NOTE:
[1] Si chiama duar un accampamento d’arabi.
SIDI-HASSEM
La provincia dove stava per entrare la carovana, era una specie di colonia, divisa in poderi fra un gran numero di famiglie di soldati, in ognuna delle quali il servizio militare è obbligatorio per tutti i figli maschi; anzi ogni figliuolo nasce, per così dire, soldato, serve, come può, fin dall’infanzia, e riceve una paga fissa prima di essere in grado di maneggiare il fucile. Di più queste famiglie militari vanno esenti dalle imposte, e la loro proprietà è inalienabile fin che esiste la progenitura mascolina. Costituiscono perciò una milizia regolare, disciplinata e fedele, colla quale il governo può tranquillamente divorare, giusta l’espressione del paese, una qualunque provincia ribelle senza temere che gli ciurli nel manico; e si potrebbe dire una milizia d’esattori, che rende al governo assai più di quello che gli costa, poichè nel Marocco l’esercito serve specialmente alle finanze, e l’ordigno principale della macchina amministrativa è la spada.
Appena oltrepassato il confine dei Beni-Hassen, si vide lontano uno stormo di cavalieri che venivano di galoppo verso di noi, preceduti da una bandiera verde.
Cosa insolita, erano schierati in due lunghissime linee, l’una dietro l’altra, cogli uffiziali dinanzi.
A venti passi da noi, si arrestarono bruscamente tutti in un punto.
Il loro comandante, un grosso vecchio dalla barba bianca, d’aspetto benevolo, con un turbante altissimo, porse la mano all’ambasciatore dicendo:—Siate il benvenuto! Siate il benvenuto!—e quindi a noi:—Benvenuti! Benvenuti! Benvenuti!
Ci rimettemmo in cammino.
I nuovi cavalieri erano molto diversi dai Beni-Hassen. Avevano i vestiti più puliti e le armi più lucide; quasi tutti gli stivali gialli, ricamati di filo rosso; le sciabole col manico di corno di rinoceronte, le cappe turchine, i caffettani bianchi, le cinture verdi. Molti eran vecchi, ma di quei vecchi pietrificati, per i quali pare che sia cominciata l’eternità; parecchi giovanissimi; due, fra gli altri, non più che decenni, belli, pieni di vita, che ci guardavano con un’aria sorridente come per dire:—Via, non siete poi quelle faccie patibolari che c’eravamo figurate!—V’era un vecchio nero di tale statura, che, stendendo le gambe fuori dalle staffe, avrebbe quasi toccato terra coi piedi. Uno degli uffiziali aveva le calze.
Dopo mezz’ora di cammino, incontrammo un altro drappello, colla bandiera rossa, comandato pure da un vecchio caid, che s’unì al primo; e via via, andando innanzi, altri gruppi di quattro, otto, quindici cavalieri, ognuno colla bandiera, che vennero tutti a ingrossare la scorta.
Quando la scorta fu completa, cominciarono le solite cariche.
Si vedeva ch’eran soldati regolari: si raggruppavano e si scioglievano con più ordine di tutti quelli che avevamo visti fino allora. Facevano un nuovo gioco. Uno si slanciava innanzi a briglia sciolta; un altro dietro subito ventre a terra. A un tratto il primo si rizzava sulle staffe, si voltava indietro con tutto il busto e sparava il fucile nel petto a quello che l’inseguiva, il quale, nello stesso punto, scaricava una fucilata a lui contro il fianco, in modo che se si fossero tirati a palla, sarebbero tutti e due precipitati di sella morti nello stesso momento. A uno, andando di carriera, il cavallo gli cadde sotto, e lo sbalzò al di sopra della sua testa ad una tale distanza, che per un momento credemmo che si fosse ammazzato. Quello invece, in un batter d’occhio, risaltò in sella e tornò alla carica più indiavolato di prima. Ognuno lanciava il suo grido.—Guardatevi! Guardatevi!—Siate tutti testimoni!—Son io!—Ecco la morte!—Meschino me! (uno a cui era mancato il colpo)—Largo al barbiere!—(Era il barbiere dei soldati)—E un altro gettò questo curioso grido:—Alla mia dipinta!—che fece ridere tutti i suoi compagni. Gl’interpreti ci spiegarono che voleva dire: alla mia amante che è bella come se fosse dipinta; cosa strana per gente che non solo ha in orrore la pittura di figura, ma non ne ha neppure un’idea chiara. I due ragazzi fecero una carica insieme gridando:—Largo ai fratelli!—e spararono in terra curvando la testa fin quasi a toccare la sella.
