XIV. BUONAMENTE ALIPRANDO
(Ved. vol. II, pag. [147] sgg.).
Di Virgilio Mantovano gran Poeta, dalla sua natività fino alla morte.
Mantova un suo cittadino avia,
Per dritto nome Figulo chiamato;
Ricco e pieno tra gli altri si tenia.
Era in natural molto riputato.
La donna sua Maja chiamava,
Ch'era nata da un uomo scienziato.
Una notte la donna se sognava,
Che fuor del corpo suo producia
Un ramo lauro, che fior si portava.
E quello ramo poi pomi facia.
E una verga le parea di vedire
Che fiore e frutto assai si se avia.
Questa donna pur si volea sapire
Quel, che questo suo sogno le indicava
Innanzi che venisse al partorire.
Un astrologo grande domandava,
Che 'l suo sogno le dovesse spianare.
E quello a lei molto la confortava.
Dicea: «voi vi dovete confortare
Di questo sogno: che vi so ben dire,
Che voi v'avete molto a rallegrare.
Un figlio maschio avete a partorire.
Sarà saggio, e di scienza ben'imbuto.
Non si troverà simil', al ver dire.
E perchè 'l sogno vostro sia compiuto,
Per segno della verga de li fiori
Virgilio per suo nome sia mettuto.
Il figlio alleverete con amore.
Simil di lui alcun non sarà al mondo.
Per lui avrete ancora grand'onore.
La donna fece l'animo jocondo.
E quando venne lei al partorire:
Nacque il figlio maschio tutto, e tondo.
Grande allegrezza si fe' con desire
Per lo padre, e per lo suo parentado.
Di quel figlio ciascun si avia a dire.
Virgilio per suo nome fu chiamato.
Cresciuto al tempo a la scola 'l mandava,
Allo maestro molto accomodato.
Più degli altri poi s'imparava.
Da tutta la gente era desiato.
E da i scolari, che in scola usava.
Nella scola si fu pronominato,
Per la testa grossa che lui avia,
Da' scolari Marone era chiamato.
Le fattezze dirò che lui seguia:
Grande di persona, livido colore,
La faccia quasi a rustican trasia.
Omo fu saggio, e di gran valore.
In suo tempo undici libri compose.
I quali al mondo gli fan grande onore.
Farotti lo nome con chiara vose:
Bucolica e Georgica fece.
E lo terzo chiamato Eneidose.
Ancor Moretum libro si comprese,
Con fabulazion d'Egitto ancore,
Æthnam, et Culicem ancor distese.
Priapeja e Catalecton di valore,
Epigrammata ancor compiloe.
Coppam, e Diras gli fan grande onore.
Altre gran cose, che menzion non foe,
Lui fece, che poi fur de grande fama.
D'assai gran fatti per scritture trattoe.
Al mondo ciaschedun molto si brama
Le sue opere ciascun si desia.
Per la virtù di quelle ogn'omo l'ama.
Torniamo ora a Virgilio, che stasia
Alla scola per voler'imparare,
E tutto l'animo a quello si mettia.
Venne saputo, che non era suo pare.
Scienza di medicina s'imparoe.
Quella sapea molto ben'oprare.
D'apprender'oltre molto desidroe.
Nel Studio de Milano e de Cremona
Stette tempo. Poi partirsi curoe.
Tornò a Mantova con la sua persona.
Non li piacea ben voler lì stare.
La terra e li suoi beni si abbandona.
E pur'in Grecia si se mise andare,
Dove de ogni scienza s'imparava.
Volle ad Atene andare a studiare.
Stette buon tempo, e poi si ritornava;
A Mantova ritornò scienziato.
Di sua venuta ciaschun s'allegrava.
Dietro a questo pochi anni stato,
Gran guerra fue tra lo Imperatore,
E Antonio grande Romano chiamato.
Di vittoria Ottaviano ebbe l'onore.
A Roma con sua gente si tornava.
Gran festa fu per Roma fatta allore.
Ottaviano subito pensava
Rimunerare li suoi Cavalieri.
E in questo modo lui si se ordinava,
In Lombardia fece suoi pensieri,
Che quelli che servito lui avia
D'ogni gente cavalieri e scudieri,
Per meritar le terre li scrivia,
Che di ben d'altri fosse dato allore,
Di case e possessione darli balia.
