4. LA SFERZA DEI VILLANI
Tra le numerose satire che nella seconda metà del secolo decimoquinto furono composte contro i villani, spetta indubbiamente il primo posto alla Sferza contro i Villani; essa deve aver goduto di una grande popolarità, perchè sintetizza tutte le accuse che abbiamo visto lanciate fino a questo tempo contro i contadini, e tra il numero grandissimo di poemetti popolari che uscirono verso la fine di quel secolo e il primo quarto del susseguente deve essere stato certamente uno tra i più diffusi. Il Doni la ricorda nella Libreria[287], e nei Marmi[288] fa dire a Tofano di Razzolina: «Io mi ricordo haver letto anch'io nella Sferza de' Villani, o nel Sonaglio delle donne, se ben ho memoria, che i Romani quando volevan dir villania a uno, che si lasciasse menar per il naso dalla sua donna, dicevano: Colui starebbe bene in Achaia.» La stampa più antica che noi conosciamo di questo poemetto, posseduta dalla Biblioteca Casanatense di Roma[289], differisce notevolmente dalle ristampe che di esso furono fatte nella seconda metà del secolo decimosesto. In primo luogo porta un titolo diverso, cioè Malitie de' villani; questo titolo probabilmente gli venne per analogia dagli altri poemetti popolari satirici di quel tempo da noi più addietro ricordati, cioè Le Malitie delle Arti, Le Malitie delle Donne[290] ecc. che formarono la delizia e il repertorio del popolino in quel tempo, e che, barbaramente raffazzonati, continuano ad essere stampati anche ai giorni nostri. Inoltre si differenzia dalle edizioni posteriori anche per il numero delle ottave e per le silografie; crediamo opportuno descrivere le edizioni della Sferza che abbiamo avuto sottocchio, e quelle ricordate in Cataloghi bibliografici.
I. — L'opuscolo della Casanatense che contiene le sopradette Malitie de' villani della fine del secolo XV si può ritenere, tra le edizioni della Sferza che ci sono pervenute, la più vicina all'originale, se pure non è la prima. Nel primo foglio, dopo il titolo, vi è una bella silografia che appartiene al periodo classico fiorentino[291] rappresentante un pastore nudo, o per meglio dire, mal coperto da una veste svolazzante, che sta seduto ai piedi di un albero, e suona il violino, mentre dinanzi a lui scherzano nell'erba un cane e due pecore; poi le tre prime ottave. Inc. Per far una leggiadra mia vendetta, etc., fogli 4, doppia colonna, ottave 73, in-4º, car. got., senza segnatura nè numero di pagina, s. l. e a., mm. 213 × 139; tienti quest'opra per un buon ricordo || finisce la Malitia dei villani.
II. — Biblioteca Trivulziana. Miscellanea storica, volume III, nº 13, Scaffale 48.
La Sferza dei Villani. Poi una silografia rappresentante cinque villani, uno dei quali viene frustato; indi le tre prime ottave. Inc. Per far una leggiadra mia vendetta, ecc.; e tienti questo per un buon ricordo || Il Fine | In-4º, car. rom., fogli 6, con segn., A, A₁, A₂, A₃, senza numero di pag., s. l. e a., 96 ottave, doppia colonna, mm. 200 × 150.
III. — Biblioteca Trivulziana. Scaffale VI, 3.
La Sferza de | Villani. — Poi una silografia come nel nº II, indi le tre prime ottave. In-4º, car. rom., senza segn. nè numero di pagina, s. l., e a., mm. 210 × 150, doppia colonna, 96 ottave; in fine un'altra silografia rappresentante tre pastori con pecore. Questa edizione ha tre postille di Rosso Martini, Accademico della Crusca.
Queste sono le edizioni che noi abbiamo avuto sotto occhio; della Sferza sono menzionate le altre seguenti:
IV. — La Sferza de' villani, (in ottava rima). Firenze, 1553, in-4º de 6 ff. à 2 colon., fig. en bois, mar. r. tr. d. Vedi: Catalogue de la Bibliothèque de M. Libri, Paris, 1847, pag. 217, nº 1360.
V. — Il dott. G. Milchsack nella Descrizione ragionata del Volume miscellaneo della Biblioteca di Wolfenbüttel contenente Poemetti popolari italiani, con aggiunte di A. D'Ancona[292], pag. 233, nº LVIII, dà la descrizione bibliografica di un'edizione della Sferza, stampata in Firenze nel 1568, in-4º, car. rom., 6 fogli, 96 ottave, colle due silografie da noi ricordate al nº III.
VI. — Nella Bibliotheca Manzoniana, Catalogue des livres composant la Bibliothèque de feu M. Le Comte Jacques Manzoni, Città di Castello, Lapi, 1892, Iere partie, pag. 403, nº 2997, è ricordata la seguente edizione della Sferza: Firenze, G. Baleni, 1588, in-4º, di 6 ff., con due silografie; la prima di queste, cioè quella rappresentante i cinque villani, uno dei quali viene frustato, è riprodotta in questo Catalogo.
VII. — La Sferza de' Villani. — Vicenza, per gli Eredi di Perin Libraro, 1602. È ricordata dal Guerrini, op. cit., pag. 395, nº 105 del Saggio bibliografico delle opere del Croce.
VIII. — Nel Catalogue de la Bibliothèque de M. Libri, nº 1361, è fatta menzione di un'altra edizione della Sferza, stampata in Firenze nel secolo decimosettimo.
