CAPITOLO SESTO.

Giugno.

Gran cosa la carrozza di tutti! Col sopraggiungere del caldo, che fa star molta gente a capo scoperto, mi si schiuse sul tranvai un nuovo campo di studio: quello delle teste; poichè dove mai, come sulle giardiniere, potete aver per un pezzo sotto gli occhi, così da vicino, in così piena luce, e, se ci state seduti di dietro, osservabili a così bell'agio, le teste dei vostri simili? Teste che, vedute di passata per la strada, vi appariscono ancora in buon stato, vi mostrano qui mille miserie. Radure, spiazzate, tentativi supremi di divise, che non son più sentieri fra l'erba fitta, ma stradoni in rovina a traverso a sodaglie desolate; liste di capelli ricondotti dalla nuca sull'occipite e fino alla fronte, in forma di salici piangenti sulla tomba del cervello; parrucche mal messe, che una brusca scappellata volta di sbieco, rivelandovi che la testa d'un tale non è tutta roba sua; tutte le più compassionevoli industrie senili intese a mascherare i guasti del tempo dalle orecchie in su vi si palesano sulle giardiniere. E qui scoprite le pennellature grossolane dei Luca fa presto, che lasciano i capelli bianchi alla radice, le capigliature tinte a prezzo ridotto, d'un nero lugubre, che danno ai visi vizzi a cui fan cornice l'aspetto di lettere mortuarie, e le chiome e le barbe variate di molti vaghi colori, che paiono state strofinate sopra una tavolozza. O tinti, il tranvai è traditore, guardatevene. Che c'è di più pietoso e di più comico insieme che il veder salire a stento, ansando, afferrandosi alle colonnine con le mani tremanti e ricascar di peso sulla panca, spossato dallo sforzo, un uomo con la barba e la capigliatura corvina d'un ventenne? Oh quante vecchiaie ribelli alla natura! Quant'è rara la gente che sa invecchiare in santa pace! E scopersi anche il segreto di alcuni personaggi noti, miei fieri avversari, pitturatori abilissimi, di cui nessuno sospetta l'inganno. Potrei fare più d'una vendetta politica. Non la farò. Ma non per generosità, lo confesso. Soltanto per rispetto dell'arte mia non denuncierò.... l'arte loro.

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Intrapresi pure col principiar di giugno uno studio sui cappellini, attratto dalla varietà infinita che se ne vede fiorire sui tranvai in quella stagione; studio che, in fondo, si riduce anch'esso a uno studio delle teste. E così, alla lesta, feci una prima classificazione: cappellini amorosi, cappellini superbi, cappellini austeri, matti, buffi, impudichi, prepotenti, innocenti. Quasi tutti hanno un linguaggio, sincero o falso, di cui i fiori sono le parole. Ci son grandi rose erette ed aperte, che s'offrono; mazzi di viole e di mughetti che attirano insidiosamente gli sguardi e i desideri dentro ai capelli in cui si rimpiattano; accoppiamenti di fiori inconciliabili, stridenti fra di loro, che danno l'immagine di menti strane e disordinate; fiori troppo pomposi, rosseggianti petulantemente su teste grigie, di cui tradiscono gli ardori mal sopiti; fiori modesti e solitari, che esprimono il sentimento d'un affetto secreto e costante. Tutte le passioni, tutte le illusioni, tutti i capricci di tutte le età della donna si palesano in quella finta flora, in quelle infinite combinazioni di penne, di nastri, di pizzi, di tulle, di frecce, di frutti, di cose sottili, diafane, ondeggianti e tremolanti, che paiono una vegetazione vivente che abbia radice nei cervelli. E quei cappellini fanno fantasticare, vedere, sentir mille cose: piccole e grandi spese di contrabbando, conti adulterati ad usum mariti, sospiri dolorosi d'impiegati, baruffe coniugali, musonerie, concessioni strappate con le carezze, economie gastronomiche da anacoreti, lunghi lavori di raffazzonatura fatti in casa da manine pazienti e industriose, interrotti da pianti di bimbi, da scampanellate dì creditori, da ogni sorta di cure e di piccole miserie domestiche. Ma lì sul tranvai tutto brilla, ride e dissimula. Scendono mazzi di rose e di pensieri, salgono mazzi di papaveri e di peonie, s'incontrano e si confondono ramoscelli d'edera e di geranio, mazzetti di ciliegie e di fragole, fiori di tutte le stagioni, di giardino e di campo, sbocciati e in bocciuolo, in ghirlande, in corone, in ciuffetti, diritti, cascanti, intricati, ammontati, agitati come i pensieri che vi passan sotto; cappellini alla marinara, alla Rembrandt, alla Trianon, alla Rosa Syma, alla vattelapesca, ciascuno dei quali dice qualche cosa, e forman fra tutti come un frastuono confuso e continuo di grida, di mormorii e di sospiri: — Cerco un marito — Cerco un amante — Ho un amante — Ammiratemi — Rispettatemi — Sperate — Disperate — Vi supplico — Comando io! — Sono un angelo — Sono un diavolo — Sono un'infelice — Seguitemi — Fatevi in là — Il mondo è mio — Non son nulla; guardatene un'altra, vi prego.

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Dolci studi; ma troppo spesso interrotti da inconvenienti gravi, tutti propri del tranvai. Alcuni di questi esperimentai io stesso in quei primi giorni di giugno, altri imparai a temere vedendoli esperimentati dal mio prossimo. Capitare in un carrozzone chiuso accanto a una peccatrice così spietatamente profumata da uscirne con una spranghetta al capo assicurata per ventiquattr'ore; trovarsi seduti in mezzo a due amici sconosciuti che attaccano attraverso a voi una conversazione vivacissima, incrociando sul vostro viso i loro aliti, le loro risate e le loro asinerie; sentirsi passar sui calli tutta intera una di quelle famiglie alla buona per cui i piedi altrui sono res nullius, senz'averne neppure il leggiero conforto d'uno sbadato: mi scusi, sono incerti sgradevoli. Ma è anche più sgradevole l'aver diritto dietro alle spalle un fumatore che, spinto innanzi da un sobbalzo della piattaforma, vi pianta nella nuca la punta d'un grosso Minghetti infocato. Ma è ancor più doloroso lasciar la falda del soprabito nelle mani d'una pingue bottegaia che, perdendo l'equilibrio nel discendere, s'aggrappa a voi come a un albero sull'orlo d'un abisso. Ma c'è una disgrazia anche peggiore di queste. Ne trovo segnata la data nei miei appunti — 5 di giugno. Ore tre pomeridiane. Sulla giardiniera di via Nizza. Preso alle spalle dal poeta. — Non l'avevo visto salire: mi sentii tutt'a un tratto la sua voce nell'orecchio: m'era seduto dietro, la giardiniera era affollata, era impossibile sfuggirgli. Passò subito alle vie di fatto. Era un sonetto arcipieno di esse, un ronzio di zanzare intollerabile, un succedersi di sibili sottilissimi che mi penetravano nel cervello, come se m'avesse agitato accanto al viso un mazzo di serpentelli arrabbiati. Ai vicini che non sentivan le sue parole doveva parere un amico offeso che mi rinfacciasse una serie di cattive azioni, dì cui non mi potessi scolpare, o che mi raccontasse in segreto qualche avventura sporca, che io assaporassi con raccoglimento. Un supplizio vergognoso! Quella bocca implacabile che alla ripresa d'ogni verso mi si avvicinava alla tempia mi metteva un brivido come la bocca d'una pistola. Breve e amplissimo carme! Chi lo disse? Quello non era nè ampio nè breve: non finiva mai. E m'opprimeva un terrore: — Se avesse la coda! — Non l'aveva; ma durò per la lunghezza di cinque isolati, senza contare una variante su cui dovetti dare il mio parere. Non fui libero che sulla piazzetta di San Salvario, dove l'aguzzino discese, non sazio.

