NOTE:
[1]. Stoppato, La Commedia popolare in Italia, Padova, Draghi, 1887, pag. 151.
[2]. Novati, Carmina medii aevi. Alla Libreria Dante in Firenze, 1883, pag. 25.
[3]. Ne esiste una copia anche nel cod. 1393 della comunale di Verona a c. 112-114.
[4]. La corrente satirica medioevale contro i villani che godeva tanto favore nella letteratura popolare, per quei frequenti e reciproci influssi che sogliono manifestarsi tra questa e la letteratura classica, ebbe dei caldi propugnatori anche tra gli scrittori classici, ed è curioso anzi il vedere come essi ricordino le lodi fatte dagli antichi all'innocenza dei rustici, per dimostrarle molto male attribuite. Così il Petrarca dopo di aver ricordato il noto passo di Virgilio (Georg., II, 473) afferma recisamente che ora la giustizia si comporterebbe in maniera ben diversa coi villani.
«De Villico malo et superbo». — «D. Villicum insolentem patior. R. Insolentem tantum, et non furem bene tecum agitur. D. Villicus malus est mihi. R. Malum fer aequanimis, villicus nisi pessimus, bonus est. D. Villicum durum aegre fero. R. Mollem delicatumque ferres aegrius, durities rusticorum epitheton est... D. Dixi dum rure gloriareris, excultos rusticos, ultimos hominum terris abeuntem iustitiam reliquisse; si unquam genus humanum revivisceret, eosdem illos puto ultimos reperturam... D. Asperrimus villicus est mihi. R. Ubi veritas dixit quod terra homini spinas et tribulos germinaret, subintelligendum fuit, et rusticos tribulis cunctis asperiores...» (Francisci Petrarchae Florentini opera omnia, Basileae, 1581. De Remediis utriusque fortunae. Liber II, Dial. LIX, pag. 153). — E lo stesso, come vedremo, fa il Maffeo Vegio.
[5]. Oltre che nella ventiduesima strofa dell'«Alphabeto delli Villani» contenuto nella Miscell. marciana, 2213, 5 e che sarà ripubblicato dal Novati nella continuazione al suo studio sulle Serie alfabetiche proverbiali e gli alfabeti disposti nella letteratura italiana dei primi tre secoli (V. Giorn. storico della lett. it., vol. XV, pag. 337), troviamo ripetuta l'accusa contro i villani in un sonetto satirico della seconda metà del sec. XV estratto dal Mazzoni dal cod. 243 della bibl. Universitaria di Padova, e pubblicato dal medesimo in Spigolature da manoscritti, Padova, 1893 (estr. dagli Atti e memorie dell'Accad. di Padova), pag. 6.
Ladri crudeli, porci e Farisei,
che de la sèta vi trovasti alhora
che occiser Cristo, cum li altri zudei.
e nell'ottava 72ª delle «Malitie de' villani» (V. Appendice III)
e furon quei che di lor proprie mani,
presono, et flagellorno il tuo signore
et crocifissol que perfidi cani...
Questa accusa, come molte altre, la vediamo nel m. e. diretta anche alle donne:
Donne crude falce rey
Per cui dio fu crocifisso.
V. Mario Mandalari, Rimatori napoletani del quattrocento, Caserta, Jaselli, 1885, pag. 4.
[6]. Thomas Wright, Anecdota literaria, a collection of short poems english, latin and french, London, Russel Smith, 1844, pag. 52, «Poems on the different classes of society», e nell'Histoire de la Caricature et du Grotesque, del medesimo, Paris, 1875, pag. 106.
[7]. Histoire littéraire de la France, t. XXIII, pag. 194.
[8]. Romania, XII, 1883, pag. 14. P. Meyer, Dit sur les vilains par Matazone di Calignano.
[9]. Anche nella letteratura tedesca la maggior parte delle poesie satiriche contro i rustici è ispirata dal disprezzo della classe colta verso il servo della gleba.
«Adlige und Städter gewöhnten sich, wie Freytag sagt, im Gefühle einer höheren Bildung und kunstvolleren Sitte den Landmam zu verhöhen. 'Seine ungeschlacte Esslust, plumpe Einfalt und betrügerische Pfiffigkeit werden mit endlosem Spott übergossen in Liedern, Erzählungen, Schwänken, Fastnachtsspielen.' Und auf diesem Gebiet vermochten die Angegriffenen nicht Gleiches mit Gleichem zu erwidern. Während die Preislieder der Handwerker, der Soldaten, der Studenten, der Jäger von Angehörigen dieser Stände ausgehen, haben die älteren Lobpreisungen des Bauernstandes offenbar Nichtbauern zu Verfassern». Johannes Bolte, Der Bauer im deutschen Liede, Berlin, Mayer und Müller, 1890, pag. 6.
[10]. Novati, Op. cit., pag. 26.
[11]. Cipolla, Nuove considerazioni sopra un contratto di mezzadria del sec. XV. Memoria letta nell'Accad. di Agricolt., Arti e Commercio di Verona il 28 giugno 1891. Per lo studio delle fonti vedi F. Schupfer, Manuale di storia del Diritto romano, Città di Castello, Lapi, 1892, pag. 339. Per la Francia ricorderemo il bel lavoro di L. Delisle, Études sur la condition de la classe agricole et de l'agricolture en Normandie au m. â., di cui fece una lunga recensione il Biot nel Journal des Savants, 1851, ripubblicata poi nei Mélanges scientifiques et littéraires, Paris, 1858, t. III, pag. 163.
[12]. Enrico Poggi, Cenni storici delle leggi sull'agricoltura dai tempi romani fino ai nostri, Firenze, Le Monnier, 1845, t. II, periodo IV, pag. 141 e seg.
[13]. Cibrario, Della economia politica nel m. e., Torino, Fontana, 1841, t. I, pag. 261.
[14]. Statuta populi et communis Florentiae, etc., collecta anno MCCCCXV, t. I, pag. 254. Vedi anche gli Statuti del comune di Ravenna editi dal Can. A. Tarlazzi (Serie 1ª dei monumenti istorici pertinenti alla provincia di Romagna), Ravenna, Calderini, 1886, pag. 110 e 116. Sulle condizioni che nell'Italia superiore s'imponevano ai villani nel secolo XIV per divenire cittadini, vedi A. Gloria, Della agricoltura nel Padovano, Padova, 1851-55. Vol. II, parte I, cap. XXVII e XXXVI.
[15]. Poggi, Op. cit., pag. 141-210.
[16]. Statuta... Florentiae... Rubrica XXXVI. De augumento poenarum contra comitatinos offendentes cives. Negli Statuti di Ravenna (Op. cit., pag. 159) i rustici erano multati del quadruplo della pena comminata ai cittadini; e nel capo XXVI degli Statuti dell'arte della seta compilati a Siena nel 1513, si legge: «se alcuno cittadino offendesse alcuno contadino od altra vile persona, sia condannato in la metà della pena solamente».
[17]. Perrens, Histoire de Florence, Paris, Hachette, 1877, t. III, pag. 302.
[18]. D'Ancona, Origini del Teatro italiano, Torino, Loescher, 1891, vol. I, libro II, pag. 547.
[19]. È un opuscolo in-4 pic. car. rom. di fogli 4 non num. che si trova nella Miscellanea marciana, 2183, 9. Nel primo foglio, dopo il titolo, vi è una silografia di carattere fiorentino rappresentante tre villani che attendono a lavori campestri; poi: In Perugia, Fiorenza, Bologna et di nuovo in Trevigi, appresso Angelo Righettini, 1624. Ci fu comunicato dal prof. Vittorio Rossi.
[20]. Nella «Frottola di due Contadini, Beco e Nanni» (Palermo, Manoscritti Palatini, II, 584-86).
Nanni dice:
E' non si vuol trattar gli osti altrimenti,
I' vorrei vederlo, ve, Beco, traspare.
No' lavoriamo all'acqua, a' caldi, a' venti,
E lor si stanno al fresco a meriggiare.
[21]. V. Mario Menghini, Canzoni antiche del popolo italiano, vol. 1º, fascicolo 6º.
[22]. Composizione di G. Pestelli, Firenze, Salani, 1888. — Vedi anche il Contrasto curioso fra il Padrone e il Contadino che vuol mangiare a tutti i costi! di Giovanni Fantoni, Firenze, Salani, 1888.
Il Batines, Bibliografia delle antiche rappresentazioni italiane sacre e profane, Firenze, 1852, pag. 81, ricorda un «Contrasto del Cittadino e del Contadino» del sec. XVI, stampato in Siena, e il Brunet, Manuel du Libraire, vol. 1º, col. 1569, ricorda una «Altercatione overo Dialogo composto dal Magnifico Lorenzo di Piero di Cosimo de' Medici, nel quale si disputa tra el cittadino el pastore». Edizione del sec. XVI, di venti fogli pic. in-8 s. n. V. D'Ancona, Op. cit., II, 343.
[23]. Alcuni di questi contrasti sono ricordati dal Torraca, Reliquie viventi del dramma sacro nel Napoletano in Giorn. di Filologia Romanza, IV, 8.
[24]. Bianchi Giulio, La proprietà fondiaria e le classi rurali nel medio evo, Pisa, Spoerri, 1891, capitolo III (Vedine recensione in Rivista di Scienze giuridiche, marzo 1892).
[25]. Alcius Ledieu, Les Vilains dans les œuvres des Trouvères (VIII volume della Collection internationale de La Tradition), Paris, Maisonneuve, 1890, pag. 31.
[26]. Nei primi secoli del medio-evo la parola «villano» serviva a distinguere una classe speciale dei lavoratori del suolo; verso il secolo XIIº servì a designare in generale tutta la classe dei rustici e degli artigiani del contado; quando poi incominciò a colpirli la satira, la parola «villano» venne usata sempre in contrapposizione a «courtois» che serviva a designare la classe nobile. In quest'ultimo senso l'usa appunto Matazone da Calignano:
Però che in vilania,
Non vose aver compagnia
Se no da gli cortexi
Da cui bontà imprexi.
e nel medesimo senso la troviamo usata nel Roman de la Rose di G. de Lorris et Jean de Meun, Amsterdam, Bernard, 1735:
t. I, verso 1956 Si me baiseras en la bouche
A qui nul villain horns ne touche,
Je ne laisse mye attouchier
Chascun villain, chascun bouchier,
Mais doit estre courtois et frans,
Celluy du quel l'hommage prens.
» » 3785 Villain qui est Courtois c'est rage.
come pure in più luoghi del De Babilonia civitate infernali di frate Giacomino da Verona. Più tardi invece prese il significato di homme de mauvaise vie; così nel Dit de la Rose di Christine de Pisan (V. Société des anciens textes français) Œuvres poétiques de Christine de Pisan publiées par Maurice Roy, Paris, 1891, t. II, Le dit de la Rose, pag. 39, v. 336:
J'appelle villains ceulz qui font
Villenies, qui les deffont,
Je n'entens pas par bas lignage
Le vilain, mais par vil courage.
così pure negli ultimi versi dell'Enseignement à preudomme
Nus qui bien face, n'est vilains:
Mès de vilonie est toz plains
Haus hom qui laide vie maine:
Nus n'est vilains, s'il ne vilaine.
Vedi pure: Novati, Le serie alfabetiche proverbiali, in Giorn. storico della Lett. ital., XVIII, serie 2ª. Sul significato della parola in Francia vedi: Leymarie, Histoire des Paysans en France, Paris, Guillaumin et C., 1856, tomo I, pag. 287. Egli ricorda alcuni versi del Roman de Rou in cui è fatta distinzione tra «vilains» e «païsans»:
verso 2825 Chevaliers et borges, vilains et païsans
» 2985 De granz haches i fierent vilains et païsans.
» 5979 Li païsan e li vilain.
Cil del boscage e cil del plain.
Vedi anche Lenient, La satire en France au moyen-âge, Paris, Hachette, 1875, pag. 119, e Mario Mandalari, Op. cit., pag. 24:
Non è sulo gentilomo
Quillo che nasse gentile
Non le basta avere lo nomo
Sili facte soy so vile.
[27]. L'estrema miseria in cui la classe dei lavoratori del suolo si trovava nel medio-evo spingeva molte volte anche i villani liberi a vendersi a qualche signore per non morire di fame; il Blancard, Documents inédits sur le commerce de Marseille au moyen-âge, Marseille, 1884-85, pag. LX, ricorda, tra i contratti commerciali del secolo decimoterzo, la formola di un contratto con cui un villano vende sè ed i figli: «Ego, a fame et penuria inennarabili cohactus vendo, trado tibi tali et tuis heredibus, in perpetuum, personam et filiorum ad servitutis jugum, et dissiplinandum, tenendum et imperandum.....».
[28]. Vedi Archivio storico italiano, tomo II. — A. Sozzini, Diario delle cose avvenute in Siena dai 20 luglio 1550 ai 28 giugno 1555. Vi è narrata la guerra sostenuta dai Sanesi per cacciare dalla città la guardia spagnuola, chiamatavi da Don Ferrante Gonzaga, pag. 186: «Alli 15 detto (Marzo 1553) essendo stata abbandonata da' nemici la torre della Talfe, vi si riducevano circa venti villani per potar le vigne circonvicine. La mattina a buon'ora vi andorno li nimici con fanti e cavalli, e la ripresero e li fecero tutti prigioni; de' quali ne capporno tre e diecesette ne strozzorno e gli lasciorno tutti sotto una quercia ignudi intorno al pedone (dell'albero): il che dette grandissimo terrore agli altri villani».
[29]. Ibidem, pag. 326, ottobre 1554.
[30]. Ibid., pag. 299, settembre 1554. «Il governo creò un magistrato di quattro cittadini, per distribuzione di Monte, sopra il mandar fuori le bocche disutili: e per essi fu mandato pubblico bando che chi aveva in casa contadini o lor famiglie rifuggite, gli dovesse aver mandati fuori della città in fra tre giorni, sotto gravissima pena: per il che ne uscirno dalla città assai, con buona scorta di soldati».
[31]. «Alli 29 detto (marzo 1555) si partirono alcuni contadini compresi nel precetto delle bocche disutili; ed essendo poco lontani dalla città furono presi dagli Imperiali; e tagliatoli il naso e li orecchi, li rimandorno dentro nella città». Vedi anche la Profezia sulla guerra di Siena, Stanze del Perella accademico Rozzo, edite da L. Banchi (Scelta di curiosità letterarie, dispensa XCI) Bologna, Romagnoli, 1868, pag. 10, e le Stanze del Nini a Don Ferrante, ibid., pag. 37:
Strofa XIIIª Evvi certi paesi ruvinati
Ch'altro non ci è rimasto che letame;
E' povar contadin ci son restati
Per lagorare e muoionsi di fame».
e L. Frati, Un'Egloga rusticale del 1508 in Giorn. storico della lett. it., XX; due contadini lamentano la loro triste condizione:
Polo. L'uno ne sforza, e l'altro poi ne invola
E missi e bariselli et exacturi,
Ne' se po' dire una sola parola.
Tonio. O Pol, o Pol, se ancor dieci anni duri,
Serem costretti arar como li boi
Et a caval portar sti tradituri.
In un noto contrasto pubblicato dal Menghini, un villano fa questa descrizione della propria miseria:
. . . . . . . . . .
son senza pan e vin
ne letto ne litiera
e nho se non la spiera
Della chasa,
Ho vendu luua in frasca
& el formento in herba
per me più non si serba
se non el marz'hospedal
(M. Menghini, Canzoni antiche del popolo italiano, riprodotte secondo le vecchie stampe. Roma, 1891, vol. 1º, fascicolo VI, pag. 134).
[32]. Vedi il «Pater noster dei contadini Lombardi» e il «Pater noster delli Villani» pubblicati dal Novati in Giornale di Filologia Romanza, luglio 1879, e in Studi critici e letterari, Torino, Loescher, 1889, pag. 175, La parodia sacra nelle letterature moderne; il Novati ricorda molti altri lamenti consimili francesi e tedeschi.
