Il primo passo. (FRAMMENTO DI UN ROMANZO INEDITO.)
Alberto Bianchini aveva scelto la carriera dell’insegnamento letterario, non solo per la tendenza naturale del proprio ingegno, ma anche per un sentimento capriccioso di vanità mondana: perchè gli pareva che in lui, giovane agiato, elegante, addestrato a tutti gli esercizi cavallereschi, e destinato a brillare nella società signorile, avrebbe acquistato una grazia insolita, sarebbe parso una qualità singolare ed amabile quel titolo di professore di lettere, che suol dare l’immagine d’uno studioso un po’ pedante e un po’ sciatto, rifuggente dal bel mondo per necessità o per natura. Ma questa vanità egli aveva perduta in parte nel corso dei suoi forti studi universitari, e non gliene restava più traccia quando, terminati gli studi, entrava a un tempo stesso nell’insegnamento e nell’arte.
Nell’arte era entrato di sbalzo con un’opera d’immaginazione e d’analisi: le confessioni d’un uomo che, rifatto fisicamente fanciullo, ricomincia la vita scolastica, e giudica dai banchi della scuola, con l’intelligenza e l’esperienza dell’età virile, gli studi, i compagni, gl’insegnanti, i piccoli avvenimenti d’ogni giorno; lavoro, per le sue forze, prematuro, e in molti punti manchevole; ma vivo e ardito, lampeggiante d’idee originali, e condotto, da un capo all’altro, a ondate d’eloquenza colorita e sonora, che avevano avuto una fortuna. Ma dopo questo, cui eran seguiti altri libri, il suo ingegno s’era urtato a un intoppo misterioso e insuperabile. Aveva ottenuto ancora qualche favore la «Storia d’una casa di montagna», nuova nel concetto, ma errata nel disegno, nella quale eran descritti e narrati, giorno per giorno, il lavoro di costruzione, le fatiche, le dispute, gli amori, le piccole vicende degli operai e delle operaie, dalla scavazione per le fondamenta fino alla festa tradizionale per il compimento del tetto, con una sovrabbondanza pesante di particolari tecnici, fornitigli dal muratore Peroni, abitante nella casa: poi egli non aveva fatto più altro che ricercar sè stesso senza ritrovarsi. E uscito deluso anche dalla prova degli studi d’erudizione e di critica, a cui si ribellava la sua indole impaziente e la sua calda fantasia, era vissuto lungo tempo in uno stato doloroso d’impotenza artistica, durante il quale aveva assistito alla morte lenta della sua prima gloria, cercando invano una grande idea onde far scaturire una grande passione, sentendo spegnersi, l’un dopo l’altro, tutti i suoi entusiasmi, e le sue migliori facoltà arrugginirsi nell’inerzia, e intristire nell’ombra anche la bontà del suo cuore. A ventitre anni era quasi celebre, a trentacinque era come morto.
Un piccolo avvenimento fortuito lo mise quasi a un tratto in un nuovo corso di idee. Era entrato quell’anno, a lezioni incominciate, nel primo corso del liceo Brofferio, dov’egli insegnava lettere italiane, un giovanetto di sedici anni, pallido, serio, che il Preside gli aveva annunziato un giorno avanti con cert’aria d’inquietudine, dicendogli che era fratello di un avvocato Rateri, non conosciuto da tutti e due che di nome, direttore d’un giornale socialista, la «Questione sociale», fondato di fresco. Non essendosi occupato mai di tale argomento, che gli appariva come un problema di meccanica celeste, egli non aveva mai letto il giornale, che a Torino leggevano pochissimi, e che gli altri giornali cittadini non rammentavano mai. La presenza di quel giovinetto nella scuola gli destò una vaga curiosità, che lo indusse a cercare il foglio, con la certezza di non trovarvi che dei saggi, non nuovi, di quella vacua rettorica rivoluzionaria, di cui finanche l’eco lontana l’aveva sempre seccato. Ma, leggendone un primo numero, e altri dopo, stupì.