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La mia prima corsa piacevole di giugno fu la mattina del giorno dello Statuto, in via Garibaldi, all'ora in cui la gente s'avvia verso piazza Castello per la rivista delle truppe: una carrozzata di cittadini quale non si può vedere che in quel giorno e a Torino: quasi tutti vecchi militari giubilati, coi nastri stinti delle medaglie e delle croci agli occhielli, con le scarpe come specchi, pettinati e sbarbati bene, benignamente ilari e alteri, con l'aria di vecchi sposi celebranti le nozze d'oro: tutte brave persone assestate e regolate che, se lo Statuto fosse soppresso da vent'anni, continuerebbero a festeggiarlo lo stesso a conto proprio, per forza di consuetudine, come festeggiano il Natale i miscredenti. C'era al posto solito il cavaliere Bicchierino, appartenente anch'egli, non per età, ma per spirito, a quell'antica famiglia, pulito e lustro come un dado. Come gli altri egli volgeva degli sguardi di compiacenza sui tranvai imbandierati, sulle uniformi sgualcite dei veterani che passavano tra la folla, sulle bandiere sventolanti alle finestre; aveva negli occhi un lume insolito; si vedeva che l'anima sua respirava con placida voluttà patriottica le memorie del 48, di Torino capitale, dell'“egemonia piemontese„ e il soffio del conte Cavour e del generale Lamarmora ancora diffuso per l'aria. Lo tenni d'occhio per vedere se, nonostante lo stato d'animo straordinario, si ricordasse di confrontare il suo orologio, come faceva ogni mattina, con l'orologio elettrico dell'angolo di via Siccardi: se ne ricordò. Poi, incontrando il mio sguardo, egli si offuscò leggermente: si dovette rammentare del giorno ch'io avevo fatto quel certo strazio barbarico della Gazzetta del popolo. Avevo appunto il foglio in mano in quel momento e stavo per conciarlo a quel modo; ma, accorgendomi che m'osservava, mi ritenni, per suggezione, per non rendermegli anche più odioso. Ed ecco come il tranvai può perfezionare l'educazione d'una persona educata. A poca distanza dalla piazza s'intese suonar la marcia reale da una banda musicale d'operai. A quelle note tutti quei giubilati canuti si illuminarono e si scossero come i vecchi cavalli delle poesie agli squilli delle trombe guerriere. E allora mi sentii sbalzato dalla fantasia a trent'anni addietro. Quei visi, quei nastri, quelle bandiere alle finestre, quei veterani in divisa, quel vecchio Palazzo Madama che appariva in fondo, quel cavalier Bicchierino con la Gazzetta del popolo fra le mani, tutto quel complesso di cose viste in quella via Garibaldi al suono di quella marcia, era così piemontese, così torinese, così “ben conservato„ che ebbi per un momento come un senso di ringiovanimento della coscienza, un'illusione maravigliosa, il dubbio che l'anno corrente non fosse il 1896, l'anno di Abba Garima, ma quello dei primi entusiasmi per il Consorzio nazionale, quando avevo visto dei patriotti fanatici, in quella stessa via, bruciare le cedole del Consolidato gridando: — Viva l'Italia.

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La festa nazionale portò i forti calori e con questi un nuovo oggetto d'osservazione sulla carrozza di tutti: un accrescimento generale di irritabilità nelle relazioni dei passeggieri coi passeggieri, di questi con gl'impiegati, e degl'impiegati fra di loro, una maggior frequenza di malintesi, d'impazienze, di lagnanze e di battibecchi, come segue fra gli uccelli in gabbia nelle giornate afose. Si vedeva sui tranvai una agitazione quasi rabbiosa di ventagli, gente irrequieta che si sventolava con le cappelline, coi fazzoletti e coi giornali, senza “trovar posa„ sulle panche, facce infiammate e attonite, teste ciondoloni sui petti: vere carrozzate di noia e di malumore. Povera umanità! Qualche grado di più di calore e un po' di polvere per aria, ed ecco tutti i visi mutati, violate le leggi della cortesia, ridotti i cervelli come orologi guasti, e manifesti anche nella gente sana e contenta i vaghi segni del contagio psichico che moltiplica le risse, gl'impazzimenti e i suicidi! Come rimedio a questo male mi venne in mente l'istituzione di spugnature pubbliche obbligatorie una mattina che aspettavo la partenza del tranvai sotto le finestre di casa mia, vedendo lavar la testa a Faraone e a Ballerina, all'ombra dei tigli. Uno spettacolo da far meditare, veramente. Faraone fu il primo. Il cocchiere tuffava in un secchio una grossa spugna, gliel'appoggiava al sommo della fronte arsa e sudante, e premeva; e al sentir quei rivoletti che le scendevano per le mascelle, sul collo e di mezzo agli occhi giù per il muso fin dentro alle nari e alla bocca, biforcandosi e incrociandosi come le gore della pioggia per una china, la povera bestia alzava e scrollava il capo, corsa per ogni fibra da un brivido di piacere, e dilatava gli occhi e pestava le zampe, brillando tutta; mentre Ballerina, aspettando la sua volta, guardava, impaziente, agitata dal presentimento di quella voluttà, che già le balenava negli occhi e le guizzava tra pelle e pelle. Ah! che dolcezza; e come meritata dopo tante corse al sole e nella polvere, e tante strette violente di freno e bottate di frusta! Luccicava negli occhi di tutti i passanti un sentimento di compiacenza buona al veder riaversi e godere a quel modo quei poveri schiavi muti, così belli e così utili, e condannati a un lavoro così duro e mal compensato, quando tanti altri della famiglia loro vivono fra gli agi e le pompe, carezzati e amati come creature umane. E il cocchiere, intanto, li apostrofava con quel tono di familiarità un po' brutale, che si suol usare con le bestie che ci servono, forse per un timore istintivo ch'esse comprendano e abusino come gli uomini della troppa dolcezza: — Ah, vecchione, ci provi gusto, eh? Ma se tiri indietro la testa, zuccone, non si fa nulla! Ora a te, mala femmina, eccoti il fatto tuo; non ne vedevi l'ora, non è vero? T'ho ben sentita come cantavi alla fin della corsa! — e altre cose simili, dette con l'accento di chi parla a chi intende. E chi sa? Chi sa fino a che punto, almeno? Che cosa ne sappiamo noi, poveri presuntuosi che siamo? Siamo proprio ben certi di non essere in un enorme errore? Non dice anche l'Ecclesiaste: — Chi sa che lo spirito delle bestie scenda abbasso sotterra? — Ah quell'occhio di Faraone! Fu quell'occhio che mi fece sentire la prima volta per un animale quello che si sente per un bambino: il rispetto d'un grande mistero, del dolore che non ha parola, del diritto che non ha difesa; fu quell'occhio che mi disse più chiaramente ch'io non avessi mai pensato, che non saremo mai molto al disopra delle bestie fin che crederemo d'esser tanto più alti da non aver verso di loro il dovere della bontà e della gratitudine.

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Seguirono alcuni giorni monotoni, una serie di corse per i viali bianchi, fra gli alberi velati dal polverìo, senza un accidente notevole, senza alcuna conoscenza nuova, senza un incontro di persona conosciuta; poi una pioggia ostinata, e tre giornate avventurose, tre scene singolarissime, l'una sull'altra, non possibili che sulla carrozza di tutti. Della prima fu spettatore e parte, in un carrozzone chiuso della linea del Martinetto, Carlin; e la scena appunto interruppe un'apologia ch'egli stava facendo del bollettino meteorologico del Chionio, il quale aveva preannunziato la pioggia per quel giorno; ciò che, dopo altre profezie riscontrate giuste da lui, portava all'entusiasmo la sua ammirazione per la scienza in generale, e per il profeta in particolare. — Ah! quell'uomo! Quell'uomo parla con Domineddio! — andava esclamando; quando salirono ad un tempo, l'una a destra l'altra a sinistra della piattaforma posteriore, un'erbivendola in capelli e una signora in pompa magna, tutt'e due sulla trentina e d'aspetto fiero e risoluto; le quali, infilando l'uscio nello stesso punto, s'urtarono malamente ed esclamarono a una voce, guardandosi a vicenda: — Che maniera! — Pareva che la cosa finisse li; ma, appena furono sedute dentro, l'una di fronte all'altra, ed ebbero preso lo scontrino, l'una sporgendo una grossa mano pavonazza, l'altra mettendo in mostra un grosso braccialetto sul braccio inguantato, la riattaccarono vivamente: l'erbivendola con parole grossolane, la signora con un certo riserbo. Il diverbio, nonostante l'intromissione diplomatica di Carlin, s'inasprì a segno che la popolana disse forte: — O cosa crede, alla fine, perchè è una signorona? — E allora cominciò il meglio. La “signorona„ che da principio aveva scelto le parole e moderato la voce, a poco a poco, accalorandosi, si lasciò sfuggir le frasi e le note del suo linguaggio abituale, che era quello tal quale della sua avversaria. A capo d'un minuto, tutti i presenti capirono che le due contendenti, nate e cresciute nello stesso stato sociale e forse nello stesso sobborgo di Torino, avevano ricevuto l'educazione medesima, e che la signoria d'una delle due doveva essere d'acquisto recentissimo, e forse improvviso. E fu uno spasso per tutti la maraviglia crescente che l'altra mostrava in viso man mano che vedeva la signora tirar fuori le armi e le munizioni dallo stesso arsenale da cui essa cavava le sue, e chiarirsi sua degna competitrice nella scherma dello strofinacciolo e della ciabatta. Continuò a insolentirla, ma più a rilento e con meno asprezza, scrutandola con uno sguardo acuto e con un leggiero sorriso, quasi compiacendosi di riconoscere e d'ammirare in lei i colpi e le parate della scuola che le era familiare, e finì con rabbonirsi affatto quando fu ben certa di aver di fronte, non una nemica d'un'altra classe, ma una consorella travestita dalla fortuna; tanto che lasciò senza risposta l'ultima sua botta, e voltatasi verso la compagnia, disse ridendo: — A l'è na sgnora parei d' mi! (È una signora come me). — Tutti risero, la “signora„ si rimise in dignità, e Carlin osservò filosoficamente: — Eh, bisogna star sul tranvai per vederne d'ogni sorta e imparare a conoscere il mondo; il fattorino, vede, è il vero uomo enciclopedico, che non sì stupisce più di niente sulla terra.