Chè quando quella guerra fu tra lore,
Cremonesi con Antonio tenia,
Contro d'Ottavian con suo valore.
Per lo simil la città di Pavia,
Piacenza, Parmigiani, e Modenesi,
E anco Mantova pure ne sentia.
E per questo Ottavian sì fesi,
Che i ben di que' cittadini tolese;
Per vendicar le ricevute offesi,
De' suoi mandò, che stribuir devese
Tutti li beni, come a lor piacia.
Compito fu, chè non ci fur difese.
Tutto quel di Cremona dato avia.
Ario Centurione fu mandato.
Venne a Mantova con sua compagnia.
Tutti li beni di Virgilio dato
Furono ad Arrio integramente.
E Virgilio ne fu molto turbato.
Notabilmente verso scrisse di presente:
Mantua vae miserae nimium vicina Cremonae!
Di Mantua partì immantinente.
Verso di Roma si prese ad andare,
Per voler esser dallo imperatore,
Con speme de' suoi ben recuperare.
In Mantova si era gran dolore.
Li cittadini rubar si vedia.
Gran pianti per la terra furo allore.
Arrio con sua grande tirannia,
Consentia a ciaschun ogni malfare;
Dando loro e alturia e balia.
La Torre del Comun fece ammezzare,
Che Campanil ad esso si se chiama
Di Santo Pietro, come ad esso pare.
Ritorniamo a Virgilio che si brama
D'essere a Roma con Ottaviano
Male contento e con la mente grama.
Giunto a Roma pensier fece non vano,
Dimestichezza d'alcun non avia;
Pur la prese di un valente romano.
E con quello parlava, e li dicia
Del suo fatto, e come gli era stato,
E quali modi a lui si paria
Tener dovesse. Lui ebbe pensato,
Che supplicanza a Ottaviano desse,
E per tal modo lui saria ascoltato.
A Virgilio non parve che piacesse.
Da lui partito, termina altro fare,
Che a Ottavian voglia venisse
Di volerlo conoscere, e parlare.
Così nella sua mente ebbe pensato
Di voler tempo un poco aspettare.
Lo Imperatore ordin'avia dato,
Di voler l'altro giorno cavalcare
Fuor della terra, dov'era ordinato.
La notte gran pioggia con gran tonare.
Lo giorno fatto 'l tempo si chiaria.
L'Imperator si mise a cavalcare.
Virgilio due versi si facia
Li quali aviano questo tenore.
Sulla scranna imperial li mettia.
Nocte pluit tota: redeunt spectacula mane,
Divisum Imperium cum Jove Caesar habes.
Questi versi vide lo Imperatore.
Volle sapere chi fatti gli avia.
Egeus poeta si dava l'onore.
Gran vergogna dietro ne ricevia.
Come Virgilio messi nella Catedra imperiale d'Ottaviano altri versi, si fece grande onore.
Quando Virgilio questo sapia,
Volle che l'imperator si sapisse,
Che de' versi gli era detto bugia.
Altri versi di subito lui scrisse,
E in questa forma si fu lo suo dire,
E alla scranna imperial li misse.
Hos ego composui versus: tulit alter honorem.
Sic vos non vobis.
Sic vos non vobis.
Sic vos non vobis.
Sic vos non vobis.
Lo Imperatore si volle sapire,
Qual'era che questo scritto gli avia.
Alcuno di Virgilio viengli a dire.
Ordinoe che per lui mandato sia.
Volle da lui sapere la certezza,
Se quelli versi lui pur scritto avia.
Rispose, gli parea gran follezza,
Ch'alcuno nome si volesse dare
Di quello, che non era sua fattezza.
E che dovesse per Egeus mandare,
Che i versi manchi compire dovesse
Chi fece gli altri, lo sapea ben fare.
Ordinò che per Egeus si mandesse.
Venuto, l'Imperatore gli dicia,
Che i versi manchi compire dovesse.
Egeus di presente rispondia,
Che quelli versi non sapria compire.
E Virgilio a lui sì gli dicia.
«Imperator, questo vi so ben dire;
Chi fece gli altri, saprà anco fare,
Se comandate, che si dean compire.»
Lo Imperatore si ebbe a comandare,
Che quelli versi compir si dovesse.