Nulla sappiamo dell'autore di questo poemetto satirico; sulla custodia dell'edizione trivulziana da noi descritta al nº II si legge un'annotazione manoscritta, forse di mano dell'abate Carlo, che, come abbiamo detto più addietro, era solito annotare i libri che veniva acquistando: «ottave molto belle e di ottima Lingua. Si vogliono del Giambullari, ma, dice l'abate Tiraboschi, dell'Autore nulla si sa fuori di quello che nella Storia de' Poeti Italiani piacque allo Zilioli di porre senza alcuna prova.» Confessiamo di non aver trovato questo passo nel Tiraboschi, e il conte Soranzo, alla cui ben nota cortesia noi ci eravamo rivolti per sapere se nelle due copie manoscritte della Storia de' Poeti Italiani dello Zilioli che esistono nella Marciana fosse fatta menzione dell'autore della Sferza, rispondeva che le sue diligenti ricerche erano rimaste infruttuose. Bernardo Giambullari, padre dello storico Pier Francesco, visse nella seconda metà del secolo XV e nel primo quarto del XVI; Giulio Negri[293] dice di lui: «Viveva dopo Luca Pulci: scrisse la storia di S. Zanobi Vescovo con due Laudi nel fine in ottava rima, e terminò il Ciriffo Calvaneo di Luca Pulci: scrisse inoltre molti Canti Carnascialeschi ed altre poesie amenissime tutte stampate;» ricorda quindi alcuni scrittori che parlano di lui con lode. Il Giambullari occupa certo un posto distinto in quella accolta di ingegni colti e geniali di cui amava circondarsi Lorenzo il Magnifico, ad imitazione del quale compose i più svariati componimenti, dalla Lauda al Canto Carnascialesco, dalla Novella ai Poemetti satirici. In questi ultimi anni si sono pubblicati parecchi componimenti di questo scrittore, e probabilmente molti altri giaceranno inediti nelle Biblioteche in qualche raccolta di poesia popolareggiante. Ignorato quasi dagli storici della nostra letteratura, siamo certi che l'importanza e il valore del Giambullari andranno sempre più aumentando, quanto più sarà fatta oggetto di studio quella mirabile fioritura poetica popolareggiante della seconda metà del secolo XV che ebbe in Toscana tanti geniali cultori. Sotto il nome di «Biagio del Capperone» fu per lungo tempo creduto appartenente alla Congrega dei Rozzi di Siena, come autore di Sonetti «in stile rusticale;» ma fu dimostrato dal Mazzi che questi appartengono al Giambullari, come si legge in una rarissima stampa del Museo Britannico. A pag. 2 di detta stampa, di cui il Mazzi potè avere copia, si legge: «Sonetti Rusticani Composti per Bernardo Giambullari. Mandati al mio carissimo Giannozzo di Bernardo Salviati Ciptadino Fiorentino. L'anno 1515» a pag. 3: «Sonecti di Biagio del Chapperone rusticani, fatti a Roma a Papa Leone X et altri», dalle quali parole apprendiamo che il Giambullari fu scrittore di poesie rusticali, (il che può rendere più ammissibile la nostra attribuzione della Sferza), che fu a Roma chiamatovi, come i Rozzi, da Leone X, figlio di quel Lorenzo di cui il Giambullari fu uno dei più geniali e imitatori. Se egli non appartenne ai Rozzi, ad essi però è strettamente collegato, perchè può considerarsi come il trait-d'union tra la poesia rusticale del Magnifico e la drammatica dei Rozzi. Al Giambullari appartengono pure: Il Sonaglio delle Donne[294], il Tractato del Diavolo co' Monaci[295], una novella intitolata Una resia che un Demonio volle mettere in un monastero di Monaci, la Contentione di Mona Costanza e di Biagio[296], il Trattato della Superbia e della Morte di Senso, pubblicato ultimamente dal D'Ancona[297], una raccolta di Canti Carnascialeschi[298], molte Canzoni ed è pure ricordato come autore di Laudi dal Gaspary. Se noi confrontiamo la Sferza dei Villani con questi poemetti satirici, troviamo grande affinità sia nello stile, come nella vena satirica e nel fine umorismo; vedremo inoltre come vi siano tra questi e quella delle frasi comuni. Questo complesso di analogie, come pure la forma spigliata e la vivacità festevole della Sferza militano in favore di questa attribuzione della satira all'autore dei sopradetti componimenti. La Sferza incomincia parafrasando il primo verso del secondo sonetto del Petrarca:
Per far una leggiadra mia vendetta.
Anche l'ottava IX delle Malitie delle Donne che potrebbero forse essere dello stesso autore della Sferza, incomincia col noto verso dantesco:
È di natura sì malvagia et ria.
Questi ricordi classici attestano la coltura dello scrittore di questi poemetti popolari. Anche il fatto di vedere nel passo citato dei Marmi del Doni ricordati insieme la Sferza ed il Sonaglio delle Donne può servire ad avvalorare la nostra supposizione, che, cioè, i due poemetti siano dovuti allo stesso scrittore. Diremo ora del metodo da noi seguito nel curare la ristampa della Sferza dei Villani. Abbiamo tenuto per base l'esemplare Casanatense, valendoci delle due ristampe trivulziane per le correzioni più ovvie, ed aggiungendo l'interpunzione e le altre particolarità grafiche dove ci parve opportuno. Così pure abbiamo aggiunte alla Sferza Casanatense le ottave che si leggono nelle edizioni posteriori, perchè dall'esame di esse ci parve indubitato che appartengono al medesimo autore; segneremo tuttavia con un asterisco le ottave in più delle ultime edizioni. In quanto al titolo, abbiamo adottato quello di Sferza de' Villani sotto il cui nome, come abbiamo visto, è sempre ricordata, essendo evidente che il titolo primitivo di Malitie de' Villani fu nelle ristampe posteriori, che erano state sensibilmente aumentate, cambiato in quello di Sferza, forse anche in questo caso per analogia con altri poemetti satirici di quel tempo dello stesso nome.[299]
La Sferza dei Villani.
I.
Per fare una leggiadra mia vendetta,
disposto son di cavarmi lo stecco,
di compilare in versi un'operetta,[300]
che suoni Nanni e Tonio e Nencio e Checco,[301]
perchè sono una razza maladetta; 5
e per invocation vo' chiamar Ecco
habitator delle selve, e de' boschi,
dove stanno i crudel' rustichi foschi.
II.
E come d'Ecco la voce rimbomba
in ville in valle, dov'altri lo chiama, 10
Eco faccia i miei versi eguali a tromba,
che risuoni per tutto la lor fama,[302]
de' rustichi crudeli in ogni tomba,
e mettagli in disgratia di chi gli ama:
perchè ogni piacere e cortesia 15
che si fa lor tutto è gittato via.
III.
Non fe' natura un animal più strano,
nè più vitiato, nè manco virile
sopra alla terra, quanto fu il villano,
e quel che non diventa mai umile, 20
se non quando ti porge un po' la mano
che necistà lo caccia del suo ovile,[303]
se non ti può rubar mercè ti chiede
poi dice mal di te se non ti vede.
IV.
Io ho veduto tanta esperienza 25
già tante e tante volte in vari modi
di questa rusticana e ria semenza,
che par proprio che un verme il cor mi rodi[304]
sì ch'io non posso avere più patienza,
et una Sferza fo' con aspri nodi, 30
che sonerà la rusticana setta:
la Sferza lor sarà quest'operetta.
V.
