Un giovane perduto.
(Dialogo fra due signori ultra cinquantenni, un cavaliere, e un.... pedone, che si rivedono dopo molti anni, in casa del primo: seduti di qua e di là da un tavolino, sul quale fra due bicchieri a calice, c’è una bottiglia di vin di Madera.)
Pedone (bevendo un sorso). — Mi rallegro, mi rallegro davvero di ritrovarti sano come una lasca. E il tuo figliuolo, che vidi ragazzo? Sarà un uomo. Che cosa fa? L’avrai ancora in casa, m’immagino.
Cavaliere (rannuvolandosi). — Non me ne parlare.
P. (ansioso). — Che cosa vuoi dire?
C. — Cosa voglio dire?... Una cosa che non vorrei dire, caro mio. Tu sai l’adorazione che avevo per quel figliuolo unico; sai quanto ho fatto per dargli una buona educazione, per istillargli dei buoni principî, per metterlo sulla buona via.... Ebbene (emettendo un profondo sospiro), è diventato un socialista!
P. (dà un balzo sulla seggiola; poi, dissimulando un sorriso sotto l’aspetto grave). — O che mi dici?... Era un così buon figliuolo! Vorrai dire: un filantropo, come si diceva una volta; un socialista cristiano, come si dice ora; in somma, un socialista platonico.... andiamo. Ebbene, e con questo? Chi non l’è a vent’anni, ai tempi che corrono?
C. — Ah no, pur troppo, amico mio! È un socialista socialista, un militante, come dicono, un iscritto al partito, un propagandista, un’ira di Dio. Ah, non me ne parlare, te ne prego. Tu tocchi una piaga che sanguina. Un giovane perduto!
P. (pensieroso ma con un sorriso sulle labbra). — Diavolo!... diavolo!... Ed era così buono e affettuoso! Chi gli ha pervertito il cuore?
C. (guardandolo). — Non dico che abbia il cuore pervertito. No. È sempre quello.... in fondo. Non ho da lagnarmi di lui.... da questo lato.
P. — Non ti manca di rispetto? Non s’è mutato con te?
C. — Ma no, nonostante.... perchè puoi immaginare le battaglie che abbiamo avuto e che abbiamo di continuo, a ogni proposito.... No, proprio, a dir la verità, egli ha sempre mantenuto nella contraddizione una buona maniera, una temperanza, dirò anche.... uno spirito di conciliazione.... Perchè di natura è buono. Sto per dire che quanto a bontà.... Tira a convertirmi con la dolcezza, capisci? Ci vuole una bella ingenuità.... e una bella faccia, ti pare?
P. — Ma, in somma, s’è rovinata la carriera: questo è quel che vuoi dirmi.
C. — La carriera per esser giusti, no. Ti debbo dire una cosa, che forse immagini. Tu sai che, se non altro, egli ha il pane assicurato per l’avvenire. Ho voluto che studiasse da avvocato, per avere un titolo. Mi contentò. Ma, ti dico il vero, m’ha sempre spaventato l’idea di vederlo buttarsi alla caccia della clientela in mezzo a una banda di concorrenti affamati. Gli dissi: — non esercitare l’avvocatura; lascerai il posto a un bisognoso; purchè tu studi, purchè ti appassioni per qualche scienza e ti proponga uno scopo alla vita; a me basta. — Ebbene, è questo appunto che mi danna! Che si dia al socialismo uno di quei figliuoli di famiglia spiantati che ci hanno qualcosa da guadagnare e nulla da perdere, lo capisco; ma lui, che non aveva nulla da desiderare, che non può sperare di migliorare la propria sorte.... o come s’è potuto buttare per quella maledetta via? Come s’è potuto dare alla macchia?
P. — Ho capito. Tu volevi almeno che studiasse. E mena una vita scioperata. Il socialismo, per lui, è un pretesto della fannullaggine.