E Virgilio si ebbe a cominciare.
Sic vos non vobis vellera fertis oves.
Sic vos non vobis fertis aratra boves.
Sic vos non vobis mellificatis apes.
Sic vos non vobis nidificatis aves.
Egeus col suo animo dimesse,
Con vergogna disse all'Imperatore.
Che di lui misericordia si avesse,
Che non guardasse al suo grande errore
Di quello che lui si se avea vantato:
Aveal fatto per avere onore.
Lo Imperatore gli ebbe perdonato.
Conobbe di Virgilio 'l gran sapire,
Di presente l'ebbe ricomandato.
Pollione e Mecenate, al vero dire;
Possenti eran coll'Imperatore,
E tra di loro si ebbono a dire,
Per fare a costui un grande onore,
Togliemo a far con lui domestichezza,
E a udire nello dire il suo valore.
Furon con lui con piacevolezza.
Virgilio con loro si parlava,
L'ebber'udito, e n'ebber allegrezza.
Virgilio ancor si lor contava
Di sua venuta la vera cagione;
E ambedue molto lo ascoltava.
Mecenate dicea a Pollione,
L'Imperatore dovesse pregare,
Che render gli facesse sue ragione.
Di presente si fecero a parlare
Allo Imperatore gli dicia
Di Virgilio gli viene a recitare.
L'Imperator che volontier gli odia,
Per Virgilio subito ebbe mandato.
Che lui a bocca udire lo volia.
Virgilio 'l fatto suo ebbe contato.
Lo Imperator'allora comandava,
Ch'a Mantova fosse scritto e mandato.
E lettere al presente si ordinava,
Che gli suoi beni gli fosser renduti.
Virgilio comiato si pigliava.
Infra certi termini compiuti
Promise lui a Roma di tornare.
Giunse a Mantova. Furo a lui venuti
Tutti gli amici suoi a visitare,
Domandando come lui fatto avia.
Virgilio a loro gli ebbe a contare.
Poscia da Arrio lui si se ne gia,
Le sue lettere si gli appresentava.
Comandò che i suoi ben renduti sia.
Come gli ebbe lui si se ordinava
De' suoi fatti come si dovea fare;
E verso Roma tosto ritornava.
Giunto a Roma si fece appresentare
Avanti d'Ottaviano Imperatore.
E lui lo fece ben molto accettare.
Pollione allora e Mecenate ancore
Lo videro con gran piacevolezza,
Ciascun di lor mostrando grande amore.
Poco stete ch'egli ebbe un'allegrezza.
Fatto fu Cancellier d'Imperatore,
E 'l maggiore tenuto per certezza.
Ciascuno gli facea grande onore.
Filosofo, e Poeta di grandezza,
Di Rettorica si era lo maggiore,
L'avvenimento di Crist profetizoe:
Nella Bucolica sua di valore
Questi notabil versi compiloe:
Jam redit et Virgo, redeunt Saturnia Regna,
Jam nova progenies Coelo demittitur alto.
La gran scienza di lui si se spande.
Pollione e Mecenate lo pregare,
Che far lor debba una grazia grande.
A lui piacer debba di dover fare
Alcun'Opera, che gli renda fama,
La qual si sia nello poetare.
Voglia far questo, ch'e' n'hanno gran brama.
Come Virgilio compilò tre Libri Poetici, i quali li fanno e faranno al mondo grande onore.
Virgilio, che molto lor si amava.
Per Pollion la Bucolica compose,
Per Mecenate Georgica apparava.
Ancora Ottavian con la sua vose,
Volle che d'Eneas si descrivesse.
Di farlo volontier lui si dispose.
Come Virgilio s'innamorò in una giovane figlia d'un grande Cavaliero Romano, e come quella lo svergognò.
In questi tempi mostra che nascesse,
Che Virgilio si se innamorava
D'una giovine, che assai gli piacesse.
Quella donna poco di lui curava.
Figlia era d'uno cavalier valente.
Ma pur Virgilio molto la cacciava.
Virgilio era di persona possente.
E passati trent'anni si se avia,
Quando a quella donna pose mente.
Quella Donna allo suo patre dicia
Dell'assedio che Virgilio le dava.
Quel cavalier dispetto ne prendia.