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Ecco l'altra scena. Gli alberi del corso Vittorio Emanuele rinverditi e lustrati da un acquazzone, una fuga di nuvoloni neri a traverso al cielo, un tramonto infocato, le Alpi terse e come intagliate nella porpora di quell'incendio, e una giardiniera lenta che par che vada a servizio esclusivo di due coppie d'amanti appiccicati, l'una seduta sulla prima panca, l'altra su quella di mezzo, con le schiene voltate verso di me e un altro passeggiere, che mi sta ritto al fianco sulla piattaforma di dietro. Costui m'ha l'aria d'un buono e semplice massaro, o piccolo proprietario di campagna, di quelli che s'inurbano ogni dieci anni, e a cui la città grande riesce sempre uno spettacolo nuovo e sbalorditoio. E capisco che è nuovo per lui lo spettacolo di quelle due coppie di teste di “signori„ le quali ogni tanto si ravvicinano, si toccano e si staccano, come i bicchieri nei brindisi, e ciondolano languidamente l'una verso l'altra come se avessero l'osso del collo stroncato. Si vede che è un po' scandalizzato, molto stupito e anche più dilettato; si vede dall'attenzione viva che fa a tutti i movimenti di quei quattro ingattiti, con un sorriso curioso e continuo, lanciando tratto tratto uno sguardo a chi passa per la strada, come per dire: — Ma non vedete che cosa succede qua sopra! Ma son cose dell'altro mondo! — Arrivati alla piazza del monumento, sale accanto a noi un altro signore, lungo e arcigno, il quale, osservate le coppie, fa un atto d'uomo seccato, brontolando: — Potrebbero prendere una carrozza chiusa. — Ed ecco che all'uscita della piazza, salgono e siedono proprio davanti a noi un giovane, che pare un commesso di negozio, e una ragazza, che ha l'aria d'una sartina, e, appena seduti, ripigliando una conversazione interrotta, si mettono a tubare soavemente, con le punte dei nasi che quasi si toccano, e le mani intrecciate tra fianco e fianco. E allora il signore lungo dà una strappata collerica al campanello, e detto al fattorino: — Non è un mestiere per me! — salta giù e se ne va via. Il fattorino non capì, ma il campagnuolo diede in una risata grassa, saporita, giovanile, nella quale squillava la gioia pregustata di raccontar poi nella farmacia del villaggio il bel caso a cui aveva assistito, la sfacciataggine maravigliosa degli amanti di quella gran Torino, di quella Babilonia, di quella Gomorra, dove tutto è lecito e se ne vede d'ogni tinta.... Dopo un po', le coppie furono circondate e distratte da altri passeggieri; ma egli seguitò a tenerle d'occhio fino a piazza San Martino, dove discese dirigendosi verso la Stazione, ancora sorridente d'un sorriso di stupore e di malizia, che traduceva il suo pensiero: — Ah questa Torino! Questi tranvai! Che paradiso di Maometto! E che facce!

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La terza, sulla linea di Vanchiglia. Mi rifugio in una giardiniera per salvarmi da un'acquata improvvisa e casco proprio nel punto che scoppia una lite, non capisco perchè, fra due giovani operai e il cocchiere Tempesta. Il vento sbatte le tende in faccia ai passeggieri, che si restringono nel mezzo, tutti in piedi; ma la pioggia ci viene addosso anche fra le panche, dove le signore s'affannano a ripararsi i vestiti, lagnandosi della Società che non mette fuori i carrozzoni chiusi quando fa cattivo tempo. Son capitato male. Son tutti stizziti come d'una stizza attaccaticcia, tutti con l'anima per traverso, compresi due vecchi ufficiali pensionati che non vanno d'accordo sulle riforme militari del Ricotti, discusse in questi giorni al Senato, e si scambiano delle frasi che paion colpi di sciabola: — Mille e cento ufficiali tolti dai quadri! Ma mi burla! Ma a che si riduce la carriera? — Non è il Ricotti, è il Mocenni: ottocentoventisette erano già radiati. — E lei mi scusa il male col peggio? — Ma io non riconosco nè questo nè quello. — Ma come! Ma allora.... — E mentre un mio vicino tratta di barbara l'amministrazione che non mette delle tende da potersi agganciare alle panche per pararsi dai temporali, e tenta inutilmente, sbuffando, di tener tesa la sua, s'accalora la lite fra i due operai che gridano: — Pùrgati! — Va a far le docce! — Va all'istituto antirabbico! — e Tempesta, che rivolto a loro col viso torvo e infiammato, alterna frustate e sagratacci, scandalizzando un vecchio signore in cilindro, seduto alle sue spalle, il quale si volge a domandare al fattorino con voce pacata di basso: — Ma non è pro-i-bito al personale di servizio di parlare in codesta maniera? — Intanto la pioggia infuria, le tende ci schiaffeggiano, i malumori s'inaspriscono, i lamenti suonano più alto, Tempesta sagra più fitto, e la carrozza che porta quest'ira di Dio, sferzata dall'acquazzone, flagellata dal vento, illuminata dai lampi, vola, schizzando mota da tutte le parti, a traverso la piazza Vittorio Emanuele, dove s'incontra con un altro tranvai portante una comitiva di giovanotti fuggiti dal gioco del pallone, i quali, passandoci accanto, vedono e comprendono e ci mandano in faccia una risata in coro, ultimo oltraggio.... Ma non a me, spassato egualmente della carrozzata in festa e della carrozzata in collera, che mi mostran le due facce del burattino umano.

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Qui trovo notati a tre date successive, 14, 15 e 16, tre dei miei personaggi, riveduti in condizioni e fra circostanze straordinarie. La domenica del quattordici, segnata nell'Almanacco Storico della Casa Treves come giorno della rielezione del deputato Brena, sulla linea del Valentino, il Marchese, il fattorino dai balletti d'oro, bello e elegante come sempre; ma quanto diverso dal solito nel modo di trattare con le signore! Non più sorrisi fuggitivi, non più atteggiamenti d'ossequio amoroso, non più quell'atto di posar lo scontrino come una chicca nella mano inguantata, fissando sulla passeggiera uno sguardo soave. E subito non capii il perchè di quel mutamento; ma i cenni e i frizzi di due giovanotti suoi conoscenti, seduti vicino a me, me lo spiegarono. Quel riserbo insolito gli era imposto da un bel pezzo di ragazza bruna, ritta sulla piattaforma della giardiniera come un gendarme; la quale seguiva ogni suo passo ed atto con due grandi occhi neri e severi, sopra di cui si drizzava fino a mezza fronte la ruga distintiva del sospetto. Non riuscii a capire se fosse sua moglie o sua amante. Intesi dire però (e si vedeva) che, conoscendo il suo pollo, n'era gelosa, che soleva fare di tanto in tanto una di quelle corse di vigilanza, salendo inaspettata sul tranvai come un controllore, e che più volte, per uno sguardo o per una parola, aveva fatto una scenata al bel fattorino, e provocato anche signore e ragazze, con un'audacia di leonessa. Oh, cose terribili; minacce di ceffoni addirittura, e chiassi e scandali per conseguenza. Ma egli aveva oramai un così salutare terrore di quelle due lanterne nere che non s'arrischiava nemmen più a sorreggere per il braccio le signore che salivano. Mentre passava accanto a me, uno dei due giovanotti gli disse piano: — Pietro, riga dritt! — e diede in una risata: egli rispose con un sorriso forzato. E seppi che altre mogli di fattorini venusti facevano delle corse di sindacato come la bella bruna, comprandosi così ogni tanto dieci centesimi di fedeltà coniugale, con vantaggio dell'amministrazione e del servizio....

15 giugno. All'ora stessa che si presentava Li-Hung-Chang all'imperatore Guglielmo, comparve davanti a me sul tranvai di via Garibaldi il signor Guyot, coi suoi occhiali reazionari e il suo pizzo minaccioso. Appena mi vide, salendo sulla piattaforma opposta, mi saettò un'occhiata anche più truce dell'altre volte; e forse per il fatto, che mi venne in mente in seguito, dell'elezione del Turati nel quinto collegio di Milano, avvenuta il giorno avanti. Ma era destino ch'io dovessi dar sempre a quel pover uomo delle scosse violente. Pochi momenti dopo salì accanto a me un mio vecchio amico, procuratore del re, proprio nel punto che egli mi figgeva addosso uno di quegli sguardi foschi, in cui all'inquietudine e all'avversione si mescolava il sentimento di curiosità malsana che ci spinge verso i delinquenti. Al lampo che gli passò sul viso quando vide l'amico stringermi la mano ed entrare con me in conversazione gioviale, capii ch'egli sapeva chi era. Fece due occhi di polipo ed espresse con tutti i muscoli facciali un senso di maraviglia sgradevole, come se quella familiarità d'un magistrato con un par mio fosse un fatto scandaloso, un pubblico incitamento a delinquere, un indizio di sfacelo sociale, qualche cosa come il veder per la strada un carabiniere in divisa a braccetto con un borsaiolo famoso; e capii benissimo che andava domandando a sè stesso, con curiosità ansiosa, che cosa mai ci potessimo dire, e che se fosse stato in quel momento ministro di grazia e giustizia avrebbe fulminato sull'atto un decreto di destituzione. Ah, quanto deve aver sofferto! E vedo ancora l'ultima occhiata che lanciò al mio amico scendendo, come per dirgli: — E non si vergogna?... Faccia invece il suo dovere, perbacco!

