IX.
—Capisco!—esclamò il dottore appena il suo amico ebbe finito di leggergli la lettera—capisco adesso perchè nessuno dei tanti personaggi che furono a quella cena è stato in caso di raccontartene i particolari. Sfido io, alzando il gomito a quella maniera!—
Quel giorno stesso si misero tutti e due in faccende per preparare la gran prova. Furon tutt'e due dal sindaco, dal giudice, dal ricevitore, dal maresciallo, da tutti gli altri, che oramai erano nella più intima dimestichezza con tutti, e l'uno, il dottore, cogli argomenti della scienza, l'altro con quelli del cuore, a furia di ragionare, di spiegare e di dimostrare, riuscirono a far capire a tutti di che si trattasse, ad assicurarsi il loro aiuto, e ad inculcare a ciascuno la parte che dovea recitare.—Sia lodato il Cielo!—esclamò l'ufficiale uscendo dalla casa del ricevitore, che fu l'ultimo visitato; il più è fatto.—E mandarono per la madre di Carmela, cui per far intendere la faccenda ci volle assai meno fatica che col sindaco e cogli altri magnati; tutta buona gente, non v'è dubbio, gente da metterle il capo in grembo, ma d'intendimento un po' corto, specialmente in materie di quella natura.
Carmela da qualche giorno non si sentiva bene e stava quasi sempre a casa. L'ufficiale e il dottore l'andarono a cercare. Era seduta in terra fuor della porta, colla schiena appoggiata al muro. Come li vide, s'alzò e, un po' meno in fretta del solito, si diresse verso il tenente e tentò, come sempre, d'abbracciarlo mormorando con voce fievole le solite parole.
—Carmela!—disse il tenente—ti abbiamo a dare una notizia.
—Una notizia, una notizia, una notizia,—ripetè soavemente Carmela facendo scorrere tre volte la palma della mano sulla guancia dell'ufficiale.
—Domani vado via.
—Domani vado via?
—Io, io vado via. Vado via di qui. Lascio questo paese. Parto con tutti i miei soldati. Salgo sul bastimento, e il bastimento mi porta lontano lontano.—
E alzò un braccio come per indicare una grande distanza.
—Lontano, lontano....—mormorò Carmela guardando dalla parte cui aveva accennato l'ufficiale. Parve che pensasse un istante, e poi disse, così in aria, coll'accento affatto differente:—Il bastimento a vapore.... che fuma.—
E tentò un'altra volta di abbracciar l'ufficiale chiamandolo coi soliti nomi.
—Nulla!—questi pensò scrollando il capo.
—Bisogna dirglielo molte volte—susurrò il dottore.—Aspettiamo a più tardi.—
E s'allontanarono dopo aver fatto una voce severa a Carmela perchè non li seguitasse.
La cena era stabilita per la sera del dimani. Quella stessa sera Carmela, com'era suo costume, s'andò a sedere dinanzi alla porta dell'ufficiale. Questi, appena tornato, la fece salire in casa, dove l'ordinanza, giusta gli ordini ricevuti, avea messo tutto sossopra come se la partenza dovesse seguire davvero. Il tavolino, le seggiole, il canapè erano ingombri di biancheria, di vestiti, di libri e di carte buttati là alla rinfusa, e in mezzo alla camera due bauli aperti, in cui il soldato avea cominciato a riporre la roba.
Carmela, al primo vedere tutto quel disordine, fece un leggero atto di sorpresa e guardò in viso l'ufficiale sorridendo.
—Preparo la mia roba per partire.—
Carmela guardò un'altra volta intorno per la stanza aggrottando le sopracciglia; movimento che non soleva far mai. L'ufficiale la osservava attento.
—Me ne vado via, vado lontano di qui, parto col bastimento a vapore....
—Parti col bastimento a vapore?
—Già.... Parto domani sera.
—Domani sera,—ripetè macchinalmente Carmela, e vista la chitarra sur una seggiola, ne toccò le corde con un dito e le fece sonare.
—Non ti rincresce ch'io vada via? Non ti dispiace di non vedermi mai più?—
Carmela lo guardò fisso negli occhi, e poi abbassò la testa e lo sguardo proprio come se pensasse. L'ufficiale non aggiunse altro e si mise a parlar sotto voce col soldato, aiutandolo a piegare i vestiti.
La fanciulla sta va guardandoli senza far motto. Dopo un po' di tempo, l'ufficiale le andò vicino e le disse:
—Adesso vattene, Carmela; ci sei stata abbastanza qui; vattene a casa, via.—
E pigliatala pel braccio la sospinse dolcemente verso la porta. Essa si voltò e stese le braccia per cingergli il collo....