La qual darà manifesta notizia,
generalmente dei villan cattivi,
benchè interamente lor tristizia 35
non si può dir di quei superlativi,
de' quali è da schifar loro amicizia,
nè da voler che in casa tua n'arrivi;
chè son come il carbon che cuoce o tinge[305],
quel villan che par buon, par perchè finge. 40
VI.
La prima volta che il villan ti parla,
ne viene a te con sì benigna vista,
che tu non puoi nella mente assettarla,
se non d'avere udito un Vangelista:[306]
guardati da quel che sì dolce ciarla, 45
che la sua intenzion drento è pur trista,[307]
e viene a te con sì dolce maniera
per porti il colpo suo nella visiera.
VII.
Se ti parlasse superbo et altiero,
sa ben che non avrebbe teco accordo: 50
ma egli ha fatto prima suo pensiero,
d'esser lui la civetta e tu sia il tordo,
le sue parole il vischio a tal mestiero,
e simulare il semplice e il balordo;
e mentre che ti parla, spesso ghigna, 55
e così ti conduce nella vigna.[308]
VIII.
E quando t'ha dove volea condotto,
e' comincia a scoprire un canestruccio
che t'ha recato; tenevalo sotto
perchè tu non andassi a santo alluccio[309] 60
credendo che tu sia come lui ghiotto
ed aspetti al presente dare il succio;[310]
sarà poi un canestro come un nicchio
e fiavi drento un quattrin di radicchio.
IX.
Io ho già visto a' villani comperare 65
più e più volte un quattrin d'insalata
o dua, e portar quella a presentare
all'oste, ol balio, e sono una brigata;[311]
non per amore, ma voglionsi sfamare
alle sua spese con quella derrata; 70
se le son donne, tre o quattro rocche
porteranno e faran cinque o sei bocche.
X.
E viene sempre col disegno fatto
il rustico fellon di far lo scotto
alle tua spese: stu lo inviti un tratto 75
terrà lo invito tuo con questo motto,
che per farti piacere ad ogni patto
vorrà ber teco, e comincia di botto;
e fa lo scotto suo da vetturale,
a tuo dispetto se tu l'hai per male. 80
XI.
Par che il diavol gli sia nella mascella,
et è da ogni man ritto e mancino,
e bada a maciullare e non favella,
e poco o rare volte annacqua il vino;
stu gli ponessi innanzi una camella,[312] 85
non ne fare' rilievo il paterino,
mentre che v'è del pan l'altre vivande
le schifa come fa il porco le ghiande.[313]
XII.
Non fia sì tosto poi uscito fuori,
che dirà mal di te con chi che sia: 90
e che tu scanni e' tua lavoratori
e ognor fai loro qualche villania,
e ponti mille falsi e mille errori,
e giura per far creder la bugia;
se lui ti avrà giuntato se ne vanta, 95
chè gli pare aver fatto un'opra santa.
XIII.
Quell'altro ch'è cattivo al par di questo,
commenda la tristizia che gli ha fatta,
e pargli darsi un vanto molto onesto
d'un furto fatto, e contalo per natta, 100
dicendo: guarda s'io colsi l'agresto[314]
avale al balio, ella mi venne adatta;
in mentre che beevo, o la fu bella,
gli tolsi una forchetta e poi vendella.
XIV.
Guarda se questa è di quelle del sacco, 105
e se son gente da far loro onore,
aspetta ch'io ho messo più d'un bracco,
che mi daran de' lor vizi sentore;
parratti che io sia Ercole che Cacco
faccia della sua tana sbucar fore, 110
comincio appunto adesso a tor la penna
la qual so che non fia di vizi menna.[315]
XV.
Dico di questa rusticana gregge
che non si può fidar di lor col pegno,
senza timor di Dio, fede, nè legge,[316] 115
non prezzan nulla e cerca in ogni regno,
non so come la terra se gli regge;
ma il ciel dimostra ben d'averli a sdegno,
che le tante tempeste e gran furori,
di venti e d'acque, son per loro errori. 120
XVI.
Nessun si può lamentar del Signore,
lui ci apparecchia le ricolte grande,
Cerere e Bacco ogni anno viene in fiore
copiosamente, e molte altre vivande;
ma il seme rustican tanto fetore 125
ne spira al ciel, che il ciel poi giù ne spande,
grandine, e pioggie, e pessime influenze
che Bacco affligge e le buone semenze.
XVII.
Questo è proprio l'origine del danno,
e il giusto pate la pena del reo 130
per le ingiurie che al ciel fan tutto l'anno,
quest'asin battezzato Tonio e Meo,
che credo certo che all'inferno vanno
di lor per ogniun cento del Giudeo,
perchè non hanno nè timor nè fede 135
esperienza ognora se ne vede.
XVIII.
Quanti villan si trova per migliaio
che i precetti di Dio s'abbino a mente,
certo non credo che ne sia un paio,
e non fu mai la più astuta gente; 140
sa ben quanti covon è in un pagliaio,
come lo vede o giugnevi rasente,
ma non sa già che cosa si sia fede,
et a fatica crede quel che vede.
XIX.
Credo che pochi tra molti ne sia, 145
che abbino della fede cognizione,
nè sappin pur ben dir l'Avemaria,
nè il Paternostro, o altra orazione,
e il Credo parre' loro una pazzia,
perchè non hanno niuna divozione; 150
odon la messa poche volte l'anno
e quelle per pappar quando vi vanno.[317]
XX.
Come ch'è la mattina d'Ognisanti,
vi vanno perchè il prete dà lor bere,
e del pane impepato a tutti quanti, 155
e per la Pasqua come dei sapere,[318]
che dà dell'erbolato a donne e a fanti;
e i ghiotti, più che l'orso delle pere
vannovi tutti, insino a' pecorai,
piccoli e grandi che non mancan mai. 160
XXI.
Non che vi vadin già per devozione,
nè per rimorso d'esserne obbligati,
ancor vi vanno con intenzione
d'essersi l'un con l'altro ritrovati,
chi per chiarire una contenzione, 165
chi per concluder qualche lor mercati,
di porci, o buoi, o pecore, o castroni;
queste alla chiesa son loro orazioni.
XXII.
E fanno in chiesa cerchi e capannelle,
come fanno a' mercati e in su la piazza; 170
mentre che dicon quelle lor novelle,
chi picchia in terra il piede, e chi la mazza,
e il prete non può dir messa cavelle,
pel cicalio di quella gente pazza,
se gli riprende e' ne pigliano il broncio, 175
poi non ti dico come il prete è concio.