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16. (Il giorno in cui gli Stati Uniti pagano cinquantamila lire per i nostri “linciati„ del Colorado). Oui, tout se paye, come dice un personaggio di romanzo; tutto si sconta anche quaggiù; e l'“eterna vendetta„ coglie qualche volta il reo anche sul tranvai. Fu per me una vera soddisfazione. Il tirannucolo rabbioso, il negriero fallito, il perpetuo strapazzatore di fattorini e di cocchieri, il signor Tintura-Migone, insomma, quel pezzo di superbia villana con le gote enfiate e coi baffi irti, stava seduto in un carrozzone chiuso e affollato della Torinese; e non aveva ancor finito di brontolar col fattorino perchè non era spolverata la panca, che già cominciava a dar segni d'impazienza contro un bel bambino di nove o dieci mesi, ritto accanto a lui sulle ginocchia d'una donna, la quale lo voltava ora di qua ora di là, come per farlo ammirare. Di ragione, doveva odiare anche e bimbi, che son dei deboli; e tutti i presenti, chi l'avevan pesato al primo sguardo, lo guardavano con manifesta antipatia. — Lo tenga seduto! — disse a un tratto alla donna, di mala grazia. Ma l'ebbe appena detto che saltò su indignato, vomitando fuoco e tirando fuori il fazzoletto. Ahi, troppo tardi! E l'ira sua non ebbe eco. Non solo; ma il contrasto fra la sua faccia fiammeggiante e il visetto sereno e innocente di quell'amore di putto che lo guardava con gli occhi azzurri, inconsapevole dell'avvenimento, fu così comico, che diedero tutti in uno scoppio di risa; il quale finì di fargli perdere i lumi. Ah sì, tutto si sconta, e infinite sono le fonti da cui la divina Provvidenza fa “zampillar„ la giustizia.

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Rieccolo, finalmente! È certo, pensai appena lo vidi, che la sua prima parola sarà sul discorso fatto dal Jaurés alla Camera francese intorno al lavoro dei fanciulli. E infatti il suo primo saluto, salendo sul tranvai, fu un allegro: — L'ha letto? — detto con quella voce di basso, che parea che uscisse da un trombone. Egli ne aveva letto un sunto in un giornale italiano e se l'era affisso a una parete, secondo il suo costume, nella sua bottega di falegname. Anche a mezzo giugno egli portava il suo cappellone alla calabrese e quell'eterna giacchetta di velluto cacao spelato; ma aveva la barba meno selvaggia del solito e un'aria di soddisfazione, come se avesse riportato qualche vittoria machiavellica sulla Prefettura.

Eravamo sul corso Cairoli; la giardiniera, piena di gente, correva all'ombra dei grandi platani, in vista delle acque del Po, solcate da barchette variopinte di canottieri, e dal fiume e dai colli spirava una freschezza di primavera. Tutti i passeggieri parevano di buon umore, un bambino cantava, e i miei vicini guardavano con curiosità simpatica quell'operaio dal collo taurino, che con quella grossa voce, con quell'aria di gravità bonacciona, parlando un piemontese intercalato d'italiano rude, ma corretto, faceva un minuto raffronto fra il discorso del De Mun e quello dell'oratore socialista, flemmaticamente. C'era fra gli ascoltatori una donna sulla quarantina, che non aveva trovato da sedere, una bottegaia, all'apparenza, ma vestita signorilmente, e di viso un po' pretenzioso, ma benevolo; la quale si voltava ogni tanto a guardarlo, stupita, come se fiutasse in lui un dotto signore travestito.

A un certo punto il falegname s'interruppe e, alzandosi in punta di piedi, piegò il capo da una parte e allungò il collo per leggere il titolo d'un grosso libro che teneva sulle ginocchia, coprendolo in parte con le mani, una signora seduta davanti a noi, sur una delle panche più vicine. — Diavolo! — esclamò. — Un trattato d'anatomia! — Ed era proprio lei, la vergine morta, seduta accanto a un signore dalla capigliatura e dalla barba bianchissime e ravviate con gran cura, dall'aspetto serio e quasi altero, come d'un vecchio colonnello, con due occhi chiari e un naso diritto e sottile, che lo dicevano indubbiamente suo padre. La vergine morta! Non la vedevo da due mesi, l'avevo quasi dimenticata. Era sempre quel viso bianco e delicatissimo, d'una purità angelica, d'una immobilità marmorea, d'una serenità di creatura superiore alle passioni umane e intangibile da ogni sozzura terrestre; ma alquanto smagrito e anche più niveo del consueto, e con gli occhi come velati da un'ombra di stanchezza. Eran certo le fatiche della preparazione agli esami; doveva forse dare in quel mese l'esame d'anatomia.

— Sarà una studentessa di medicina, — disse il falegname.

— Una signorina fuor di strada, — osservò un signore accanto a me.

— E perchè? — domandò il primo.

— Bah! — rispose l'altro. — Non è il loro mestiere. A pensar quello che vedono e che toccano, mi spoetizza.

Il falegname scrollò una spalla. — Allora, anche le monache infermiere degli ospedali.... Eppure, non spoetizzano nessuno.

— E poi, già, non ci riescono, — ribattè il signore. — Le donne non nascon per questo. Io non chiamerei mai una medichessa.

— Lei no, ma la sua signora....

— Io non ho signore, — ripose quello ridendo.

Allora interloquì la bottegaia: — Non la chiamerei nemmen io.

A quell'uscita, il buon falegname, che nella quistione femminile aveva la “specialità„ di moralista, si voltò di scatto, come punto, e capii che le voleva sciorinare un ragionamento coi fiocchi; ma non ebbe neppure il tempo di incominciarlo, perchè quella discese. Indispettito di non potersi sfogare con lei, si voltò dall'altro. — Ecco — disse; — che non ne voglian sapere neanche le signore è quello che non capisco. Almeno non dovrebbero ancalesse a dirlo (osar di dirlo). E la decenssa? E 'l pudour? Mi pigli una ragazza onesta. Può aver questo, può aver quest'altro: è vero? Ebbene, tanti scrupoli, tante delicatezze per tanti anni per custodirla come una madonna, ed ecco che viene un omaccione di medico, e tutto va per aria, e guarda di qui e tocca di là. A me pare una saloparia bella e buona, se l'ho da dire come la penso, scusi la parola. Proprio, mi pare impossibile!

Alcuni risero in segno d'approvazione, e rise anche il contraddittore, maravigliato di trovare un paladino del pudore sotto quel cappellaccio e dentro a quel giacchettone, e si mise a guardarlo come un originale di nuovo conio, che gli desse nel genio. E pareva anche disposto a stuzzicarlo per fargli vuotar tutto il sacco. Ma l'operaio, accorto, non ci si prestò. E poi si voltaron tutti a guardar la signorina che discendeva con suo padre allo svolto di corso Vittorio Emanuele, e fece senso a tutti quella sua lunghezza, la semplicità infantile di quell'andatura, quel non so che di strano, di monacale, d'incorporeo che era in tutta la sua figura.

— Ebbene, — disse il falegname, con l'accento di chi trova un argomento inaspettato in favor suo — ha l'aria d'una ragazza “come si deve!„

— Eppure, — rispose sorridendo il suo avversario — a pensare che adesso va alla sala anatomica.... Che cosa vuole? A me non mi va una ragazza che sa tutto.

— Già, se invece andasse al teatro Regio.... A loro piacciono le donne che non sanno niente e che mostrano tutto; a me mi par più onesta una donna che sa tutto e che non mostra niente.

Tutti risero. — Ben ribattuto! — esclamò il signore, con evidente sincerità, esilarato. E quando l'operaio discese, levandosi il cappello, tutti lo guardarono con viva curiosità, e il suo avversario espresse il pensiero comune, dicendo: — Non credo che ci sia al mondo un altro originale compagno!

— Eh, v'ingannate, — pensai — ne vengon su a migliaia. Fra cinquant'anni i tranvai ne saranno pieni. E quelli che parranno matti originali saranno gli altri.... se ce ne saranno ancora.

*

La mattina dopo, un divertimento delizioso, uno degli episodi più belli di quei primi sei mesi di vita in carrozza. Il tranvai della linea Vinzaglio correva in mezzo alle palazzine e alle ville dello stradone di Francia, fra quelle due file sterminate di grandi olmi, che metton capo al castello di Rivoli; il quale appariva vicinissimo, roseo nell'aria limpida, e come sospeso sull'orizzonte. Giors sferzava i cavalli con l'allegrezza della fame che corre al pasto dopo il lavoro, ridendo tra sè e bevendo l'aria come un liquore, con gli occhi larghi e fissi alla barriera, come se ci vedesse il fumo della sua minestra, e con le nari dilatate e frementi, come se il vento glie ne portasse l'odore. Arrivato in capo alla linea avrei dovuto tirare avanti a piedi fino alla villa d'un mio amico, latinista illustre; ma, disceso all'apertura della cinta, non potei a meno di fermarmi, vedendo avvicinarsi al tranvai una donnina grassotta e bionda, con un bimbo in braccio da una parte e il canestro in mano dall'altra, accompagnata da due marmocchi, l'uno di cinque, l'altro di tre anni; nei quali riconobbi alla prima occhiata gli occhi e il naso giorgiani. Povero Giors! Doveva essere assai benvoluto, ed era certamente la sua colazione uno spasso quotidiano del vicinato, perchè, appena la giardiniera arrivò, mentre egli staccava e riattaccava i cavalli, gli vennero intorno, col viso curioso e ilare, le guardie daziarie, la rivenditrice d'erbaggi, altre tre donne e dei ragazzi, tutta la piccola società della barriera, presso la quale egli aveva domicilio, in una casetta fuor della cinta. Come afferrò il canestro! con l'atto d'un padre amoroso che tende le braccia al bambino non più visto da un anno. Sedette sul predellino della giardiniera, tirò fuori e si mise sulle ginocchia il vaso di latta della minestra, si passò una mano sui baffi, diede una risata in faccia agli spettatori che facevan cerchio, ed esclamando: — Al lavoro! — incominciò.