[33]. Questi ultimi versi sono citati anche dal Novati, Carmina m. e., pag. 29; dovendo esser presto ripubblicato, come abbiamo già detto, non ci fermiamo a parlare più oltre di questo Alfabeto satirico contro i Villani. Solo ricorderemo come nella Biblioteca Trivulziana esista una stampa dell'orazione ricordata nella prima terzina dell'Alfabeto: La sancta croce che se insegna alli putti in terza rima ed è unita all'Alfabeto nel quale si trovano li errori che regnano nel mondo a questi tempi s. d. in fine: Per il Binali, sul campo de San Stephano.
[34]. Vol. miscellaneo S. B. V., VII, 14. Raccolta di Bosinate cd altre poesie in dialetto milanese e della campagna. Di questa raccolta di Bosinate, che, a quanto afferma il Tosi, fu donata da Francesco Cherubini all'Ambrosiana, diede notizie ed estratti G. De Castro, nella Storia della Poesia popolare milanese, Milano, Brigola, 1879, pag. 120 e sgg.
[35]. Vedi per le condizioni nel medio-evo delle popolazioni rurali nel mezzogiorno d'Italia: Diego Orlando, Il feudalesimo in Sicilia, Palermo, Lao, 1847.
[36]. Les œuvres de Maistre Alain Chartier, Paris par maistre P. Vidone, 1529, pag. 402. Il Wright, Histoire de la caricature, pag. 320, ricorda una caricatura del sec. XVI, in cui si accenna all'oppressione del terzo stato.
[37]. Leymarie, Op. cit., pag. 621.
[38]. Per l'Italia vedi Muratori, Rerum it. script., XX, col. 907. Corio, Storia di Milano, vol. II, pag. 325. Cibrario, Op. cit., vol. I, pag. 132-141.
[39]. Lenient, Op. cit., pag. 11.
[40]. Bolte, Op. cit. Vedi a pag. 119: Verzeichnis von Liedern über den Bauernstand, e particolarmente i Bauernklagen, nº 52-69, e i Contrasti tra il Contadino e il Soldato, 70-80. Diamo qui due strofe del Contrasto tra il Villano e il Soldato, pag. 41:
Soldat.
3. Wilt du Bawr mif Güte nicht,
So lauff ich dir ins Hauss
Und hole heraus, was mir gebricht,
Schlage dir die Fenster aus;
Rinder, Ochsen, Schafe, Pferde und Küh,
Die nehme ich und verkauffe sie
Für mich,
Und lebe also täglich im Sauss,
Sehe mit fettem Maul zum Fenster auss
Lustig.
Bawr.
6. Krieg ich dich aber einmahl allein,
So schlag ich dich zu Todt,
Mein Nachbarn mir behülfflich seyn,
Du kriegst die schwere Noth
Und kömpst zu letzt auff Galgen und Radt,
Alssdan dein Leben ein Ende hat.
Schmertzlich,
Hast uns Bawren vexirt genug,
Zu letzt Kömpst du in Nobis-Krug
Endtlich.
Soldat.
15. Wann alles ist auff und verzehrt,
Ziehe ich in ein frisch Landt,
Und du Bawer must betteln gähn
Mit einem Stab in der Handt;
. . . . . . . . . . . . . .
Ich lasse dir Pand und Sand.
Vedi anche il Contrasto tra il Cavaliere e il Contadino pubblicato da Ludwig Uhland, Alte hoch- und nieder deutsche Volkslieder, Stuttgart, 1881, pag. 255.
[41]. Questa poesia satirica contro i villani deve aver goduto una grande popolarità, perchè l'origine ridicolissima e molto umile attribuita ad essi, è spesso ripetuta dai loro detrattori; certamente il Folengo, che tanto copiosamente attinse alla tradizione popolare, ricordava la «ragione» del cantastorie pavese, perchè nell'Orlandino [capo V, strofe 57-58] accorda ai villani la stessa origine:
Passava Giove per un gran villaggio
Con Panno, con Priapo e Imeneo,
Trovan che un asinello in del rivaggio
Molte pallotte del suo sterco feo.
Disse Priapo: questo è gran dannaggio:
Tu, Domine, fac homines ex eo.
Surge, villane, disse Giove allora
E il villan di quei stronzi salta fora.
Ed in quel punto istesso quanti pani
Fur di letame o d'asino o di bove,
Insurrexerunt totidem villani
Per tutto il mondo a far delle sue prove;
Cioè pronte in rubar aver le mani
E maledire il ciel, quando non piove,
Esser fallaci, traditor maligni
Di foco e forca per soi mirti digni.
Una origine simile è attribuita nella tradizione popolare ai Friulani; vedi Bernoni, Tradizioni popolari veneziane, Venezia, 1875, puntata 1ª, pag. 8: «Come xe nata la nazion dei Furlani». «Un giorno San Pietro, andando a spasso col Signore, lo prega, dacchè ha creato tante nazioni, di fare anche quella dei Friulani; il Signore gli osserva che i Friulani saranno cattivi e bestemmiatori, e per dimostrarlo, discende da cavallo e col piede tocca dello sterco di cane, da cui salta fuori un Friulano: Pofardio (el dise sto furlan) so' qua ancia io'». «Astu visto, el Signor alora ghe dise a San Piero, se xe vero che i biastema? Ben, za che i ghe xe, che i ghe staga anca lori. E cussì xe nata la nazion de' Furlani».
[42]. L'asino, che nella favola è sempre l'oggetto dello scherno e dei sorprusi degli animali forti e prepotenti (negli Animali parlanti del Casti, per un intento satirico speciale, è innalzato alla dignità di precettore del principe ereditario) si trova spesso nella satira accomunato col villano; il Folengo nell'Orlandino [cap. II, strofa 29] li dice cugini, forse anche qui ricordando le parole di Matazone:
Vedestu mai qualche poltron villano
Poltron s'appella di suo proprio nome,
Discalzo cavalcar il suo germano
L'asino dico, a mezzo inverno, come
Spesso mena le gambe, quale insano
Acciò di borea il spirto nol dome.
Nel Catorcio d'Anghiari di Federico Nomi è narrato [canto VII, pag. 103] lo strano connubio di un asino con una villana, da cui nasce il mostro Miccione, mezzo uomo e mezzo asino, che diventa poi marito della villana Sandra:
Dicono che una donna empia ignorante
Come sono d'ordinario le villane,
Sprezzando altiera ogni altro caldo amante
Per un somier sentì voglie ben strane...
e nel Nuovo Thesoro de' Proverbji italiani di Buoni Thomaso, Venetia, 1604, pag. 372: «L'asino è un animale tutto pigro, tutto ostinato, tutto pieno di villania, degno della villa... accompagnato sempre da buon bastone, et la sua guida è un villano pur anco egli voto d'ogni discretione...». Sull'asino nella leggenda ha parlato il Finzi nel noto opuscolo; lo Straparola, Le tredici piacevolissime notti, Venetia, Zanetti, 1604 (notte X, nov. 2) ci raffigura l'asino che riesce coll'astuzia vincitore nella lotta impegnata col leone.
[43]. Fu pubblicato da F. Michel, Paris, 1833, e da A. Jubinal, Des XXIII Manières des vilains, pièce du XIIIe siècle, accompagnée d'une traduction en regard, suivie d'un commentaire par Eloi Johanneau, Paris, 1834.
[44]. Questa parodia delle Litanie è uno dei più caratteristici componimenti che abbia prodotto l'irriverente vena satirica-parodica nel medio-evo, ed appartiene a quel genere speciale di produzioni «farsite», cioè composte di volgare alternato colle parole del testo sacro, a cui appartengono pure i «Pater noster» satirici contro i villani. Vedi sulla parodia sacra nelle letterature moderne lo studio già ricordato del Novati negli: Studi critici e letterari, Torino, Loescher, 1875, pag. 175. Molto più recente è la parodia delle Litanie contenuta nel Catéchisme à l'usage des grandes filles qui souhaitent se marier (Bibliographie des ouvrages relatifs à l'amour, aux femmes, au mariage, et de livres facétieux par M. Le C. D'I***, Turin-Londres, 1871, vol. II, pag. 141):
Kyrie, je voudrais
Christe, être mariée
Kyrie, je prie tous les Saints
Christe, que ce soit demain
. . . . . . . . . . . .
[45]. Veramente bizzarra è l'enumerazione dei mali che si invocano da Dio sui villani, e si potrebbe comparare a quella non meno bizzarra della Lauda de l'infirmità di Iacopone da Todi:
O Signor per cortesia
mandame la malsania
a me la freve quartana
la continua e la terzana
la doppia cottidiana
colla grande idropesia
a me venga mal de dente
mal de capo mal de ventre
a lo stomaco dolor pungente ecc.
[46]. Wright, Op. cit., pag. 53: Des vilains. Vedi anche il fabliau: «Le pet au vilain» di Rutebeuf (Montaiglon et Raynaud, Recueil des Fabliaux, III, 68).
[47]. Wright, Op. cit., pag. 49: Satire on the men of Stokton, satira politica contro i servi del monastero di Stockton (contea di Durham); vedi pure dello stesso, Histoire de la Caricature et du Grotesque, pag. 162-163.
[48]. Nell'«oremus» dell'Officium lusorum è detto: «Omnipotens sempiterne deus, qui inter rusticos et clericos magnam discordiam seminasti, praesta, quaesumus, de laboribus eorum vivere, de mulieribus ipsorum vero... semper gaudere». Bartoli, Storia della lett. it., vol. I, pag. 285, nota 3. E l'autore del fabliau «De Gombert et des II Clercs» dopo di aver narrato il brutto tiro giuocato ad un villano da due chierici che egli aveva ospitati, consiglia ironicamente i mariti a negare l'ospitalità ai chierici.
[49]. Jubinal, Jongleurs et trouvères, Paris, Merklein, 1835, pag. 107.
[50]. Nel Catalogue de la Bibliothèque de M. Libri, Paria 1847, è fatto risalire al 1470 circa; questo Contrasto è ricordato anche dal D'Ancona, Op. cit., vol. II, pag. 561, e dal Brunet, Manuel du Libraire, pag. 203, che ripete la data sopradetta.
[51]. Esiste manoscritto nel cod. 443 del sec. XV, della Regia Biblioteca di Monaco di Baviera, fol. 160, nel quale fa seguito alla novella «De uxore cerdonis a presbytero compressa». Vedi Halm et Laubmann, Catalogus codicum latinorum bibl. regiae monacensis, Monachii, 1868. La stessa biblioteca ne possiede pure una rarissima stampa [s. a. 126] adesp. 4 fogli non numerati, s. d. n. l. (cm. 20 × 14), car. rom. con segnature rosse nei fogli 1 r. 2 r. 3 r., che noi abbiamo potuto vedere qui per la cortesia di quel Bibliotecario, Dr Enrico Simonsfeld, al quale rinnoviamo i nostri cordiali ringraziamenti.
[52]. Questo Contrasto è sempre menzionato col titolo di «Altricatio» invece di «Altercatio»; ignoriamo se l'edizione di cui noi parliamo sia quella descritta nel Catalogo Libri e nel Repertorium Bibliographicum dell'Hain, ma essa certamente non è posteriore all'anno 1470, da quanto appare dalle particolarità tipografiche.
[53]. Anche nella Disputatio Mundi et Religionis il Papa è chiamato a pronunziare la sentenza. V. D'Ancona, Op. cit., II, pag. 549, nota 1.
[54]. Nelle commedie rusticali dei Rozzi sono frequentissimi questi Contrasti, particolarmente del «Villano» e dell'«Oste» (padrone) dinanzi al giudice.
[55]. Nella strofa VIII è detto di essi:
Sunt a rure rusticani
et a villa sunt villani.
Ciò contrasta con quanto abbiamo notato più addietro, e dimostra come la corrente satirica contro i villani tendesse ad unire il concetto delle loro rozze maniere con quello del loro vivere lontano dalla vita civile; così nel Flabel d'Aloul la moglie del villano grida:
Bien vous noma à droit vilain
Cil qui premiers noma vo non
Par devit avez vilain à non
Quar vilain vient de vilonie.
Montaiglon et Raynaud, Recueil des Fabliaux, vol. III, 26; e in quel violento sonetto del Pucci, contro i villani, ricordato dal Novati:
Cristo abbia l'alme di quelle persone
Che chiamar prima il Contadin Villano
E poi facciasi allegro, grasso e sano
Quanto quel detto è posto con ragione.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Sonetti del Burchiello, del Bellincioni e d'altri poeti fiorentini alla Burchiellesca, Londra, 1757, pag. 214.
[56]. Wright, Histoire de la Caricature et du Grotesque pag. 121-128. Si ricordi anche il fabliau Des chevaliers, des clercs et des vilains. Due cavalieri giungono, cammin facendo, in un luogo delizioso, e la vista incantevole strappa loro questa esclamazione: «Oh! se avessimo qui delle vivande delicate e dei vini generosi!» Due chierici, giunti nel medesimo luogo, esclamano: «Quanto saremmo felici di avere al nostro fianco in questo paradiso terrestre la nostra dama!» Da ultimo arrivano due villani sui quali la bellezza della natura non fa alcun effetto, e sulle loro azioni è bene non insistere. La satira sta intieramente nel duro contrasto tra i sentimenti delle due prime classi e il ributtante contegno della più spregiata, quella dei villani; la parte più poetica è qui riservata ai «clercs», a cui appartiene senza dubbio l'autore del fabliau.
[57]. Poésies inédites du moyen-âge, Paris, Franck, 1854, pag. 317.
[58]. Ibidem, pag. 341. — Nella stessa raccolta del Du Méril appartiene pure alla satira contro il «Villano» il poemetto De Paulino et Polla del giudice venusino Richardus, e che giustamente dal Du Méril è detto «uno dei saggi meno imperfetti della letteratura drammatica anteriore al Rinascimento». L'argomento del poemetto ci è esposto dall'autore nei seguenti versi:
Materiam nostri, quisquis vis, nosce libelli,
haec est: Paulino nubere Polla petit,
Ambo senes; tractat horum sponsalia Fulco».
Questo comicissimo soggetto è trattato con molto brio dall'autore, che certamente ha voluto dipinger sè stesso nel Fulcone che fe incaricato dalla vecchia, innamorata di Paolino, di concludere il matrimonio; Fulcone le domanda quale dote porti al futuro sposo:
Alveoli veteres non melle carere feruntur
tu quoque denarios, ut meditamur, habes,
e le fa un'umoristica apologia della potenza dell'oro. La vecchia, poco lusingata da questo complimento, si decide a malincuore a fare l'enumerazione dei beni da lei posseduti:
Septem gallinas cum gallo quae generare
non cessant. . . . . . . . .
Notiamo qui che nel vol. miscell. S. B. V. VII. 14 dell'Ambrosiana si legge pure un'altra comica descrizione del corredo nuziale di una villana: Nova | Cipolata | in lingua rustica | Dove si tratta di Maritare Suanina, et tutto | quello se gli vuol dare per Dotta, Milano, Pandolfo Malatesta, 1616.
Fulcone cerca di persuadere Paolino a sposare la vecchia, ma Paolino si scaglia contro le donne, causa di tutti i mali, e siccome Polla è una villana, ecco come dipinge la classe dei rustici:
In toto mundo vix peior bestia vivit,
reptilibus cunctis vilior ipse manet.
Tam mala res usquam puto quod non inveniatur.
Aera cum flatu, corpore fœdat humum
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Non homo sed pecus est qui non perpendit honorem
est ideo fatuus quisquis honorat eum.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Non precibus, sed verberibus, terrore minisque
rusticus assiduis aggrediendus erit.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Esse reus mortis deberet quisquis honorat
villanum, et titulis intitulare studet.
[59]. Jubinal A., Nouveau recueil de contes, dits, fabliaux et autres pièces inédites des XIIIe, XIVe et XVe siecle, Paris, 1839, vol. I, pag. 181.