Il giornale era scritto quasi per intero dal direttore, che si celava sotto vari pseudonimi. Il supposto rétore arruffapopoli era una mente ordinata e ragionatrice, dotata d’una forza d’argomentazione mirabile, che allacciava e serrava il lettore per modo, da dargli quasi un senso d’oppressione doloroso all’orgoglio, e aveva una potenza d’espressione tutta propria, attinta, in parte, a forti studi letterari, la quale s’aiutava in mille forme ardite e felici col latino, col francese, col tedesco, col vernacoli, e col linguaggio di tutte le scienze, condensando le idee, con uno sforzo quasi violento in uno stile pieno di asprezze e di scosse subitanee, e come rumoreggiante giù nel profondo, dove pareva di sentir martellare delle incudini, soffiare dei mantici, fremere delle folle.
Egli che ignorava ancora l’arte facile con la quale si fa il vuoto e il silenzio intorno ai propagatori delle idee odiate, si maravigliò che un pensatore e uno scrittore di quella fibra non avesse più autorità e più rinomanza. Digiuno affatto com’era delle dottrine che quegli propugnava con tanto vigore, non poteva seguitare il filo scientifico dei suoi ragionamenti, che richiedevano nel lettore studi e consuetudini intellettuali molto diverse dalle sue; onde si arrestava ad ogni tratto nella lettura come chi ha smarrito la strada in un paese straniero; ma la gagliardia delle critiche, simile a percosse di fruste metalliche, con cui flagellava i vizi e le idee della sua classe; la profonda limpidità dello sguardo col quale, attraversando i tempi, vedeva gli indizi, gli aspetti, le vicende della grande quistione a tutti gli orizzonti della storia; la fede irremovibile nella propria ragione; la superba certezza della vittoria futura, che appariva in ogni suo scritto, piantata sopra un fondamento saldissimo di meditazioni continue e pacate, gli scossero l’animo, gli suscitarono un vivo desiderio di avvicinarsi, studiando la questione, a quel singolarissimo ingegno. Un giorno quegli venne alla scuola a domandare informazioni del fratello e scambiò qualche parola con lui. Il suo aspetto gli rese anche più vivo quel desiderio. Era un uomo sui trentotto anni, alto e diritto, con un viso lungo e regolarissimo, d’una bianchezza e d’una fermezza marmorea, al quale i capelli irti e corti e la barba piena facevano una cornice nera, quasi funerea, e aveva due occhi azzurri velati, che parevan sempre fissi sopra un orizzonte lontano: una testa d’ostinato, una fronte d’uomo imperturbabile, un abito da prete spretato, una cortesia fredda, una voce aspra, e nessun gesto, come se avesse le braccia d’un morto.
Di qui ebbe l’impulso primo che lo volse agli studi sociali....
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Un caso lo spinse innanzi prima del tempo. Desideroso di conoscere le prime manifestazioni dell’ingegno del Rateri, e un poco anche di vedere in che specie di fucina egli martellava la sua strana prosa di battaglia, andò un giorno a cercar la raccolta del primo semestre all’ufficio del giornale, che era in una strada fuor di mano di Borgo San Secondo, in due stanze a terreno, in fondo a un cortile silenzioso. Visto l’uscio aperto, entrò senza picchiare, credendo di trovar nella prima stanza un segretario o commesso che ricevesse i visitatori; e invece si trovò subito nell’ufficio di redazione, in uno stanzone lungo e nudo come un parlatorio di convento, dove, a capo d’una grande tavola senza tappeto, coperta di giornali, stava seduto il direttore, e ritto accanto a lui una signora e un operaio, che spiccavano sul vano luminoso d’un finestrone. N’ebbe un senso di rispetto, come se il desiderio della raccolta, che l’aveva condotto là, potesse parere al Rateri un pretesto puerile per fargli indovinare l’animo proprio, e quasi per offrirsi alla Causa.
Vedendolo entrare, il Rateri pronunziò il suo nome in accento interrogativo, senza poter reprimere un piccolo moto di stupore, e gli altri due lo guardarono con una curiosità evidente di saper con che scopo fosse venuto. Gli passò sul viso un leggerissimo rossore, che quelli notarono, e, rapidamente, guardando un busto di Carlo Marx che era nel mezzo d’una parete, cercò un altro pretesto alla visita. Ma non ce n’era altri che non dovesse parere anche più finto di quello.
Espresse il suo desiderio.