XXIII.
E fanno peggio ancor que' di più anni
che que' lor fanciullacci, e quei garzoni;
questi paiono in chiesa barbagianni,
ovvero allocchi, sempre per cantoni 180
a vagheggiare, e vagheggiano i panni
di quelle lor mattote, e' bighelloni,[319]
ch'elle son sì di biacca imbrodolate
che paion proprio tinche infarinate[320].
XXIV.
Quest'è la divozion, questo el timore, 185
quest'è la fede de nostri villani,
ignoti e ingrati verso il Creatore,[321]
tua perfidi nimici, crudi e strani;
e tanta è la stoltizia e il loro errore,
ne' domestici luoghi e ne' silvani, 190
che non conoscon mai grazia, nè dono,
che ricevin da Dio, sì ingrati sono.
XXV.
Quanti ne son che faccin conscienza
di torre e di voler restituire,
ma con tutta l'industria e lor potenza 195
s'ingegnan sempre di poter rapire
perchè non temon alla gran sentenza
in die iudicij dover comparire,
ma quel che ruban più chiaro lo veggio
che ne vanno ogni dì di male in peggio. 200
XXVI.
Se tu vuoi stare a veder la ricolta
in villa, al tempo della battitura
tu perdi il tempo, sia o poca o molta,
qui giuoca solo aver buona ventura,
che se te la vuol fare egli avrà colta 205
la rosa a tempo, che non val tua cura;
se el gran battuto el dì resta nell'aia,
la notte scemerà parecchie staia.
XXVII.
Il villan finge di starlo a guardare
la notte sotto il monte della paglia, 210
e manda l'oste in casa a riposare,
coglie l'agresto e insacca e non lo vaglia,
ma del fondo del monte usa cavare
perchè vi è poca pula, e poi ragguaglia
il monte in modo tal che non si paia, 215
el cane al suo padron mai non abbaia.
XXVIII.
Ed ogni notte lui coglie l'agresto,
et in più vari modi pur che voglia,
e mai non pensa di farla pel resto
questa tristizia ancora se la moglia, 220
e non ti torrà mai il quinto ol sesto
per poco che del tuo dover ti toglia,
ma trattandoti bene al suo parere,
ti darà la metà del tuo dovere.
XXIX.
Deh, odi come un rustico toglieva 225
ogni anno el gran sull'aia d'ogni bica,
fatte le biche il padron le vedeva
e poi non se ne dava altra fatica,
el rustico di poi le disfaceva
e rifaceva: odi tristizia antica, 230
nel disfarle e rifarle tanto ammacca
il gran, che ne trarrà parecchie sacca.
XXX.
Se il tuo podere è di frutte copioso,
non creder che a te tocchin le più belle
che te le ruba e vende di nascoso 235
poi dice che gli furon tolte quelle,
e mostrasene a te molto cruccioso
con dir che non vi può campar cavelle
e simulando cuopre sue magagne
poi drieto ti farà sette castagne.[322] 240
XXXI.
Alla vendemmia quel che egli usan fare
non è da dire dell'uva e del mosto,
se v'è niun buon vignazzo da mangiare[323]
innanzi al tempo l'ha colto, e riposto,
dico per sè, e stu ne vuoi serbare 245
e' dice che è al tuo voler disposto,
e che ne basta a lui una bigoncia,
che è quella che la sua tristizia acconcia.
XXXII.
E ti si mostra piacevole e largo
e che te ne vuol dar per una dua, 250
ma nota ben lettor, quel che qui spargo,
auzza se tu sai la mente tua,
chè non ti basterebbon gli occhi d'Argo,
a veder l'arte e la tristizia sua;
quella bigoncia che ripon palese 255
ne vende più di quattro alle tue spese.
XXXIII.
E se fa il vino e che tu non vi stia,
quante mezzine e bigoncie n'attigne
mentre che bolle, e' ne bee tuttavia,
e poi, allo svinare e' te la cigne; 260
il primo sempre mai vuol che il suo sia
poi ti ragguaglia con quel che gli strigne,
ma come l'altre cose te lo ammezza,
e nel canale o nel tin te 'l battezza.
XXXIV.
Vientene poi al Dicembre o al Gennaio, 265
al far dell'olio e' ti vuol ristorare,
e del grano e del vino il buon massaio
che fa sì bene il tuo usufruttare;
sempre dell'olio si toglie il primaio
che olio vergine si usa di chiamare, 270
che è più dolce e più chiaro che il secondo
e non fa mai posatura nel fondo.
XXXV.
E dice poi: cotanto ve n'è stato;
ma non ti dice il rustico fellone
che s'ha tolto il miglior et ha lasciato 275
a te l'olio ristretto del sansone,
et hallo tutto insieme mescolato,
e se egli è sapiente e' dà cagione,
che l'ulive eran troppo state in caldo:
forse che manca mai scusa al ribaldo? 280
XXXVI.
Vientene al tempo della potatura
d'ulivi, e viti, e così d'altri frutti,
per te fa col pennato, e con la scura
taglia per sè i rami grossi tutti,
et arde tutto il verno alla sicura 285
alle tue spese, e stan caldi et asciutti;
le legne che gli avanzan le divide
e fa le parte, e piglia, e poi ne ride.
XXXVII.
Prima al seccar de' fichi, chi gli coglie
al fico, sempre scelgono e' più passi, 290
sia qual si vuole, el marito o la moglie,
non creder quelli all'oste si portassi;
poi quando alla fornace gli raccoglie,
con diligenza un'altra cerca fassi;
e finalmente e' più grassi e più belli 295
non creda l'oste aver nessun di quelli.
XXXVIII.
Chè il rustico quei bei vuol davantaggio,
che delle dotte sue si vuol pagare,
e serba quelli alle rose di Maggio
et a quel tempo gli vuol maritare, 300
e dice: se d'un fico a terra caggio
un tratto, chi me n'ha a ristorare?
s'io tolgo questi, e' son ben guadagnati,
e non gli pare avertegli rubbati.
XXXIX.
Se tu gli dai a far qualche lavoro 305
di velti o fosse a cotanto la canna,
o vuoi insomma strazi il tuo tesoro,
come tu non vi se' il villan t'inganna,
che massi non trarrà del luogo loro,
nè aprirà la fossa a una spanna, 310
nè affonda un braccio che te la riempie
senza fognare, e pelati le tempie.
XL.