[60]. Confronta queste accuse con quelle lanciate contro i villani nel Libro de Alexandre, strofa 1665:
Lauradores non quieren derechamientre dezmar
Amanse unos a otros escarnios se buscar:
Buscan so dia negro quando estan de vagar
Suel mucha cobdicia entrellos entrar.
Sanchez, Poetas castellanos anteriores al siglo XV, Madrid, 1864. Il Meyer [Romania, IV, 385] ricorda alcuni altri componimenti di questo genere; nel frammento di poema sopra le classi sociali da lui pubblicato, vengono primi nell'enumerazione:
li clers qui les corunes unt
i quali devono pregare per i laici, poi vengono i cavalieri che devono difendere il paese dagli infedeli, e da ultimo i villani:
Puis establi le vilain
Pur gaanier as altres pain;
questa divisione è ripetuta nel Des Putains et des Lecheors; Wright, Op. cit., pag. 60:
Quant Déex ot estoré le monde,
. . . . . . . . . . . . . .
Trois ordres establi de genz,
. . . . . . . . . . . . . .
Clers et chevaliers, laboranz.
Lès chevaliers toz asena
As tenes, et as clers dona
Les aumosnes et les dimages;
Puis asena les laborages
As laboranz, por laborer.
E nella «Consultatio sacerdotum», Wright, Latins poems..., p. 179 (citato dal Bédier, Les Fabliaux, Paris, Bouillon, 1893, pag. 361):
Laborare rusticos, milites pugnare
Iussit, ac praecipue clericos amare.
Vedi pure Li Mariages des Filles au Diable, Jubinal, Op. cit., pag. 283 e Les Œuvres facétieuses de Noël du Fail, Paris, 1874, tom. I, pag. 7-10.
[61]. Assai popolare dovette essere nel secolo decimosesto questa operetta che appartiene a quel ciclo di componimenti satirici a cui si ricollegano Le Malitie delle Donne scoperte dal Gobbo di Rialto, della misc. marciana 2213, 3, riprodotte dal Menghini, e il cui ritornello, come avverte il Morpurgo, fu parodiato in una canzonetta satirica contro i villani (il Morpurgo ha ristampato per Nozze Cassin-D'Ancona, Firenze, 1893, un'altra poesia satirica intitolata pure «Le Malitie delle donne» che non ha nulla di comune con quella della misc. marciana) e le Malitie dei Villani, assai più note sotto il nome di Sferza dei Villani che noi riproduciamo in Appendice. La Biblioteca Trivulziana possiede due edizioni delle Malitie delle Arti; la prima, di cui abbiamo qui sopra riferito l'ottava cinquantesimaquarta, diretta contro i villani, è un opuscoletto di settantadue ottave; dopo il titolo Le Malitie di Tute l'arte segue una rozza silografia rappresentante varî attrezzi, e comincia:
Emprima io laudo te signor di gloria
e finisce colla chiusa solita di questi componimenti popolari:
fornita è questa storia al vostro honore.
Da una nota manoscritta è detto: Ottave di Giampietro Salvetti (sec. XVI) di Pistoia, stampate in Firenze nel 1562. L'altra edizione ha per titolo: Historia nuova | delle Malitie, e Astutie, et | Inganni, che usa ciascheduna arte. Composte | in ottava rima et novamente stampate, poi sei piccole silografie rap. lavori campestri, s. d. n. l., due fogli, doppia colonna, car. rom. sec. XVI; in questa i villani non sono nominati. Il D'Ancona e il Milchsack ne ricordano un'altra edizione del 1555.
[62]. Le Satire alla Carlona di M. Andrea da Bergamo, Vinegia 1546, vol. 1, pag. 60, satira XIII.
[63]. Curzio Mazzi, La Congrega dei Rozzi di Siena nel sec. XVI, Firenze, 1882, vol. 1, pag. 325.
[64]. Questa «Frottola» (del sec. XVIº, 3 fogli a 3 col. s. d. n. l. adesp. 21 × 16), dopo il titolo ha nel primo foglio la medesima silografia preposta al «Contrasto del matrimonio de Tuogno e della Tamia» ricordato dallo Stoppato, Op. cit., pag. 102. La grande diffusione che nel principio del sec. XVI ebbero queste produzioni popolari, non permetteva per ognuna di esse l'intaglio di una speciale silografia, e perciò molte volte possiamo venire a conoscere il luogo di origine di alcune di esse, per mezzo di queste ripetizioni di silografie tolte da operette più note.
[65]. Carmina illustrium poetarum italorum, tomo X, pag. 262.
[66]. Anche il Garzoni, un secolo circa dopo il Vegio, dopo di aver nel suo curioso libro La Piazza universale di tutte le Professioni del mondo, Venetia, 1587, ricordate le lodi che gli scrittori dell'antichità avevano tributato alla vita campestre proclamandola più invidiabile di quella cittadina, soggiunge: «Con tutte le preminenze et lodi ch'hanno gli Agricoli della terra se io tacessi, Momo mi accuserebbe per partiale; onde è forza contare tutte quelle che io mi ricordo, per fuggir le calonnie di costui; come che il contadino o villano è da meno che un plebeo, perchè il plebeo riposa pur la domenica, et esso molte volte anco la festa è sforzato a sudare intorno al frumento... Il villano è sordido quanto dir si possa... si muta di camiscia se non allo spontar delle luserte, o al rinovar della pelle che fanno i serpenti, o delle corna come fanno i cervi, la qual cosa avviene una volta l'anno... I villani hanno ancora comunemente la conscienza grossa, et massime nel pigliar la robba del padrone, servendosi di quella ordinaria ragione, che son troppo aggravati et angariati da lui. Questa è quella che gli fa diventar furbi et ladroni... che gli induce a fornicar volentieri con le mogli dei vicini, a tornar Gomorra in piedi, a partirsi da messa innanzi all'«Ite missa est»... Hoggidì sono i villani astuti come volpi, malitiosi come la mala cosa, pieni di magagne come il cavallo del Gonella..., e quando si dice villano, tanto è dire, come se alcuno dicesse Barraba fra' ladri, Euribato fra' furbi, Procuste fra gli assassini, Harpalo fra sacrilegi, perchè non regna in lui comunemente nè conscienza, nè ragione, essendo un bue nel discorso, un asino nel giudizio, un cavallaccio nell'intelletto, un alfanna nel sentimento grasso più che il brodo dei macheroni, eccetto che nel male è peggior di un mulo, havendo tanta malitia che lo copre tutto da capo a piede. Per questo il villano è battezzato con tanti nomi di rustico, di tangaro, di serpente, di madarazzo, d'irrationale, di ragano, di villan scorticato, e di villan Cucchino che più dispiace a loro che ogn'altro vocabolo».
[67]. È il cod. 1393, cart. del sec. XV di carte 187; contiene, come già abbiamo detto, a c. 112-114 r. la satira De Natura rusticorum, edita dal Novati; è descritto dal Biadego, Catalogo descrittivo dei Manoscritti della Biblioteca comunale di Verona, Verona, 1892, pag. 37. Ne dobbiamo la copia alla cortesia del prof. conte Carlo Cipolla.
[68]. «E similmente sono ancora di quegli assai che credono troppo bene, che la zappa e la vanga e le grosse vivande et i disagi, tolgano del tutto ai lavoratori della terra i concupiscevoli appetiti, e rendan loro d'intelletto e d'avvedimento grossissimi». Boccaccio, Decamerone, giornata III, nov. I. Queste parole di Filostrato sono ripetute nell'Heptaméron des nouvelles de très haute et très illustre princesse Marguerite d'Angoulême, royne de Navarre, Paris, 1858, nov. XXIX: «Je ne trouve point etrange, dist Parlamente, que la malice y soit plus que aux autres, mais ouy bien, que l'amour les tourmente parmy le travail qu'ilz ont d'autres choses...».
[69]. Attilio Portioli, Le Opere Maccheroniche di Merlin Cocai, Mantova, 1892, Volume I, Maccheronica VII, pag. 186:
. . . . . . . . quid sueta ligone
Vomere et attrito rigidas sub vertere glebas
Rustica progenies aspirans grandibus ambit?
En pastus siliquas, paleis caput obrutus, et qui
Non nisi festivo tellurem tempore sputis
Inficit, abiectus, sordens, alienus ab omni
Morigero cultu, tantum suefactus aratro,
Aut stimolare boves, aut stercus fundere campis...
Maccheronica XI, pag. 257:
Est sacrificium sanctum ammazzare vilanos.
Sanguine vult (Baldus) spadam nec spegazzare vilano.
E a pag. 261, parlando delle devastazioni portate dalla grandine:
Poltronos facit haec se desperare vilanos.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Audis gaioffos tali pro sorte vilanos
Blasphemare Deum, coeloque ostendere ficas.
E nell'Orlandino, cap. V, ottava LVI:
Perch'esser al villan crudo e severo
Altro non è se non bontà e clemenzia;
Anzi dirò che un fusto grosso intero
È quello che gli spira gran prudenzia:
Dalli pur bastonate sode e strette
Che non si ha di guarirlo altra ricetta.
dove è ripetuto il notissimo proverbio degli Alfabeti e di tutte le altre poesie satiriche contro i villani.
[70]. Anche nella poesia popolare tedesca sono frequenti le lodi all'utilità del contadino. Ricordiamo i canti nº 1-6 editi dal Bolte nella raccolta ricordata.
[71]. Sono note le lodi esagerate che gli tributarono i contemporanei che lo dissero «secondo Virgilio»; particolarmente interessante per il nostro studio è l'egloga quarta, tra le dieci di cui si compone l'opera sua giovanile Adolescentia, intitolata «De disceptatione rusticorum et civium» nella quale un villano narra a un altro quale sia l'origine della diversità di condizione tra la popolazione della città e quella del contado, come gli ha raccontato un giorno Aminta: Il Creatore, dopo tre lustri da che aveva posti Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, scende un giorno sulla terra e domanda ad Eva di vedere la loro prole; Adamo era assente e la nostra prima madre, temendo che i nati non sembrassero troppo numerosi al Divin Padre, ne nasconde alcuni nel fieno, e gli presenta i più grandicelli a cui il Creatore dispensa gli onori terrestri; la madre, incoraggiata da questa buona accoglienza, corre a prendere gli altri e li presenta così com'erano, coperti di strame e di ragnatele, al Creatore:
Non arrisit eis, sed tristi turbidus ore:
Vos foenum, terram, et stipulas, Deus inquit, oletis;
Vester erit stimulus, vester ligo, pastina vestra...
L'altro villano risponde che Aminta, essendo cittadino, segue il costume della gioventù urbana di deridere i villani, ma che invece gli abitanti della campagna sono da preferirsi per la loro innocenza a quelli della città, di cui enumera lungamente i vizi:
Insanis, Fulica, insanis, tot in urbibus hostes
Sunt tibi quot cives, hi nos tondentque pilantque
Non habita nostri capitis ratione coarctant.
[72]. Confronta questa accusa d'irreligiosità fatta dal Folengo ai villani, colle lodi che invece il Mantovano tributa alla loro pietà nell'egloga VIII «De rusticorum religione».
[73]. È degno di osservazione il fatto di veder qui i pastori trattati nella satira assai peggio dei villani, mentre vedremo nella drammatica popolare dei Rozzi e nel dramma pastorale continuamente distinte le due classi, e il villano rappresentato sempre come disturbatore degli amori idillici dei pastori, ufficio che più tardi fu assegnato al satiro. Anche il Bolte ha osservato come avvenga ben presto nella poesia pastorale questa disparità di trattamento tra i villani ed i pastori: «Den meisten dünkt der Abstand zwischen dem vergilischen Ideal und der gemeinen Wirklichkeit zu gross, und sie verfallen auf den seltsamen Ausweg, die Landbevölkerung in zwei Gruppen, edle Schäfer und grobe Bauernrüpel, zu teilen. Für die letzteren haben sie nur stolze Zurückweisung oder Hohn» Bolte, Op. cit., pag. 8. In un poemetto rusticale di Ferdinando Franchi, intitolato Gli Sciali dei Contadini del Piano (sec. XVIII) e inteso a satireggiare la voracità dei villani, vediamo il perdurare, in questo genere di componimenti, di questa distinzione:
Le sontuose mense dei villani,
le feste, i balli e le allegrie io canto
non già di quei che con industri mani
fendono al vago colle il duro manto,
ma sì de' malcreati pianigiani
che sopra tutti han di rapaci 'l vanto:
razza ignorante e rustica nazione,
che duro più dell'asino ha 'l groppone.
Ma avremo occasione più tardi di ritornare su questo argomento; dacchè abbiamo ricordato il poemetto del Franchi, non sarà fuor di luogo che riproduciamo qui la descrizione curiosa ch'egli fa di un pranzo nuziale di contadini. Appena è portata la minestra in tavola:
XXIV. Getta la turba a cotal vista un grido
grido di gioia e di letizia adorno
che ne rimbomba ogni vicino lido
e ne trema la terra intorno intorno:
giunge perfino dentro al Regno infido,
. . . . . . . . . . . . . . . .
e nelle ombrose solitarie selve
le feroci spaventa orride belve.
XXV. Vedeste mai rabbioso stuol di cani
da cruda fame oppressi e tormentati
dal ferro uccisa belva a brani a brani
divorarsi coi denti smisurati?
. . . . . . . . . . . . . . . .
sono cotali que' villan cornuti
che per vantaggio lor son molto astuti.
XXVII. . . . . . . . . . . . . . . . .
O razza buscherona contadina,
o rustica progenie sconsagrata!
laggiù nell'eternale atra fucina
la moglie di Pluton t'ha ingenerata!
Ingolleresti tutta la cucina,
mangeresti un demonio in carbonata.
Questo poemetto fu pubblicato da G. Nerucci nell'Archivio per le trad. pop., vol. II, pag. 294.
[74]. La Cortona Convertita del Padre Francesco Moneti con la Ritrattazione ed altri bizzarri componimenti poetici del medesimo autore, Amsterdam, 1790, pag. 292. — Il Moneti scrisse anche una satira Della vita e costumi de' Fiorentini, ristampata nel nº 8 della Bibliotechina grassoccia.
[75]. Il Rossi illustrando un componimento di questo genere che si trova nelle Lettere del Calmo (Le lettere di M. A. Calmo, Torino, Loescher, 1888, pag. 149) annunziò di aver raccolto un gran numero di questi testamenti umoristici; speriamo ch'egli attenga presto la promessa fatta di trattare ampiamente di questo argomento tanto caratteristico della letteratura popolare. Ricorderemo qui solo alcuni dei più noti. Che il protagonista di questi testamenti umoristici fosse molto spesso il Villano, e ch'essi fossero recitati dai buffoni e dai giullari per dar spasso nei conviti alle liete brigate, ci è attestato dal Garzoni, La Piazza universale, cap. dei Buffoni, pag. 352: «Hor ne' moderni tempi la buffoneria è salita sì in pregio, che le tavole signorili sono più ingombrate di buffoni, che d'alcuna specie di virtuosi; e quella Corte par diminuita, e scema, dove non s'oda, o non si veda un Caraffula, un Gonnella, un Boccafresca in catedra, che dia tratenimento con favole, con motti, con piacevolezze, con bagatele, con mocche, all'honorata udienza, che gli siede intorno. Quivi il buffone recita i testamenti villaneschi di Barba Mengone, e di Pedrazzo; adorna l'instromento, che fa Sier Cecco di parole più grosse, che quelle del Cocai... parla di medicina come un Mastro Grillo...». Oltre il noto Testamentum asini pubblicato dal Novati nei Carmina m. e., ricorderemo i seguenti altri:
I. Desperata: Testamento: et Tran | sito de Gratios da Bergem | per venturina de val Lu | gana. Composta per el dottor Farina: | Cosa da crepar | dal ridere... In Venetia per Stephano Bindoni, 1554, Miscell. marciana 2213, 5:
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
E lagi, mi brigadi, a i me paret
un per de scarpi vechi senza suoli
che combri za tre agn per do marchet
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
E sto gabà el lagi e la gonella
al spicial fò da San Salvador
perchè i robè una volta una porcella...
