiavo, di un servo. Altre impazziscono per un gladiatore, per un impolverato mulattiere, per un istrione che mostra le sue grazie in sulla scena».
In questa Via Sacra si vedeva spesso un Nubiano toccare in sulla spalla di un ragazzo dalla lunga capellatura, era un vecchio senatore dissoluto che chiamava questo giovanetto metamorfosato in donna; altrove un robusto portatore di acqua che si trovava a passar per caso era disputato da due grandi dame che lo avevano notato simultaneamente e che facevano a gara a chi fosse la prima a sacrificargli l'onore. Un gesto, uno sguardo, un qualunque segno, e gladiatore, eunuco, fanciullo si presentavano, non disdegnando di prestarsi ad alcun genere di servizio per quanto abbominevole fosse.
Petronio ci dà incredibili dettagli sulla vita dei ricchi Romani, soprattutto nei festini. Non erano solo succolenti pasti, ma sovente spaventevoli conciliabuli di orgie smodate, arene d'impudicizia.
Non si mangiava e si beveva senza interruzione, ma si avevano intermedii di specie differenti; dapprima oscene conversazioni, [pg 30] provocanti o voluttuose; poi musica, danze e divertimenti di esasperata libidine.
Dopo o durante questi intermezzi di tutti i disordini che l'ebbrezza ed il vizio potevano inventare, comparivano i ballerini—buffoni che facevano salti pericolosi, smorfie e giuochi di forza straordinarii; non dimenticando mai nella loro pose, di far spiccare tutte le forme, tutti i muscoli dei loro corpi; accompagnavano tutti i loro movimenti con gesti indecentissimi, davano alle loro bocche un'espressione oscena, che completavano col giuoco rapido delle dita; si scambiavano fra di loro segni muti che avevano sempre qualche rapporto, più o meno diretto, con l'atto della copula; e talvolta, infiammati di lussuria, eccitati dagli applausi dei convitati, passavano dai gesti ai fatti, abbandonandosi ad impure battaglie ed imitando le turpitudini dei fauni. Quanto alle ballerine, eseguivano dei passi che un padre della Chiesa, Arnobio, ha così descritti: «Una truppa lubrica ballava danze dissolute, saltava disordinatamente e cantava; queste ballerine giravano danzando e ad una certa misura, sollevando le coscie e le reni, imprimevano alle natiche ed ai lombi un movimento di rotazione che avrebbe infiammato il più freddo spettatore».
Petronio nel Festino di Trimalcione ci mostra il disordine di queste donne in simili riunioni.
«Fortunata arrivò con le vesti tenute in su da una cintura verde, in modo da lasciar vedere al disotto la tunica ciliegia, le legacce delle calze tessite in oro, e le pantofole dorate; si asciugò le mani nel fazzoletto di [pg 31] seta che le cingeva il collo, e si accampò sul letto della moglie di Kabimas, Scintilla, la quale battè le mani e Fortunata gliele baciò. Queste due donne non fanno che ridere e confondere i loro baci avvinati; Scintilla proclamò la sua amica donna di casa per eccellenza; e questa non fa che lagnarsi dell'indifferenza maritale. Mentre esse si stringono così; Kabimas si alza silenziosamente, afferra Fortunata pei piedi, e la rovescia sul letto:—Ah! Ah! esclama questa, sentendo che la tunica le si scopre fin più su del ginocchio; e raggiustandosi in fretta, nasconde nel seno di Scintilla un viso che il rossore rende ancora più indecente.»
In quel tempo, apprende Giovenale, che l'adulterio era peccato men che veniale. Il marito era un volgar lenone che si ritirava nel fondo dell'appartamento quando veniva l'amante della moglie. Cicerone nelle sue epistole, lo conferma. Racconta che Mecenate corteggiava la moglie di un certo Sulpicio Galba, il quale, per facilitare queste galanti relazioni, fingeva di addormentarsi uscendo di tavola. Un giorno, un suo schiavo, volendo profittar di tal circostanza per gustare il vino di Falerno, il compiacente marito gli gridò «Olà! stupidone, io non dormo per tutti.»