Se tu darai alcun bosco a tagliare,
in somma, o a cotanto la catasta,
in ogni modo e' ti vuole ingannare, 315
guarda pur di non metter mano in pasta;
la toglie in somma e la vuole spacciare
per l'util suo, e il tuo disegno guasta,
e guasta le ceppaie, e in modo taglia
lungo, nè poi con la scura ragguaglia. 320
XLI*.
Non creder tu che molte ne rifenda,
nè ritondi le teste con la scura,
perchè in queste due cose è la faccenda,
e falle giuste di buona misura,
la qual cosa non fa per chi le venda, 325
ma di questo il villan poco si cura
fatte le legne adesso, e noi e' frasconi,
et empie le fastella di bronconi,
XLII*.
che sarebbono a schegge sufficienti
e lui l'addossa per vicine presto; 330
ma se facessi le legne altrimenti,
non farebbe per lui di farti questo,
che e' taglierebbe infin ceppi rasenti,
poi le rifenderebbe, in quarto, e in sesto,
e d'ogni stecco ne farebbe due, 335
per far più somma alle cataste tue.
XLIII*.
Se a cataste gl'ha a essere pagato,
e' te la cigne nell'accatastare;
mette pezzi bistorti in più d'un lato,
e fagli come ponti ritti stare, 340
e le scheggio rifesse avrà voltato,
la scorza con scorza, che fa stare
e' pezzi sollevati, e poi ritura
con fruscoli le buche e ponvi cura.
XLIV*.
Et ha tutte le teste capovolte 345
da ogni lato, e mostran bella faccia
alle cataste, e più serrate e folte
paion le scheggie, e così te la schiaccia;
le poche legne fan cataste molte
per questo modo, ma questa bonaccia 350
torna in tristizia del comperatore,
et inganna te e lui quel traditore.
XLV*.
Se a tanto la soma fa e' frasconi,
farà e' fastelli come covoncini,
et empiele di sterpi, di bronconi 355
per farne più, e toccar più quattrini,
et non gli serra troppo per cagioni,
che non ti pain come son piccini,
e se fa in somma quel rustico fello
vorria metter il bosco in un fastello. 360
XLVI.
Se tu da' un podere ad un villano
che lavori altre terre che la tua,
poi dir d'avergli dato il sacco in mano
perchè ti rubi a tutta voglia sua,
di frutte, vino, e olio, e legne, e grano 365
nè vorrà più di te per ogniun dua;
se tu ti duoli che ti tolga il tuo,
dice che quello ha ricolto nel suo.
XLVII*.
Se tu dai terre a fitto a niun villano,
non far pensiero d'aver mai l'intero 370
dal patto della scritta di sua mano,
che ti dimostrerà per bianco nero,
dirà che il temporal sia strano
per lui, e mai non ti dirà un vero,
quando gli fia nociuto il secco, o 'l molle, 375
e così t'avrà giunto dov'ei volle.
XLVIII*.
Così con la bugia ti fa un resto
con buon pensier d'averti strapagato;
se tu gli hai dato vigna intendi questo,
che 'l tempo non t'avrà mai osservato, 380
quando avrà colto a suo modo l'agresto
tirandogli gli orecchi col pennato,[324]
o non ti paga, o qualche scusa ha dare
che ti convien la vigna ripigliare.
XLIX.
Se tu gli hai dato sodi da pastura 385
in piano o in piaggia, o prati da far fieno,
sempre ti conterà qualche sciaura,
o che le bestie altrui state vi sieno,
ovver che per la sua disavventura
che tutto il giorno le nebbie vi stieno, 390
o veramente che il vento rovaio
gli abbia abbruciati che par di gennaio.
L*.
E sempre mai ti conta qualche indozza[325]
per non ti dar l'intero del tuo fitto
ch'egli abbi auto, e mente per la strozza 395
il malvagio, crudel, pessimo, ghiotto,
ma e' si vorrebbe aver la lingua rozza
a mille il giorno senza alcun risquitto,
perchè e' son pur come dà lor natura,
tutti d'un pelo, e d'una cornatura. 400
LI*.
Se tu dai al villan bestiame a soccio,
credi che a te tocca a dargli le spese;
quando dirà che si sia morto un boccio,
quando che il lupo un bel temporal prese,
o ch'è in peculio indozzato, e sta chioccio, 405
per la mala vernata sì l'offese
che le son piene di rogna e di scabbia,
e crede poca lana e trista s'abbia,
LII*.
per poter coglier ben l'agresto a quella,
e d'un toson ne saperà far dua, 410
e sceglier la più fine e la più bella
per vestir sè e la brigata sua;
almeno un capperone, o la gonnella
ti torrà spesso della parte tua,
la qual fia piena di croste di lappole, 415
e per rubarti lui fa mille trappole.
LIII.
Al divider del cacio fa pensiero
d'averne men che mezza la tua parte,
chè vende le ricotte, il latte, il siero,
e poi nel far del cacio egli usa un'arte, 420
che farà il tuo in un certo bicchiero
minor che il suo e tien questo in disparte,
e farà il tuo come una spugna vano
e il suo serrato, e incolpane la mano.
LIV*.
Se la tua donna dà qualche gallina 425
a mezzo a la tua lavoratore,
fa tuo pensier che poi la Mecherina
gli chiede da beccare a tutte l'ore,
e qualche volta pur quattr'uovolina,
gli recherà pur sempre le minore, 430
che ragguagliando l'uova col beccare
tu vien la coppia un grosso a comperare.
LV*.
Se la gli dà galletti a far capponi,
ovvero una chiocciata di pulcini,
credo n'assaggerai pochi bocconi, 435
che nibio, o volpe, o lor mani a uncini
te gli aran tolti, dicono i felloni;
se tu nol credi sappil da' vicini,
ch'ognor senton gridar: ai, ai, e troia,
ah, Mecherina mia, tu sei pur gioia! 440
LVI.
Se t'ha dar l'anno due paia di capponi,
o qualche serqua d'uova ch'è ne' patti,
daratti almen che sia tre gallioni
et un cappone infermo che dà i tratti;
l'uova piccine serbano i felloni 445
per l'oste, e l'altre vendon questi gatti,
che quelle grosse ti farebbon male,
e logoran più cacio, legne e sale.
LVII*.
E' polli e l'uova, fatto berlingaccio,
s'indugiano a portarli tutti quanti, 450
che se te gli recassino più avaccio,
conosceresti que' galli a' lor canti,
ma comunque son giunti tu gli spacci
perchè sien triti, a tutti il collo schianti,
così dell'uova non vi si pon cura, 455
che se ne rompe una intriditura.
