Filippo Turati al Tribunale di Guerra.
Giungeva il carrozzone del cellulare, un gran cassone chiuso e tetro come un feretro. Mi parve di vedere, attraverso le pareti, gli imputati — Turati, De Andreis, Morgari — coi ferri ai polsi e mi gonfiò il cuore.
— Oh, no! — pensai — lì dentro non c’è un delitto, ma una idea!
E mi consolai al pensiero che l’idea nazionale aveva patito per cinquant’anni la stessa sorte. Un minuto dopo giunse a piedi un gruppo di ufficiali di varie armi, in alta tenuta, con la fuciacca azzurra a bandoliera, muti e gravi, visibilmente compresi della terribile responsabilità che stavano per assumere. Entrai fra loro....
Giunse poco dopo, sola, la madre di Turati, che da tre mesi conduceva una vita di mortale angoscia. Ha il volto pallido, interroga tutte le faccie con attento sguardo e inquieto, e parla con voce tremante. La maggior inquietudine sua è per la salute del figlio, che teme non possa reggere al regime della prigione....
Un ricordo assai lontano mi tornò alla memoria nell’udir parlare la povera signora. Trentasei anni or sono suo marito era prefetto di Cuneo, dove mio padre era impiegato; veniva qualche volta da noi un bimbo di quattro anni, la cui giacchetta corta, di color nocciuola, mi è rimasta impressa nella memoria. Quel bimbo era Filippo, il futuro direttore della «Critica sociale» e deputato per Milano predestinato al Tribunale di guerra....
..... Venne il mio turno. L’ufficiale difensore pregò il Presidente d’interrogarmi se credevo possibile che Turati fosse stato preparatore o istigatore o complice in alcun modo ai tumulti! La risposta era facile. Io conoscevo tutti gli scritti e i discorsi suoi dai quali emerge lucidissimo questo convincimento, che è assurdo condurre a fine una rivoluzione economica con la violenza; che può prepararsi solo con l’educazione intellettuale, morale e civile delle moltitudini, con una trasformazione profonda della coscienza pubblica, con una lenta e progressiva organizzazione delle classi lavoratrici; che i predicatori della rivolta, specialmente nel nostro paese, meno maturato d’ogni altro a qualsiasi improvvisa e radicale trasformazione sociale, sono i più pericolosi nemici del socialismo.
Turati non s’era mai sviato da queste idee. Era violento nella forma, ma per temperamento di scrittore, non con propositi di propagandista. Comunque non era mai stato un propagandista da esercitare immediata influenza su le masse, per la sua forma troppo letteraria, pel ragionamento troppo fine....
.... Il presidente mi rilasciò in libertà. Gli domandai il permesso di salutare gli accusati. Me lo concesse. Mi avvicinai al banco e strinsi le tre mani che cercavano la mia, dicendo: A rivederci!
Ma la mia mano tremò nello stringere quella di Turati: un triste presentimento mi passò pel cuore: quello di non rivederlo più!
*
La mia deposizione nel processo a Filippo Turati.
Ho letto tutti gli scritti di Filippo Turati. L’opera del sul ingegno acutissimo, sostenuto da una salda coltura scientifica ed armato d’una dialettica potente, concorse in gran parte a farmi accettare la dottrina ed abbracciare la causa del socialismo. Non parlai con lui che poche volte. — Fra le prime parole di lui, che mi rimasero più impresse, ricordo le seguenti, ch’erano in un articolo ch’egli diresse alla classe lavoratrice per distoglierla da ogni tentativo di ribellione violenta.
— «E se anche vinceste, sareste capace di cogliere i frutti della vittoria? Vi trovereste ora in grado di mandare avanti le industrie e le amministrazioni, di sostituire la borghesia nella funzione sociale che essa compie attualmente?»
In tutti i suoi scritti letti dappoi lo trovai sempre coerente a quel concetto. Non conosco altro scrittore socialista in cui mi sia sempre parsa così profonda, così lucida come in lui la convinzione dell’assoluta inefficacia d’un’azione improvvisa e violenta a compiere una rivoluzione economica; nessuno più profondamente persuaso della impossibilità di trasformare l’organismo sociale senza una previa, graduale, lenta trasformazione delle idee e delle istituzioni presenti; nessuno che abbia più spesso e più evidentemente dimostrato la lunghezza e la difficoltà del cammino che resta a percorrere al proletariato italiano sulla via dell’educazione morale e civile dell’organizzazione delle proprie forze e dell’esercizio dei propri diritti politici per giungere all’attuazione dell’idea socialista.
Nei suoi scritti lo trovai violento spesso, anzi quasi sempre, contro avversari, contro idee, contro sistemi; non violento per ciò che riguarda i mezzi e i modi di lotta che il partito socialista dovesse seguire per raggiungere i suoi fini.
Se qualche volta egli fosse uscito dalla retta via, io mi sarei valso dell’autorità che mi dava su lui l’età maggiore per richiamarlo su quella via.
Se avessi una volta sospettato che fosse intento occulto del partito socialista, del quale riconoscevo in lui il più autorevole interprete, l’azione violenta — persuaso com’ero, e come sono, dell’insensatezza di un tale intento — non avrei esitato un’ora a ritirarmi dal partito pubblicamente, e sarebbe stato Turati il primo a cui ne avrei dato l’annuncio.
Se, d’altra parte, avesse avuto un tale intento il Turati, logicamente gli sarebbero dovuti parere discordanti dal suo modo di sentire e di pensare, troppo pacifici, troppo miti gli scritti e i discorsi miei; egli non mi diede mai su questi, invece, che le più benevole, le più esplicite approvazioni.
E un’altra prova per me evidentissima ch’egli non intese mai ad eccitare le passioni della moltitudine, a muovere il popolo alla rivolta, è questa: che adoperò sempre nei suoi scritti un linguaggio letterario e scientifico condensato e sottile, pieno di citazioni, di finezze e di sottintesi artistici, assolutamente superiore alla intelligenza media dei lettori della classe operaia.
Ero tanto persuaso, tanto certo ch’egli non avesse provocato in nessun modo i tumulti di Milano, che quando ne intesi la prima notizia domandai subito a me stesso: — Come mai Turati non è riuscito a impedirli? — E senza saper altro non dubitai un momento che per impedirli egli non avesse fatto ogni sforzo possibile, come seppi in seguito che veramente fece.
E subito e poi, a chiunque mi domandò se credevo ch’egli avesse in qualsiasi maniera, o apertamente o di nascosto, preparato o contribuito a preparare o non cercato di scongiurare o anche soltanto approvato o desiderato quello che avvenne, una sola risposta diedi sempre, immediata, sicura, risoluta come un grido del cuore e della coscienza: — Lui! Turati!... Ah! è impossibile, è assurdo! Ne son certo come della mia esistenza.