Subito i due figliuoli in piedi, due panciutelli di viso bruno, sani e puliti come lui, gli si accostarono, guardandolo mangiare come fanno i cani, che accompagnano con l'occhio il boccon del padrone dal piatto alla gola. — Bada che hanno già mangiato, — gli disse la moglie; — non facciamo la solita storia....

— Come? — domandò lui, con la bocca piena, fissandoli; — e avreste la faccia?

Quelli accennarono di sì, che avevano la faccia, e Giors alzò una mano per ammollare un duplice scapaccione. Ma essi non indietreggiavano: sapevano che non era che una spacconata paterna, che a quel baleno non teneva mai dietro il fulmine.

Il padre, infatti, ritirò la mano e sporse il cucchiaio, che uno dei due imboccò. — Ma non avete vergogna? — gridò la mamma, tirandoli indietro l'un dopo l'altro; ma il più piccolo le sgusciò di mano e si fece avanti a riscuotere la sua cucchiaiata; e dopo di lui ricomparve l'altro, fra le risate della platea.

— Ma ti mangian tutto! — esclamò la donna.

— Ma cosa vuoi? — rispose Giors. — Cosa ne posso io se non hanno fondo? Mi mangerebbero vivo coi miei cavalli, mi mangerebbero. Doveva toccare a me una razza di lupi compagni! No! — gridò poi risoluto — non vi do più un grano di riso se vi vedessi crepare di fame!... Ancora questo e poi finis.

E intanto diluviava, dando ogni tanto un'occhiata in fondo allo stradone, verso Torino, se comparisse l'altro tranvai; poichè eran già passati tre dei dieci minuti regolamentari. E invano sua moglie badava a dirgli: — Ma mangia adagio, non t'ingozzare, che c'è ancora tempo! —; benchè il tranvai non si vedesse ancora, egli mangiava in furia. Finita la minestra, tirò fuori la boccetta del vino, la mostrò agli astanti, disse: — Per uso interno! — e data una gran risata, se l'attaccò alla bocca. — Bah! — disse poi, staccandola, e osservando il calo: — Ci vorrebbe altro! — E soggiunse, rivolgendosi a me, col suo buon sorriso: — Non è mica andato in fondo, sa! Si è perso per le strade laterali....

Poi mise la boccetta alla bocca dell'uno e dell'altro ragazzo, dicendo: — A voi, malviventi! — La moglie gli afferrò il braccio; ma egli si svincolò e li fece bere, dicendo a me: — Due spugne, sa; mi beverebbero il sangue.

Riposta la bottiglia, addentò il pane e attaccò un pezzo di frittata, facendo degli elogi alla cuoca, e tra un boccone e l'altro apostrofò la piccina che quella teneva in braccio: — E tu, stoponëtta? (turaccioletta) — e ne chiese notizie, mentre porgeva dei pezzettini di frittata agli altri due. — Non ha che venti mesi di servizio, — disse, rivolto a me. E, masticando, mi raccontò come la bambina non lo riconoscesse per suo padre che da poco tempo, dopo che egli era di servizio fisso sulla linea Vinzaglio. Quando era sulle altre linee, dovendo far colazione e desinare qua e là, essa non lo vedeva mai, neppur la sera, perchè egli rientrava tardi, quando già era addormentata, e neppur la mattina, perchè se n'andava prima che si svegliasse. E per questo s'era dato lo strano caso che la bimba, già di più d'un anno, non conoscendo ancora suo padre, un giorno ch'egli era tornato a casa prima di sera, per essersi fatto male a una gamba, al veder entrar da padrone un uomo che non aveva mai visto, s'era spaventata e messa a gridare come un'aquila. E conchiuse il racconto esclamando con una risata: — Ah! che farsa di mestiere! Facciamo persin paura ai nostri citt! Ma non fa niente.... fin che la cassa è sana! — e si picchiò un pugno sul petto. Poi, eccitato, come se avesse fatto un lauto pranzo, alzandosi e scuotendosi dalla giubba le briciole del pane, rispose botta per botta alle facezie delle guardie e delle donne, che lo stuzzicavano; e infine, vedendo avvicinarsi l'altro tranvai, baciò l'un dopo l'altro i ragazzi, dicendo: — Ciao, lupotto! — Ciao, pancetta! —, prese in braccio la bimba e le fregò i baffi sul viso, disse alla moglie, restituendole il carico: — Brava, vecia! Una frittata fiamenga! — e, salito sulla piattaforma e impugnate la frusta e le redini, sferzò i cavalli e partì, voltandosi a mandare un altro saluto alla famiglia e un'ultima risata agli amici.

— Che brav'uomo! — disse una donna. — Un uomo contento —, soggiunse una guardia. — Un superuomo, — dissi tra me; ma sul serio.

*

A questo punto mi saltano su dalle note non so quanti personaggi nuovi, che son costretto a respingere, come ne respinsi molti nei mesi andati, per non arrivare alla fin dell'anno con un esercito. Ma è un peccato, perchè conobbi fra gli altri in questo mese di giugno dei così curiosi tipi di “tranvaiofili„ amatori e studiosi paladini fanatici dell'istituzione! Ne conobbi di tutte e tre le classi in cui si possono dividere: degli inquisitori, che si piantano sempre accanto al cocchiere o al fattorino, per tempestarlo di domande: — Quanti anni ha questo cavallo? Quanti cavalli avete? Quanti cocchieri siete? Quanto costa questa carrozza? Quanto è lunga questa linea? — fin che la vittima perde la pazienza; dei calcolatori, azionisti, amministratori e cassieri in ispirito delle due Società, delle quali studiano gl'interessi, e almanaccano le entrate e le uscite; dei parteggianti, che, senz'averci un interesse al mondo, portano in palma di mano una Società e danno addosso all'altra con un ardore da parer pagati, attaccando con altri capi ameni del loro stampo delle dispute in cui rischiano arditamente di farsi cappottare per i begli occhi dell'Anonima del loro cuore. Generosi cavalieri, nobili idealisti! Poco mancò che venissero a pugni quei due campioni dell'ultima classe, che sul tranvai della linea di Nizza, il giorno diciotto, intavolarono una discussione sui meriti comparati della Belga e della Torinese a proposito del color rosso e verde dei carrozzoni dell'una e di quello giallo e sangue di bue dei carrozzoni dell'altra. I ferri si riscaldarono con una rapidità inquietante.

— E lei mi vuol confrontare i cavalli della Belga, tutti maremmani bisbetici, con quelli della Torinese, che vengono dalla Croazia e dall'Ungheria, più forti, più alla mano, più.... Mi faccia il piacere!

— Eh, i cavalli non fanno la grandezza d'una Società: la Belga ha trenta carrozze di più, e un personale che s'avvicina al doppio!

— Ma le carrozze della Torinese son più grandi e più comode; la Belga non ha cuscini.

— Ah, i cuscini! Niente di meno! Cospetto!

— Non c'è cospetto; e fa anche il servizio più intensivo e paga meglio gl'impiegati.

— Ma ha un orario più lungo.

— E se ne vanta! È la sola che faccia servizio fino alle undici!

— S'accomodi; ma la Belga ha le migliori linee, passa per le strade principali. Sa che il Martinetto e il Vinzaglio danno dalle settanta lire per giorno?

— Corbellerie! In ogni caso, dà più da sola la barriera di Nizza che quelle due messe insieme.

— Che sproposito!

— Non è una risposta da persona civile!

— Non è da persona civile voler dare ad intendere delle assurdità!

E così, agitando tutti e due il giornale della mattina che annunciava il maremoto del Giappone con quaranta mila morti e ottomila case distrutte, tirarono via fino al corso Vittorio Emanuele, dove si vide un carrozzone della linea dei Viali, uscito dalle rotaie, risospinto indietro a gran fatica dal cocchiere e dal fattorino, fra due ali di passeggieri impazienti. E il paladino della Torinese, voltandosi verso il suo avversario col viso lampeggiante, e accettandogli il carrozzone deviato: — Vede? — gli disse, — è della Belga. — Poi tacque, e assaporò il suo trionfo. O cervelli, appetto a cui il cranio d'una formica è palazzo Pitti! come diceva Francesco Domenico. Eppure, non è giusto, perchè vi sono anche nei cervelli e negli animi grandi dei ripostigli oscuri in cui s'annidano di queste idee nane e di queste passioncelle miserabili, che vengon fuori di tanto in tanto, e paion più nane e più miserabili e fanno più compassione e più dispetto.... appunto perchè escono dal Palazzo Pitti.