LVIII*.
Se tu hai aver lin pon qui l'orecchio;
di patto fatto quando il poder tolle,
daratti qualche lin fradicio e vecchio,
di fuor lisciato, e dentro fia capecchio 460
et anco molto ben umido e molle,
a te lo dà nel tempo autunnale,
e poi le pioggie incolpa e il temporale.
LIX.
Se la tua donna di state, o il Gennaio
dà a far bucato alla Nencia o la Checca, 465
le pare a lei non le costi danaio,
ma tanto la crudel ne pappa e lecca,
che sare' meglio dargli al curandino,
e non ti sare' fatto la cilecca
di qualche zaccarella che vi manca, 470
sempre quando il villan panni t'imbianca.
LX.
Come sarebbe una o dua camiciuole,
qualche tovagliolino o tovagliola
che la Bartola ha tolte, e se le vuole
in casa sua per la sua famigliuola; 475
se la tua donna del danno si duole
il rustico mentendo per la gola
si scusa e finge averne grande affanno,
stringesi nelle spalle e tu t'ha il danno.
LXI.
Se tu lo servi o prestigli danari 480
senza testimonianza o senza pegno,
al far del conto poi perchè tu impari
li niega, stu non dai buon contrassegno,
sicchè chi ha a imparar è buon che impari
alle spese d'altrui in ogni regno; 485
ma prima impareresti ogni scienza,
che del villan la vera conoscenza.
LXII.
Stu gli fidi le chiavi di tua casa,
per la cantina, o per la colombaia,
si faria più per te, sendo rimasa 490
sola, a mandarvi il fante o la massaia,
che l'olio e il vin ti ruba, e poi le vasa
riempie d'acqua perchè non si paia;
e in colombaia da sera e mattina
l'agresto coglie e incolpa la faina. 495
LXIII.
E caverà della coltrice tua
qualche sacco di penna il rustichetto,
che sia sì piena che gli par la sua
rispetto a quella vota nel suo letto;
e così fa d'una coltrice dua, 500
e poi per ricoprir questo difetto,
ha in più d'un luogo la tua cincischiata,
poi dice: e' topi l'hanno rosicchiata.
LXIV*.
E se tu lasci vendere al villano,
sia che cosa si vuole, o tanto, o quanto, 505
legumi, frutte, biade, vino o grano
od olio, non potrai mai darti il vanto
che il vero prezzo ti rassegni in mano,
se fusse bene il dì di Vener Santo,
sempre ti ruba con mille bugie, 510
e se nulla t'ha compro l'attessie.[326]
LXV.
E per non esser tristo poi tenuto
dal prete per le sue operazione,
se si confessa mai il villano astuto,
cerca d'un che non ha sua cognizione 515
e quanto può di non esser veduto,
da chi potesse darne relazione;
e qui d'ogni sua ladroncelleria,
è assoluto per la simonia.
LXVI.
Poi se ne va quel rustico fellone 520
al popol suo, et risciacqua il bucato,
e fassi coscienza d'un mellone
che nell'orto dell'oste avrà imbolato;
e finge aver nel cuore uno steccone
cioè lo stimol di questo peccato, 525
ma che vuol pel mellon dargli una zucca,
così inganna il prete, e te pilucca.
LXVII.
Questo crudel con sua simulazione,
inganna il prete, ed è tenuto buono;
così gli venga per sua punizione 530
la folgore di Giove col gran tuono,
benchè egli avran l'eterna dannazione
poi che fien desti all'angelico suono,
della città di Dite e' contadini
faransi allora eterni cittadini. 535
LXVIII.
Per la lor trista et insaziabil sete
che gli hanno di rubare al cittadino,
andranno tutti a bere all'onde Lete
come promette il giudizio divino,
che di quel che si semina si miete 540
ne' Campi Elisi il frutto per destino
celeste, e fia renduto giusto merito
a ciaschedun del suo tempo preterito.
LXIX.
E se egli avvien che il rustico fellone
abbia a uscire del tuo contra sua voglia 545
o di sua volontà, egli è sì strano
e tristo che convien che lui ti toglia,
se vi avrà posto nulla di sua mano,
qualche bel nesto o cosa che ti doglia,
e vende al tempo, e vorrebbe potere 550
portarne seco la casa e il podere.
LXX.
E se nessun servigio t'ha mai fatto
o preso qualche po' di scioperio,
te gli ricorda e vuolne esser rifatto,
e non pensa il crudel, malvagio e rio 555
alle cose che t'ha di casa tratto,
in soddisfarlo: e per l'amor di Dio
senza le zaccherelle che t'ha tolte,
che s'è pagato a doppio cento volte.
LXXI.
Et oltre a quelle cose che ti toglie, 560
quel che vi lascia cerca di guastare
giusta a sua possa il marito e la moglie
tutto quel verno a rompere e tagliare;
e quando vien che l'ulive ricoglie
guasta gli ulivi e finge di potare, 565
quelle belle vermene che ne fanno
le taglia o fiacca per farti più danno.
LXXII.
Se vuoi saper lor ladroncellerie,
di' che tu voglia il podere allogare:
qualche crudele a te viene ognidie 570
a chiederlo: e comincia a biasimare[327]
quel che v'è drento, e mostrati le vie
le quali ha usate a poterti rubare,
che sono tante e tali che t'attoscano;
gli artefici l'un l'altro si conoscano. 575
LXXIII.
E dice mal di quel perchè tu il cacci
se fusse bene un suo carnal fratello,
e mostra di saper perchè tu facci
la voglia sua, e fassi il buono e il bello,
e quanto è più cattivo par più tracci 580
d'entrarvi: poi ti fa peggio che quello,
che ti farà tutte quelle magagne,
che pose all'altro e delle più taccagne.
LXXIV.
E così tutti quanti han per natura
di biasimar l'un l'altro, e fansi scorgere 585
viziati e tristi ad ogni creatura,
e noi non ci possiam del tutto accorgere
perchè e' non ruban mai con la misura,
ma sempre a vista, e fannosela porgere
la cosa tolta, e son tutti d'accordo 590
a questo, e sanno fare il cieco e il sordo.
LXXV.
Se tu metti dell'opere e tu stia
appresso a loro a veder lavorare,
odi sempre dir mal di chicchessia,
dell'oste, o di vicini, o di comare; 595
ognun di qualche ladroncelleria
si vanta d'aver fatto, e sannol fare,
di furti, d'adulteri, o false pruove
e senti tutto il dì tristizie nuove.