—Non voglio.—
Carmela battè due o tre volte il piede sul pavimento,, gemette, stese nuovamente le braccia, gli cinse il collo, gli strisciò la bocca a traverso la guancia senza baciargliela, come se pensasse a qualcos'altro, e poi se n'andò tacita tacita, lentamente, senza ridere, senza volgersi indietro, con un viso che non esprimeva nulla, come il distratto che pensa nello stesso tempo a cento cose e a nessuna.
—Che è questo?—pensò l'ufficiale.—Che sia un buon segno?... Oh Dio lo volesse, speriamo!—
Il giorno dopo non uscì di casa e non volle neanco veder Carmela, comunque sapesse ch'ella stava seduta, come sempre, alla porta. Impiegò tutto il dopo pranzo a preparare la prova della sera. Il suo piccolo appartamento si componeva di due stanze e d'una cucina. Tra la camera da letto e la porta d'entrata v'era la stanza più grande, le cui finestre, come quelle dell'altra, guardavano sulla piazza. In questa stanza egli fece apparecchiare per la cena. L'oste suo vicino gli imprestò una gran tavola da mangiare, venne egli stesso a cucinargli in casa que' pochi piatti che occorrevano, apparecchiò con quel maggior lusso che potè, e portò poi in tavola egli stesso, come avea fatto tre anni prima per quell'altro ufficiale. Verso le nove della sera venne pel primo il dottore.—È qui sotto,—disse, entrando, all'amico;—s'è lamentata con me di non averti ancora veduto. Le ho domandato se si sentiva bene, ed essa, dopo avermi fissato negli occhi, mi rispose:—bastimento a vapore—e non rise. Mah! Chi saprebbe dire che cosa passi per quella testa? Dio solo. Oh, vediamo un po' questa splendida imbandigione.—
E dato tutti e due uno sguardo alla tavola, cominciarono a concertare fra loro il miglior modo di condurre la rappresentazione di quella commedia, o piuttosto di quel dramma, perchè gli era un dramma, e serio. Quando furon d'accordo:—Che tutti abbiano imparato bene la propria parte?—domandò il dottore; ufficiale rispose che sperava di sì.
Poco prima delle dieci sentirono giù alla porta uno scalpiccìo di molti piedi e un suono confuso di voci.—Son qui!—disse il dottore, e si affacciò alla finestra.—Son proprio loro.—
Il soldato scese ad aprire. Il dottore accese i quattro candelieri ch'erano ai quattro canti della tavola.
—Come mi batte il cuore!—disse l'ufficiale.
—Coraggio, coraggio!—
In quella si sentì Carmela esclamare:—Vado anch'io sul bastimento a vapore,—e poi batter le mani.
—Coraggio!—ripetè in fretta il dottore nell'orecchio all'amico;—hai sentito? Le si comincia a fissare nella mente quell'idea; buon segno; animo; ecco i convitati.—
La porta s'aperse ed entrarono sorridendo e inchinandosi il sindaco, il giudice, e tutti gli altri che s'eran riuniti al caffè. Mentre l'ufficiale salutava e ringraziava ora l'uno ora l'altro, il dottore disse una parola nell'orecchio all'ordinanza ch'era immobile in un canto, e questa scomparve. Dopo un minuto, senza che nessuno se n'accorgesse, ritornò con Carmela, e tutti e due, passando rasente il muro in punta di piedi, entrarono nell'altra stanza.
—Sediamo—disse l'ufficiale.
Tutti si assisero. Il rumore delle seggiole smosse e quell'oh! lungo e beato che mandan fuori gli epuloni impancandosi a mensa, non lasciaron sentire un lieve strepito che fece l'ordinanza per trattenere Carmela, la quale esclamando:—È un giorno che non lo vedo!—aveva aperto la porta e tentato di slanciarsi verso l'ufficiale. L'ordinanza la trattenne, pose una sedia vicino alla porta e ve la fece sedere; poi apri le imposte tanto da lasciarci in mezzo il vano d'un palmo, ed essa pose la faccia in quel vano e stette guardando. Nessuno dei commensali si volse da quella parte, nessuno guardò nè in quel momento nè poi, e Carmela non fece altra mossa.