C. — Non dico questo. Eh, se non fosse che lo studiare. Non ha mai studiato tanto. È sempre lì al chiodo, col capo tra i libri e gli opuscoli, che gli fanno un monte sul tavolino, e ne raccatta di nuovi ogni giorno. Si scervella sopra una quantità di quistioni impossibili a risolvere. Questioni utili, non nego, importanti, se si vuole; ma superiori alla sua età, e pericolose, che gli montan la testa. Oh, per questo.... ha delle cognizioni; tanto che mi trovo spesso impacciato a discutere, non perchè mi manchino le buone ragioni, s’intende; ma perchè non so citare le autorità, mi capisci?... E lui cita come un quaresimalista.
P. — E allora?... Ah, ho inteso. Ti spilla molti quattrini!
C. — Molti, no; ma.... troppi.
P. — Ah! ah! I quattrini per la santa causa! Già si capisce. E li spillerà sotto altri pretesti.
C. — Ma che! Tu vedessi che disinvoltura. Non cerca pretesti. Credi tu che ha il coraggio di dirmi: — Ho bisogno di tanto per le elezioni — per gli scioperanti — per il giornale — per il diavolo che li porti. Ma con una mutria, ti dico, e una voce, che non c’è modo di rifiutarglieli, come se chiedesse la sua parte di pane.
F. — Intendo, è irritante.
C. — Irritante? Che io debba dar dei quattrini per rifornir la cassa a un partito che vuol mandar per aria me, l’aver mio e tutta la baracca? Tu sei indulgente. È mostruoso e intollerabile!
P. — Già; tu preferiresti quasi quasi ch’egli spendesse i tuoi denari al gioco, o in vino di Champagne, con le ragazze allegre: di’ la verità?
C. — Quasi....
P. — Ebbene, non dubitare! Chi sa quanti di quei denari vanno in quella maniera!
C. — Eh, no.... Per questo, ci metterei una mano sul fuoco. Lo capisco da tante cose. Ho l’occhio esperto. Questo no, vedi; ne sono certo come della luce del giorno.
P. — O dunque?... Ah, ho capito, finalmente. Tu temi per l’avvenire, quando avrà il patrimonio fra le mani, che lo spoglino, che profonda tutto, e che si trovi poi ridotto nelle strettezze, in una condizione che gli riuscirà doppiamente dura dopo esser vissuto tanto tempo nella bambagia. Ti sgomenta, per lui, lo spettro d’una povertà, che lo potrebbe mettere sulla mala via....
C. (dopo aver pensato un po’). — Ecco.... senti. Da questo lato, per esser sincero.... È una cosa curiosa. Per un tempo ebbi timore. Fra i quindici e i diciott’anni aveva preso l’andare d’un figliuol di ricco; una tendenza alla vanità, la gola lunga, non mai contento di nulla in casa, di cattivi modi con le persone di servizio che se ne lagnavano. (Ridendo) Non sai che poi, per qualche mese, ha spinto la pazzia fino a non voler che la serva gli lustrasse le scarpe! Pazzie, vere ridicolaggini, come quella che suo padre, ancor adesso, debba leticar con lui per fargli fare un cappotto nuovo. E lo stesso è a tavola, dove si contenta di tutto, come un frate questuante. Strano davvero! Oh, quanto a questo, te l’assicuro, io che temevo una volta che, ridotto al bisogno, non sarebbe stato capace di rassegnarsi e di fare dei sacrifici, io, vedi, adesso, sono fermamente persuaso che, se mutasse la sua fortuna, egli s’adatterebbe a qualunque condizione di vita, allegramente senza un rimprovero al mondo, come se ci fosse sempre vissuto.
P. — Ma dunque?
C. — Ma dunque! Ma lavora a scalzare la società, ma si compromette, ma fa professione d’una dottrina falsa e fatale. Non sai che parla perfino nei comizi?
P. — Poh! Verba volant.
C. — Ma disgraziato! scusa la parola. Ma scrive anche per le stampe! Pazienza se parlasse soltanto. Scrive articoli.... su quei giornali!...