*

Un altr'ordine d'osservazioni feci di quei giorni sui malati in tranvai. Ne avevo già osservati nei mesi addietro: un giovinetto tisico, che faceva ogni giorno, forse per ricreazione, il giro intero della linea dei Viali, sempre solo, e che guardava tutti e tutto con lo sguardo stupito e insistente di chi, sentendosi già diviso dal mondo, lo vede a una distanza in cui gli apparisce quasi sotto un aspetto novo; una signora ancor giovane, pallidissima, che ad ogni scossa del carrozzone si premeva una mano sul cuore, chiudendo gli occhi e torcendo la bocca, come per un colpo di coltello; ed altri, dei visi smunti e bianchi, sui quali i passeggieri fissavano lo sguardo, troncando ogni conversazione, come per scrutarvi il mistero della morte. Ma non mi s'era offerto mai uno spettacolo così triste come quello che vidi la domenica di San Luigi, penultima di Giugno, sull'imbrunire, quando sui tranvai s'accendono i lumi. In un carrozzone chiuso, pieno di gente allegra che tornava da scampagnate e da feste, salì con grande stento, sorretto per un braccio da un giovinetto, un uomo sui cinquant'anni, dalla faccia smorta e disfatta; il quale, appena messo il piede sulla piattaforma, si cacciò una mano sulle reni, come trafitto da un gran dolore improvviso, e rovesciando il capo indietro, si battè l'altra sulla fronte, e gridò con una voce d'angoscia da far rabbrividire: — Oh mi povr'omm! Mi povr'omm! — Doveva esser la sua una di quelle forme terribili di malattia della spina, accompagnate da sensazioni strane e spaventevoli, che paiono il principio d'uno sfacelo repentino dell'organismo e quasi l'annunzio della morte imminente. Entrò, più portato che sorretto, e cadde sopra la panca come un sacco di cenci buttato, volgendo intorno uno sguardo d'agonizzante, e mettendo un lamento sommesso, continuo, spaurito, infantile, tra il gemito e il pianto, che schiantava il cuore. Fra i passeggieri fu come se avessero gettato nel carrozzone un cadavere; ed era orribile veramente sotto la luce fioca della fiammella che ingialliva il suo viso chino, lasciandogli gli occhi nell'ombra, come già spenti. In tutta quella gente spensierata si destò bruscamente il sentimento della fragilità della vita umana, il pensiero d'una vecchiaia martoriata e disperata, la visione delle mille infermità miserande che ci aspettano, come mostri appiattati, sulla via degli anni, per saltarci sulle spalle e cacciarci a furia di morsi alla fossa. E vidi bene che fu in quasi tutti un effetto di sgomento più che di pietà. Alcuni impallidirono; una signora s'alzò e uscì sulla piattaforma; altri, per non vedere, torsero il viso verso la strada, e un signore vicino a me redarguì il fattorino, dicendogli che non era lecito, che era “un'indegnità„ il lasciar salire sul tranvai un uomo in quello stato. Un'indegnità! Gli avrei voluto ridire che tale non mi pareva; che se non l'avessero fatto salire, quell'infelice avrebbe sofferto doppia tortura a strascinarsi a casa a piedi, e ch'era giusto che la carrozza di tutti trasportasse anche i dolori, e ch'essa faceva del bene pure per questo: che costringeva qualche volta anche i felici a fissare in viso la disperazione e la morte, ad accogliere il grande pensiero che fuga ogni vanità e schiaccia ogni orgoglio. Ma avrei sciupato il mio fiato perchè proprio in quel momento, mentre passavamo accanto al giardino di piazza dello Statuto, si sparse una maledetta tempesta di note di flauto e di tromba da una giardiniera che veniva giù di corsa dallo stradone di Rivoli, tutta occupata da una banda musicale di dilettanti in cimberli, e lo spettacolo nuovo e comico di quel carrozzone sonoro, in cui si vedevano al chiarore dei lumi le facce rosse e enfiate di venti sonatori soffianti negli strumenti con una furia d'energumeni, ricondusse il pensiero di tutti dalla morte alla vita.

*

Conobbi anche in quel torno altri personaggi singolarissimi tra gl'impiegati dei tranvai: un cocchiere che parlava a ogni proposito delle sue terre, e che possedeva infatti non so dove cinque magre “giornate„ di prato, per cui era ammirato e invidiato dai colleghi come un latifondista americano; un fattorino che leggeva e rileggeva continuamente da mesi e mesi un volumetto sbrindellato e sudicio del romanzo La mano del defunto, diventato per lui una specie di libro dei libri, in cui scopriva ogni giorno nuove maraviglie; e un altro cocchiere, il più originale di tutti, un rozzo montanaro gozzuto, il quale, manieroso con tutti gli uomini, riserbava tutto il suo orgoglio e la sua villania per il bel sesso, che parea che odiasse a morte; tanto che quando una signora gli toccava la spalla con la punta dell'ombrellino perchè fermasse, si voltava indietro furioso, come se gli avessero piantato uno spillone nelle carni. Chi sa perchè! Ci doveva esser sotto qualche segreto di tradimento coniugale, che gli aveva messo nell'anima l'orrore della gonnella. E una sera scopersi finalmente, dopo un pezzo che lo cercavo, il dantista, per caso, sulla linea della barriera di Milano. Salendo sul tranvai nel momento che finiva un diverbio fra il fattorino e un contadino che scendeva, intesi quello mormorare fra i denti: — .... in costà, malvagio uccello! — Un verso di Dante! — pensai —; che sia lui? — L'osservai. Era un giovine alto e bruno, di viso piccolissimo, con due occhietti neri pieni d'intelligenza e due baffetti arricciati di studente; sotto ai quali guizzava il sorriso ironico, e come abituale, d'un conoscitore precoce della vita, scettico e benevolo a un tempo. Sì, doveva esser lui. E glie lo domandai senza preamboli: — È lei che sa Dante a memoria? — Si mise a ridere; ma non parve maravigliato della domanda.

— Son fandonie —, rispose ridendo; — storie che hanno messe in giro i miei colleghi. Non ne so di più di quanto ne sanno tutti quelli che hanno fatto la prima Liceo. E poi, anche se l'avessi saputo, l'avrei scordato. — E mostrandomi il libretto degli scontrini, disse: — Il mio Dante è questo adesso. — E soggiunse con un sorriso: — Lo mio volume. — Gli domandai in che maniera dal Liceo fosse venuto a cascar sui tranvai. Me lo disse con disinvoltura. Suo padre, ingegnere, morto all'improvviso; la famiglia numerosa rimasta sul lastrico; un tentativo di commercio fallito; un impieguccio in una Società d'Assicurazioni, ottenuto e perduto un mese dopo, per riduzione di personale; la storia solita.

— E l'impiego attuale? — domandai.

— Ahi... Selvaggio —, rispose sorridendo —, et aspro e forte. — E mi disse tutto, familiarmente. Era la prima volta che sentivo giudicare il pubblico da un “signore„ ridotto in quella condizione, donde lo poteva vedere di sotto in su: mi disposi a ascoltarlo con viva curiosità. Ma fu assai temperato, se non nella sostanza, nella forma, come tutti quelli a cui la disgrazia non sfibra, ma fortifica l'animo.

Il peggio, a suo senso, non era l'orario dalle sedici alle diciott'ore, il dover mangiare come i briganti, e la pioggia delle multe per un ritardo, per una svista, per mille errori di nulla, quasi inevitabili. Il peggio era il continuo contrasto, la lotta continua col pubblico, il doversi guardare da ogni specie di piccole insidie di nemici. Cose da non potersi immaginare. Bricconi che salgono sul tranvai, ci stanno un bel pezzo, e poi, fingendo d'aver sbagliato linea, saltan giù senza pagare, per far lo stesso gioco col tranvai successivo; beceri che salgono in sei o sette, le sere di domenica, e attaccan lite apposta fra di loro perchè nella confusione riesca a qualcuno di non pagare; imbroglioni che tirano a appioppare al fattorino dei soldi falsi, affermando, per esempio, d'averli avuti col resto d'una lira, magari dopo un quarto d'ora che se li rimestano in tasca; prepotenti che vanno sulle furie perchè il fattorino non vuol cambiare un biglietto da dieci, gridando che non è vero che non abbia spiccioli, come se di questi egli volesse far commercio a vantaggio proprio; birboni, insomma, e birberie d'ogni stampo. E poi ci son quelli che hanno perduto un oggetto sul tranvai e accusano il fattorino d'averlo raccattato e intascato; quelli che se la pigliano con lui perchè hanno sbagliato linea, o lo investono perchè s'è dimenticato di indicar loro la cantonata dove volevan discendere; e quelli che, avendo fretta, vanno in collera perchè egli non taglia col tranvai il corteo funebre o il battaglione che passa, o perchè un cavallo cade o tutte e due vanno lenti, come se fosse colpa sua quello che dicono, che la Società non nutre abbastanza le bestie. — Così è — concluse celiando. — Il fattorino, vede, è l'uomo

Al qual si traggon d'ogni parte i pesi.

Entravamo allora in quel largo corso Vercelli, ai due lati del quale si aprono strade e vicoli che si perdono nei campi e s'alzano camini di officine da ogni parte, in mezzo a case disuguali e sparse, che paion d'un villaggio, ma che serbano ancora nell'architettura, nei colori, nelle botteghe, in qualche cosa che sfugge alla parola l'aspetto assestato e rigido dei quartieri centrali di Torino. Quando fummo all'imboccatura di via Carmagnola, il fattorino m'accennò una casetta di due piani, poco lontana, coi terrazzi tutti fioriti, e disse: — Guardi; io stavo là, nel tempo felice. Il mio povero padre è morto là, al primo piano. S'era come in campagna. Ora stiamo a un quarto piano di via Barbaroux, in due buche, e la mattina mi tocca a fare un par di miglia per trovarmi sul posto prima di giorno. — E soggiunse sorridendo: — Uomini fummo ed or sem fatti sterpi.