Così arrivammo in vicinanza della cuba di Sidi-Hassem, dove si doveva piantare il campo.
Povero Hamed-Ben Kasen Buhamei! Finora io non ne ho parlato che di volo; ma ricordandomi che quella mattina lo vidi, lui generale dell’esercito dei Sceriffi, aiutare i servi a piantare i piuoli della tenda dell’Ambasciatore, sento il bisogno di esprimergli la mia ammirazione e la mia gratitudine. Che buona pasta di generale! Dal giorno della partenza egli non aveva ancor fatto bastonare nè un soldato nè un servo; non s’era mai mostrato un minuto di cattivo umore; era sempre stato il primo ad uscir dalla tenda e l’ultimo a andar a dormire; non aveva mai lasciato trapelare, nemmeno agli occhi più indagatori, che il suo stipendio di quaranta lire il mese gli paresse un po’ scarso; non aveva ombra d’albagia; ci aiutava a montare a cavallo, s’assicurava che le nostre selle fossero salde, dava una legnata, passando, alle nostre mule restie; era sempre pronto a tutto e per tutti; si riposava, accovacciato come un umile mulattiere, accanto alle nostre tende; ci sorrideva ogni volta che ci vedeva sorridere; ci offriva del cuscussù; balzava in piedi, a un cenno dell’ambasciatore, come un fantoccio a molla; faceva la sua preghiera, da buon mussulmano, cinque volte il giorno; contava le uova della muna, presiedeva allo sgozzamento dei montoni, guardava l’album dei pittori senza dar segno di scandalo; infine era l’uomo più ad hoc, io credo, che sua Maestà Imperiale potesse scegliere per quella missione in mezzo alla folla dei suoi scalzi generali. Hamed Ben-Kasen rammentava sovente, con alterezza, che suo padre era stato generale nella guerra contro la Spagna, e parlava qualche volta dei propri figli, che stavano colla madre a Mechinez, sua città natale.—Son tre mesi,—disse un giorno sospirando,—che non li vedo!—Forse voleva dire:—che non la vedo;—ma disse li per pudore.
Quel giorno, dopo aver assistito alla presentazione della muna, fra cui v’era un piatto spropositato di cuscussù, portato a stento da cinque arabi, ci rifugiammo, come sempre, sotto la tenda, a godervi i soliti quaranta gradi centigradi che duravano fino alle quattro dopo mezzogiorno; nel qual tempo l’accampamento rimaneva immerso in un profondo silenzio. Alle quattro, la vita si ridestava. I pittori mettevano mano ai pennelli, il medico riceveva i malati, uno andava a bagnarsi, un altro a tirare al bersaglio, chi a caccia, chi a passeggio, chi a visitare un amico sotto la tenda, chi ad assistere alle cariche della scorta, chi a vedere il cuoco alle prese coll’Affrica, chi a visitare i duar vicini, e così ognuno, a tavola, aveva qualcosa da raccontare, e la conversazione scoppiettava come un fuoco d’artifizio.
Quella sera, al tramonto del sole, andai col comandante a vedere i soldati della scorta che facevano le cariche in un vasto prato vicino all’accampamento.
C’era un centinaio d’arabi, seduti in una sola fila sulla sponda d’un fosso, che guardavano.