P. — Sciocchezze, m’immagino.
C. (dopo un po’ di esitazione). — Senza dubbio; ma..... Eppure, vedi, a parte le ragionacce.... Anzi, è quello che più m’addolora. C’è qualche cosa in quei deplorevoli articoli ch’io non leggo.... quasi mai. C’è dell’ingegno.... male speso. Ti dirò che, ai primi che lessi, rimasi stupito. Non mi parevano roba sua. Alle scuole non s’era mai distinto. Tu capisci: sono scritti.... notevoli, che rimangono, che gli potranno essere rinfacciati....
P. — Eh, via, non te ne dar pensiero. Sai quello che io penso del tuo figliuolo? Che non è persuaso, come non lo sono tanti altri. Il socialismo ora, per i giovani, è quello che era la lirica in altri tempi. Bisogna che tutti ci passino. È una malattia passeggiera. C’entra in gran parte la vanità, la smania di far l’originale, di ribellarsi a chi li tiene in briglia, e di levar rumore. Io mi son fatto l’idea che il tuo figliuolo è un carattere leggiero e volubile, che rivolterà la giubba tutt’a un tratto, quando meno tu te l’aspetti.
C. (quasi risentito). — Leggiero, volubile! Tu non lo conosci. Ma è la tenacia, è l’ostinazione in carne e ossa, un tutt’altro capo da quello che era. Ma tu non sai che hanno tentato tutti i modi di ricondurlo alla ragione, e parenti, e amici, e persone autorevoli, e.... belle signore, ed è stato come dar del capo in un macigno. Ah, lasciamo questo discorso. Tu non sai i dolori che m’ha dato, e io solo presento quelli che mi darà: È un giovane perduto!
P. — Già, comincio a capire.... anche perchè, m’immagino, vivrà in una classe sociale inferiore, avrà delle cattive pratiche.... Bazzica dei soggettacci, di’ un po’?
C. — Non dico.... Non posso dire, almeno, perchè ne vedrei gli effetti, non è vero? nei suoi sentimenti, nei suoi modi...... anche nel suo linguaggio. Ma, tu capisci: naturalmente, logicamente, per sentimento del proprio decoro, ognuno dovrebbe restringere le proprie amicizie nella classe sociale in cui la sorte l’ha posto. Ma lui! Ma figurati che quando usciamo insieme mi capita qualche volta d’incontrare un gassista con l’accendilume in mano, un muratore con la giacchetta sulle spalle, o anche un ciabattino col grembiule di cuoio, che passandoci accanto, gli dicono: — Buon giorno, buona sera — sorridendo, senza toccarsi il cappello, come a un amicone. Tu intendi: gente che ha conosciuto nelle congreghe.
P. — Intendo benissimo: questo t’offende.
C. — Dio mio! Non dico che m’offenda. Son liberale, rispetto i lavoratori, non faccio differenza fra le classi. Ma ci sono dei sentimenti, delle consuetudini sociali.... E mi tocca di vederne d’ogni sorta. Figurati; viene tempo fa un operaio ad accomodare una stufa. Gli dico: — Fate così — vuol fare a modo suo. Ribatto, s’inasprisce; insisto, alza la voce. Capita il mio figliuolo: quello fa un atto di sorpresa: lo conosceva, ma non sapeva d’esser venuto in casa sua. — Buon giorno, compagno! — Compagno!! E si stringon la mano! Sotto i miei occhi! Cose d’un altro mondo. Ma che! Non ci può esser altro mondo che questo in cui segua a un padre di far di queste figure!
P. — E, naturalmente, quello ne profittò subito per rialzare la voce con te....
C. — No, anzi.... mutò tono e fece a mio modo, chiedendomi scusa. Ma, tu capisci, io non potei disfare lì per lì la faccia d’imbecille che m’avevan fatto fare. A questo ci ritroviamo! Compagno! Ah, questa è enorme!