II. Il Testa | mento de Zuan Polo | alla schiavonescha col nome del | noder et di testimonii et | comessarii con l'epitaphio che | va sopra la sepoltura et | un sonetto molto ridiculoso. Miscell. marc. 195, 7.
III. El contrasto del matrimonio de Tuogno e de | la Tamia el quale e Bellissimo et notamente composto da ridere et sgrignare ecc. | Item un bel testamento de un altro | villan da havere grande piacere: | et el Pianto de la Tamia, poi segue una silografia rappresentante quattro villani che si appellano davanti al giudice. Del Contrasto ha parlato lo Stoppato; nel testamento burlesco Tuogno lascia sua erede universale la Tamia:
el corpo me a le grole
e l'anima a chi la vole.
IV. Il Testamento | di M. Latantio | mescolotti | cittadin del Mondo. Miscell. Marc. 2208, 12:
Lascio a color che sono innamorati
mille rivolgimenti di cervello
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
L'otio a' Poeti, et a i poveri la fame
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Lascio ch'ognun d'estate goda il caldo
Item lascio le scuse a i debitori.
Vedi Guerrini, La Vita e le Opere di G. C. Croce, Bologna, Zanichelli, 1879, Saggio bibliografico nº 258. Confronta anche nel medesimo i testamenti burleschi dei numeri 139, 220, 252, 256, 257.
V. Testamento novamente | fatto per Messer | Faustin Ter | dotio Miscell. Marc. 2147, 3:
el capello ai tignosi
li capilli ai tosi
le orecchie a i sordi
il cervello ai balordi
il lassa ai cechi gli occhi
ai zaltruni i pidocchij
la lingua dona ai mutti
e la vesica ai putti.
Questo testamento burlesco è ricordato dal Rossi, Lettere di M. A. Calmo, Appendice II. Il Rossi ha pure pubblicato un altro testamento burlesco satirico nell'Intermezzo, Rivista di Lettere, Arti e Scienze, Anno I, Alessandria, 1890, pag. 629.
VI. Un altro testamento burlesco è nell'atto quarto della Tragicomedia di Squaquadrante Carneval et di Madonna Quaresima..., Brescia 1544 (Vedi la descrizione bibliografica di quest'operetta in: Luigi Manzoni, Il libro di Carnevale dei sec. XV e XVI, Bologna, Romagnoli, 1881, Scelta di curiosità letterarie, dispensa CLXXXI), operetta che da una nota manoscritta dell'esemplare posseduto dalla Trivulziana è attribuita a Filippo Ferroverde Pittore senese, e che continua ad essere ristampata per il popolo (V. Biondelli, Saggio sui dialetti gallo-italici, Milano, Bernardoni, 1853, parte I, pag. 178 e 188); e molti altri ne ricorda il Nisard nell'Histoire des Livres populaires ou de la Litérature du colportage, Paris, 1864, tomo I, cap. VI. Ricordiamo pure: La Farce de M. P. Pathelin avec son Testament à quatre personnages, Paris, 1723. Nel volume miscell. S. B. V. vi. 65 dell'Ambrosiana si legge pure un testamento burlesco, che ha il seguente titolo: Vita e testament de l'Omm de preja, Milano, 1850.
[76]. Usi e pregiudizi de' Contadini della Romagna, operetta seriofaceta di Placucci Michele, Forlì, Barbiani, 1848, in Archivio per le tradizioni popolari, vol. III, pag. 486; fu poi ristampata dal Pitrè, Palermo, Pedone, 1885, nel vol. I delle Curiosità popolari tradizionali.
[77]. T. Wright, Histoire de la Caricature et du Grotesque, Chapit. V, pag. 70.
[78]. E. Du Méril, Poésies inédites du moyen âge précédées d'une Histoire de la Fable Ésopique, Paris, Franck, 1854, pag. 9.
[79]. Léopold Sudre, Les Sources du Roman de Renart, Paris, Bouillon, 1893, pag. 12. Vedi anche Canello, Saggi di critica letteraria, pag. 170: Favole, Fabliaux e Fiabe su Renardo e Isengrino.
[80]. Lenient, La satire en France au moyen-âge, pag. 127.
[81]. Du Méril, Op. cit., pag. 108.
[82]. Nelle favole non è raro di vedere il villano contrapposto al lupo; ricorderemo la XXII del Novus Aesopus di Alessandro Neckam: De lupo et bubulco. V. Du Méril, Op. cit., pag. 193. Nella facezia CLXII del Poggio il lupo è sostituito dalla volpe.
[83]. Sudre, Op. cit., pag. 341.
[84]. Lenient, Op. cit., pag. 134. «Renart est le type et le héros d'une generation nouvelle. Le monde commence à se désenchanter de la force pour adorer une autre puissance, l'adresse, la ruse, ce qui s'appellera plus tard la politique.
Tot cil qui son d'engin et d'art
Sont mes tuit apelé Renart.
[85]. Martin, Le Roman de Renart, Paris, 1882-87, v. 10180.
[86]. Lateinische Gedichte des Xe und XIe Jh. herausgegeben von I. Grimm und A. Schmeller, Göttingen, 1838; vedi quanto è detto nella Prefazione, pag. XVIII, sulla origine popolare di questa novella.
[87].
Ad mensam magni principis
Est rumor unius bovis
Presentatur ut fabula
Per verba jocularia.
[88]. Nei fabliaux si accenna sempre alla classe dei villani benestanti:
Jadis estait uns vilains riches
Més moult estoit avers et ciches.
[89]. Nel: Vanto di duoi | Villani | cioè | Sandron e Burtlin | Sopra le astutie | tenute da essi nel vender le | castelate quest'anno | Cosa bella, e da ridere, del Croce || In Bolog. per lo Erede del Cochi al Pozzo rosso con Licenza dei Super. e Pri. (Vedi Guerrini, Op. cit., pag. 481, nº 262)
A tal ch'sti Zittadin,
Han ben dal gof a dirla qui fra nu,
Sis credin cha siamo turlurù.
Ch's'iavesin ben più
Occhi ch'n'nha al Pavon in t'la cova
I n'aran mai da nu la part sova
. . . . . . . . . . . . . .
nu cuntadin,
Nassem tut cun l'man fat a rampin.
[90]. Vedi sulle descrizioni del Paradiso deliziano e del Paese di Cuccagna, Albino Zenatti, Storia di Campriano contadino, Bologna, Romagnoli, 1884 (Scelta di curiosità letterarie, dispensa CC), pag. LVIII, e Vittorio Rossi, Lettere di A. Calmo, Appendice II, pag. 398.
[91]. Sudre, Op. cit., pag. 228.
[92]. Anche Renart, vinto in combattimento da Roonel, si finge morto ed è messo in un sacco e gettato nel fiume, ma è poi salvato dal cugino Grimbert. Ricordiamo come riscontro all'aneddoto del sacco, oltre quelli già notati, dal Köhler, dall'Imbriani, dallo Zenatti, dal Pitré e dal Rua, la seconda farsa di Tabarin nella quale il capitano Rodomonte, colla solita promessa, induce lo sciocco Lucas ad entrare nel sacco. Anche nella novella Les Lunettes di La Fontaine (Marty-Laveaux, Œuvres complètes de La Fontaine, Paris, Jannet, 1857, t. II, parte IV, pag. 295), il giovane che si era introdotto nel monastero e si era tradito rompendo gli occhiali dell'abbadessa, legato ad un palo, sta per essere castigato della sua temerarietà; ma fortunatamente passa un mugnaio, a cui il giovane fa credere che i tormenti che lo aspettano sono una punizione delle sue oneste ripulse, e il mugnaio si fa mettere al suo posto e viene in sua vece bastonato.
[93]. Questo caratteristico fabliau (Montaiglon et Raynaud, Op. cit., t. III, 74) che ha ispirato a Molière il suo Médecin malgré lui è noto nella novellistica italiana sotto il nome di: Storia | nuova | piacevole | e da ridere | di un Contadino nominato Grillo, il quale si volse far medico | e per le sue astutie diventò ricco, ecc... Oltre i numerosi riscontri che ne diedero il Köhler nella decimanona illustrazione alla Posilecheata di Pompeo Sarnelli nella ristampa curata dall'Imbriani, e il Rossi, Op. cit., libro IV, pag. 270, ricorderemo la novella quinta del Sermini (Le Novelle di Gentile Sermini da Siena, Livorno, Vigo, 1874): «Maestro Caccia da Seiano era sì in cerusica ed in fisica valentissimo, che veduto, senza dare medicina alcuna, in meno di due naturali, ogni infermità curava perfettamente» nella quale, come nelle Aventures des Til Ulespiègle, première traduction complète par P. Jannet, Paris, Lemerre, 1880, pag. 26, è riprodotta la seconda parte dell'aneddoto. Il Baruffaldi, come è noto, ha sciupato questo comicissimo tema, diluendolo in un poema di dieci canti (Grillo, Canti dieci d'Enante Vignaiuolo, Venezia, apresso Homobon Bettanino, 1738), nel quale ha tentato di fare del villano Grillo un successore della tradizione Bertoldesca:
Tenea in fronte però tal signatura,
Che mostrava avanzar d'astuzia, e senno,
Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.
(Pag. 4, strofa X).
[94]. Montaiglon et Raynaud, Op. cit., tomo III, nº LXXXI.
[95]. Vedi Lenient, Op. cit., cap. V.
[96]. Confronta le circostanze spaventevoli che accompagnarono la nascita del mago Merlino, con quelle molto comiche narrate nel capitolo primo delle Aventures de Til Ulespiègle, P. Jannet, Paris, 1880: «De la naissance de Til Ulespiègle, et comment il fut baptisé trois fois en un jour».
[97]. I due primi libri della Istoria di Merlino, per cura di G. Ulrich, Bologna, Romagnoli, 1884 (Scelta di curiosità letterarie, dispensa CCI), pag. 39.
[98]. L'Esopo di Francesco del Tuppo, per cura di Cesare de Lollis, alla libreria Dante in Firenze, 1886, pag. 27. Vedi anche Du Méril, Op. cit., pag. 34, e la Vita di Esopo del La Fontaine (Œuvres de J. de La Fontaine, Paris, Hachette, 1883, t. I, pag. 26-54).
[99]. El Dyalogo di Salomon e Marcolpho a cura di Ernesto Lamma, Bologna, Romagnoli, 1885 (Scelta di curiosità letterarie, dispensa CCIX). Quella stessa tendenza verso il meraviglioso che nella coscienza medioevale aveva fatto credere che i saggi dell'antichità fossero iniziati nei segreti dell'arte magica e dotati di poteri soprannaturali, andava pure rivestendo i sapienti dei caratteri particolari che la tradizione attribuiva all'indovino delle tradizioni popolari. Nel Fiore di Filosofi e di molti savi, Bologna, Romagnoli, 1865 (Scelta di Cur. Lett., dispensa LXIII) edito dal Cappelli, Socrate è così descritto: «Socrate fu grandissimo filosofo in quel tempo e fu molto laidissimo a vedere, ch'egli era piccolo malamente, ed avea il volto piloso, le nari ampie e rincagnate, la testa calva e cavata, piloso il collo e li omeri, le gambe sottili e ravvolte».
[100]. El Dyalogo, ecc., pag. XXXII.
[101]. Angelo De Gubernatis, Storia della Satira e Florilegio di satire ed epigrammi, Firenze, 1884.
[102]. F. L. Pullé, Un progenitore indiano del Bertoldo, negli Studi editi dall'Università di Padova a commemorare l'ottavo centenario della origine della Università di Bologna, Padova, 1888, vol. III.
[103]. Il Wesselofsky (Giorn. storico della lett. ital., volume VIII, pag. 275) osserva che nel ciclo delle leggende salomoniche negative che dimostrano il saggio re confuso dal suo rustico interlocutore si possono far rientrare «la leggenda abruzzese testè recata in luce dal Pitrè (Archivio, IV, 514, 515) non che il fabliau francese, avvertito dal Mussafia, di un giovane il quale profittando dei savi consigli di suo padre, cui egli salvò la vita, riesce a sciogliere le bizzarre quistioni propostegli dal re». A questo ciclo dell'indovino del volgo, del villano astuto che scioglie gli enigmi propostigli dal suo signore si ricollega pure la novella quarta del Sacchetti: «Messer Bernabò, signore di Milano, comanda a uno abate che lo chiarisca di quattro cose impossibili: di che uno mugnaio, vestitosi de' panni dello abate, per lui le chiarisce in forma che rimane abate, e l'abate rimane mugnaio»; questa novella è ripetuta nel Grand Paragon des Nouvelles di Nicolas de Troys, Paris, Franck, 1879, nov. 40ª. «D'un seigneur qui par force vouloit avoir la terre d'ung abbè, s'il ne luy donnoit responce de trois choses qu'il demandoit, laquelle il fit par le moyen de son mounier». Così pure la troviamo tra le novelline dell'Hebel in Germania, e nei Contes populaires de la Gascogne, raccolti dal Bladé, Parigi, 1886, tomo III, pag. 297. Nelle novelline popolari vediamo il villano vincere persino il diavolo nell'abilità di sciogliere enigmi; basterà che ricordiamo la novella XXVI dei Cryptadia, Contes secrets traduits du russe, Recueil de documents pour servir à l'étude des traditions populaires, Darmstadt, 1883-86, vol. I, pag. 59. Nell'Orlandino di Limermo Pitocco, Le opere Maccheroniche di Merlin Cocai, ed. cit., vol. III, parte I, cap. VIII, Marcolfo scioglie gli enigmi proposti all'abate Griffarosto; il Folengo ha trasformato l'astuto villano in cuoco dell'abate. Per altri riscontri vedi: De Castro, Op. cit., pag. 183, e V. Imbriani, La Novellaia fiorentina, Livorno, Vigo, 1877, pag. 621.
[104]. Guerrini, Op. cit., pag. 185.
[105]. Il carattere religioso della figura di Salomone, il re saggio per grazia divina, concorse a conservarne la grandiosità leggendaria: nella Rappresentazione di Salomone il Signore apparendogli in sogno, gli dice:
Io t'ho donata molta sapienza
più che mai fusse in persona raccolta,
et ancor voglio per la mia clemenza
che più degli altri abbi ricchezza molta,
onore, gloria e fama ancor ti dono.
Non potendo, per questo carattere religioso, essere intaccata la maestà della figura del re saggio per grazia divina, la tradizione popolare cercò di spiegarne la sconfitta per opera dell'indovino del volgo, accordando all'astuzia del villano un'origine comune, quantunque molto più modesta, con quella della sapienza salomonica. Vedi El Dyalogo di Salomon e Marcolfo per Ernesto Lamma, ecc., pag. 37.
[106]. Lamma, Op, cit., pag. XLV.
[107]. Novati, in Giorn. St., V, pag. 258.
[108]. Tra i molti rifacimenti a cui andò soggetta l'opera del Croce, ricorderemo i Trastulli della Villa di Camillo Scaliggeri, Venetia, 1627, in cui è narrato il viaggio della famiglia di Bertoldo alla corte del re Attabalippa, e lo Specchio ideale della Prudenza tra le pazzie, ovvero Riflessi morali sopra le ridicolose azzioni, e semplicità di Bertoldino, Firenze, 1707, del Moneti, curiosa satira del bizzarro Cortonese contro i dotti commenti degli Umanisti. Carlo Goldoni, compose un dramma giocoso per musica intitolato: Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno. Il re Alboino fa venire alla sua corte la famiglia di Bertoldo, e si innamora di Menghina, moglie di Bertoldino; questi è geloso al massimo grado, e dopo alcuni avvenimenti non molto spiritosi, la famiglia dei villani ritorna ai suoi monti e ai suoi cibi prediletti. L'unica scena che ricorda il racconto del Croce, è l'incontro di Alboino con Bertoldo, il quale parla al re con molta ruvida franchezza; qui non abbiamo più le astuzie tradizionali con cui Bertoldo inganna la regina, e il villano è persino ingannato dalla nuora.
