Dopo Algesiras.

Quando pareva che dalla conferenza d’Algesiras fosse per nascere una conflagrazione europea, dalla voce dei profeti del peggio fummo maravigliati a tutta prima come dal pronostico di una cosa insensata e incredibile. — Come, nello stato presente di civiltà —, domandammo a noi stessi — perchè due potenze europee non riescono a conciliare certi loro interessi commerciali in un angolo dell’Affrica, è ancora possibile lo scoppio d’una guerra che metterebbe a fuoco e a sangue forse l’Europa intera, e farebbe tale sperpero di vite, d’oro e di lavoro, e accumulerebbe tanti orrori, e avrebbe effetti funesti per così grande spazio di tempo, da non potervi fermare l’immaginazione senza un brivido di sgomento mortale? È possibile ancora che il presente e l’avvenire di milioni d’uomini di dieci paesi dipendano dalle discussioni di venti persone, delegate dai Governi, non dalle Assemblee dei loro Stati, a trattare una quistione che la grandissima maggioranza di quei milioni d’uomini non conosce, o non comprende, o non cura, e che, comunque si consideri, non è una quistione vitale per nessun popolo, ma un contrasto d’interessi ristretti, a cui non ha dato importanza improvvisa che un risentimento d’orgoglio nazionale? È dunque così barbaricamente costituito ancora, dopo tanto corso di civiltà, l’organismo politico e sociale delle nazioni, che resti in balìa di pochissimi lo scatenare i popoli a un macello immenso, e che da questi se ne attenda il cenno come una sentenza del destino; che d’un fatto così formidabile, del quale i popoli stessi hanno pur da essere attori e vittime, si dica rassegnatamente: — Avverrà? non avverrà? — come d’un fenomeno della natura, indipendente da ogni azione umana? È possibile che si esprimano ancora, parlando di individui, soggetti, per quanto posti in alto, a tutti gli errori umani, concetti spaventevoli come: — Se questi o quegli «vorrà» o «non vorrà» la guerra? — Che si possa dire ancora (e non paia orrendo): — Meglio il disastro passeggiero d’una guerra che quello perpetuo della pace armata —, come se fra le due vie: di far la guerra per poter disarmare e di disarmare per non farla, non si potesse sensatamente neppur discutere la preferenza da darsi alla prima? Che, in fine, si consideri ancora la guerra con la mentalità selvaggia di quel condottiero spagnuolo, per cui essa era «el verdadero estado del hombre»? È possibile? — Che tutto questo fosse possibile sapevamo bene prima che la Conferenza d’Algesiras si radunasse; ma le voci, che questa fece sorgere, d’una guerra probabile e prossima, ci destarono, come fa sempre l’avvicinarsi d’un pericolo che prima era lontano, quasi un concetto nuovo del pericolo medesimo, e un nuovo sentimento, che fu di maraviglia dolorosa e sdegnosa, e d’umiliazione e di rivolta insieme della nostra coscienza d’uomini civili.

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Più vivo ci fu reso questo sentimento dalla considerazione d’un fatto. È fuor di dubbio che a una guerra per la quistione affricana era risolutamente avversa l’opinione dei più in ogni nazione; che, non parlando delle classi lavoratrici, in tutte le altre classi sociali d’ogni paese d’Europa, a consultare cittadino per cittadino, non si sarebbe trovato uno su mille, che non giudicasse tal guerra una mostruosa follia. Or bene, come mai fra quelle classi, che pure tante volte concordarono da paese a paese in potenti iniziative di carità pubblica e in affermazioni di grandi principii e intenti d’umanità, non s’è manifestato un accordo internazionale, nè vasto nè circoscritto, per iscongiurare una tal follia, non s’è levato almeno un grido di molti, che esprimesse il giudizio di tutti, e ammonisse tanto solennemente i Governi e i rappresentanti loro da assicurare il mondo che d’un tale ammonimento non avrebbero potuto non curarsi? Come lasciarono che soltanto dalle file del socialismo s’alzasse la voce che diceva il pensiero e l’animo delle nazioni? È dunque vero che esse non hanno più ideali, nè forza, nè fede in sè medesime e nella necessità della loro funzione sociale, e che si lasciano andare con inerte acquiescenza agli eventi, poichè non sono più in grado di governarli? O sentono che la consuetudine di deridere gli apostoli della pace universale, perchè troppi di questi sono anche apostoli d’un’altra fede, toglie loro il diritto e l’autorità di bandir crociate contro una guerra, qualunque sia? E che è questo sentimento religioso, in alcuni paesi pur così ardito e pugnace, e che pare si ridesti in tutti con nuovo colore sociale e nuovi intendimenti umanitari, se nella recente occasione non inspirò, non solo alcuna solenne voce collettiva, ma neppure qualche grande voce solitaria a deprecare l’eccidio minacciato, gridando in nome della fede il «no» della coscienza universale? E non si dica che ciò non si fece per essere ancor remoto e vago il pericolo, poichè una dimostrazione efficace non si sarebbe potuta fare se non appunto in quel periodo in cui le menti e gli animi erano ancor tranquilli, e sarebbe stata troppo tarda quando la rottura dei negoziati avesse turbato gli spiriti e fatto incominciare dai Governi in lotta quell’opera di sovreccitamento delle passioni nazionali, per cui hanno in mano tanti mezzi pronti e sicuri. Che segno hanno dato in quest’occasione le classi superiori di spirito umanitario progredito, di civiltà affinata, di sentimento religioso sincero?