Allora quei tre lo fissarono con uno sguardo anche più intenso, col quale egli incrociò il suo, curiosamente, indovinando il pensiero di tutti e tre. Uno sguardo gli bastò per capire chi fossero l’uomo e la donna che vedeva per la prima volta. La donna era certo quella Maria Zara, della quale si parlava da un anno a Torino, dilaniandola, a causa della propaganda che faceva tra le operaie, per raccoglierle in associazioni, con articoli e conferenze, che si mettevano in ridicolo: una specie di Luisa Michel, come la definivano. Il suo aspetto non corrispondeva punto all’immagine che il Bianchini se n’era fatta, udendone dire gli orrori che ne dicevano. Dimostrava un trentasei o trentasett’anni: era alta di statura e pallida, e aveva gli occhi scuri e profondi, con due grandi sopracciglia nere, da cui le risaliva fino a mezza fronte una ruga sottile e diretta, che le dava un’aria di energia virile, e sviava l’attenzione della grazia originale, benchè un po’ appassita e quasi stanca, del suo viso pensieroso. Era vestita di nero, col collo nudo, semplice, e pettinata semplicemente: pareva una monaca che avesse buttato il velo, e il contrasto del suo viso spirituale e triste con le belle forme del suo corpo robusto e fermo nell’atteggiamento risoluto d’una donna abituata a parlare in pubblico, aveva non so che di strano e seducente, da cui il Bianchini fu scosso. L’operaio, meno alto di lei, un tipo di giovane russo, di viso fino ed aperto, contornato d’una barba rossiccia, e vestito di panni logori, ma pulitissimi, che lo guardava con gli occhi socchiusi d’un miope, gli parve che dovess’essere — e non s’ingannava — un tal Mario Barra, del quale la «Questione sociale» pubblicava certi articoli intorno all’«organizzazione della classe operaia», veri torrenti di parole e di pensieri monchi e disordinati, in cui si sentiva il balbettìo impaziente d’una intelligenza affollata d’idee, che per la difficoltà d’uscire s’ingorgavano come il liquido nel collo troppo stretto d’una bottiglia capovolta.
Il Bianchini notò una diversa espressione nei tre sguardi che lo fissarono: in quello del Rateri una fredda curiosità, come davanti al semplice enunciato d’un problema aritmetico; in quello dell’operaio una idea di simpatia, che s’avvicinava al sorriso; in quello della donna il senso d’una interrogazione severa e quasi diffidente, ma in cui gli parve pure di scorgere qualche cos’altro, come l’ombra d’una rimembranza. E capì che tutti e tre gli avevano letto nell’anima.
Il direttore gli rispose lentamente, come distratto, che non essendo pronta una raccolta intera, avrebbe cercato di farla mettere insieme, e che, se anche fossero mancati dei numeri, siccome era stabilito che i mancanti si ristampassero, egli sarebbe stato soddisfatto presto o tardi: frattanto, gli avrebbe mandato a casa i fogli che c’erano.
Parlando, s’era alzato egli pure, e stava in mezzo agli altri due, immobile, formando con essi come un gruppo statuario in fondo alla stanza nuda; davanti al quale il Bianchini ebbe un pensiero che gli scosse l’animo, e gli rimase impresso dentro indelebilmente insieme con l’immagine di quelle tre persone raggruppate. Erano le tre grandi forze del socialismo: un borghese; una donna, la grande ausiliatrice invocata ed attesa, senza la quale nulla si sarebbe compiuto, quella che doveva infonder la costanza ai valorosi, e suscitare gli inerti, e svergognare i codardi, e sollevare, soffiando nell’oceano umano, l’onda che avrebbe sepolto il vecchio mondo. Erano il simbolo vivente della rivoluzione futura. E con questo pensiero gli s’affacciò alla mente, quasi visibile come una realtà, l’abusata immagine dell’«alba d’un’età nuova» e gli parve un momento che quelle tre figure immobili e ardite si disegnassero sulla bianchezza di quell’orizzonte ideale.
Fu tentato di dire una parola; ma lo trattenne un senso di dignità, di cui avrebbe saputo dar piena ragione. Si ristrinse a ringraziare, ed uscì, facendo un saluto senza sorriso, a cui non risposero che i due uomini, con un cenno del capo. Uscì socialista....