Il suo animo subito pensava,
Di vergognar Virgilio grandemente.
Colla figliuola modo si trattava.
Questo cavalier' in Roma possente,
Un Palazzo con una Torre avia,
Che di bellezza era appariscente.
Alla figliuola ordine dasia,
Ch'essa a Virgilio dovesse mostrare
Con tutti gli atti, che ben gli volia.
E col suo messo dovesse trattare,
Lo quale a Virgilio dicesse,
Ciò ch'e' volea, era contenta fare.
Ma una cosa volea, ch'e' sapesse.
Che lo palazzo allora era chiavato.
Non c'era modo ch'aprir si potesse.
Ma una cosa si avia pensato:
Che per la torre lui possiasi andare,
Se lui serbasse l'ordin per lei dato.
Con una fune si possia mandare
Una corba, in la quale lui entrasse,
E quella suso si faria tirare.
Lo messo andò a Virgilio, che pigliasse
Ordin del dì, che ciò far si dovia.
Al cavalier grande allegrezza nasse.
Venne lo giorno che l'ordine avia.
Virgilio andò con quell'ordine dato.
Di notte nella corba si mettia.
A mezzo della torre fu tirato;
E la fune di sopra si firmava.
Si rimase Virgilio vergognato.
La mattina i Romani se ne andava
A veder Virgilio com'e' stasia
Nella corba. E ciascuno lo beffava.
Ottaviano, che questo sentia
Mandò, che giuso fosse assogato.
Fu fatto. E molto lo riprendia.
Come Virgilio si vendicò della vergogna ricevuta dalla donzella, e svergognolla.
Virgilio che si vede vergognato,
In suo animo subito pensava,
Di far vendetta ebbe terminato.
Fece che 'l foco tutto s'ammorzava.
Non si trovava alcun che foco avesse.
Lo popolo Roman si lamentava.
Ottaviano, al qual molto rincresse,
Per tutti gli suoi savi mandava,
Che d'aver foco modo si trovesse.
Tutti quanti a lui si se scusava,
Che d'aver foco nol saperia fare.
E per Virgilio allora si mandava.
Lo Imperatore si prese a pregare
Virgilio, che modo debba tenire,
Che di foco Roma faccia abundare:
Virgilio allora si li viene a dire,
Che se foco si devia ritrovare,
Convien, che 'l cavalier faccia venire
Sua figlia in piazza, e quella acconciare
In quattro piè col cul scoperto stia;
Chi vorrà foco, al cul vada a impizzare.
A lo Imperatore quest'increscia,
Ch'era figlia di nobil cavaliere.
E gran vergogna a lui si ne saria.
E pur di foco si facea mestiere.
Che senza quello non si possia stare,
Fu mandato per quello cavaliere.
Lo Imperator sì gli prese a parlare:
«Io mi scuso, ma pur convien che sia,
Che senza foco non possemo stare.
Per tua figliuola si convien fia.
Da Virgilio noi così si abbiemo,
Altro modo non c'è a ricuperare.
E pur vendetta noi ben sì veggemo,
Che Virgilio si è ora la cagione;
Ma fatto che sia, ben lo pagheremo.»
Lo cavalier con mala intenzione
Rispose: «Sia pur quello che a voi piace.»
Di far vendetta avea cor di lione.
La donna in quattro piè posta si giace,
Lo culo discoperto si tenia.
Per foco va a chi bisogno face.
L'uno all'altro dar foco non potia,
Perchè e l'uno e l'altro s'ammorzava.
Per se ogni casa tor ne convenia.
Molti giorni passati già si stava,
Anzi che Roma di foco fornesse.
Lo cavaliere gran dolore portava.
Ma Virgilio che a lui non incresse
Per vendicarsi, allegrezza facia.
Contento era, che ciascun sapesse,
Che quello incanto lui fatto avia,
Per voler la sua beffa vendicare,
Non curando di quel che si dicia.
Di foco fornita senza mancare
Che fue Roma tutta a compimento,
La donna a casa fu fatta tornare,
Lo cavalier facea gran lamento
A lo Imperatore, e si dolia,
Che fatto gli era sì gran tradimento.
Che di questo giustizia far debia;
Che la figliuola e lui son vergognati;
O che Virgilio a lui dato ne sia.