Cominciò e crebbe a poco a poco un frastuono confuso di forchette, di coltelli, di bicchieri e di piatti percossi e di risa e di voci discordi che cercavano a vicenda di soverchiarsi. Tutti, tranne il dottore e l'ufficiale, mangiavano col miglior appetito del mondo, e trincavano allegramente. Cominciarono dal profondere altissime lodi alla disciplina, alla virtù, al valore e alla cortesia dei soldati, dei caporali e dei sergenti del distaccamento; poi magnificarono la squisitezza del vino e dei piatti; poi parlarono del tempo, che era bellissimo, una notte incantevole, e del viaggio che doveva riuscir delizioso; poi ragionarono di politica, poi di nuovo dei soldati, poi un'altra volta del viaggio, e via via, vociando sempre più alto, ridendo sempre più forte, votando i bicchieri sempre più in fretta, finchè tutte le faccio si fecer rubiconde e tutti gli occhi scintillarono e i moti delle labbra cominciarono a diventar difficili e le parole a succedersi senza aver molto a che fare l'una coll'altra. Senza quasi accorrersene, ciascuno avea preso la sua parte sul serio e la rappresentava a meraviglia. Ma quanto più gli altri scordavan lo scopo per cui eran venuti là e si infervoravano nell'allegria, tanto più l'ufficiale si sentiva crescere il batticuore e mostrava apertamente nel viso la tempesta dell'anima. Nessuno però se ne accorgeva, fuor che il dottore, il quale tratto tratto gli andava ripetendo a bassa voce che si facesse coraggio, e teneva d'occhio Carmela. Questa stava sempre immobile e intenta col viso stretto fra le imposte. L'ordinanza, colto il momento opportuno, se n'era andata.
A un certo punto entrarono nella stanza tre soldati, si recarono in spalla ciascuno un de' tre bauli ch'erano in un canto, e se ne uscirono Carmela seguì coll'occhio tutti i loro movimenti fin che furono scomparsi, e ritornò a guardare alla tavola.
Il dottore mormorò una parola nell'orecchio al sindaco.
—Un brindisi!—questi esclamò subito, levandosi stentatamente in piedi col bicchiere in mano.—Un brindisi alla salute di questo valoroso signor luogotenente che comanda il bravo distaccamento del paese che parte e che resta per sempre e perpetuamente in questo nostro stesso paese una bella memoria imperitura immortale del bravo distaccamento che comanda questo valoroso....
Pensò un momento e poi risoluto:
—Viva il signor luogotenente che va via!
E tutti gli altri cozzando rumorosamente i bicchieri e spandendo il vino sulla tavola:—Viva!—
Il sindaco ricadde pesantemente sulla sua seggiola; c'era da sospettare che fosse brillo davvero.
Altri fece qualche altro brindisi dello stesso tenore, e poi si ricominciò daccapo a discorrere tutti in una volta di soldati, di politica, di vino e di viaggio.
—Signor ricevitore, una canzonetta!—gridò il dottore.
Tutti gli altri gli fecero eco. Il ricevitore fece una smorfia, si scusò, si fece pregare un pochino, poi sorrise, tossì, prese la chitarra e cantò due o tre versi. I commensali, ricominciando a schiamazzare, l'interruppero.—A me!—gridò allora l'ufficiale, e tutti tacquero. Prese la chitarra, l'accordò, si levò in piedi fingendo di barcollare, e cominciò.... Era pallido e gli tremavan le mani come per febbre; nulla meno cantò la sua canzoncina con una soavità e un affetto veramente incantevole.
Carmela, ai tuoi ginocchi
Placidamente assiso,
Guardandoti negli occhi
Baciandoti nel viso
Trascorrerò i miei dì....
Carmela ascoltava sempre più intenta, corrugando tratto tratto le sopracciglia come chi è assorto in un pensiero profondo.
—Bravo! Bene! Proprio benone!—dissero ad una voce tutti i commensali. E l'ufficiale ripigliò:
L'ultimo dì, sul seno
Il volto scolorito
Ti celerò, sereno
Come un fanciul sopito,
E morirò così.
Eran quelle parole, era quella musica, tutto intorno era come quella notte.—Bravo! bene!—ripeterono i commensali. L'ufficiale ricadde come spossato sulla seggiola; tutti ricominciarono a gridare; Carmela era immobile come una statua e teneva l'occhio dilatato e fisso in viso all'ufficiale; il dottore la guardava colla coda dell'occhio.
—Silenzio!—gridò il tenente. Tutti tacquero e, la finestra essendo aperta, s'intese giù nella piazza un'allegra musica di flauti e di violini e un ronzìo come di gente affollata. Erano i dieci o dodici musicanti del paese, circondati da gran parte della popolazione, la quale credeva che il distaccamento partisse davvero.
Carmela si scosse e si voltò verso la finestra. Il suo viso cominciò ad animarsi lievemente, e i suoi grand'occhi a muoversi senza posa dalla finestra al tenente, da questi ai commensali, dai commensali alla finestra, come s'ella volesse intender bene la musica e nello stesso tempo non perdere il menomo moto che si facesse da tutta quella gente.
Cessata la musica, gran parte della gente affollata nella piazza si mise a batter le mani come avea fatto nella stessa occasione tre anni prima.
In quel punto sopraggiunse a passi concitati l'ordinanza:
—Signor tenente, il bastimento aspetta.—
Il tenente si levò in piedi dicendo forte:
—Bisogna partire.—
Carmela si levò in piedi adagio adagio tenendo l'occhio fisso sopra di lui e scostando lentamente la seggiola.