LXXVI.
Se tu hai qualche serva, schiava, o fante,[328] 600
in casa di villan non la mandare,
che le fanno cattive tutte quante,
massime della gola, e del rubare;
se v'è niun pollastron si fa suo amante
e le promette volerla sposare, 605
ella sel crede, e poi mena il rastrello
a ciò ch'ella può in casa e porge a quello.
LXXVII.
Non ti fidar d'alcun, che ogniun t'inganna
giusta sua possa; e poi ti dà la berta,
e par lor che dal ciel venga la manna 610
quando e' ti tolgon la cosa coperta;
quando e' ti viene intorno e che si affanna
in tuo aiuto vuolsi stare all'erta,
che le carezze che i villan ti fanno
son tutte per loro utile e tuo danno. 615
LXXVIII.
Se pure alcun discreto e costumato
ne trovi, benchè pochi ce ne sia,
non creder che di rustico sia nato,
ma che di seme mescolato sia
di qualche gentilotto che avrà dato 620
la pace di Marcon per qualche via[329]
alla madre di quello in giovanezza;
però tien quel villan di gentilezza.
LXXIX.
Non può la vera linea rusticana
partecipar d'alcuna gentilezza, 625
ma perfida, crudele, iniqua e strana,
nè onore, nè virtù ama, nè prezza,
ma tutti son d'una sardesca lana[330]
che mai si può ammorbidar sua asprezza,
ma la divina giustizia gli doma, 630
come bestie che son portan la soma,
LXXX*.
di schegge, di steccon, colonne e brace
e così doma il ciel la lor superbia,
e sol del vitto in tanta contumace
che si pascon com'asini dell'erba; 635
la crusca loro par manna verace,
a chi ne può avere, o vita acerba
che fanno universal, pe' lor peccati
oggi questi crudel' villan sfacciati!
LXXXI.
Se io volessi in tutto satisfare 640
a molti degni, e nobil cittadini,
che m'han pregato ch'io debbi narrare
le gran tristizie d'assai contadini,
se fosse inchiostro tutto quanto il mare,
la terra carta, e tutti gli uccellini[331] 645
avessin tutti lor penne da scrivere,
i' non potrei avendo sempre a vivere.
LXXXII.
È tanto natural la lor tristizia,
ch'ognor si fanno tra lor mille inganni,
e benchè gli abbin le cose a dovizia 650
si fanno l'uno all'altro di gran danni,
vicino, o parentado, o amicizia
non riguardan, nè più Nencio che Nanni;
sia qual si voglia, o amico, o parente
ogni tristizia tra lor si consente. 655
LXXXIII.
Quanti ne sono che hanno già venduto,
una soma di legna, o paglia, o brace,
tu l'hai pagata, e sì t'avrai creduto,
che te la porti a casa, e ti stai in pace,
e la vende ad un altro il gatto astuto 660
e pur se ve la porta è sì fallace
che si farà pagare un'altra volta
alla tua donna se la può aver colta.
LXXXIV.
Stu compri dal villan una bigoncia
di mele, o pere, o qual frutte si sieno, 665
credi che l'ha di sotto in modo acconcia
con paglia, strame, felce, frasche o fieno,
che non ritornerà la libbra un'oncia
benchè per buon mercato te la dieno;
di sopra fien parecchie belle e grosse, 670
poi, mescolate, piccole e percosse.
LXXXV*.
Stu comperi in mercato delle frutte
susine, o fichi, mandorle o baccelli,
usano un'arte nel contarle tutte
che il conto non ti torna mai da quelli, 675
sien che frutte si vuole, o belle o brutte,
mostronne quattro e tre te ne dà egli;
stu paghi prima che tu l'abbi tolte,
lo niega e ti convien pagar due volte.
LXXXVI*.
Se tu dai a balia, come tu l'hai dato, 680
in capo d'otto dì torna il villano,
e dice che il bambino è raddoppiato,
ma vien per trarti un ducato di mano;
ma non vien mai a dir che il latte sia mancato,
o che la balia è pregna, o sia mal sano 685
il tuo figlio, ma mentre che dà i tratti,
appunto allor tel dicon questi gatti.
LXXXVII.
Nota, lettore, una tristizia atroce,
che ti parrà che a l'altre porti el maio;
un villan tolse un sacco pien di noce 690
all'oste, e si le misse nel pagliaio
verso levante, che da quella foce
era molto percosso dal rovaio,
e quivi tanto le tenne nascose,
che i topi tutte quante l'ebbon rose. 695
LXXXVIII.
Odi quest'altra d'un ch'aveva un pero
carico ben di pere carovelle;
l'oste d'averle tutte fe' pensiero
e d'accordo pagò il villan di quelle,
el gatto ch'era pratico al mestiero 700
prese il danaio e colse le più belle,
vendelle ad un treccon qui di mercato,
l'oste lo giunse e via l'ebbe cacciato.
LXXXIX*.
Odi quest'altra, se colgon le dotte
a far tutte lor' opere cattive: 705
intesi d'un che già s'ebbe condotte
sotto il suo letto un'anfranta d'ulive,
ed avendo il fattoio, le fe' di notte
quando dormiva ognun per quelle rive,
l'oste non seppe mai nulla di questo, 710
forse che un dì gli sarà manifesto.
XC*.
Un bel fico sampiero era in un orto,
carco di fichi come citriuoli;
l'oste a guardarlo molto stava accorto
dal villan, dalla moglie, e da figliuoli, 715
ma il perfido villan gli fe' gran torto,
al furto destro più che i capriuoli,
scaricò il fico, e poi quando ne scese,
in prova e' più bei rami egli scosese.
XCI*.
E poi se ne vantò pel vicinato, 720
pur con suoi pari come i tristi fanno,
che fanno il male, e nol tengon celato
tra loro anche si ridon dell'inganno;
gli ebbe quel fico in modo fracassato
che si seccò prima che fusse l'anno 725
così fosser a lui secchi le braccia,
anco la lingua, e gli occhi nella faccia.
XCII*.
Deh! odi questa d'un villano ingrato,
qual era preso in forza di comune
et era già a morte sentenziato, 730
e trito come un pollo dalla fune,
l'oste fe' tanto che l'ebbe scampato;
così ne fusser sue voglie digiune!
odi se quel villan gli fe' gran vezzi,
rubollo e volle poi tagliarlo a pezzi. 735
XCIII*.