Poi riprese il discorso di prima. — No — disse — lei non si può figurare le pretensioni e le stramberie del pubblico con cui abbiamo da fare. — E le peggio, disse, non erano quelle della gente bassa, dei barabba che vogliono cantare in tranvai, e che rispondono alle preghiere con minacce, a cui convien rassegnarsi per non avere suon di man con elle; dell'erbaiola che vuol caricare a ogni costo un sacco grande come un armadio, senza un pensiero al mondo che il fattorino si buschi una multa per cagion sua; del briacone fradicio che si vuol sdraiare nella giardiniera come in una stalla. Più irritanti di costoro son le persone per bene che dovrebbero essere ragionevoli: il signore, per esempio, che pretende che il fattorino faccia alzare un tale per far posto a sua moglie, quello che vorrebbe ch'egli facesse smetter di fumare un tal altro che gli manda il fumo sul viso, la signora rimasta in piedi che se la piglia con lui perchè non c'è posto, dicendogli che ha pagato e ha diritto di sedersi, o anche lo minaccia di far rapporto perchè non fa tacere un signore vicino che “parla male„.

— Il pericolo per me —, disse — è che qualche volta mi dimentico della mia condizione e son tentato di rispondere da “signore„ come rispondevo una volta, che sarebbe la mia rovina. Che sforzo debbo fare per rimandar giù le parole che mi vengon su! E me ne vengono, sa! Ma...! D'essere stati poveri è facile scordarsi; ma d'esser stati signori, quanto è difficile!

E continuò, dicendo che non potevo immaginare con che razza d'accattabrighe, anche ben vestiti, s'avesse da fare sui tranvai: con implacabili che brontolano alle spalle del fattorino o del cocchiere per lo spazio di tre chilometri, che riattaccano il lucignolo risalendo sul tranvai il giorno dopo, che serbano in corpo l'amaro d'un diverbio per dei mesi, che si prendono a parole fra di loro per le cause più futili e trascinano dei piati di maestro Adamo e Sinon Greco da borgo San Salvario fino alla barriera di Milano, ripetendo trecento volte la stessa frase con l'ostinazione d'un maglio di macchina a vapore. E il primo, il primissimo torto, in ogni caso, è sempre del fattorino, sul quale cascan tutti d'accordo. Nessuna pietà per lui, anima prava. Gli accadeva qualche volta, stando in piedi da dieci ore, di sentirsi la schiena rotta e d'avere un gran bisogno d'appoggiarsi un momento al parapetto della piattaforma posteriore, per riaversi un poco. Ebbene, non c'era caso che uno dei passeggieri che vi s'appoggiavano, mentre le panche eran mezze vuote, indovinasse mai il suo bisogno e gli lasciasse il posto per misericordia. Mai. Ogni passeggiere tratta il fattorino come se si fosse levato da letto un'ora prima e dovesse tornare a letto alla fin della corsa; ognuno ha l'aria di dirgli: Omai convien che tu così ti spoltre.... Ah, se assaggiassero per una settimana la nostra piuma e la nostra coltre!

Ma tutto questo disse con tuono piuttosto di satira che di querimonia, e con la stessa vivacità studentesca riepilogò e concluse la sua chiacchierata. Sì, veramente: badare a chi sale e a chi scende, e a chi chiama da vicino e da lontano, saltar giù a raddrizzar gli aghi e a badare ai crocicchi, strusciarsi fra i passeggieri accalcati a pescare i soldi ritrosi, cambiare, notare, rendere i conti, rispondere a cento domande, rabbonire i litiganti, e pregare e leticare e spolmonarsi e beccarsi del villano e del buricco da gente bene e male educata, continuamente con le gambe in moto, con le braccia per aria, con la mente tesa e gli occhi all'erta e la multa sulla testa, per dodici ore filate, sotto il sole e sotto la pioggia, col vento e con la neve, tutti i santi giorni dell'anno, per cinquanta soldi al giorno.... è una dura vita. — E soggiunse in ischerzo: — Tanto è amara che poco è più morte. Se Dante tornasse al mondo, aggiungerebbe alle sue bolge delle linee di tranvai e metterebbe a fare i fattorini i peccatori della peggio specie.

Eravamo arrivati a quella piazza solitaria della barriera, che par la piazza d'un villaggio lontano da Torino, di là dalla quale s'allunga nell'aperta campagna la strada di Milano, e lì, al momento di scendere, l'arguto dantista spostato me ne disse ancor una, che mi parve la più amena di tutte, il più curioso esempio di pretensione indiscreta, ch'io avessi mai inteso citare, di passeggieri saccenti. Il giorno avanti, essendo salita sul tranvai una signora tedesca ch'egli non era riuscito a comprendere dove volesse andare, un signore pingue e dignitoso aveva detto con tutta serietà al suo vicino: — Bella figura che ci facciamo! La società dovrebbe prender dei fattorini che sapessero le lingue. — Ed egli, il dantista, gli aveva risposto: — Soltanto le lingue viventi, non è vero? Facoltativi il latino e il greco, tutt'al più. —

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Per tre giorni, nulla di nuovo, fuorchè una fuga atterrita di signore da un carrozzone chiuso, dove un matto originale, credendo di divertir la compagnia, s'era levato di tasca e messo sopra una spalla due topini bianchi addomesticati, che gli giravano intorno al bavero, come una collana vivente: uno stridìo, un sottosopra, per cui accorse una guardia civica, decorata della medaglia al valor militare (Donne, da voi non poco la patria aspetta!). E poi, la domenica del ventisette, andando e ritornando dallo Sferisterio, due incontri desiderati. Il primo, sulla giardiniera della linea dei Viali: Taddeo e Veneranda, con la loro bambina. Ma quanto mutati tutti e tre! Al primo sguardo, capii, vidi tutto: una malattia mortale della creatura adorata, una serie di giorni e di notti orrende, la casa risonante di singhiozzi, la mamma in ginocchio, il padre forsennato. La loro bimba era ancora smunta e pallida, e sui loro visi mutati, sotto la gioia della risurrezione, si vedevano ancora i segni dell'angoscia e del terrore. Come la prima volta, mi ritrovai dietro di loro, che avevano la piccina in mezzo, rivolta verso di me. Come si ricorda il viso di quelli che accarezzarono i nostri bambini! Mi riconobbero, mi sorrisero, e interrogarono con uno sguardo ansioso il mio sguardo, come dicendo: — La trova molto cambiata, non è vero? — e mostrarono meglio, in quel momento, i segni del grande dolore sofferto. i quali mettevan più pietà in quelle due nature placide, che dovevano aver vissuto per tanti anni una vita tutta tranquilla. E poi, senz'aspettar la mia risposta, mi diedero la triste notizia: il crup, un mese di letto, la bimba considerata perduta; e dopo la notizia, la storia, con un torrente di parole: i primi sintomi del male, il medico, i rimedi, l'aggravarsi della malata, le parole sue, che avevan credute le ultime in quella notte, in cui la loro ragione si smarriva e il mondo crollava sotto i loro piedi. Ah, no, è troppo terribile! Ah, chi non l'ha provato, non lo può pensare! E poi la sosta della malattia, i primi buoni indizi, le prime parole consolanti, e la gioia infinita; e qui un'effusione di gratitudine per il dottore, il cavalier Boni, un cuore! un ingegno! un angelo! L'altro, l'angelo piccolo, non lo portavan fuori che da tre giorni; era quella la sua terza passeggiata di convalescenza. — Comincia a riprender colore, — dissi. — Ah, sì? Comincia a riprender colore? — E mi guardarono con riconoscenza, come se fosse la mia parola che avesse soffuso un po' di roseo su quel piccolo viso, e con questo era il mondo intero che si ricoloriva ai loro occhi. E la covavano con lo sguardo, la carezzavano con le mani allargate come per afferrarla e per proteggerla. E a questo punto seguì una scena che mi commosse. Presentandosi il controllore a domandar gli scontrini, essi gli porsero anche quello della bimba. Quegli osservò che, se l'avessero tenuta sulle ginocchia, poichè non aveva ancora tre anni, avrebbero potuto non pagare il posto. Eh, lo sapevano! E capii bene il loro pensiero. Pigliare lo scontrino per lei come per una più grande e farle occupare un po' di spazio era per loro come un'affermazione che facevano a sè stessi, una volontaria e cara illusione che la sua persona fosse qualcosa di più di quello che era, una “quantità„ meno “trascurabile„ di quanto poteva parere. Con che dolce accento, quando discesi, mi dissero: — A rivederla! — E a me, vedendoli allontanarsi, passarono confusamente nel pensiero altri convalescenti che avevo visti seduti su quelle panche, in mezzo ai loro parenti racconsolati; e quel tranvai che dà anche al povero uscito di malattia, e alla sua famiglia, il conforto e la gioia d'una passeggiata in carrozza, che non potrebbero fare altrimenti, m'apparve sotto un aspetto nuovo, pietoso e benefico, come quello d'una carrozza futura, ch'io sogno, non destinata ad altro, e messa al servizio di tutti gli scampati dalla morte.