L'Imperator rispose: «Non dubitati,
Che questa cosa io lasci passare.
Sarà punito de li suoi peccati.»
Per Virgilio allora fe' mandare.
Presente il cavaliero a lui dicia:
«Dura morte hai meritata fare.
Voglio che di te giustizia si fia:
Questo cavaliere hai vergognato;
Gran male è stato per la fede mia.»
Quando Virgilio ebbe ascoltato
Lo Imperator, sì cominciò a parlare:
«Santa corona, dite, che ho fallato?
La verità non si può già celare.
Qual più di me è stato vergognato?
Chi offende, offesa convien portare.
Questo gentilomo non ha guardato
Nel suo fare se non a vergognarmi.
Far lo simile a lui ho proccacciato.
E se alcuno colpa volesse darmi
Che quello che a me fece fu ragione,
Perchè in diletto io volia starmi
Con la figliuola, che mi die' cagione
D'aver con lei piacere e diletto;
Cercava ben di darvi compigione.
Lui che del fatto sapea lo effetto,
Dovea la sua fiola castigare,
Nè vergognarmi con tanto diletto.
Se 'l fosse savio, avria saputo fare,
Che lui non me non saria vergognato.
Al suo voler si volle soddisfare.
Tutte queste ragioni v'ho allegato.
Voi ben sapete quello, ch'è l'amore:
Che molti saggi in quello ha fallato.»
L'uno e l'altro udia l'Imperatore.
Ma in effetto più duro gli paria
La vergogna fatta e lo disonore.
E compiacere al cavalier volia.
Virgilio in prigion fece cacciare.
Lo cavalier contento avia.
Come Virgilio fu imprigionato, e come egli uscì di prigione per incantamento.
Le prigioni di Roma è da notare.
Un muro d'intorno alto si gia,
E accasato dove li posia stare.
Nel mezzo gran cortile si se avia
Dove lo dì li prigionieri stava,
E lì tra lor piaceri si desia.
Virgilio d'andarsene pensava
Nel cortile una nave disegnoe.
Li prigionieri tutti dimandava.
D'andar seco tutti loro pregoe,
Dicendo, se con lui volia andare.
Alcun per beffa d'andar' accettoe.
In quella nave si li fece entrare.
A ognun per remo un baston dasia.
In sua poppa si se mise assettare.
E a ciascuno di loro sì dicia:
«Quando comanderò che navigari,
Ciascun di voi a navigar si dia;
E niente a farlo non ve indusiati
Da le prigioni tutti ci usciremo.
Condurrovvi. E sarete liberati.»
Quando gli parve, disse: «Date al remo.»
Ciascun mostrava forte navigare.
La nave si levò. Disse: «Anderemo.»
Fuor del cortile si vedeva andare;
In verso Puglia la nave tirava.
Per aria la detta si vedea tirare.
I prigionieri, che in prigione stava,
Che nella nave non vollero entrare,
Veduto il fatto, tutti lamentava.
Virgilio la nave fece calare.
Quando fu in luogo dov'egli volia,
In terra piana la fece assettare.
Que' ch'eran dentro tutti fuori uscia.
Virgilio con loro si parlava,
E da quelli comiato si prendia.
La nave subito se disfantava.
E quelli ch'eran dentro, se n'andoe.
Virgilio verso Napoli tirava.
La guardia de la prigione portoe
Questa novella allo Imperatore,
Di Virgilio fuggito recitoe.
De li prigionier gli disse ancore,
Ch'in una nave disegnata andoe.
Ottavian sì maraviò allore.
Contra li suoi baroni allor parloe,
Dicendo: «Io credo per la fede mia,
Che tutto il cielo seco s'accordoe,
Tutte le scienze che nel mondo avia,
Di darle a Virgilio integramente
Più ch'a alcun altro che vissuto sia,
Ch'io lo perda, sì ne son dolente.
Se aver lo posso, pur' ancor lo voglio.
Non è da perder' uomo sì valente.
Se lui torna, più onore che non soglio
In mia corte vo' che fatto gli sia.
Di sua partita troppo me ne doglio.»
Ritorniamo a Virgilio, che sen gia
Con un compagno, per volere andare
A Napoli: credia tegnir la via.
Pur lo sentiero si venne a fallare.