[109]. V. Zenatti, Op. cit.; G. Rua, Intorno alle piacevoli notti dello Straparola, in Giorn. storico della Lett. It., vol. XVI; Pitrè, Archivio per le tradizioni popolari, vol. I, pag. 200.
[110]. Montaiglon et Raynaud, Op. cit., t. IV, nº XCVI.
[111]. Montaiglon et Raynaud, Op. cit., t. III, nº LXXX.
[112]. Barbazan, Fabliaux et Contes, Paris, 1808, t. II, pag. 127.
[113]. Questa storiella esiste anche in un codice Vaticano da cui la trasse l'Hauréau (Notices et Extraits des Mss. de la Bibl. Nat., t. XXIX, pag. 322), De clericis et rustico. Il villano dice tra sè sul conto dei compagni: «Sed sint urbani cum semper in urbe dolosi...». È noto poi come questa astuzia sia stata più tardi attribuita a Pulcinella. Per altri riscontri vedi Vittorio Imbriani, Dante e il Delli Fabrizi in Atti della R. Acc. di Scienze di Napoli, vol. XX, pag, 10, e la Novellaia fiorentina, pag. 616.
[114]. Hervieux, Les fabulistes latins, Paris, Firmin Didot, 1894, t. II, pag. 420, Romuleae fabulae Gualteri Anglici, Favola IV dell'Appendice. Questa favola, che ci dimostra quanto grande fosse lo scherno di cui era fatta oggetto nel medio-evo la disgraziata classe dei villani, deve aver goduto di una grande diffusione, perchè la ritroviamo spesso ripetuta. Essa, come è noto, forma l'argomento del fabliau di Rutebeuf, Le pet au vilain (Montaiglon et Raynaud, Op. cit., t. III, nº LXVIII):
. . . . . . . . . . . . . .
Onques à Ihesu Crist ne place
Que vilainz ait herbergerie
Avec le Fil Sainte Marie;
Car il n'est raison ne droiture,
Ce trovons nous en Escriture;
Paradis ne pueent avoir,
Por deniers ne por autre avoir;
Et à Enfer ront il failli,
Dont li maufè sont maubailli.
. . . . . . . . . . . . . .
Ainsi s'acorderent jadis
Qu'en Enfer, ne en Paradis,
Ne puet vilains entrer sans doute.
Il poeta destina i villani alla Terre de Cocusse. La troviamo anche nel Volgarizzamento delle favole di Galfredo dette di Esopo (edito da G. Ghivizzani, Bologna, Romagnoli, 1866, Scelta di curiosità letterarie, dispense LXXV-LXXVI, fav. LXV) ed è seguita dalla seguente Moralità temporale: «Per il villano s'intende l'uomo cattivo, la compagnia del quale non solo dalli buoni è rifiutata, ma anche dalli cattivi». Già nel poemetto, De Paulino et Polla, abbiamo visto come fosse rimproverato alla classe dei rustici di corrompere la purezza dell'aria:
Aera cum flatu, corpore fœdat humum.
Cene della Chitarra parodiando i dodici sonetti dei mesi di Folgore da S. Gemignano, contrappone alle gaie feste ed ai baci di belle fanciulle promessi da Folgore ai suoi concittadini, la compagnia dei villani:
Intorno questo sianovi gran bagli
Di villan scapigliati e gridatori
Dai quai risolvan sì fatti sudori
Che turben l'aire, sì che mai non cagli.
Poi altri villan facendo in mancie
Di cipolle, porrate e di marroni
Usando in queste gran gravezze e ciancie.
A questo ciclo di satire contro il fetore dei villani, possiamo aggiungere anche il racconto del villano asinaio che passando in una via dove era la bottega di un profumiere fu tanto colpito dall'odore degli aromi «essendo stato nutrito en lo fango et in lo fetore de la stalla» che cadde a terra privo di sensi e non ritornò in sè fino a quando non gli fu posto sotto il naso un poco di letame. (Vedi F. Ulrich, Recueil d'exemples en encien italien, in Romania, Romania, XIII, 1884, nº 49, pag. 55 e Novati, in Giorn. Storico, III, 322 e V, 321; vedi anche il nº 54 degli Exempli dell'Ulrich, De un sengnore et uno vilan). È noto come l'autore del corrispondente fabliau, De vilain asnier, faccia seguire la storiella da questa morale:
Ne se doit nus desnaturer.
che ci fa ricordare la favola dell'Escarbot et sa Femme, di cui parla il Wright, Histoire de la Caricature, ecc. cap. V, pag. 71, e la risposta che il lupo dava ai monaci che volevano insegnargli a leggere. Vedi anche la novella XXI dei Cryptadia, vol. I, pag. 49.
[115]. Notiamo come nelle favole LXXXIX e XC sia rivolta contro i villani l'accusa di non saper conservare i segreti, la quale, nella saga salomonica, e ancora prima nella leggenda di Mahausadha, era diretta dal volgare indovino contro le donne.
[116]. Vedi le favole LIII, LXXXIII.
[117]. Vedi le favole LXXV, LXXVI; quest'ultima è ripetuta dal Sercambi (Novelle inedite tratte dal cod. Trivulziano CXCIII per cura di R. Renier, Torino, Loescher, 1889) nella nov. LXXX.
[118]. Montaiglon et Raynaud, Op. cit., t. IV, nº CIX; sarebbe troppo lungo e inopportuno il ricordare qui tutti i fabliaux che dipingono l'infelicità coniugale del villano. Ricorderemo quello, Du preste ki abevete, che ha qualche analogia col Vilain de Bailleul, così pure il Fabliau d'Aloul, il Meunier d'Arleux, la Sorisete des estopes, Le quatre souhais Saint Martin, ecc.
[119]. Questo fabliau che, come è noto, fornì l'argomento alla nov. VIII della giornata III del Decamerone, appartiene al ciclo leggendario delle narrazioni riferentisi allo sciocco che si crede morto o cambiato con un altro. Basterà che ricordiamo la novella II del Sercambi (ediz. cit.), De Semplicitate, la facezia LXVII del Poggio; in una novella del Fortini, il villano Santi del Grande recatosi in città a vendere due capretti, è persuaso da alcuni burloni che essi sono capponi e non capretti, come i ladri avevano fatto col prete Scarpacifico (Straparola, Notte 1, fav. II) e Eulenspiegel col villano (pag. 133, cap. LXVIII), e, convinto di esser morto, si lascia fare i funerali, e solo dalle provvidenziali bastonate con cui è accolto dal fratello è richiamato alla realtà della vita. Anche nella Trinuzia del Firenzuola i servi persuadono il dottor Rovina ch'egli non è più lui stesso, come è narrato del Grasso Legnaiuolo, e come è fatto credere a M. Niccolò nello Stufaiolo del Doni, a Calandro nella commedia del Dovizi, ed al marito dalla moglie infedele in alcune novelle (Vedi la II delle Antiche Novelle in versi di tradizione popolare riprodotte sulle stampe migliori con introduzione di G. Rua, nel vol. XII delle Curiosità popolari tradizionali pubblicate per cura di G. Pitrè, Palermo, Clausen, 1893, e la novella Mustafà del Batacchi). La storiella dello sciocco che si lascia fare i funerali e che è lasciato cadere in terra dai portatori perchè l'intendono parlare, è ripetuta dal Poggio, facezia CCLXVII; dal Morlini (Novellae, Fabulae, Comedia, Lutetiae Parisiorum, 1855, nov. II); dal Lasca (La prima e la seconda Cena di A. Grazzini, Milano, 1810, cena II, nov. II) e nella tradizione popolare questa scempiaggine è attribuita a Giufà in Sicilia (Pitrè, Fiabe, Novelle e Racconti popolari siciliani, Palermo, Pedone, 1875, vol. III, cap. CXC), a Iuvadi in Calabria (F. Mango, La leggenda dello sciocco nelle novelle calabre, in Archiv. per le trad. pop., vol. X, pag. 45). In questo ciclo si può comprendere la «Farce nouvelle de Malmet badin natif de Baignolet, qui va à Paris au marché pour vendre ses œufz et sa cresme, et ne les veult donner si non au pris du marché» (Violet Le Duc, Ancien Théâtre François, Paris, Jannet, 1854, t. II, pag. 80), e la novella LXVIII di Bonaventure des Periers.
[120]. Histoire litt. de la France, XXIII, p. 204. Oltre l'analisi minuta dei fabliaux che hanno per protagonista il villano, fatta dal Le Clerc, dal Lenient e dal Bédier, essi furono riassunti dal Ledieu nell'Op. cit., dove si trovano anche alcune notizie sulla condizione dei villani nel medio-evo.
[121]. È attribuita anche ai saggi di Gotham. (Vedi Wright, Histoire de la caricature, ecc., pag. 212). Secondo un'altra storiella, il villano, avendo perduto l'asino, si reca da un ciarlatano e si fa dare una medicina per ritrovare la sua cavalcatura (Poggio, facezia LXXXVI; Bonaventure des Perriers, novella XCIV).
[122]. Poggio, facezia XII. Il Delli Fabrizi, come vedremo, l'attribuisce ai Bergamaschi.
[123]. Poggio, facezia XI; Malespini, Duecentonovelle, parte II, nov. LXIV; G. Finamore, in Archivio per le tradizioni popolari, vol. IX, pag. 157.
[124]. Vedi il fabliau Brifaut, Montaiglon et Raynaud, Op. cit., t. IV, nº CII. Questa fa parte del ciclo delle numerose scempiaggini che nel folklore continuano ad essere attribuite al tipo leggendario dello sciocco.
[125]. Morlini, nov. XIII; Straparola, notte XIII, fav. II, e si trova inoltre nella Raccolta di burle, facezie, ecc., poste insieme da Alessandro di Girolamo Sozzini, gentiluomo sanese, Siena, 1865, nella Cortigiana dell'Aretino (Atto I, scene XI-XVIII), nelle facezie di M. Poncino della Torre, del Piovano Arlotto, di C. Dati, nel Cortigiano del Castiglione, Firenze, Sansoni, 1894, libro II, cap. LXXXIX. Per altri riscontri vedi Rua, Intorno alle piacevoli notti dello Straparola, in Giornale storico della Lett. Ital., XVI, pag. 278.
[126]. Agli accenni ricordati dal Guerrini (Op. cit., pag. 259-260) sull'imperizia dei Veneziani nel cavalcare, aggiungiamo i seguenti: la scena III dell'atto I della Talanta dell'Aretino dove si narrano le comicissime paure del veneziano Vergolo che deve essere aiutato da tre o quattro persone per montare a cavallo. Carlo Dati narra di un Veneziano, che andato a una posta, chiese un cavallo lungo per sei persone. Molti altri sono ricordati da V. Cian nel commento al Cortegiano, ed. cit., libro I, cap. XXVII, lib. II, cap. LII.
[127]. Montaiglon, ecc., I, nº X. Vedi anche Sacchetti, novella CXXXIV, e Kryptadia, vol. I, pag. 158, nov. XLIX.
[128]. Montaiglon, ecc., t. I, nº XI; Ledieu, Op. cit., pag. 111.
[129]. A questo ciclo si riconnette anche il noto fabliau De Berangier au lonc c... (Montaiglon, ecc., t. III, pag. 252, n. LXXXVI), nel quale si narra come una figlia di un castellano povero, costretta a sposare un ricco villano smargiasso, faccia al marito una certa burla sulla quale è bene non insistere, smascherandone la codardia e costringendolo a sopportare in pace che essa conceda il suo amore ad un nobile cavaliere. Il villano invece confonde e svergogna la moglie nel fabliau: De la C... noire, Montaiglon, ecc., VI, nº CXLVIII.
[130]. Il Matazone così incomincia:
A voy, segnor e cavaler
. . . . . . . . . .
Intenditi questa raxone
La qual fe Matazone
E fo da Caligano
E naque d'un vilano
E d'un vilan fo nato
Ma non per lo so grato
Però che in vilania
No vose aver compagnia
Se no da gli cortexi
Da chi bontà imprexi.
[131]. Bédier, Op. cit., pag. 292.
[132]. Ibid., pag. 290.
[133]. Guerrini, Op. cit., cap. I.
[134]. Bartoli, I precursori del Boccaccio, Firenze, Sansoni, 1876, pag. 22.
[135]. Abbiamo già accennato alla corrispondenza delle parole di Filostrato in questa novella con quelle di Geburon nella XXIX nov. dell'Heptaméron di Margherita d'Angoulême; in quella raccolta è l'unica novella in cui il nobile consesso si compiace di narrare le avventure di un villano; e Normefide, interrompe bruscamente Parlamente con queste parole: «Je vous pris, laissons là ce païsant avecq sa païsante...».
[136]. Novelle di F. Sacchetti, Torino, Pomba, 1853, nov. LXXXVIII, CLXV, ecc.
[137]. Vedi la nov. XVIII della raccolta del D'Ancona, la VII dell'ediz. lucchese, e la II, XI, LXIX, LXXX della raccolta tratta dal Renier dal codice trivulziano.
[138]. Il Müntz, L'Arte italiana nel Quattrocento, Milano, 1894, trad. it. di A. Luzio, osserva: «Scorrendo gli scritti del sec. XV, o esaminando le opere d'arte della stessa epoca, si è colpiti dal vedere qual esigua parte vi abbia il contadino. Nel secolo precedente esso era stato uno degli attori favoriti dei novellieri, Sacchetti, ser Giovanni (!) non meno del Boccaccio. Ma d'ora in poi, diventa un mito, un'astrazione: quando per caso straordinario, un artista fa ad uno di questi diseredati l'onore di introdurlo in una sua composizione, egli lo imbacucca d'un costume bizzarro che si avvicina al costume antico assai più che non è quello del Rinascimento. Non si direbbe quasi che l'artista non ha mai messo i piedi ne' campi, non ha mai veduto un colono od un pastore se non attraverso un prisma?».
[139]. Le Novelle di G. Sermini da Siena, Livorno, Vigo, 1874.
[140]. Sull'ingratitudine dei villani è da ricordarsi Le Dit de Merlin Mellot (in Jubinal, Op. cit., pag. 128), in cui è narrato di un villano «ânier» che si mostra sconoscente verso il suo sovranaturale benefattore, il quale castiga l'ingrato togliendogli tutti i beni e gli onori che gli aveva concessi, e riducendolo di nuovo «ânier»; il racconto termina con questa considerazione:
Je puis bien tele gent au chien comparagier,
Quant le chien a charoigne plus qu'il n'en puet mengier
I. autre ne lairoit par-devant li rungier,
Ainz l'abaie et rechine com déust esragier.
[141]. Novel. XXV. Nella nov. XII narra il Sermini la sua fuga dalla campagna, dove si era rifugiato per fuggire la moria nel 1492, deciso ad affrontare il pericolo di essere attaccato dal morbo, pur di togliersi dalla compagnia dei villani, contro cui si scaglia con somma violenza, deridendone il linguaggio ed enumerandone i vizi.
[142]. Nella Raccolta di Novellieri della Collezione dei Classici italiani, vol. II, pag. 29, è narrata, in una novella d'anonimo, una burla simile fatta a Bianco Alfani a cui è fatto credere che è stato eletto Podestà di Norcia; egli spende quanto possiede per il necessario arredamento, ma poi ritorna al suo paese beffato e impoverito.
[143]. È un opuscoletto di poche pagine, che porta la segnatura 48, 4, del sec. XV, e nella prima pagina si legge: Dialogo de dui Villani | che se scontrano, et uno dimanda | a l'altro ciò che ha visto a Venetia, et li narra il tutto, cosa piace | vole, da ridere. Per Rocho de gli Arimenesi | Paduano Poeta Laureato sul Monte de Venda di Caroli | e Panocchie Laureato e Poetato de man | de la signora Mathia Cartolora | ditta refugio de' Matti || Con una novella de uno Villano che credea essere inspiritato, et venne per rimedio alla speciaria della Borsa. In fine: In Venetia, per Francesco de Tomaso di Salò e compagni in Frezaria al segno de la Fede. Il nome di questo stampatore non si trova in alcuno degli elenchi dei primi editori di Venezia.