Odi quest'altra, se l'è pur di quelli
che ti voglion rubare a tutti i patti:
un villan quattro, o cinque, o sei agnelli
rubava ogni anno a l'oste de' più fatti;
dico più grassi, naturali e belli, 740
e si gli nascondevan tra lor gatti,
poi si scusava, e mentia per la strozza,
che gl'eran tutti morti d'una indozza.
XCIV.
Quando egli avvien, siccome i fatti danno,
che fortuna ti ponga d'alto in basso, 745
guardati da' Villan, che ti porranno
per darti il tuffo in su le spalle un masso,
e primi sono e' tua che a saccomanno
metton il tuo e ingrassan del tuo grasso;
se vuoi che in un verso il ver conchiuda, 750
in tre e Chersi sia, e Cacco e Giuda.
XCV.
Perchè tu intenda, discreto auditore,
la chiosa della Sferza dei villani,
cioè della perfidia del lor core,
e' furon quei che di lor proprie mani 755
presono, e flagellorno il tuo Signore,
e crocifissol, que' perfidi cani;
se furo a lui tanto ingrati e crudeli
come vuo' tu che sieno a te fedeli.
XCVI.
E però fa con tutto il tuo potere 760
che tu schifi la lor conversazione,
stu gli fai lavorar, fagli il dovere
ma che non entri in tua abitazione,
e non fare a nessun mai un piacere,
sia qual si vuol di tal generazione;
fa ch'io non abbi, auditor detto a sordo[332]
e tienti questo per un buon ricordo.
5. SATIRA CONTRO I VILLANI[333]
La satira che noi pubblichiamo si trova in un codice Marciano [It. IX, 453], ed è la prima di parecchie satire anonime che si leggono nel fascicolo terzo, che noi faremmo risalire non oltre la fine del secolo XVI; appartiene a quel genere di Capitoli satirici che ebbero tanta voga in quel secolo per parte degli imitatori del Berni. Abbiamo riferito del Capitolo soltanto la parte caratteristica ed importante per il nostro studio, degna di nota specialmente per l'odio atroce da cui è informata, che contrasta sensibilmente colla forma di esercizio accademico con cui la satira incomincia.
Ora e con...[334] questo caldo insano,
Signor Antonio mio Pruzzacarino,
Vogliovi ragionar dello villano.
Non voglio già chiamarlo contadino
Perchè sarebbe troppo alto cognome,
Come a uno sgherro il dire paladino.
Io vo dall'opre registrando il nome,
Perchè villano ogni difetto include[335]
. . . . . . . . . . . . . . . .
Fur ben le sorti nostre et aspre et crude
Quando a Natura, empia matrigna, piacque
Al mondo dar bestie di pietà ignude.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Tra l'altre bestie diede a noi mortali
Questa villana bestia assai più ria
Dell'altre vieppiù crude e micidiali,
Di carità, di amor priva che, Arpia
Ingorda sendo ognora al ben rubella,
Da ogni costume buon sempre travia.
Come nasce col puro ognor l'Agnella,
Il Lupo col vorace e con l'inganno,
La Tigre col crudel, con l'alma fella,
Così nasce il villan con l'odio, a danno
Nostro pronto, et ognor si vede in fatti
Quant'egli possa porne in doglia e affanno.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Sempre con rabbia, sdegno, e con rancore
Vede, ode il Cittadino, e mali pensa
Fargli, e quando non può sente dolore.
Se in casa l'hai con caritade immensa,
Ciò che ti può rubar ti ruba e brava
Et have a rubar sempre l'alma accensa.
Se t'è lavorator ti tol la fava,
Il miglio, il vino, e quel che puoti tutto,
E quanto che più può del tuo ne cava.
. . . . . . . . . . . . . . . .
D'ogni delitto rio, d'ogni empia colpa
Il villan fassi reo, vedi che sorte,
Dove e se può 'l ladron ne snerva e spolpa.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Tu puoi ben dir ch'adopri egli la schiena
In cavar fossi, in terrazzar, che astuto
Dice: farò, nè al fin suo detto mena.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Se ti bisogna a qualche tempo, et ora
Un'opra dal villan, carezze e preghi
Voglionvi sì che il cor rabbia divora.
Onde convien che il Cittadin rinneghi
Talvolta la sua fede, o incrudelisca
Contro sta schiatta ria e lasci ch'anneghi.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Sbasisca il traditor villano e cada
Che non face pietade ad alcun mai
Che abbia veduto a che rio gioco vada.
Pregando tu 'l villan nulla farai
Perchè più s'inasprisce, empio diventa,
Ti serve meglio se al villano dai.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Questa deve esser sempre l'orazione
Che al villan si dee far, che altro piacere
Non sa il villan che il gusto del bastone.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Presta al villan danari in ginocchione
Mentre piangendo te ne fa richiesta
Che al render poi farà, tristo, il buffone.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Se tu offendi il villan, per caso poi
Se un dì può più di te, mai non si lassa
Se non t'uccide o squarcia come i buoi
Ma se non può, non di legger la passa,
Ma la serba nel cor, fin che gli viensi
Occasione di porti in una cassa.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Se in casa il villan lasci praticare,
Cerca torti l'onor, sta sull'avviso
Di farti mal, pur che lo possa fare.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Ha poi nel core il rio villan radice
Di virtù, che non cura e non tien conto
Se è becco e alcun sul viso glielo dice.
Tutti i peccati ancor che grandi e gravi
Ha in sè il villan, nè trovo in lui ragione
Che una lagrima mandi onde quei lavi.
Non crede nello Credo, e confessione
Fa il villan tutta alla rovescia, e i passi
Non sa di fede, o di convinzione.
Non sa che creder debba, e in dubbio stassi,
Il battesimo nega il villan empio
. . . . . . . . . . . . . . . .
Rubaria con conscientia e Cristo e il Tempio.
Chi chiedesse al villan, certo udiria
Mille crudel' consigli; al parer mio
Sarebbe uccider quei gran cortesia.
Se vuoi merito avere appresso a Dio
Scortica tu 'l villan, bastonal sempre,
Struscia 'l villan, sì ch'egli paghi il fio.
Martoreggia 'l villan, pungil, tai tempre
Non mutar mai, perchè fia a Cristo grato
Ch'una natura tal fiera si stempre.
Tieni pure il villan crudel stentato,
Tormentalo tu pure in ogni guisa
Che il cielo avrai, dove sarai beato
Se serbi fino a morte sta divisa.