Appena ci videro, prima alcuni, poi cinquanta, poi tutti, si levarono da sedere e a poco a poco si vennero ad affollare dietro di noi.
Noi fingemmo di non vederli.
Per qualche momento, nessuno fiatò; poi cominciò uno a dir un non so cosa, che li fece ridere tutti. Dopo quello, parlò un altro, e poi un terzo, e via via, e ad ogni parola, tutti ridevano. Evidentemente ridevano di noi, e non tardammo ad accorgerci che le osservazioni e le risate corrispondevano per l’appunto ai nostri movimenti e a certe inflessioni della nostra voce. La cosa era naturalissima: ci trovavano ridicoli. Ma che cosa dicevano? Questa era la nostra grande curiosità. Passò in quel momento il signor Morteo, lo chiamai con un cenno furtivo, e lo pregai di star coll’orecchio teso, senza farsi scorgere, e di tradurmi letteralmente le canzonature di que’ furfanti. Mi servì a meraviglia.
Uno fece subito un’osservazione che, al solito, provocò una risata.
—Dice—tradusse il Morteo—che non sa capire a che cosa serva la falda di dietro del nostro vestito, a meno che non sia fatta per nascondere la coda....
Un momento dopo, un’altra osservazione, un’altra risata.
—Dice che la divisa dei capelli che lei ha sulla nuca è la strada dove i pidocchi fanno il lab el barod.
Una terza osservazione, un terzo scoppio di risa.
—Dice che son curiosi questi cristiani, che per l’ambizione di parere alti di statura, si mettono un vaso sulla testa e due puntelli sotto le calcagna....
In quel punto un cane dell’ accampamento venne a accovacciarsi ai nostri piedi.
Una quarta osservazione, e questa volta una risata sgangherata.
—Questa è forte!—disse il Morteo.—Dice che questo cane è venuto ad accovacciarsi vicino agli altri cani.... Ora li accomodo io.
Così dicendo, si voltò indietro bruscamente e disse qualche parola araba in tuono di minaccia.
Fu un colpo di fulmine. In un momento non se ne vide più uno.
Ma, povera gente, siamo giusti! Lasciando da parte le cariche dei pidocchi e la fratellanza coi cani, non avevan ragione di pensare di noi quello che pensavamo noi stessi, paragonandoci con loro? Dieci volte il giorno, mentre ci scorazzavano intorno quei superbi cavalieri, ci dicevamo gli uni agli altri:—Sì, siamo civili, siamo i rappresentanti d’una grande nazione, abbiamo più scienza nella testa, noi dieci, che non ce ne sia in tutto l’Impero dei Sceriffi; ma piantati su queste mule, vestiti di questi panni, con questi colori, con questi cappelli, in mezzo a loro, per dio, siamo brutti! Ah! quant’era vero! L’ultimo di quegli straccioni a cavallo era più gentile, più maestoso, più degno dello sguardo d’una donna, che tutti, messi in un fascio, i bellimbusti d’Europa.
A tavola, quella sera, ci fu un’altra scenetta curiosa.
Vennero a visitare l’Ambasciatore e sedettero accanto a lui, i due più vecchi Caid della scorta.
L’Ambasciatore domandò loro:—Avete mai inteso nominare l’Italia?
Tutti e due insieme, accennando vivamente di no colla mano, risposero col tuono di chi si affretta a dissipare un sospetto:—Mai! mai!
Allora l’Ambasciatore, colla pazienza d’un maestro, diede loro alcune nozioni geografiche e politiche intorno al nostro misterioso paese.
Stettero a sentire cogli occhi spalancati e la bocca aperta come due bambini.
—E quanta popolazione ha il vostro paese? domandò uno.
—Venticinque milioni,—rispose l’Ambasciatore.
Fecero un atto di meraviglia.
—E il Marocco,—domandò l’altro—quanti milioni ha?