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Un altro fatto singolare notammo. Quella parte della stampa, che si dice «dell’ordine» non solo delle due nazioni che sarebbero state immediatamente alle prese, ma anche dell’altre, che più probabilmente sarebbero state travolte poi nella lotta; quella parte, in special modo, che si mostrò più incline a giudicar probabile il grande disastro, ne parlò come avrebbe parlato d’un pericolo simile cinquant’anni sono, ossia, come d’una guerra che, dove fosse stata decisa, sarebbe avvenuta senz’altro, e si sarebbe svolta nei modi, nelle condizioni e con gli effetti stessi degli altri tempi. In nessuna delle sue considerazioni vedemmo considerato l’avvenimento probabile in relazione col mutato spirito delle moltitudini, con le nuove forze politiche sorte, col nuovo stato d’opposizione profonda e permanente in cui si trovano in ogni paese, con effetti quotidianamente visibili, e spesso gravissimi, le classi sociali che hanno la ricchezza e il potere e quelle che hanno il numero e l’avvenire; non espresso mai alcun dubbio sulla persistenza dell’antica solidità e docilità di questi smisurati organismi di guerra, che non sono più veri eserciti, ma popoli armati, portanti in sè un nuovo mondo d’idee, manifesto a più segni anche in quello che è il loro nucleo stabile in tempo di pace, e che è pur composto degli elementi loro più quieti e più semplici; nessun presentimento od accenno a qualche cosa di più grande e di più terribile della guerra stessa, che avrebbe potuto prevenirla o renderla impossibile, o scoppiar con essa e troncarla, precipitando gli Stati in una convulsione, dalla quale, per l’immaturità dei tempi, non sarebbe potuto uscir altro che desolazione e miseria per tutti, seguìte da una riscossa di tutte le idee del passato. Quello che seguì in Europa da trent’anni nell’ordine delle idee, dei partiti, delle relazioni fra le classi, del movimento delle forze sociali, parve non avvenuto, a considerare il criterio e il linguaggio con cui quella stampa ragionò della guerra.

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Ma questo fatto non ci maravigliò, poichè sarebbe assurdo l’attribuirlo a ignoranza o a trascuranza della verità; nel qual caso soltanto potrebbe maravigliare. Esso non fu effetto che d’uno spontaneo e tacito accordo, non fu che una finzione logica e necessaria, che si ripeterà in ogni caso simile. Considerare i pericoli d’una guerra europea sotto l’aspetto che s’è accennato, sarebbe un riconoscere nelle nuove idee, nell’organizzazione internazionale del proletariato, negli effetti ottenuti dall’azione del socialismo una potenza, che convien disconoscere invece, per non ingrandirla nel concetto di chi ci ha fede e di chi la teme; sarebbe un ammettere che il socialismo domina già virtualmente la storia. Ora, si tacciono con tanto maggior cura le verità invise quanto più sono palesi. E questa è così palese per la prova dei fatti che non c’è più alcuno che, pur negandola, non ne sia intimamente persuaso. Troppo è manifesto che è la forza crescente del socialismo la principal cagione per cui non iscoppiò in Europa dopo il 1870 la tanto temuta guerra, benchè tante volte ci siano state propizie le occasioni politiche e se ne sia predicata l’imminenza. Monarchi, governi, oligarchie interessate trattenne la coscienza che il terreno è mal fido per il gran duello e che la lama è mal ferma nell’impugnatura. In tutti è la persuasione profonda, benchè dissimulata, che v’è una sola, grande e urgente quistione nel mondo civile, e che, se anche la guerra potesse compiersi, non sarebbe da quella che una diversione passeggiera; dopo la quale la quistione suprema risorgerebbe con tutta l’urgenza di prima nel paese o nei paesi vittoriosi, accresciuta forse dall’eccitamento febbrile che lascia nei popoli la vittoria, e divamperebbe come un incendio nei paesi vinti. E forse la prima causa della lamentata indifferenza delle classi superiori in faccia al recente pericolo fu quella persuasione; per la quale non credevano, in fondo, che si sarebbe fatta la pazzia di tentar l’avventura. Così, mentre si deride l’utopia socialista della pace perpetua, l’utopia va diventando realtà, in Europa, principalmente per opera degli stessi utopisti. Di tanto in tanto, quando certi loro interessi si trovano a cozzo, uno Stato innalza di faccia all’altro, per minaccia, una gigantesca armatura; ma l’armatura resta là come uno spauracchio, e dopo qualche tempo è rimessa nell’armeria. È perchè il gigante antico, a cui i Governi la dovrebbero vestire, ha una nuova coscienza, e la volontà sua non è più in loro potere. Egli vuol lavorare, non uccidere, e le conquiste a cui aspira non le può più compiere sotto la loro bandiera.