Ai fanciulli.

Un saluto a voi in questo giorno di festa e di speranza, a cui voi non pensate ancora.

Non mai così pietosamente come in questo giorno il nostro pensiero vi cerca e vi abbraccia trascorrendo per tutti i paesi «civili» dove la cupidità e la fame concordi curvano la fanciullezza a una fatica che le contrista l’anima e le divora le forze.

Dentro a un’atmosfera tetra, velata dal fumo delle officine, dai nuvoli di zolfo, dalla polvere di carbone, dai vapori delle risaie, passa la processione infinita di piccoli lavoratori, da quelli sepolti nelle miniere del settentrione, che si trascinano nudi e carponi nel fango e nelle tenebre, col sacco attaccato al collo, fino a quelli che sudano nelle cave della Sicilia dai ventri enfiati e dalle ossa scontorte, nutriti d’un pane orribile, intinto nell’olio nauseabondo delle loro lampade; passa l’esercito miserando dei fanciulli oppressi, con le faccie smunte ed esangui, con le mani e coi piedi piagati, gli uni cadenti dal sonno, gli altri piangenti in silenzio; file di ragazzi avvizziti ed anemici, curvi come vecchi, che feriscon l’aria di tossi secche e di aneliti dolorosi; passano gli avvelenati dal fosforo, gli acciecati dalle fornaci, i mutilati dalle macchine, gli arsi dal grisù, i seppelliti dalle frane — e mille occhi, passando, si fissano nei nostri — occhi spenti, duri, sdegnosi, supplichevoli, che ci dicono: — Noi avemmo una infanzia senza cure, noi abbiamo una fanciullezza senza gioie, noi avremo una gioventù senza salute, e una vecchiaia senza conforti; e molti di noi aspetta l’ospedale o la carcere, o, prima del tempo, la terra, dove altri figliuoli di lavoratori ci aspettano innumerevoli, o nati morti, o uccisi in culla dai narcotici, o finiti dai maltrattamenti o dall’inazione; è questo il nostro destino; e perchè? — E altre cose ci dicono quegli occhi. Ci dicono la legge protettrice dei fanciulli con mille inganni violata, la complicità dei parenti famelici, la cecità degli ispettori, l’indifferenza delle autorità, e la ipocrisia di una società civile che crede di pagare ogni suo debito porgendo la mano a uno su cento dei miseri che essa medesima atterra, e l’aberrazione di una carità che va a cercar miserie e dolori a migliaia di miglia lontano da quelli che le gemono inutilmente d’intorno, e la ingiustizia d’un mondo che vitupera l’inerzia in coloro in cui fu spento dalle fatiche precoci l’amor del lavoro, e dice causa unica della sua miseria i vizi che semina egli stesso e di cui dà pel primo l’esempio e punisce senza pietà i delitti a cui è indotta tanta gente da una ignoranza e da una corruzione della quale non ha colpa.

E passano ancora e passano senza fine i piccoli schiavi, gli uni rassegnati, gli altri frementi, malaticci, istupiditi, paurosi, stravolti, diretti alle capanne o alle grotte o alle stalle o alle stamberghe infette delle città grandi, dove la promiscuità selvaggia dei sensi finisce di corrompere l’anima e il corpo. E mentre ci stringe il core quel coro di gemiti, di rampogne e di imprecazioni, più amaramente ci addolora una voce grassa e pacata che risuona al di sopra di quel coro, e vi dice: — Non c’è rimedio.

Ah, non lo credete, ragazzi! Per quanto v’è di più sacro al mondo, non è vero. Se fosse vero, noi dovremmo sputare sulla parola civiltà ogni volta che la troviamo stampata in un libro. Empia è la voce che dice al misero: — Dispera. — Vana è quella che dice di tutto aspettare dal cielo, di nulla pretendere dagli uomini. Una forza immensa si leva nel mondo in prò dei vostri padri e di voi, e questo è il giorno in cui essa palpita in milioni di cuori e parla da milioni di labbra, da per tutto dove piange un fanciullo spossato, dove si stende invano a cercar lavoro un braccio virile, dove sospira un vecchio senza pane dopo aver lavorato finchè gli bastaron le forze. E non soltanto fra i vostri compagni di fatiche e di stenti quella forza si leva. Ma nelle belle case che invidiate, in mezzo agli agi ed ai piaceri che voi non godrete mai, una generazione vien su, che voi credete ignara e sprezzante dei vostri dolori, una moltitudine di fanciulli e di giovinetti dalle mani bianche e dal viso florido nella cui mente entra ogni giorno una idea che offusca la serenità, che tormenta la loro coscienza, che affanna e dilata e innalza il loro cuore, e li sospinge verso di voi, e li prepara ai sacrifici generosi, e li arma e li ammaestra a combattere con amoroso coraggio per la causa vostra e dei vostri figli.

No, i vostri figli non avranno più, pensando alla fanciullezza dei lavoratori, la visione sciagurata che riempie noi di tristezza e di vergogna. La fanciullezza sarà risparmiata perchè tutti gli uomini lavoreranno e la produzione avrà per fine la soddisfazione dei bisogni comuni, non il lucro di pochi, e la macchina sarà serva, non tiranna dell’uomo; i vostri fanciulli andranno alla scuola essi pure, perchè tutti avranno il diritto a coltivare lo spirito fino al segno richiesto dal riconoscimento delle attitudini e della dignità dell’uomo civile; essi cresceranno lieti e benevoli, perchè non cresceranno più nella miseria tetra e nella fatica bestiale che confonde la coscienza e perverte il cuore; essi ameranno il lavoro e la vita, perchè il lavoro sarà umanamente misurato e compensato, e la vita non sarà più una guerra fratricida per cui gli uni nascono armati e gli altri inermi, e in cui per un forte o un astuto che trionfa, mille deboli mordon la terra; ma la lotta ordinata e onesta di tutti per ciascuno e di ciascuno per tutti, della quale apparirà la necessità e la giustizia con la stessa luminosa evidenza con cui ci appaiono quelle verità elementari che sono i fondamenti stessi della ragione e della coscienza umana.

Sì, questo è l’avvenire, com’è vero che ci regge la terra e ci rischiara il sole. E voi, fanciulli, fissate nell’animo la data del 1.º Maggio, che nulla forse vi dice ancora. Un giorno essa vorrà dire anche per voi: concordia, speranza, vittoria, pacificazione. Cristo sarà ritornato dopo venti secoli per dire un’altra volta: — «Lasciate i fanciulli venire a me» — ossia: Lasciate che siano fanciulli, che crescano col sorriso sul volto e con la fronte rivolta al cielo, perchè Dio non vuole che si faccia la ricchezza col sangue delle loro vene e col midollo delle loro ossa, e a prezzo dell’innocenza e della bontà dell’anima loro.

E Cristo ritornerà, fanciulli. Oggi che si festeggia il suo futuro ritorno, invocatelo e fidate in lui; sentirete anche voi che Egli si avvicina.