Seneca ha uno squarcio di sdegno contro la moda degli abiti trasparenti:
«Vedo—dice—vesti di seta, se si può dar il nome di vesti a stoffe che non garantiscono nè il corpo, nè il pudore, e con le quali una donna non potrebbe senza mentire, affermare di non essere nuda».
Giovenale così esclama: «È stato detto che [pg 32] sotto il regno di Saturno, il pudore abitasse la terra, ma si deve credere che non tardò a seguire sua sorella Astrea, lasciando il mondo per andar ad abitare gli spazii celesti. Se l'età dell'argento ha visto il primo adulterio, l'età del ferro fu madre di ben altri delitti, con essa non si ebbe più una donna degna di toccar le bandelle di Cerere, e di cui un padre non dovesse temerne gli abbracci.»
Questo gran satirico ci presenta ancora la donna crudele ed avvelenatrice; ne ha vedute di quelle che si rovinavano per soddisfare le esigenze dei cantanti e dei ballerini.
A Roma non era nemmeno rispettato il talamo. Cicerone racconta la storia della madre di Cluentius che, innamoratosi di suo genero, lo sposò e le nozze furono consumate nello stesso talamo che ella aveva offerto due anni innanzi a sua figlia e dal quale poi l'aveva scacciata.
Le orgie erano incessanti. Ecco la descrizione che ne dà Giovenale:
«A tali incerti sguardi, già si sente girar il pavimento di sotto, la tavola si solleva ed i lumi si vedono doppi. Ebbene! dubitate forse ancora delle oscenità di Tullia, delle proposte che fa a quella Maura troppo famosa che è la sua più intima amica, quando Maura passa dinnanzi al vecchio altare del pudore?
«E là che esse fanno, durante la notte, fermar la loro lettiga, e là che si estrinseca il loro furor concentrato, e che dopo di aver sfidato la statua del dio con i più bizzarri insulti, si abbandonano al chiaror della luna ad assalti reciproci di cui la natura ne freme. Tutti sanno che avviene nei misteri della [pg 33] buona dea, quando le trombette agitano queste specie di furie, e quando egualmente ebri di cibo e di vino, fanno volare turbinosamente i loro capelli sparsi, invocando al Dio Priapo. Quali desiderii! e quali slanci! E che torrenti di vino scorrono sulle loro cosce!
«Sarfeïa, colla corona in mano, provoca alcune vili cortigiane, e vince il premio offerto alla lubricità. A sua volta rende omaggio agli ardori di Medullina; quella che trionfa in tale conflitto è proclamata la più nobile. Nulla si fa per finzione: le attitudini sono di una tale verità che infiammerebbero il vecchio Priamo e l'infermo Nestore. Diggià gli esaltati desiderii vogliono essere assopiti; diggià ogni donna riconosce che non stringe tra le braccia se non una donna impotente, e l'antro echeggia di questi unanimi gridi: Introducete gli uomini, la dea lo permette: il mio amante dorme forse? che lo si svegli subito... se il mio amante non viene, mi abbandono agli schiavi, e se di schiavi non ve ne sono, che si apporti un asino... subito!!!»
I libertini ricercavano a qualunque prezzo i primi fiori delle vergini, ciò che costituiva un lucroso commercio pei lenoni, che arrivavano perfino a vendere ragazzine dai 7 ad 8 anni, per essere più certi della condizione di una mercanzia sì fragile e sì rara.