—Quattro,—rispose l’Ambasciatore per tastare il terreno.
—Quattro soltanto!—esclamarono ingenuamente, guardandosi.
Quei due bravi generali non sapevano del Marocco più che dell’Italia, e forse neanche più della loro provincia che del Marocco. Ma prima d’andarsene, ne dissero un’altra assai più comica.
Il signor Morteo mostrò loro una fotografia della sua signora, dicendo:—Vi presento mia moglie.
La guardarono e la riguardarono con compiacenza e poi domandarono tutti e due ad una voce:—E le altre?
O non sapevano, o piuttosto non si rammentavano in quel momento che i Cristiani,—infelici,—non possono averne che una.
Quella notte non ci fu verso di dormire. Chiocciavano le galline, latravano i cani, belavano i montoni, nitrivano i cavalli, cantavano le sentinelle, tintinnavano le campanelle dei venditori d’acqua, disputavano i soldati sulla ripartizione della muna, incespicavano i servi nelle cordicelle della tenda: l’accampamento pareva un mercato. Ma non v’erano più che quattro giorni di viaggio e noi avevamo una parola magica che ci consolava di tutto:—Fez!
ZEGUTA
Si partì per Zeguta, di buon mattino, tutti rallegrati dal pensiero che quel giorno si sarebbero viste da lontano le montagne di Fez. Spirava un fresco d’autunno, e una leggera nebbia velava la campagna. Una folla d’arabi imbacuccati nelle cappe ci facevano ala all’uscita dell’accampamento; i soldati della scorta, tutti infreddoliti, ci seguivano stretti in un gruppo; i bambini dei duar ci guardavano cogli occhi pieni di sonno di dietro alle siepi e alle tende. Ma dopo pochi minuti brillò il sole, i curiosi accorsero, i cavalieri si sparpagliarono, l’aria risuonò di fucilate e di grida, tutto pigliò colore, anima e luce, e immediatamente, come suol accadere in quei paesi, succedette al fresco autunnale l’ardore dell’estate.
Fra i miei appunti di quella mattina ne trovo uno che dice laconicamente:—Cavallette. Saggio d’eloquenza di Selam.—Mi ricordo, infatti, d’aver visto un campo che da lontano pareva che si movesse, e quest’apparenza era prodotta da un grandissimo numero di cavallette verdi che s’avanzavano saltellando verso di noi. Selam, che in quel momento cavalcava al mio fianco, mi fece una descrizione ammirabilmente pittoresca delle invasioni di quegl’insetti formidabili, ed io la ricordo ancora parola per parola; ma come rendere l’effetto del suo gesto, del suo sguardo, della sua voce, che esprimevano assai più delle parole?—È uno spavento, signore! Vengon di là (e accennava a mezzogiorno). È una nuvola nera. Si sente il rumore da lontano. S’avanzano, s’avanzano, ed hanno il loro Sultano, il Sultano Ieraad, che le guida. Coprono strade, campi, case, duar, boschi. La nuvola cresce, cresce, va, va, va, rode, rode, rode, passa fiumi, passa fossi, passa muri, passa fuoco; distrugge erbe, fiori, foglie, frutti, grano, scorze d’alberi, e va va. Nessuno la ferma, non le tribù colle fiamme, non il Sultano con tutto l’esercito, non tutto il popolo del Marocco riunito insieme. Mucchi di cavallette morte? Avanti le cavallette vive. Muoion dieci? Nascon cento. Muoion cento? Nascon mille. Vedute a Tangeri. Strade, coperte; giardini, coperti; riva del mare, coperta; mare, coperto; tutto verde, tutto in moto, vive, morte, marcie, puzzo, peste, carestia, maledizione del cielo!—Così infatti accade. Il fetore che emana dalle miriadi di cavallette morte produce qualchevolta delle febbri contagiose, e, per citare un esempio, la peste spaventosa che spopolò nel 1799 le città e le campagne della Barberia, scoppiò dopo una delle loro più grandi invasioni. Quando si presenta l’avanguardia dell’esercito devastatore, gli arabi le movono incontro, in frotte di quattro o cinquecento insieme con bastoni e con fuoco; ma non riescono che a farle deviare per poco dal loro cammino, e segue spesso che una tribù cacciandole verso le terre d’una tribù vicina, la guerra alle cavallette si cangia in guerra civile. La sola forza che può liberare il paese da questo flagello, è un vento favorevole che le spinga nel mare, dove s’annegano, e vengon poi, per parecchi giorni, rigettate a mucchi sulle coste; e il solo conforto che rimanga agli abitanti quando il vento favorevole non soffia, è di mangiare, come fanno, le loro nemiche, prima che abbian deposte le uova, bollite e condite con sale, pepe ed aceto. Hanno un sapore di granchiolino di mare e se ne possono mangiare fino a quattrocento in un giorno.