Passati li vesperi si se trovava
Appo una casa, chiedendo albergare.
Lo pover'uomo così gli parlava,
«Volentier di quel ch'ho, io vi daroe.»
Virgilio e lo compagno accettava.
Dentro la casa loro si se entroe.
Da ber non c'era, e poco da mangiare.
Virgilio la femina domandoe.
«Averemo niente da cenare?»
La femina allora si respondia.
«Del pane avremo, che potrai mangiare.
Vino non c'è:» la femina dicia.
Disse Virgilio al suo compagno:
«Convien che teniamo un'altra via.»
Disse al buon'uomo: «Ritrova un cavagno
E a quella vigna si te ne va un tratto,
Recalo pieno d'uva, nè aver lagno.»
E a lui rispose: «Questo sarà fatto.
L'uva non è matura. Com farete?»
Virgilio disse: «Ben faremo patto.»
Disse alla donna: «Un vascel troverete,
Dove dentro l'uva farai gittare.
Poscia d'acqua voi sì lo impierete.»
Ordinato il vino, prese a parlare
Virgilio al suo compagno si dicia:
«Qualche cosa averemo da mangiare.»
Tosto uno spirito ne mise in via,
Che a Roma subito lui sen'andasse,
E che alla cena d'Ottaviano sia.
Che senza fallo lie gli portasse
La imbandigione de Ottaviano.
Gisse presto, e che tosto ritornasse.
Quello spirito non andonne invano.
Un gran tagliero di carne allesse
Con molti polli si se portò in mano.
Di questo a Ottaviano non incresse.
E disse allo donzel, che lo servia,
Se l'ha veduto chi'l taglier togliesse.
Di vergogna il donzel si riprendia.
Rispose: «Questo mi par'incantamente.
Non so pensar, che cosa questa sia.»
Ottaviano senza mancamente
Disse: «Virgilio, questo ha fatto fare.»
E della beffa rallegrò la mente.
Torno a Virgilio, che vuole zenare.
Al botticino incanto si facia.
L'acqua perfetto vin si fe' tornare.
A cena tutti insieme si mettia.
Avean molto bene da mangiare,
E molto ben da bevere si avia.
Andossene la sera a riposare.
La mattina per tempo si levava.
Virgilio allo villan prese a parlare.
E molto lui e le ringraziava.
Del vascello del vin gli viene a dire,
Che quel per ben'andata gli lasciava.
Che non volesser mai loro vedire,
Che fosse dentro di quel botticino,
E notassero ben tutto il suo dire.
«A questo non mancherà mai lo vino:
Ma se dentro voi mai ci guarderete,
Lo vascel non si renderà più vino.»
Virgilio allora: «A Dio, rimarrete.»
Col suo compagno a Napoli s'andava.
In poco d'ora a Napoli si vete.
Fece l'entrata che non demorava.
A una osteria poi si se n'andoe.
All'albergatore lui si parlava.
«In lo tuo albergo io mi staroe
Alquanti giorni. Mi farai le spese.
Tosto verrà ch'io ti pagaroe.»
L'oste la risposta gli fe' cortese;
Che parve a lui homo di virtù grande.
Rispose: «Son contento; ho ben intese.»
Poco stette che la fama si spande.
«Questo è Virgilio,» ciaschedun dicia.
«Chi l'ha condotto qui?» fan parlar grande.
Co' saggi domestichezza prendia.
I valenti lo gian' a visitare,
E tutti loro grande onor facia.
Alcuno lo cominciò a pregare,
Che in Napoli memoria lasciasse
Del gran saper, che di lui fa parlare,
E che questo prego lui accettasse.
Come Virgilio, essendo in Napoli, mandò a Roma per Milino suo discepolo, che gli portasse da Roma un libro de Negromanzia. E come fece in Napoli gran cose, e ivi morì.
A quel tempo si mostra, che avesse
Virgilio uno discepolo valente,
Che Milino per nome si dicesse.
A Roma gli scrisse, che di presente
A Napoli da lui debba venire.
Del suo venire alcun non senta niente.
Melino di Roma si fe' il partire.
A Napoli subito si arrivoe.
Virgilio a lui sì gli ebbe a dire.
Tornare a Roma sì li comandoe:
«A Roberto di', che 'l mio libro ti dia.»