La gelosia, come l'amore, sembrava passata di moda, e si vivea troppo in fretta per consacrare interi anni ad una sola passione; e perciò che si trovano in tale epoca poeti disposti a cantare il libertinaggio. E che Marziale dice francamente: «Nessuna pagina del mio libro è casta, e quindi quelli che mi leggono sono giovani e ragazze dai facili [pg 34] costumi, vecchie che hanno bisogno di solletico. Ho scritto per me, dice alle venerabili matrone che leggevano le sue opere di nascosto, e che l'accusavano di non scrivere per le donne oneste, ho scritto per me, pel ginnasio, per le terme: gli studiosi sono da questa parte, ritiratevi dunque, noi ci svestiamo; andate via se non volete veder uomini nudi! Qui, dopo aver bevuto, Tersicore, coronata di rose, abdica il Pudore, e nell'ebrezza, non sapendo più cosa dire, invoca ad alta voce ciò che Venere trionfante riceve nel suo tempio al mese di agosto, e ciò che il villico mette in sentinella in mezzo al suo giardino, quello che la vergine casta non può guardare se non mettendosi la mano sugli occhi.» ed allargando le dita, aggiungiamo noi.
Fa il ritratto di Lesbia che ama la pubblicità, i piaceri segreti non hanno alcun sapore per lei, perciò la sua porta non è mai chiusa, nè guardata, quando ella si abbandona alla lubricità. Vorrebbe che tutta Roma la guardasse in quei momenti, e non si turba nè si scomoda se qualcuno entra, giacchè il testimone del suo libertinaggio le procura più godimento che il suo amante stesso. La sua più grande felicità è di essere sorpresa in flagrante.
Lacamè si fa servire al bagno da uno schiavo di cui il sesso è decentemente nascosto da una cintura di cuoio nero, mentre giovani e vecchi si bagnavano nudi con essa; perciò Marziale si vede autorizzato a chiederle: «Ma che, forse il tuo schiavo è l'unico che sia veramente uomo in fra tanti?».
Ligella spela i suoi avvizziti incanti: «se ti resta un qualunque pudore, le grida [pg 35] Marziale, cessa di strappar la barba ad un leone morto».
La maggior parte delle cortigiane non erano Greche, esse non venivano da molto lontano, e molte ne uscivano dai sobborghi di Roma, dove le madri le avevano vendute alla crapula. Nondimeno si ricercavano le donne Greche, e si pagavano più care delle altre, ed è perciò che quasi tutte le cortigiane si dicevano di tal paese. Una cortigiana, certa Lelia, avéva mandato a memoria qualche parola greca, che ripeteva continuamente con un accento romano; Marziale le dice:
«Quantunque tu non sii nata nè a Efeso, nè a Rodi, nè a Metilene, ma in una casa dei sobborghi patrizii, quantunque tua madre, che mai non conobbe cosa volesse dir lavarsi, sia nata presso gli Etruschi dalla carnagione olivastra, e che quel rustico di tuo padre sia originario della campagna di Aricia, tu impieghi a qualunque proposito questo dolci espressioni greche: vita mia, anima mia! Come, tu cittadina di Ersbia e di Egeria osi parlare così!? Tu non sai come fare per parlare il linguaggio di una pudica matrona: ma non dici nulla di più tenero quando i desiderii ti tormentano? Va, Lelia, quand'anche giungesti a saper a mente Corinto, non sarai mai Lais!».
Ecco uno dei più curiosi epigrammi di Marziale, egli si rivolge a Galla:
«Il tuo viso è tale che nessuna donna oserebbe dirne male, tu non hai neppure una macchia sul corpo. Perciò ti meravigli senza dubbio di non aver mai ispirata alcuna passione, e di non veder mai ritornare a te l'uomo col quale hai dormito una notte. Ciò [pg 36] dipende dal fatto che tu hai un enorme difetto. Ogni volta che io ti avvicino per fare all'amore e che agitiamo i nostri corpi voluttuosamente confusi, la tua vagina fa rumore e tu taci. Piacesse al cielo che tu parlassi e quell'organo tacesse! Giacchè il suo mormorio non mi lusinga affatto; preferisco il rumor del tuo deretano, il quale almeno ha una certa utilità ed allo stesso tempo provoca ilarità».
Fu sotto gl'imperatori, per l'influenza dei loro costumi depravati, pei loro esempii e le loro malsane istigazioni, che la società romana fece spaventevoli progressi nel vizio, il quale finì di disorganizzarla.