A due miglia circa dall’accampamento, raggiungemmo una parte della carovana che portava a Fez i regali di Vittorio Emmanuele. Erano cammelli uniti a coppie, l’uno dietro l’altro, con due lunghissime sbarre sospese alla groppa, sulle quali posavano le casse. Li accompagnavano alcuni arabi a piedi e qualche soldato a cavallo. Alla testa della carovana v’era un carro tirato da due buoi: il primo carro che vedevamo nel Marocco! stato fatto apposta a Laracce sul modello, credo, dei primi veicoli apparsi sulla superficie della terra: tozzo, pesante, deforme, colle ruote d’un sol pezzo, senza raggi; il più strano e più ridicolo arnese che si possa immaginare. Ma per gli abitanti dei duar, i più dei quali non avevan forse mai visto un carro, era una meraviglia. Da tutte le parti accorrevano a vederlo, se lo accennavano gli uni agli altri, lo seguivano, lo precedevano, ne parlavano con gesti concitati. Persino le nostre mule, non abituate alla vista di quell’oggetto, passandovi accanto, davan segni di sorpresa e o si piantavano in quattro o facevano una giravolta. Selam stesso lo guardava con una certa compiacenza, come dicendo tra sè:—È stato fatto nel nostro paese!—Ed era compatibile, poichè in tutto il Marocco non esiste forse un maggior numero di carri che di pianoforti; i quali, se è giusta l’asserzione d’un console francese, non passano la dozzina; e oltre a questo, pare che vi sia in quel paese un’antipatia nazionale contro ogni specie di veicoli. Le autorità di Tangeri, per esempio, proibirono al principe Federico d’Assia Darmstadt, che fu in quella città nel 1839, di uscire in carrozza. Il principe scrisse al Sultano offerendosi di fare lastricare a proprie spese le strade principali, purchè gli permettesse quello che le autorità gli negavano.—Lo permetto,—rispose il Sultano,—e di buon grado; ma ad un patto: che le carrozze sian senza ruote, perchè, come protettore dei fedeli, non posso lasciare i miei sudditi esposti al pericolo d’essere schiacciati da un cristiano.—E il principe, per mettere la cosa in ridicolo, si valse del permesso ed osservò il patto, e v’è ancora a Tangeri chi si ricorda d’averlo visto attraversare la città in una carrozza senza ruote, sospesa alla groppa di due mule.
Finalmente s’arrivò a quelle benedette colline a cui si pensava da tre giorni con desiderio impaziente. Dopo una lunga salita, s’infilò una gola strettissima, chiamata in arabo Beb Tinca, dove bisognò passare ad uno ad uno, e si riuscì sopra una bella valle fiorita e solitaria in cui la carovana discese festosamente, empiendo l’aria di canti e di grida.
In fondo alla valle s’incontrò un’altra scorta del territorio delle colonie militari, la quale diede il cambio alla prima.