P. — Ah! ora ci sono. Ecco. A te rincresce che egli viva tra quella gente perchè ti pare che dalla piccola popolarità che ha fra di loro ricaschi su di te, sul tuo nome, davanti ai tuoi amici e conoscenti.... un cattivo riflesso; poichè, già, m’immagino che avrai avuto dei dispiaceri.... che ti tireranno delle satire, delle impertinenze, fors’anche. Dev’essere doloroso, in fatti, sentirsi dire sulla faccia: — O come mai un galantuomo sensato come lei può esser padre di un tipo di quella fatta?
C. (scattando). — Oh questo, perdio, nessuno me l’ha detto mai, nè me lo lascierei dire. Che gli diano dell’illuso, del.... fuorviato, lo posso tollerare; ma che ne parlino con disprezzo, mai al mondo! Il mio figliuolo è un giovane onesto, buono, generoso. Alto là, amico mio! L’avvertimento è anche per te.
P. — Ma allora, scusami tanto. Stringiamo i conti. A questo ragazzo non s’è guastato il cuore, non è scemato l’affetto e il rispetto per te. Si occupa con passione di studi, come tu li riconosci, importanti. Non ha vizi. Si è ridotto a una semplicità di gusti e di vita che ti rassicura riguardo al suo avvenire, comunque gli si possa voltar la fortuna. Manifesta una forza di volontà, una fermezza di carattere che prima non aveva. Si fa benvolere dalla gente che lavora e che tu rispetti. O perchè dunque lo chiami un giovane perduto. Mi par piuttosto un figliuolo ritrovato!
C. (balzando in piedi, mette una mano sulla spalla all’amico e lo guarda negli occhi). — O dimmi un po’: m’avresti forse preso giuoco fino adesso?... E mi nasce un sospetto: — avrebbe dato di volta il cervello a te pure in questi anni che non ci siamo più visti? Eh? Saresti diventato socialista? Rispondi!
P. (dando una risata e alzandosi). — Io socialista! Ma tu sei matto nel mezzo del cervello. Poichè t’è entrato il rosso in famiglia, vedi rosso da tutte le parti. Andiamo! beviamone un altro bicchiere e cacciamo le malinconie. (Mesce.)
C. (racquetato). — Alla buon’ora!
P. (toccando il bicchiere). — Bevo alla tua salute, vecchio amico, e ti auguro quello che tu desideri: che il tuo figliuolo, fra poco o molto, cadendogli la benda rossa dagli occhi, si ravveda e ritorni sulla buona via, dopo aver fatto una apostasia pubblica e solenne, che a te renda la pace per sempre e metta lui per l’avvenire nell’impossibilità assoluta di riconvertirsi. Non è vero che è quello che desideri? Che s’egli facesse questo domani, ne saresti felice?
C. (tace, facendo ballar nella mano la catenella dell’orologio).
P. (dopo averlo guardato di sott’occhio con uno sguardo acuto e sorridente). — Aspetto la risposta.
C. (impacciato). — Sì, naturalmente.... Però.... non ci sarebbe bisogno d’un’apostasia «pubblica e solenne». Non occorre di far tanto chiasso per rimetter la testa a partito. Ma già, (rinfrancato) quello che tu dici è impossibile!
P. — Oh diavolo! Hai detto la seconda parte della risposta con accento più soddisfatto che la prima.
C. (impazientito). — Oh come sei diventato sottile, pedante, sofistico! Già è sempre stato il tuo difetto. Sarebbe stato meglio che non t’avessi detto nulla.... E sarà anche meglio che cambiamo discorso. (Una scampanellata. Si rasserena ad un tratto.) Zitto! È lui. Non accennare ai nostri discorsi. Non lo vedo da stamattina presto. Che cosa vuoi? da un pezzo in qua, siccome son sempre un po’ inquieto quando è fuori, provo una certa commozione ogni volta che rientra. Povero ragazzo! Aspetta un po’; non mi posso tenere dall’andargli incontro. (Si slancia fuori.)
P. (seguitandolo con gli occhi a sorridendo). — Lo chiama andare! Mi par che sia un correre. (Dandosi una fregatina alle mani) Ed è perfettamente illuso il buon uomo. Non ha proprio coscienza di stimarlo di più e volergli più bene di prima perchè.... è un giovine perduto!