Giovenale esclamava allora:
«Il vizio è al suo colmo: Ecco disgraziati a qual punto di decadenza siamo giunti! Abbiamo, è vero, portate le nostre armi fino ai confini dell'Iberia, abbiamo anche recentemente sottomessi gli Orcadi e la Brettagna, dove le notti sono sì corte, ma quello che fa il popolo vincitore nella città eterna, non lo fanno i popoli vinti!»
Infatti quello che restava di buoni costumi a Roma fu perduto dal giorno in cui il capo dello Stato finì di rispettarlo.
Giulio Cesare, questo grand'uomo di cui il genio innalzò a tanta potenza le armi romane, la politica e la legislatura; Giulio Cesare fu il primo ad offrire al popolo romano l'indecente esempio della propria depravazione. Tutti gli storici del tempo sono d'accordo nel dire che egli era portato molto verso i piaceri sensuali e nulla risparmiava per soddisfarli. Sedusse un numero infinito di donne per bene. Non rispettava nè il suo [pg 37] talamo, nè quello degli altri. Questo dittatore volle fare una legge che gli permetteva di godersi tutte le matrone che gli andavano a genio, sotto pretesto di moltiplicare gli uomini della sua illustre razza!
Nessuno ignora lo scandaloso festino di Augusto e dei suoi cinque compagni di orgia con sei rispettabili matrone romane. Vestiti da dei e da dee imitavano gl'impudicissimi costumi olimpici descritti nelle favole. Augusto commise un incesto con la propria figlia, dal quale nacque la madre di Galigola. Marcantonio parlando dei tirannici costumi di Augusto, dice che in un festino, fece passare dalla sala da pranzo nella camera vicina, la moglie di un console, pur trovandosi il marito fra gl'invitati, e quando ella ritornò con Augusto, i banchettanti avevano avuto il tempo di vuotar più di una coppa in onore di Cesare, e la matrona aveva le orecchie rosse ed i capelli in disordine. Tutti lo notarono; solo il marito non vi fece caso.
Le orgie di Augusto paragonate a quelle di Tiberio erano ingenue ed innocenti. Questi commise delitti che nessuno prima di lui aveva osato immaginare. A Caprea, dove soggiornava abitualmente, fece costruire una grande camera, sede delle più secrete sregolatezze. Là una moltitudine di giovanette e di giovanetti diretti dagli inventori di una mostruosa prostituzione, formavano una triplice catena e mutualmente e carnalmente allacciati, gli passavano dinnanzi per rianimare i suoi sensi esauriti.
Sua moglie accettava volentieri tutte le dichiarazioni di amore che le venivan fatte. Riceveva i suoi amanti in folla e correva [pg 38] con essi pazzamente per le vie della città. La ragione e le leggi del pudore non si fecero mai sentire in casa di questa depravata principessa.
Galigola, ancor men riservato di Tiberio, che cercava di imitare, fece conoscere pubblicamente i suoi infami amori con Marco Lepidus. Egli cercò sempre lo straordinario ed il mostruoso.
Agrippina visse con suo fratello Galigola in un legame mostruoso.
Claudio ebbe troppe mogli legittime per aver molte concubine e quelle che si pagò, più per capriccio che per amore, non furono troppo note perchè ne restasse traccia nella storia.
Messalina, moglie di Claudio, ha lasciato nella storia la più detestabile nomea; ella si macchiò di tutte le infamie. La sua prostituzione fu delle più abbiette, i suoi capricci oltraggiosamente disordinati, senza ritegno, pubblicamente soddisfatti e pubblicamente conosciuti. Dimenticò la dignità, la nascita, la naturale modestia del suo sesso, la fedeltà coniugale, per abbandonarsi brutalmente alle sue lubriche passioni.
Associò ai suoi stravizii moltissime dame romane, obbligandole, per eccesso di autorità, a vivere con lei in un vergognoso libertinaggio. Le forzò a prostituirsi in presenza dei loro mariti agl'individui più vili.