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Uscendo dallo Sferisterio, presi sul corso Margherita la giardiniera della linea di Vanchiglia, tutta piena di facce allegre, color di ribotta, che venivano dalla Madonna del Pilone, l'Auteuil di Torino. Eravamo a metà di via Vanchiglia, quando fra le sette schiere di nuche che mi stavan davanti ne vidi una, fra le più vicine, che mi parve di riconoscere: era d'un uomo, un operaio all'apparenza, che teneva aperto dinanzi il giornale Per l'idea. Dove avevo già visto quella larga nuca di testardo? Accanto a lui sedeva un ragazzetto, col capo appoggiato al suo braccio, e accanto al ragazzetto una donna giovane, che, voltandosi un momento di fianco, illuminò la mia memoria. Era quel tale operaio venuto dal Vercellese, disoccupato e arrabbiato, e sparlante della Camera del lavoro, il quale, due mesi addietro, sul tranvai di via della Cernaia, aveva strappato di mano al suo bimbo e buttato nella strada la caramella ch'io gli avevo regalata. Ah, maledetto sangue! Non feci in tempo a frenare l'ondata di sdegno che mi rivenne su, quantunque il giornale ch'egli leggeva mi dicesse che la sua mente s'era aperta a nuove idee, come il suo vestire e quello dei suoi mi diceva ch'egli aveva trovato lavoro, e che l'animo suo doveva essere quindi mutato. Ma fu un'ondata sola, che ricadde subito, sopraffatta da una viva curiosità. Vedendomi, si sarebbe egli ricordato di quell'atto, e m'avrebbe ancora mostrato nello sguardo il sentimento che gliel'aveva fatto compiere, o un sentimento opposto, o indifferenza soltanto? E stetti a aspettare che scendessero. Fecero fermare in via Lagrange e s'alzarono tutti e tre, presentandomisi di profilo, così vicini, che, scendendo, non potevano non vedermi. Incontrai prima lo sguardo della donna, che fissai per farmi riconoscere; e mi riconobbe infatti, dopo un momento d'incertezza, e arrossì leggermente, chinando gli occhi. Incontrai subito dopo lo sguardo di lui, che mi riconobbe alla prima. Quanto è puerile e finto l'orgoglio, che fa prendere all'offensore, per ingannare e mascherare insieme la sua coscienza, l'atteggiamento dell'offeso! Mi diede un'occhiata torbida e discese col viso adombrato. — Ho io dunque, — pensai, — una così odiosa faccia di borghese egoista, sfruttatore e disprezzatore d'operai, ch'egli non m'abbia ancora perdonato, dopo due mesi, un atto di cortesia? — E di nuovo stava per venirmi su l'ondata di sangue.... ma il grido di avanti! del fattorino la compresse, come una parola magica: mi ricordò l'avanti! col quale un giovine signore, apostolo ardente dell'Idea, una delle anime più generose ch'io conosca, soleva chiudere ogni suo racconto di atti d'ingratitudine e di diffidenze ingiuriose con cui era ripagato qualche volta dai lavoratori incolti e duri che catechizzava. — Avanti! — concludeva, e si ridava all'opera con un coraggio d'eroe e una pazienza di santo. Sì, che cosa sono questi risentimenti se non guaiti miserevoli di quello che ti resta dello stupido orgoglio antico? Avanti!

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Sì, avanti: una bella chiusa di discorso, e com'è facile il dir delle parole nobilmente severe al nostro orgoglio! Il male è che l'orgoglio, quando gli si parla a quel modo, si rannicchia e lascia dire, e poi, alla prima occasione, ricomincia a fare il comodaccio suo. Delle belle parole glie ne dissi anche la sera dopo, trovandomi sopra una giardiniera di via Roma, seduto, a tre panche di distanza, dietro le spalle di Siapure, che aveva, accanto la sua ragazzina; e furon parole al vento. La bimba stava voltata un po' di sbieco, e mi guardava con una insistenza singolare. Certo, mi conosceva; certo, aveva “letto„ qualche cosa. Ma non riuscivo a capire il suo sentimento dal suo sguardo, che somigliava a quello con cui qualche volta si fissa una persona pensando ad un'altra. Aveva inteso suo padre parlar male di me? O gli aveva inteso esprimere con parole benevole il rammarico della nostra amicizia spezzata? Sentivo un malessere sotto lo sguardo pensieroso di quel giudice di dieci anni, che pareva mi frugasse nell'anima, e che ora aveva l'aria di dirmi dolcemente: — So che a mio padre vuoi ancora bene: perchè non gli stendi la mano? — e ora con espressione di rimprovero: — Tu odi mio padre; perchè l'odi? — No, bambina, — le risposi in cuor mio, — rassicurati, non l'odio; non potrei e non lo merita; ho dei torti io pure. Sì, certo, dovrei esser io il primo, come tu pensi, a tendergli la mano. Ma per far questo, vedi, dovrei esser ragionevole e buono; e non son nè l'uno nè l'altro, benchè abbia scritto qualche cosa che può farlo credere, e benchè tu mi veda i capelli grigi. Io son pieno d'orgoglio. Ah, se tu sapessi come questo povero orgoglio ci fa più piccini di voi! Ecco, vedo che c'è un posto vuoto vicino a voi due: sento una voce che mi spinge a scendere sul predellino e ad andarmi a sedere accanto a tuo padre; e sento un'altra voce che mi dice: — Sta lì! Non ti muovere! —; la prima è dolce e m'intenerisce; la seconda è aspra e mi sdegna; e non di meno io cedo a questa; e me ne vergogno in faccia a te, cara bambina; ma preferisco questa vergogna alla compiacenza profonda e gentile che proverei facendo quello che tu vorresti, e che io pure vorrei. Andiamo, volta il capo dall'altra parte, non mi guardar più; non merito lo sguardo dei tuoi occhi buoni e innocenti, te lo assicuro! — Si fermò in quel punto il tranvai e Siapure si voltò a guardare dove fosse diretta l'attenzione continuata della sua figliuola: mi vide e mi fissò. Sarebbe stato quello il buon momento! Ma lo lasciai passare. — Avanti! — gridò il fattorino, e il tranvai ripartì. Come mi suonò diverso quell'avanti da quello del giorno prima! Sì, avanti — voleva dir questo — avanti sempre così, orgogliosi, meschini, spregevoli fino alla morte.

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E — avanti! — gridava Desbotonass ogni volta che il tranvai si fermava sul Corso San Maurizio, la sera della festa di San Pietro. Aveva accanto sua moglie; doveva aver festeggiato il proprio onomastico; era briaco fradicio. I lampioni, danzando e moltiplicandosi ai suoi occhi, confondevano le sue idee topografiche; credendo di essere al Valentino, si stupì di veder lì la Mole Antonelliana, che apostrofò; scambiò l'Arena torinese con una casa di canottieri; e la vista improvvisa del piazzale delle Benne lo riempì di maraviglia come un'apparizione fantastica. — Ma dovè che semm chi? — andava esclamando; — ma dovè che se va? — E sempre ripicchiava su quel chiodo di non voler che il tranvai si fermasse, e gridava: Avanti! con furore crescente. Poi s'assopì per qualche momento, e, ridestandosi, fu preso da un impeto di tenerezza malinconica per sua moglie, e messole un braccio dietro la schiena e il capo sulla spalla, cominciò a confessarle i suoi torti, a dirle che era una buona, una santa donna, ch'egli era indegno di lei, che voleva cambiar vita; e glie lo prometteva e glie lo giurava; ma prima voleva esser perdonato. E inutilmente essa gli rispondeva di sì, che gli perdonava, ma che si quietasse, che non facesse scene. Ogni sua assicurazione di perdono non faceva che dar la stura a una nuova e più larga ondata di parole di pentimento e d'affetto, rotte da singhiozzi di pianto e di vino. — Ah no.... meriti minga.... no, sont minga degn.... A ona donna come ti! La mia Mariettina! Dimm che te me perdonet! Te me 'l devet dì ancamò una volta, ancamò cent, ancamò mila volt!... — E di nuovo accennava a torti propri, a virtù di lei, all'assistenza ch'essa gli aveva fatta quand'era stato malato, al rimorso ch'egli avrebbe sempre avuto di non essersi portato con lei da buon marito, all'amore che le avrebbe dimostrato di lì avanti, cangiando condotta, e perseverando sulla buona via, fina al moment de sarà i œucc. E in quell'eruzione di parole briache, che mettevan disgusto, veniva pur fuori il fondo d'una natura buona, guasta, ma non pervertita ancora, che mi faceva pensar tristamente a quante altre nature simili il vizio aveva pervertito affatto e andava pervertendo di continuo; e alle miserie e ai martirii d'innumerevoli povere donne come quella, torturate e uccise dal veleno maledetto ch'esse non bevono; e tutte quelle larve d'uomini avvelenati e di donne infelici, che mi passavan davanti per l'aria, rendevano triste ai miei occhi quella bella sera stellata e tepida di fin di giugno. Triste di questo pensiero antico, misto di rimorso e di vergogna; che non facciamo nessuno il dover nostro, che dovremmo bandire una crociata universale, ardente e infaticabile contro il mostro, non per mezzo di leggi e di prediche, ma disputandogli ad una ad una le sue vittime, con amor paziente e intrepido, col consiglio, con la preghiera, con la carità, con la comunione intellettuale, con tutte le forze che mettiamo in opera per salvar dal suicidio un fratello.