Di non legger su in quello lo pregoe.
Melino tosto si se mise in via.
Dì e notte non cessò di camminare,
Tanto che lui a Roma si giugnia.
Andò da Ruberto a dimandare
Lo libro del suo Mastro, che 'l mandava.
Gliel die' Ruberto senza dimorare.
Avuto il libro in dietro ritornava.
Di Roma uscito voglia gli venia
Di legger lo libro lui si bramava.
Come a legger lo libro si mettia,
Di spiriti moltitudine granda
Contra di lui tutti se ne venia.
«Che voi tu; che voi tu?» tutti dimanda.
Melino allor tutto si spaventoe
E de morir'ebbe la tema granda.
Melino si prese ad argumentare,
E di presente a loro comandava,
Che quella via debban salegare,
Da Roma a Napoli a compimenti,
Che sempre quella netta debba stare.
Gli spiriti sì furono ubbidienti.
Quella strada si fece salegare
Di sassi vivi senza mancamenti.
Melino a Napoli vien'a arrivare.
Virgilio molto forte 'l riprendia.
Dicea: «Rott'hai lo mio mandamento;
Pena ne porterai per fede mia.
Ancora ti dico, e sì non mento.
Tu ti messi a risico di morire.»
Con lui di questo facea gran lamento.
Virgilio lasciò di più non dire.
Ricordandosi quel, ch'era pregato
Di fare alcuna cosa vuol vedire.
E in suo animo ebbe deliberato,
Nigromanzia voler operare,
E per gran fatti esser nominato,
Castel dell'Ovo quello si fe' fare,
E nell'aqua quello si fabricoe,
Che ancor si vede e per opera pare.
Ancora oltra di quello si incantoe,
Una mosca in un vetro incantava,
Che tutte l'altre mosche si caccioe.
Alcuna mosca in Napol non entrava.
Questo al popol grandemente piacia.
Ma un'altra fece che più si montava.
Una fontana d'incanto facia,
La quale sempre olio si gittava,
E dal gettare mai non s'astenia.
E quello olio si continuava
A bastamento di quella cittade.
Grand'allegrezza il popolo menava.
Altre cose e di grandi novitade
Virgilio in quella terra facia,
Maravigliose e di grande beltade.
Ottaviano, che questo sentia,
Di Virgilio non pote comportare,
Che fuor di Roma lui stare debia.
E di presente fece comandare,
Che per Virgilio sia rimandato,
Che a Roma lui debia ritornare.
Virgilio fue a Roma ritornato
E appresentandosi allo Imperatore,
Da lui fu molto bene accettato.
Con Ottaviano si fermoe allore,
E da lui grande onore si se avia,
E tra li suoi si fu fatto maggiore.
Virgilio che troppo si valia,
Da tutta la gente era ben'amato,
E grande onor da ciascun gli venia.
In questo tempo ch'io t'ho recitato,
Nacque che Ottavian convien'andare
Nell'Asia colla sua gente armato.
Si stette grande tempo in armeggiare,
E in quella parte si ebbe vittoria.
Poscia pensò a Roma ritornare.
Virgilio, che avia grande gloria
Del suo Signore ch'a Roma tornava,
E che ottenuto avia tanta vittoria,
Incontro fino a Napoli si andava,
Come se non l'avesse mai veduto.
In quel tempo lo sol molto scaldava.
Dallo gran caldo si fu combattuto.
Infermo a Brindisi si fe' portare.
Poscia a Napoli ancor si fu riduto.
La morte che a nessun vuol perdonare,
L'anima dal corpo si se partia.
Tutta la gente facia lamentare.
In Napoli sepelito venia
In via Puteolana a grand'onore.
Di sua morte quel popol si dolia.
Anni cinquantasett'avia allore;
Ben quindici anni trapassati era,
Quando nacque lo nostro Creatore.
Ottavian, che venia con sua schiera,
De la morte di Virgilio udia;
Di gran dolor fe' lamentanza fera.
A i suoi Baroni allora si dicia:
«Di scienza è morto lo più valente;
Non credo che nel mondo il simil sia.
Prego Dio, che grazia gli consente,
Che l'anima sua debba accettare.
Le sue virtudi non m'usciran di mente.
Ben mi dolgo. Non posso io altro fare.»