Tutti i commensali si levarono in piedi e si strinsero intorno al tenente. Nello stesso istante comparve la madre di Carmela, entrò non vista nell'altra stanza, abbracciò la figliuola e le disse affettuosamente:—Fatti coraggio; fra due mesi tornerà.—
Carmela piantò gli occhi in viso alla madre, svincolò lentamente l'uno e l'altro braccio dal suo amplesso, e senza far parola, girando la testa adagio adagio, rifissò gli occhi sull'ufficiale.
Tutti gli invitati strinsero la mano all'ufficiale levando un mormorìo confuso di ringraziamenti, di augurii e di saluti; egli cinse la sciabola, si mise il cheppì, si pose a tracolla la borsa da viaggio....
Mentre faceva tutto questo, Carmela, senza addarsene, aveva aperta la porta, avea fatto un passo avanti, e cogli occhi spiritati guardava rapidissimamente ora l'ufficiale, ora gl'invitati, ora l'ordinanza, ora la madre che gli era accanto, e con tutt'e due le mani si stropicciava forte la fronte e s'arruffava i capelli e sospirava affannosamente e tremava convulsa in tutta la persona.
Echeggiò un'altra volta la musica nella piazza, s'udì un altro scoppio d'applausi....
—Andiamo!—disse risolutamente l'ufficiale, e s'avviò per uscire....
Un grido altissimo, disperato, straziante proruppe dal seno di Carmela. Nello stesso punto ella si slanciò d'un salto sul tenente, se gli avviticchiò con sovrumana forza alla vita, e prese a baciarlo furiosamente nel viso, nel collo e pel petto, dove le veniva, singhiozzando, gridando, gemendo, palpandogli le spalle, le braccia, la testa, come farebbe una madre al figliuolo recatole in salvo fuor dell'onde, da cui poco prima travolto, ella l'avesse visto tendere le braccia e domandare soccorso. Dopo pochi momenti la povera fanciulla cadde senza sensi sul pavimento colla testa ai piedi dell'ufficiale.
Era salva.
L'ufficiale si gettò nelle braccia del dottore che già stavano aperte ad aspettarlo. La madre si chinò a baciare e bagnar di lagrime la figliuola. Tutti gli astanti alzarono il volto e le braccia in atto di ringraziare il Cielo. La musica continuava a sonare.
Quattro mesi dopo, in una bellissima notte di settembre, chiara che pareva di giorno, il bastimento che era partito la sera da Tunisi e s'era fermato, come sempre, dinanzi al porto del nostro piccolo paese, s'andava avvicinando rapidamente alla costa siciliana. Le acque erano così tranquille, che il bastimento pareva non si movesse. I passeggieri eran tutti saliti a poppa e stavano contemplando in silenzio il cielo purissimo e il mare illuminato dalla luna.
Appartati dagli altri e volti dalla parte opposta alla direzione del legno, v'erano un giovanotto e una signorina appoggiati al parapetto, stretti pel braccio, e colle teste ravvicinate in modo che quasi si toccavano. Lontano lontano si vedeva ancora confusamente l'isola da cui erano partiti, ed essi guardavano quell'isola. Stettero lungo tempo senza moversi da quell'atteggiamento, finchè la donna, sollevando il viso, mormorò:
—Eppure mi sento stringere il cuore allontanandomi dal mio povero paese, dove ho sofferto tanto, dove ho veduto te per la prima volta, dove tu m'hai ridato la vita!...
E appoggiò la fronte sulla spalla del suo compagno.
—Ci ritorneremo un giorno!—le disse questi facendole volgere leggermente la testa per poterla guardare negli occhi.
—E ritorneremo nella tua casa?—ella domandò dolcemente.
—Sì.
—E la sera ci metteremo a discorrere a quella finestra da cui tu mi chiamavi una volta?
—Sì.
—E sonerai di nuovo la tua chitarra, e canterai di nuovo quella canzone?
—Sì, sì.
—Cantala adesso!—esclamò con trasporto Carmela;—cantala piano.
E l'ufficiale avvicinandosele colla bocca all'orecchio:
Carmela, ai tuoi ginocchi
Placidamente....
Carmela gettò le braccia al collo del suo sposo e ruppe in pianto.
—Povera e santa creatura....—gli disse questi stringendosela contro il petto;—qui, qui, sul mio cuore, sempre qui!—
La poveretta si scosse tutt'ad un tratto, guardò intorno, guardò il mare, guardò l'isola, guardò il suo sposo, ed esclamò:
—Oh! è un sogno!—
E il giovane interrompendola:
—No, angelo, è lo svegliarsi!—
Il bastimento andava che parea portato dal vento.