[144]. Confronta il ritratto del villano nel Vilain mire e nel Fabliau d'Aloul.
[145]. Allo speziale accade quello che toccò pure ad un prete, come si racconta nella seguente novella: «Novella de uno prete il qual per voler far le corna a un contadino si ritrovò in la m... lui e il chierico: cosa piacevole da ridere di Eustachio Celebrino da Udine. Venetia, 1535». È ricordata dal Passano, dal Brunet e nella Bibliographie des ouvrages relatifs à l'amour; noi non abbiamo potuto averla sott'occhio.
[146]. P. A. Tosi, Maccheronee di cinque Poeti italiani del sec. XV, Milano, Daelli, 1864.
[147]. Duecentonovelle, parte II, nov. LXIV.
[148]. Novelle ed. ed ined. di ser G. Forteguerri, nov. VIII.
[149]. Scelta di curiosità lett., nº CXXXVIII, Bologna, Romagnoli, 1874.
[150]. Il Verri (Storia di Milano, II, cap. XIII, pag. 212) riferisce, riportandola dalla Cronaca dell'Ozario, una scena consimile tra un Villano e Bernabò Visconti; il Villano però non sa di trovarsi innanzi al temuto signore, e si lamenta soltanto delle ingiustizie commesse dal governatore di Lodi, e dell'estrema miseria in cui era ridotto.
[151]. Nella Farce de Maistre Pierre Pathelin, avec son testament à quatre personnages, di Pierre Blanchet, come è noto, Thibault Aignelet risponde sempre «Bée» alle domande del giudice, come gli aveva insegnato Pathelin; ma quando questi vuol farsi pagare dal villano che era stato assolto con questo stratagemma si sente rispondere dall'astuto cliente «Bée»; e la medesima burla è ripetuta in una farsa di Hans Sachs, nell'Arzigogolo del Lasca, nella Scelta di facezie, tratti, buffonerie, motti e burle cauate da diversi autori, Firenze, 1594, pag. 161 e nei Diporti di M. Girolamo Parabosco, Torino, Pomba, 1853, Giorn. I, nov. VIII, pag. 63.
[152]. Passano, I novellieri italiani in prosa, indicati e descritti, Torino, Paravia, 1878, vol. II, pag. 423.
[153]. Il villano, in una novella che troviamo riportata dal La Fontaine (Op. cit., pag. 254: Le Diable de Papefiguière) e dai Kryptadia, t. I, pag. 59, inganna il Diavolo che gli aveva dato un campo da lavorare a metà prodotto, seminando delle patate e lasciando al Diavolo le foglie; essendosi poi stabilito che il raccolto sarebbe spettato a chi dei due avesse riconosciuto la cavalcatura del compagno, il villano viene al luogo fissato a cavallo della moglie e vince la scommessa, non avendo il diavolo conosciuto la strana cavalcatura dell'avversario. Vedi anche sullo stesso argomento della lotta tra il diavolo e il villano, Rua, in Giorn. Storico, XVI, pag. 250. Anche Belfagor, nella notissima novella del Machiavelli, deve rinunciare a castigare il villano Matteo del Bricco dell'abuso che costui faceva della facoltà concessagli di guarire le ossesse, perchè è messo in fuga dalla falsa notizia, datagli dall'astuto villano, che stava per essere raggiunto da Monna Onesta. Il D'Ancona (Poemetti pop. it., Bologna, Zanichelli, 1889, pag. 131) come Appendice al Trattato della Superbia, ecc. ha pubblicato tre Contrasti, il primo dei quali in un'edizione recente è intitolato: Curioso Contrasto tra la Morte ed un Villano astuto che guarisce ogni malattia colle Erbe. La Morte incontra un villano e cerca di intimorirlo minacciando di farlo morire con varie malattie che gli viene enumerando; ma il villano non si lascia sgomentare e ad ogni male minacciato ricorda i rimedi corrispondenti a cui saprebbe ricorrere, e non si dà per vinto che quando la Morte minaccia di coglierlo all'improvviso.
[154]. Il Carducci, Cantilene e Ballate, Strambotti e Madrigali nei sec. XIII e XIV, Pisa, Nistri, 1871, pag. 74, ha pubblicato uno dei più antichi esempi di poesia rusticale, anteriore alla Nencia; ripubblicato da Severino Ferrari, Bibl. della Lett. pop. it., Firenze, 1882, anno I, vol. I, pag. 65.
[155]. D'Ancona, La poesia popolare italiana, Livorno, Vigo, 1878.
[156]. E. Rubieri, Storia della poesia popolare italiana, Firenze, Barbera, 1877, parte II, cap. XIV.
[157]. Burckhardt, La civiltà nel secolo del Rinascimento, Firenze, Sansoni, 1876, t. II, pag. 104 e seg. Il Burckhardt, dopo di aver osservato che questa reazione naturalistica nella poesia contro la bucolica convenzionale degli imitatori di Virgilio e del Boccaccio non era possibile che in Italia per le condizioni diverse in cui vi si trovavano i contadini rispetto a quelli di Francia e di Germania, aggiunge: «Ora è bensì vero che la boria e l'orgoglio cittadinesco sono un continuo stimolo ai poeti e ai novellieri perchè mettano in canzonatura il villano, e che la commedia improvvisata si dà premura poi di fare il resto. Ma tuttavia dove trovare neanche un'ombra di quel crudele e beffardo odio di razza contro i vilains, di cui sono pieni gli aristocratici poeti provenzali e qua e colà anche i cronisti francesi? Egli è un fatto che negli scrittori italiani di qualsiasi specie (Corteg., II, 54; Pandolfini, Governo, pag. 86) s'incontrano frequenti e spontanee testimonianze d'onore e di rispetto per una classe di persone che rende alla società sì segnalati servigi e ha tanto diritto alla di lei gratitudine». Senza fermarci a constatare la maggiore o minor quantità di componimenti satirici contro i villani nei diversi paesi, osserviamo contrariamente a quanto afferma l'illustre storico del nostro Risorgimento, che se il Pandolfini, o per meglio dire, l'Alberti in alcuni luoghi dell'opera discorre della felicità di chi vive in villa lontano dai rumori della città, parlando dei contadini, dice: «È cosa da non poter credere quanto nei villani sia cresciuta la malvagità! Ogni loro pensamento mettono nell'ingannarci; mai errano a loro danno in niuna ragione s'abbia a fare con loro: sempre cercano che si rimanga loro del tuo... Se le ricolte sono abbondanti per sè ne ripongono le due migliori parti. Se per cattivo temporale o per altro caso le terre furono quest'anno sterili, il Contadino non te n'assegna se non danno, ecc.» (pag. 106-107). Anche nel Cortegiano del Castiglione non abbiamo saputo trovare le attestazioni di simpatia a cui il B. accenna; anzi i contadini vi sono in più luoghi dipinti come vittime di burle tradizionali per opera di buontemponi, e vi si stigmatizza il nobile che lotta per diporto col villano. Certo nella nostra letteratura non mancano le lodi ai villani, ma ai due scrittori citati non spetta questo merito. Tra i molti che scrissero in lode della popolazione rurale, ricorderemo Gio. Vincenzo Imperiale che scrisse nei primi anni del sec. XVII un poema, intitolato: Lo stato rustico, Genova, 1611, nel quale contrappone la felicità della vita rustica all'infelicità della cittadina.
[158]. Storia della Lett. it. (trad. it.), Torino, Loescher, 1891, volume II, parte I, pag. 228.
[159]. Il Fanfani dice del Magnifico: «Scritturò ancora (mi si lasci dir così, perchè proprio mi dà l'idea egli d'impresario, e gli altri di virtuosi) quanti più filosofi, letterati, poeti, storici potè raccapezzare; e tutti se gli teneva dattorno, e tutti facevansi grassi alle sue spalle, godendosi ville, sollazzi ed onorati riposi, secondo la natura di ciascuno, e rendendo poi al magnifico dispensatore larga mercede di incensature». Poesie giocose inedite o rare pubblicate da A. Mabellini, con un Saggio sulla poesia giocosa in Italia di Pietro Fanfani, Firenze, 1884, pag. 16.
[160]. G. Baccini, Bollettino storico, letterario del Mugello, Firenze, 1893, anno I, n. 7, pag. 104; il Baccini ricorda altre canzonette dello stesso Giambullari.
[161]. La quinta delle ventotto stanze rusticali pubblicate dal Ferrari, Op. cit., pag. 231, ricorda questo passo della Nencia.
[162]. Nella poesia rusticale pubblicata dal Carducci, già ricordata, è detto:
Siete più netta che non è il pattume
E rilucete più ch'una stagnata.
Il Folengo:
Bocca Zoanninae cum grignat, grignat Apollo
Bocca Zoanninae cum spudat, balsama spudat.
[163]. Satire alla Berniesca, Turino, pro Martino Cravotto, 1549. Confronta anche la XXXVII delle Stanze dello Sparpaglia alla Silvana di F. Doni, e i ritratti femminili nella Catrina e nel Mogliazzo del Berni.
[164]. V. Rossi, Battista Guarini ed il Pastor Fido, Torino, Loescher, 1886, parte II, pag. 174.
[165]. Gaspary, Op. cit., vol. II, parte II, pag. 271.
[166]. Il volumetto porta la segnatura [47. 1] s. l. n. d. adesp. car. got. della fine del sec. XV (cm. 16 × 11). Il Capitolo è così intitolato: Capitolo rusticale contando le bellezze de | la sua inamorata. A fol. 2t, si leggono: Strambotti alla Martorella che finiscono con un Strambotto sopra un paio di calze: a fol. 5r: Capitolo, Sonetti e Strambotti d'amore: a fol. 9r e 10r i due Capitoli attribuiti a Cecco d'Ascoli di cui parliamo in Appendice II.
[167]. Silvio Pieri, Un commediografo popolare del sec. XVI, in N. A., luglio 1881.
[168]. Nelle Rime di Magagnò, Menon e Begotto in lingua rustica padovana, Venetia, 1610, sono assai frequenti le imitazioni del Ruzzante; si confronti il ritratto che Menon fa della Thietta:
E qui do brazzi — Par ramonazzi
. . . . . . . . . . . . . . . .
O che man care — Man da impastare
Senza faiga — sie stara de pan. (pag. 16).
Qui peazzon, che co i va per la villa
I sfregola le zoppe, pi che 'l sole. (pag. 30).
[169]. Biondelli, Op. cit., pag. 162: Matinada, idest Strambòg che fa il Gian alla Togna. Si può qui ricordare anche la Serenata, overo cantata del Dott. Graciano e Pedrolino in lode della loro innamorata del Croce, pubblicata da A. Gaudenzi, I suoni, le forme e le parole dell'odierno dialetto della città di Bologna, Torino, Loescher, 1889, pag. 225:
Pedr. ..... voi cantà de Franceschina
Che l'è piò bianca che n'è la puina,
E piò zentil assè d'un formai dur.
Gra. La Sabadina è com'una polpetta,
. . . . . . . . . . . . . . .
[170]. Sulla poesia rusticale vedi il Quadrio, Della Storia e della Ragione d'ogni Poesia, Bologna, 1739, libro I, dist. II, cap. VII. Tra gli scrittori in lingua rustica napoletana ricorderemo G. C. Cortese, al quale appartiene: La Rosa, Chelleta posellechesca che no Toscanese decerria Favola boscareccia (Collezione di tutti i poemi in lingua napoletana, Napoli, 1783, t. III). Anche nelle poesie di Filippo Scruttendio de Scafato abbiamo parecchie descrizioni burlesche delle bellezze dell'innamorata; basterà che ricordiamo il sonetto III della Corda primma:
Cecca se chiamma la Segnora mia,
La facce ha tonna comm'a no pallone
. . . . . . . . . . . . . . . .
Ha le vuocchie de cefescola e d'arpia,
Ha li capille comme l'ha Protone,
No pede chiatto ha dinto a lo scarpone
Che cammenanno piglia mezza via,
È cchiù bavosa che non è l'anguilla
Cchiù saporita che non sò le spere...
così pure vedi il sonetto nº XIII.
[171]. Portioli, Le opere Macheroniche di Merlin Cocai, Mantova, 1882, vol. 1, pag. 253.
[172]. La Piazza universale, ecc., discorso CXIIII, pag. 344. Vedi anche G. Rosa, La Valle Camonica nella Storia, Breno, Venturini, 1881, pag. 73 e 114, e Rua, Intorno alle Piacevoli Notti dello Straparola, in Giorn. Stor., XVI, pag. 245.
[173]. I facchini servivano di spasso alla popolazione cittadina nel carnovale, come gli Ebrei a Roma nel sec. XVII.
[174]. Biondelli, Op. cit., pag. 182 e seg.; De Castro, La Storia nella Poesia popolare milanese, Milano, Brigola, 1879, pag. 110. Sulla presenza nel carnevale milanese di Mascherate facchinesche, vedi Ambrogio da Milano (C. Cantù), I Carnevali milanesi nel Mondo Illustrato, febbraio 1847, pag. 119, e I. Cantù, Il Carnevale italiano, Milano, Vallardi, pag. 98.
[175]. Stoppato, Op. cit., pag. 113 e seg.
[176]. V. Imbriani, Dante e il Delli Fabrizi, loc. cit.
[177]. Abbiamo qui un'altra conferma dell'uso comunissimo in quel tempo della parola «facchino» per bergamasco, usata, come avverte l'Imbriani, anche dall'Ariosto (Sat., VI, 115). Altre testimonianze di questo uso porta il Rossi nel noto studio sull'Odasi (Giornale Stor. della Lett. It., XI).
[178]. Le Tredici Piacevolissime Notti, Venezia, Zanetti, 1604, pag. 236.
[179]. Zerbini, Note storiche sul Dialetto Bergamasco, Bergamo, Gaffuri, 1886, pag. 38.
[180]. Anche nelle Rime di Magagnò, ecc. (pag. 58) si legge una traduzione in lingua rustica padovana del primo canto dell'Orlando.
[181]. La corrente satirica contro i Bergamaschi aveva annesso un significato dispregiativo anche al nome del grande capitano; vedi il Passerini, Op. cit., pag. 92, nº 191.
[182]. A. Moschetti, Il Gobbo di Rialto e le sue relazioni con Pasquino, nel Nuovo Archivio Veneto, Anno III, t. V, parte I; V. Rossi, in Rassegna bibliografica della Lett. It., I, 184 e in Giorn. Stor., XXII, pag. 295.
[183]. Vedi nel Saggio bibliografico del Guerrini sul Croce i numeri 62, 98, 99, 170, 189, 244, 256, 263, 266.
[184]. Stoppato, Op. cit., pag. 156 e seg. Sopra la voracità dello Zanni vedi anche la Corona Maccheronica di B. Bocchini detto Zan Muzzina, parte I, pag. 220.
[185]. G. Rua, Intorno alle Piacevoli Notti dello Straparola, in Giorn. Stor., XVI, pag. 245.
[186]. Tosi, Op. cit., Appendice.
[187]. Stoppato, Op. cit., pag. 156.
[188]. Le origini della lingua italiana, Genova, 1685, pag. 498.
[189]. Il Niccolò Rossi, nel passo citato dal De Amicis, dice appunto: «Nè commedie io nomerò giammai quelle che da gente sordida et mercenaria vengono qua e là portate, introducendovi Gianni Bergamasco, Francatrippa, Pantalone et simili buffoni...». Nelle Stanze in lode delle Virtuosissime et Honestissime Damigelle Siciliane e di tutta la loro honoratissima Compagnia di G. C. Croce è detto:
(st. XXVI) Burattino v'è anchor, che similmente,
È molto raro nell'imitatione,
E in far belle cascate parimente
Porge diletto assai alle persone;
Ma se ben in tal'arte egli è eccellente,
D'un pelo non gli cede Giovannone,
Che col rozzo idioma fa d'intorno
Muover gran risa, e rende un spasso adorno.