Su questa donna Giovenale ha scritto pagine terribili:
«Appena suo marito si addormentava, ella preferendo un qualunque schifoso strapuntino al letto nuziale ed imperiale, evadeva dal palazzo, seguita da una sola confidente, [pg 39] favorita dalle tenebre e mascherata, si portava in un luogo infame della più putrida prostituzione. E là, a seni scoperti, Messalina, scintillante e fiera, votava alla pubblica brutalità i fianchi che ti portarono, o generoso Britanicus! Nondimeno ella lusinga chiunque si presenta e chiede l'abituale salario. Il capo del luogo congeda le cortigiane, ma ella ancora fremente di desiderio, non vuol partire ed è l'ultima ad andar via, profittando di un solo minuto per dar sfogo al furor che la consuma. Esce infine più stanca che soddisfatta, affumicata dalla puzzolenti lampade, le guance livide e sozze, e va a depositare gli odori di quest'antro sul capezzale dello sposo».
Appena gettò via la maschera che copriva le sue perverse inclinazioni, Nerone si abbandonò a tutti gli eccessi che i raffinamenti del libertinaggio avevano potuto creare e diede sfogo ai suoi impuri vizii. Sua moglie Poppea, vedova di Ottone, non fece alcuna differenza fra i suoi mariti ed i suoi amanti, dandosi ai più svergognati disordini, e facendo un infame uso della sua bellezza.
Vitellio fu l'allievo di Tiberio e servì i suoi infami piaceri, cioè a dire continuò un simil genere di vita.
Tito nutriva nel suo palazzo un gran numero di schiave che servivano ai suoi piaceri.
Domiziano si bagnava con le prostitute compiacendosi a strappare i peli delle sue concubine. Sua moglie si prostituiva senza vergogna a tutti quelli che la desideravano.
Eliogabalo creò un senato di donne votate a Venere, tenne apertamente udienze sulla [pg 40] prostituzione. Si fece portare su di un carro tirato da donne nude; e rappresentò Venere sotto tutti gli aspetti.
Commodo manteneva 300 concubine e disonorava, seducendole o violandole, le più distinte matrone romane.
Per Commodo era un piacere, un bisogno di avvilirsi agli occhi di tutti, non si diceva soddisfatto se non quando le sue turpitudini avevano avuto mille testimoni e mille echi.
«Sin dalla più tenera infanzia, dice Lampride, fu impudico, cattivo, crudele, libidinoso, e arrivò fino a prostituir la sua bocca! Fece del palazzo reale una taverna ed un antro di voluttà, dove attirò le donne più notevoli per la loro bellezza, e se ne servì pei suoi impuri capricci.» Alle 300 concubine aggiunse più tardi 300 giovanetti.
Questi 600 convitati sedevano alla sua mensa e si offrivano volta a volta le impure fantasie di lui. Quando la forza fisica gli mancava, chiamava in aiuto tutta la potenza dell'immaginazione; obbligava tutta questa gente di abbandonarsi sotto i suoi occhi a quei piaceri che egli non poteva più condividere.
Dopo aver stuprata sua sorella, diede il nome di sua madre ad una concubina, alfine di persuadersi che commetteva un incesto con lei.
Eliogabalo, così come Nerone, trovava un eccessivo piacere in tutti gli atti della prostituzione. Un giorno convocò tutte le cortigiane di Roma e presiedè lui stesso questa strana assemblea. E tenne un'accanita discussione su parecchie quistioni astratte di voluttà e di libertinaggio. Nessuno potrà mai farsi un'idea [pg 41] di quali abbominevoli sozzurre quest'uomo sporcò il suo corpo.
Se gli appetiti carnali di Eliogabalo erano smodati, la sua immaginazione corrotta aveva ancora più potenza ed attività. Così, quello che egli cercava continuamente, era la creazione di nuove maniere colle quali poter contaminare i suoi occhi, le sue orecchie, la sua anima, insozzando contemporaneamente il pudore altrui.
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