[190]. Giorn. Stor., IX, pag. 285.
[191]. Storia della Lett. It., vol. II, parte II, pag. 306.
[192]. Opere edite ed inedite del Marchese Cesare Lucchesini, Lucca, 1832, t. II, pag. 128.
[193]. Il dialetto bergamasco, colle sue forti aspirazioni, doveva certo fornire oggetto di satira, e basterà che ricordiamo le dispute che nella tradizione popolare si narrano come avvenute tra i Bergamaschi e i Fiorentini sulla priorità della loro lingua (Straparola, notte VII, 2, e notte IX, 5.).
[194]. Riccoboni, Histoire du Théâtre italien, Paris, 1730, t. I, cap. II.
[195]. Ediz. dei Classici italiani, Milano, 1804, pag. 124. L'Agresti, Studii sulla Commedia italiana del sec. XVI, Napoli, 1871, pag. 146, dice: «In Firenze era un ridotto, detto il Zanni (!!), alle cui laidezze abbominevoli correvano in folla, anche i giovani bennati, struggendosi di piacere per quelle sconcezze, ed applaudendole molto più delle commedie de' letterati». Povero Zanni, confuso con un teatro! Carlo Dati nella lettera al Menagio, dice: «E perchè questa parte del Zanni è tra' Comici forse la principale, i medesimi quasi da essa prendono il nome, dicendosi andare a gli Zanni, e alle Commedie degli Zanni, cioè dei Commedianti».
[196]. In una nota del Minucci al Malmantile racquistato del Lippi, Milano, 1807, Canto II, ottava XLVI, è detto: «Zanni, dal nome Giovanni, che propriamente significa servo ridicolo Bergamasco...».
[197]. D'Ancona, Origini del Teatro it., Torino, Loescher, 1891, 1, 602, nota 4.
[198]. F. Valentini, Trattato su la Commedia dell'arte ossia improvvisa. Maschere italiane ed alcune scene del Carnovale di Roma, Berlino, 1826.
[199]. V. Caravelle, Chiacchere critiche, Firenze, Loescher, 1889, pag. 36 e sg.
[200]. E. Masi, Sulla Storia del Teatro it. nel sec. XVIII, Firenze, Sansoni, 1891, pag. 227.
[201]. Il Cian, nel commento già ricordato al Cortegiano (lib. II, cap. XXVIII, pag. 159), ricorda un passo del Nifo, De Re Aulica, nel quale si accenna all'analogia della satira contro i Bergamaschi e i Cavensi, introdotti sulla scena come tipi ridicoli e burleschi: «... quales apud nos sunt qui Cavenses imitantur, et apud Venetos Bergomates».
[202]. Op. cit., parte II, cap. I.
[203]. Sulla tanto dibattuta questione dell'origine del nome di Arlecchino vedansi gli studi del D'Ancona, Varietà storiche e lett., Milano, Treves, 1885, parte II, pag. 290, e di G. Raynaud, La Mesnie Hellequin negli Études Romanes, Paris, Bouillon, 1891, pag. 64.
[204]. Michele Scherillo, La Commedia dell'Arte in Italia, Torino, Loescher, 1884, pag. 53 e seg.
[205]. Corriere di Napoli, settembre 1893, nº 245 e 247. Vedi pure dello stesso: I Teatri di Napoli, sec. XV-XVIII, Napoli, Pierro, 1891, pag. 688.
[206]. Geschichte des Grotesk-Komischen, Leipzig, Werl, 1862, pag. 30.
[207]. Masques et Bouffons, Paris, 1860, t. I, pag. 75.
[208]. Memorie del Sig. Carlo Goldoni, scritte da lui medesimo, Venezia, 1788, t. II, cap. XXIV, pag. 186 e seg.
[209]. Le parole del Flögel sono pure ripetute nel noto raffazzonamento del Nick, Die Hof-und Wolks-Narren, Stuttgart, 1861, t. II, pag. 90.
[210]. Benedetto Croce, Op. cit.
[211]. Pierre Toldo, Figaro et ses origines, Milan, Dumolard, 1893.
[212]. Il Quadrio, Op. cit., libr. I, pag. 193, ritiene pure che gli Zanni abbiano un'origine relativamente recente: «E generalmente, per concitare le risa, si sono dagli Italiani introdotti nella Commedia gli Zanni, che quante parole dicono, tante malamente difformano e sconciano, sghignazzando intanto per sì fatti spropositi gli spettatori».
[213]. Agresti, Op. cit., pag. 82.
[214]. E. Lovarini, Un allegro convito di studenti a Padova. Epistola (Nozze Sagaria-Bottesini), Padova, Crescini, 1889, pag. 7.
[215]. Propugnatore, Nuova Serie, vol. I, parte I, pag. 291.
[216]. Giorn. Storico, XX.
[217]. Tutte le opere del Famosissimo Ruzante, Vicenza, 1584.
[218]. A pag. 231 della stessa opera trovansi nella «Zagni che fa tutte le parti in Commedia» alcune notizie interessanti sui vari personaggi della Commedia dell'Arte.
[219]. Testi antichi modenesi dal sec. XIV alla metà del sec. XVIII editi da F. L. Pullé (Scelta di Curiosità lett., Romagnoli, disp. CCXLII), pag. LXIX e seg.
[220]. Poesie pastorali e rusticali raccolte ed illustrate con note dal Dr Giulio Ferrario, Milano, 1808, pag. 348.
[221]. Ferrario, Op. cit., pag. 409.
[222]. A. D'Ancona, Origini del Teatro, Torino, Loescher, 1891, volume I, pag. 547 e seg.
[223]. Stoppato, Op. cit., pag. 89-127.
[224]. Curzio Mazzi, La Congrega dei Rozzi di Siena nel sec. XVI, Firenze, Le-Monnier, 1882, vol. I, pag. 289 e seg.
[225]. D'Ancona, Op. cit., vol. I, pag. 60.
[226]. Lenient, Op. cit., pag. 322.
[227]. E. Picot, La sottie en France, in Romania, VII, pag. 236. Vedi pure Marius Sepet, Observations sur le Jeu de la Feuillée d'Adam de la Halle negli Études Romanes, Paris, Bouillon, 1891, pag. 69.
[228]. Bruno Cotronei, Le Farse di G. G. Alione, Reggio Calabria, Siclari, 1889.
[229]. A. D'Ancona, Il Teatro mantovano nel sec. XVI, in Giorn. St., V, pag. 27; F. Torraca, Studi di Storia lett. napoletana, Livorno, Vigo, 1884, pag. 271; Giorn. Stor., X, pag. 177; Camerini, I Precursori del Goldoni, pag. 180.
[230]. Il D'Ancona (Op. cit., vol. I, pag. 600), ricorda come «ultima immagine delle feste popolari, onde celebravasi il Natale, e della parte che riserbavasi in esse a' pastori» l'uso dei pifferari abruzzesi la vigilia di Natale di andar suonando colle cornamuse alle Madonne di Roma; assai più importante come attestazione del perdurare della Sacra Rappresentazione nei giorni nostri è il trovare, specialmente nel Piemonte, riprodotta nelle feste del Natale assai fedelmente la Sacra Rappresentazione della Natività. Non è qui il luogo di stabilire un confronto minuzioso tra l'antica e la recente Rappresentazione, solo ci preme di rilevare come si sia perfettamente conservata anche ai giorni nostri la satira contro i villani che vi hanno parte come comico intermezzo; e diciamo villani, anzichè pastori, perchè chi voglia studiare attentamente il carattere di Nencio, Bobi e Randello dell'antica Rappresentazione, e il pastore Gelindo della Rappresentazione odierna, può capacitarsi che i costumi loro attribuiti si addicono meglio ai villani che ai pastori. Fra le molte stampe che conosciamo di queste riproduzioni della Natività, nota ai giorni nostri sotto il nome di Pastore Gelindo, ricorderemo la seguente: La Natività di nostro Signore Gesù Cristo e la strage degli Innocenti, Rappr. sacra, Novara, 1839. Vi abbiamo l'Angelo che fa il prologo: nel primo atto Gelindo, che parla in dialetto rustico piemontese, dovendo partire per Betlemme per il censimento, fa alla moglie Alinda mille ridicole raccomandazioni: avendo incontrato S. Giuseppe e la Madonna che egli non conosce, fa a S. Giuseppe mille complimenti sul suo buon gusto nella scelta della moglie, e canta alla Madonna uno «stranot». Nel secondo atto, Gelindo ritornato a casa e sentita la visione avuta dai pastori, li conduce a Betlemme; anche qui prima della partenza i pastori si mettono a mangiare, e succede una scena comica tra quelli che partono e quelli destinati a rimanere a casa: alla fine partono tutti insieme, e, giunti alla capanna, depongono ai piedi del Messia i loro umili doni. Nel quarto atto, Gelindo, ritornato in città a vendere dei latticini, ne offre ai Re Magi che egli non conosce, e si arrabbia contro alcuni monelli che lo avevano derubato della sua merce: «Ant el Sittà el bsogna peu dila, o j'è dla gran burbaja: ant el terri in son nent chsi dà a la scroccarìa...».
[231]. Palermo, I Manoscritti Palatini, Firenze, 1860, vol. II, pag. 435 e seg.
[232]. D'Ancona, Op. cit., II, 521.
[233]. Mazzi, Op. cit., I, cap. X.
[234]. Due Farse del sec. XVI riprodotte sulle antiche stampe, Bologna, Romagnoli, 1882.
[235]. Torraca, Op. cit., pag. 85-116.
[236]. Notiamo qui che nel Cod. It., XLVI della Marciana, del sec. XVII, si leggono le dieci Mascherate Rusticali di Francesco Faleri ne la Congrega de' Rozzi detto l'Abbozzato. Dedicate all'Apollinea Sughera de' Rozzi, 1666 che il Mazzi non aveva potuto vedere.
[237]. Mazzi, Op. cit., I, 198.
[238]. Mazzi, Op. cit., I, 199.
[239]. Anche nella Comedia pastorale di M. Bartolomeo Braida di Sommariva, Torino, 1556, un villano, che entra come comico intermezzo, è bastonato da due pastori; egli corre ad armarsi per trarne vendetta, e brava, ma i pastori ritornano e lo bastonano nuovamente. Vedi Delfino Orsi, Teatro in dialetto piemontese, Milano, 1890, vol. I.
[240]. Fu pubblicato per nozze Caravelli-Mucci da R. Boninsegni, Firenze, 1892. Anche ai giorni nostri è ripetuta molto spesso la satira contro il villano in questi componimenti; ricorderemo la farsa Villan che s'inurba del Can. Egidio Cattaneo, San Benigno Canavese, 1887.
[241]. Il Teatro delle Favole rappresentative overo la Ricreatione Comica Boscareccia e Tragica, divisa in cinquanta giornate composte da Flaminio Scala, Venetia, 1611, giorn. XLII, e XL.
[242]. Stoppato, Op. cit., pag. 133-150.
[243]. Gaspary, Storia della Lett. Ital., II, parte II, pag. 278.
[244]. C. Verzone, Le rime burlesche di A. Grazzini detto il Lasca, Firenze, Sansoni, 1882, pag. 296: Sopra l'andare a vedere le Commedie del Zanni. Vedi anche pag. 521.
[245]. Rime burlesche di A. Bronzino, Venezia, 1810, pag. 19.
[246]. Mazzi, Op. cit., II, pag. 225. Ne dobbiamo la copia alla cortesia del Bibliotecario della Comunale di Siena, signor Fortunato Donati, a cui rinnoviamo i più vivi ringraziamenti.
[247]. Confessiamo d'ignorare chi siano questi Ambrogini, uniti alle note maschere degli Zanni e dei Pantaloni. Nello stesso codice H, XI, 5, fogl. 205t-207, si legge un Riscatto degli Ambrogini dalle donne Ambrogine.
[248]. Gaspary, Op. cit., pag. 278.
[249]. Camerini, I Precursori del Goldoni, Milano, Sonzogno, 1872, pag. 130.
[250]. Basterà che ricordiamo la Calandria del Bibbiena, e la Cofanaria di F. D'Ambra.
[251]. La nota storiella dell'asino rubato da Pulcinella al villano, vive nella tradizione popolare; nella Trivulziana esiste una novella di M. Agnolo Piccione, L'asino mutato in frate, Omate, 1810, dove Pulcinella è sostituito da frate Taddeo. Vedi pure Archivio per le trad. pop., vol. V, pag. 205. Così nel Conte d'un Paysan qui avoit offensé son Seigneur del La Fontaine è ripetuta la scena delle varie pene scelte da Pulcinella nel primo intermezzo del Malade imaginaire di Molière, la quale ricorda alla sua volta la bastonatura del pedante Manfurio.
[252]. Verzone, Rime del Grazzini, ecc., pag. 521.
[253]. C. Dati, Op. cit., pag. 111.
[254]. G. Giusti, Raccolta di Proverbi toscani, pag. 172. Questo proverbio si incontra, tra l'altro, in una poesia di Pietro Jacopo de Jennaro (Mandalari, Op. cit., pag. 99):
Io conoscho tua persone
Che de schacta de villano
Che non va sencza bastone
E per prego non se fa humano...
ed è ripetuto nell'atto IV della Tancia del Buonarroti, e negli Alfabeti satirici. Nell'ott. LXXVIII del Sonaglio delle donne del Giambullari, è rivolto contro le donne:
che la bestia si doma con lo sprone
et la donna perversa col bastone.
[255]. Novati, Carm. m. e.; Alfabeto pubbl. dal Meyer, ecc.... La maggior parte di questi proverbi satirici contro i villani s'incontra già nelle Serie alfabetiche pubblicate dal Novati, in Giorn. St., XVIII, pag. 104 e seg., nella raccolta del Pescetti, Proverbi italiani, Venetia, Spineda, 1618, pag. 271, del Buoni, del Pasqualigo, dello Strafforello, ecc.
[256]. Ninni, Materiali per un Vocabolario della Lingua rusticana del Contado di Treviso, con un'aggiunta sopra le superstizioni, le credenze ed i Proverbi rusticani. Venezia, Longhi, 1892.
[257]. Il Pucci, nel sonetto satirico già ricordato, dice:
E come anticamente
Dice il Proverbio che per me si conta,
Che chi a villan fa ben, a Dio fa onta.
[258]. Dobbiamo la notizia di questa satira al prof. Vittorio Rossi.
[259]. Confronta l'Alphabeto delli Villani già ricordato:
. . . . . . . . . . nu martoregi,
Con un po' de sorgo se fazon del pan,
Galli, galline, oche, e polastriegi
Gli altri si magna, e [nu] con un po' de nose
Magnon di raui, come fa i porciegi.
[260]. Il Lasca nel Canto Carnascialesco dei Maestri di far Razzi dice pure:
Vedete questi che pe' contadini
e per la goffa gente
Son fatti solamente
che gli appiccano i putti e i mattaccini.
In un capitolo di un Senese, antecessore dei Rozzi (Mazzi, II, 243) è pure detto altrettanto.
[261]. F. Novati, Studi critici e letterari, Torino, 1889, pag. 175.
[262]. Sitzungsberichte der Philosophisch-Historichen Classe der K. Akad. der Wissenschaften, 1864, Wien, vol. XLVI, pag. 119.
[263]. Romania, VII, p. 44.
[264]. B. Biondelli, Poesie Lombarde inedite del sec. XIII, Milano, Bernardoni, 1856, pag. 11 e segg.
[265]. C. Lozzi, De' segni distintivi delle antiche Edizioni e Stampe (Il Bibliofilo, II, 33).
[266]. Giornale Storico della Lett. It., vol. I, pag. 62.
[267]. G. Castelli, La vita e le opere di Cecco d'Ascoli, Bologna, Zanichelli, 1892, pag. 51; V. Rossi in Giorn. St., XXI, pag. 385.
[268]. Nelle Rime genovesi della fine del sec. XIII e del principio del XIV pubblicate dal Lagomaggiore in Arch, glott. it., vol. II, pag. 161, ricorre spesso questo motivo; così al nº LXVII, pag. 249:
De Rustico: moto
Vilan chi monta in aoto grao
per noxer a soi vexim,
de per raxoin in la per fim
strabucar vituperao.
e al nº CXVII, pag. 286:
De Rustico ascendentem in prosperitate.
E no so cossa più dura
ni de maor prosperitae
como vilan chi de bassura
monta en gran prosperitae:
otre moo desnatura,
pin de orgoio e de peccae
. . . . . . . . . . . . .
per zo che in lui no e dritura
ni cortesia ni bontae.
Vedi anche il nº CXVIII.
[269]. A proposito del perdurare nella tradizione della credenza che lo Stabili fosse iniziato ai segreti dell'arte magica, accusa che l'aveva condotto sul rogo, ricorderemo, tra i molti che si conoscono, il seguente accenno nell'Amor nello specchio, commedia di G. B. Andreini, Parigi, MDCXXII, atto III, scena II, pag. 77. È il Mago che parla: «..... vi farò veder cose, che direte, questi è un Pietro d'Abano, un Cicco d'Ascoli, et uno istesso Zoroastro, inventore dell'Arte».
[270]. bisso = panno lino nobilissimo (Adriano Politi, Dittionario Toscano, Venetia, 1665).
[271]. cattivanza = tristitia (Politi, Op. cit.).
[272]. menar la danza = significa anche: esser primo in un negozio.
[273]. Tifi Odasi dice di Paolo nella nota Maccheronea:
Ad stringam semper poteris catare botazum.
[274]. chiavarina = spetie d'arme in asta (Politi, Op. cit.).
[275]. stambechina = L'Odasi descrivendo l'armatura di Guiotto, dice:
Tunc stambachinam multo labore tiratam
Se ponit a retro.
[276]. Nell'Alphabeto delli Villani già ricordato, è detto:
Odio se porton tutti in la coragia,
E se mostron amisi al parlamento,
Po' se magnassemo el cuor in fritagia.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Question fra nu andon cercando e briga.
[277]. frulla e frullo = niente (Politi, Op. cit.).
[278]. Nell'Alphabeto delli Villani alla lettera Y:
Fygiol che ge nasse dentro al sieue,
Ge faom le spese e se i tegnom in cha,
No saom si gie nuostri o pur del preue.
[279]. Il testo: gli lo a calata. Calarla a uno = accoccargliela (Politi, Op. cit.).
[280]. sornacare = ronfare (Politi, Op. cit.).
[281]. L'Odasi dice a proposito delle cento saette che stavano nella faretra di Guiotto:
Tu bombardellas poteris pensare ruentes.
[282]. È la solita accusa che abbiamo visto lanciata contro i villani.
[283]. Pico Luri di Vassano (Ludovico Passerini), Modi di dire proverbiali e motti popolari italiani spiegati e commentati, Roma, 1875, pag. 480, nº 1013, nota: «Mona Onesta da Campi.... rammentata dal Caro, dal Cocchi, dal Varchi... celebrità femminile nel regno dell'Ipocrisia». Monna Onesta è nella nota novella Belfagor del Machiavelli, ripetuta dal La Fontaine, la moglie del diavolo mandato da Lucifero sulla terra a provare le dolcezze della vita coniugale; Belfagor dopo poco tempo preferisce ritornare nell'inferno. Madonna Onesta è ricordata anche nella Ruffiana, Comedia di M. Hippolito Salviano, in Vinegia, presso D. Cavalcalupo, 1584, atto I, scena I; la cortigiana Cipria dice alla Madre: «Qui in Roma hauete uoluto fare Madonna honesta che facea d'una ciliegia due bocconi...». È ricordato questo motto proverbiale anche nella Raccolta di Proverbi del Pescetti, pag. 241, e nel Piacevolissimo Fuggilozio di T. Costo, Venetia, 1655, lib. III, pag. 67.
[284]. G. Mazzatinti, Inventari dei Manoscritti delle Biblioteche d'Italia, vol. III, pag. 179; Novati, Carmina m. e., pag. 30.
[285]. Ne dobbiamo la copia alla cortesia del Bibl. Dr Vincenzo Joppi della Comunale di Udine.
[286]. L'autore di questo sonetto doveva appartenere al territorio padovano, perchè troviamo questo epiteto ingiurioso tra quelli enumerati dal Ruzzante, e usati dai cittadini di Padova per deridere i villani (Vedi cap. IV, pag. 145).
[287]. La Libraria del Doni Fiorentino nella quale sono scritti tutti gli autori vulgari con cento discorsi sopra quelli... In Vinegia, 1550, parte V, pag. 61.
[288]. Doni, I Marmi, Venetia, 1609, lib. I, Rag. IV, pag. 18; nella ed. Fanfani, Firenze, Barbèra, 1863, pag. 65.
[289]. Segnato: O. II, 28, nº 1546.
[290]. Oltre le Malitie delle Donne di cui abbiamo più addietro parlato, un poemetto con questo titolo figura nella raccolta di Hermann Varnhagen, Ueber eine Sammlung alter italienischer Drucke der Erlanger Universitätsbibliothek, Erlangen, 1892, nº 3. Queste Malitie delle Donne potrebbero forse appartenere a Bernardo Giambullari, autore del Sonaglio delle Donne e di altri poemetti popolari satirici. Nella Bibliographie des ouvrages relatifs à l'amour già ricordata, sono menzionati due opuscoli satirici del sec. XVII contro le Malizie delle Donne (vol. I, pag. 2, pag. 77); altri ne ricorda il Libri, e una Malice des femmes contenant leurs ruses et finesses come pure una Méchanceté des filles... ricorda il Nisard, Op. cit., cap. VII, e anche ai giorni nostri si ristampano per il popolo: Il nuovo alfabeto delle Donne di F. Reggiani, e l'Alfabeto agro-dolce delle Donne di A. Frizzi. Naturalmente, come è facile supporre, a questi poemetti misogini, furono contrapposti altrettanti poemetti contenenti le lodi del bel sesso e l'enumerazione delle malizie degli uomini. Così al Sonaglio delle Donne fu risposto col Trastullo delle Donne di Pier Saulo Phantino da Tradotio, Castello di Romagna; in Fiorenza, presso Iacopo Chiti, 1522; l'autore di questo poemetto in difesa delle donne, chiama il Giambullari:
Villan marasco nato nel letame.
Al Trastullo delle Donne fu risposto poi colla Campanella delle Donne composta per il faceto giovine Francesco de Sachino da Mudiana. Il Nisard ricorda La Malice des hommes découverte dans la justification des femmes..., il Novati un Alfabeto in biasimo degli Uomini scritto da una Donna, ecc.
[291]. Vedi intorno alle particolarità delle Silografie di questo periodo, il Varnhagen, Op. cit., pag. 2 e segg. e il Duc de Rivoli, Bibliographie des Livres à figure vénitienes de la fin du XVe siècle et du commencement du XVIe, Paris, Leclerc, 1892.
[292]. Scelta di curiosità letterarie, Romagnoli, Bologna, 1882, dispensa CLXXXVII.
[293]. Istoria degli Scrittori fiorentini, Ferrara, 1722, pag. 103.
[294]. Vedine la descrizione bibliografica nel Milchsack, Op. cit., nº XC, e nell'opera del Varnhagen; il Passano ne ricorda una edizione senese dell'anno 1611. Il Varnhagen ricorda dello stesso anche alcune Canzoni a ballo.
[295]. Il Trattato e la novella furono ristampati nella dispensa LXX della Scelta di Curiosità lett. del Romagnoli, Bologna, 1866. La novella ha molta analogia colla leggenda di Rush, di cui parla il Wright, Histoire de la caricature, ecc., cap. XIV.
[296]. Fu ristampata nella dispensa XCVI della Scelta suddetta; il D'Ancona la ricorda come un Contrasto che si avvicina alla Farsa (Origini del Teatro, pag. 547). Nella Trivulziana uniti ad un'Operetta delle semente, d'anonimo, stampata in Firenze nell'anno 1572, si leggono due Capitoli, uno dei quali appartiene a Bernardo Giambullari. Il fatto di trovare questa Operetta delle semente unita con poesie del Giambullari potrebbe servire di conferma all'attribuzione che il Mazzoni-Toselli aveva fatto di essa al poeta toscano.
[297]. Poemetti popolari italiani, Bologna, Zanichelli, 1889, pag. 181.
[298]. S. Ferrari, Bibliot. di Lett. pop. it., anno I, vol. I, pag. 20-53.
[299]. Avvertiamo che segneremo con A il testo Casanatense, con B e C i due esemplari trivulziani, nº II e nº III, e che terremo conto soltanto delle varianti che discordano sensibilmente col testo da noi seguito.
[300]. B, compitare.
[301]. B, togno, nencio e checo C, Vanni... Checco.
[302]. A, risuonin.
[303]. B, necessità.
[304]. B, e mi par certo un verme.
[305]. Nella Ruffiana già ricordata, atto III, scena VIII, M. Anselmo dice: «..... perchè sapendo che le p...... sono come il carbone che o coce o tenge.....».
[306]. B, Salomista.
[307]. B, drieto.
[308]. A, riconduce.
[309]. B, da ser Puccio.
[310]. dare il succio = sopportare di mala voglia (Fanfani, Voc. dell'uso toscano).
[311]. oste = il padrone.
[312]. C, il Martini in una postilla spiega: camella = agna.
[313]. Nelle Nozze di Maca di F. Mariani, atto II, scena III, il villano innamorato dice alla sua bella: «Ch'io vengo a te come il porco alla ghianda».
[314]. coglier l'agresto = rubare.
[315]. C, il Martini spiega: menno = da minuere.
[316]. Nel sonetto contro i Villani pubblicato dal Mazzoni è detto:
O turba renegata, senza legie,
biastemata da lo eterno dio,
perchè chiascun de voi se trova rio
e fedeltà voi giamai non coregie!
[317]. A, apparer.
[318]. B, dee.
[319]. C manzotte.
[320]. Nell'ottava XIX delle Malizie delle donne (Varnhagen, Op. cit., nº III); è pure ricordato l'uso delle contadine di imbiancarsi il volto colla biacca:
ondechè molti mormoran di quelle
vedendole nel volto trasformate
e d'acqua grassa el volto imbellettato,
con biacca tutto quanto imbrodolato.
uso che ci è confermato anche da un intermezzo del Sansone, ricordato dal D'Ancona. Anche nella Nencia, come fu già osservato dal Burckhardt, Op, cit., vol. II, pag. 132, l'innamorato promette alla sua bella, biacca e belletto per dipingersi il volto.
[321]. C, il Martini nota: ignoti = sconoscenti.
[322]. Il Passerini, Op. cit., pag. 464, nº 984, spiega: Fare le castagne ad uno «si fa premendo i polpastrelli dei due diti pollice e medio, e facendoli scoccare nel dividerli in ordine inverso... atto di spregio e schernimento plebeo».
[323]. A, vizato.
[324]. pennato = strumento per potar le viti.
[325]. indozza = malore.
[326]. attassare = tartassare.
[327]. Nella Frottola di due contadini, Beco e Nanni, questi dice al compagno che vuole fargli avere a mezzadria un certo podere:
L'oste è mio amico, ignorante e da bene,
Vo' dir male del suo lavoratore,
Ei mi crede e darattel per mio amore.
[328]. Abbiamo qui, come nella Cassaria dell'Ariosto, e nei Morti vivi, commedia di Sforza d'Oddi, Vinegia, 1597, atto I, scena III, una attestazione dell'esistenza in Italia nel secolo XVI della schiavitù; vedi su questo argomento nella Nuova Antologia, serie III, volume XXXIV, pag. 618, lo studio di Luzio-Renier: Buffoni, Nani e Schiavi dei Gonzaga ai tempi d'Isabella d'Este.
[329]. Il Passarini, Op. cit., pag. 265, nº 563, spiega questo modo di dire, così: «La pace non cementata dall'affetto e dal pentimento sincero è la pace di Marcone». Ma osserva che è usato anche in senso equivoco e allora si riferisce alla notissima facezia, ricordata anche dal Torraca (Studi di Storia letteraria nap., Livorno, Vigo, 1884, pag. 196) e tratta da una Raccolta di aneddoti di cui abbiamo già avuto occasione di parlare, nella quale si narra la strana risposta che un matto diede a Fra Roberto da Lecce. La novella di Marcone è pure ripetuta dal Bandello (parte III, nov. XLIX), il quale in un'altra novella (parte I, nov. LIII), ricorda il Giambo di Marcone. In questo secondo significato è usato generalmente, e lo troviamo nella commedia Scanniccio di G. Roncaglia, atto II, e nella prima scena della Commedia di Pidinzuolo; anche il Riccoboni, Dell'Arte rappresentativa, Londra, 1728, cap. IV, pag. 38, lo ricorda:
Restino con la pace di Marcone
I Cortigiani. . . . . . . . . . . .
Il Bartoli, Scenari inediti della Commedia dell'Arte, Firenze, Sansoni, 1880, pag. LVII, nota 2, e lo Stoppato, Op. cit., pag. 74, ricordano: La Pace di Marcone, commedia di Cristoforo Sicinio, Venetia, 1618.
[330]. Luciano Banchi, Statuti Senesi scritti in volgare nei secoli XIII e XIV, Bologna, Romagnoli, 1871, vol. II, pag. 200, spiega: lana sardesca = lana sucida, guadata di Sardegna.
[331]. Confronta la strofa LXXXVIII dei Proverbia que dicuntur super natura feminarum, editi dal Tobler in Zeitschrift für Rom. Phil., IX, pag. 287:
Le stele de lo celo ni la rena de mare
Ne le fior de li arbori no porav'om contare;
Altresì per semblança no po omo parlare
Le arte c'a le femine per i omini enganare.
Per raffronti di questo «motivo» nella poesia popolare dei nostri giorni, vedi D'Ancona, La poesia popolare italiana. Livorno, Vigo, 1878, pag. 203-204.
[332]. Nella Contentione di Mona Costanza e di Biagio di B. Giambullari, ottava XXXVIII, è detto pure:
Ma fate ch'i' non abbi detto al sordo.
[333]. Ci fu comunicata dal Prof. Vitt. Rossi.
[334]. Nel Ms. a questo punto vi è una sigla indecifrabile.
[335]. Il Novati (Carm. med. aevi, pag. 28) ha riprodotto da un Cod. Marc, la seguente declinazione del nome «Rusticus»:
- Singulariter.
- N. hic villanus
- G. huius rustici
- D. huic tferfero (sic)
- A. hunc furem
- V. o latro
- Ab. ab hoc depredatore.
- Pluraliter.
- N. hi maledicti
- G. horum tristium
- D. his mendacibus
- A. hos nequissimos
- V. o pessimi
- Ab. ab his infidelibus.
[336]. G. Mazzatinti, Inventari dei manoscritti della Bibl. d'Ital., vol. II, pag. 7, nº 24.
[337]. Romania, XII.
[338]. Novati, Le serie alfabetiche, ecc., in Giorn. St., XV, pag. 337.
[339]. Mazzi, Op. cit., II, 271.
[340]. Giorn. St., XV, pag. 337.
[341]. Proverbii attiladi novi et belli, quali l'uom non se ne debbe mai fidare... In Venetia, 1580. Scelta di cur. lett., nº XCI, Bologna, Romagnoli, 1865.
[342]. G. Baccini, Le Facezie del Piovano Arlotto, Firenze, Salani, 1884, pag. 316.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Le correzioni indicate a pag. [230] (Errata-Corrige) sono state riportate nel testo.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.