Erano cento cavalieri, tra i quali dei vecchissimi e dei giovanissimi, neri e capelluti; alcuni su cavalli stupendi, bardati con insolita pompa. Il caid, Abù-ben-Gileli, era un vecchio tarchiato, d’aspetto severo, di modi recisi, del quale e dei suoi soldati, si sarebbe potuto dire quello che diceva Don Abbondio dell’Innominato e dei bravi:—Per tenere a segno quelle faccie lì, non ci vuol meno di questa faccia qui; lo capisco anch’io.—Senza un riguardo al mondo per il grano e per l’orzo maturo ch’era dai due lati della strada, i soldati lanciarono i cavalli al galoppo di qua e di là, e cominciarono le solite cariche a due, a cinque, a dieci insieme, buttando i fucili in aria, rovesciandosi in dietro, a destra, a sinistra, contorcendosi sulla sella in mille maniere e urlando come anime dannate. Uno, fra gli altri, faceva il molinello col fucile con una rapidità che quasi l’arma non si vedeva. Un altro, passando, gridò con voce tonante:—Ecco il fulmine!—Un terzo, essendogli deviato il cavallo, mancò un pelo che non c’investisse e ci buttasse tutti in terra a gambe levate.
A una cert’ora l’Ambasciatore e il capitano, accompagnati da Hamed-ben-Kasen e da alcuni soldati, si staccarono dalla carovana per andar a far l’ascensione d’un monte, chiamato Selfat, poche miglia lontano; e noi seguitammo senza di loro il cammino prestabilito.
Pochi minuti dopo seguì un caso che non mi uscirà mai più, credo, dalla memoria.
Veniva verso di noi un ragazzo di sedici o diciott’anni, arabo, mezzo nudo, che mandava innanzi, con un grosso bastone, due buoi recalcitranti.
Il caid Abù-ben-Gileli arrestò il cavallo, e lo chiamò.
Si seppe dopo che quel ragazzo doveva andare ad attaccare i due buoi al carro che avevamo visto poco prima, ed era in ritardo di qualche ora.
Il poveretto, tutto tremante, si presentò al caid.
Questo gli fece non so che domande, a cui il ragazzo rispose balbettando e facendosi smorto come un cadavere.
Allora il caid si voltò verso i soldati e disse freddamente:—Cinquanta bastonate.
Tre robusti soldati saltarono giù da cavallo.
Il povero ragazzo, senza aspettare che lo afferrassero, senza profferire una parola, senza nemmeno alzare lo sguardo in viso al suo giudice, si buttò bocconi in terra, secondo l’uso, colle gambe e le braccia distese.
Tutto questo accadde, si può dire, in un batter d’occhio. Il bastone non era ancora in aria che già il comandante ed altri s’eran cacciati in mezzo e avevano fatto dire al caid che non potevano permettere quel brutale castigo.
Il caid chinò la testa.
Il ragazzo s’alzò pallido, convulso, guardando con un’espressione di meraviglia e di spavento i suoi liberatori e il caid.
—Va,—gli disse l’interprete,—sei libero!
—Ah!—gridò con un accento inesprimibile,—e disparve.
Noi ci rimettemmo in cammino.
L’ho da dire? Ho visto uccidere un uomo, ma non provai un sentimento così profondo d’orrore come quello che m’assalì alla vista di quel ragazzo seminudo disteso in terra per ricevere cinquanta bastonate. E dopo l’orrore, mi salì il sangue al capo dall’indignazione e vituperai nel mio cuore il Caid, il Sultano, il Marocco, la barbarie colle parole più fulminanti del linguaggio umano. Ma è proprio vero che bisogna sempre aspettare i secondi pensieri.—Ma e noi,—pensai qualche momento dopo;—quanti anni sono che abbiamo abolito il bastone? E quanto tempo è che s’è abolito in Austria? E in Prussia? E negli altri Stati d’Europa?—Questa riflessione mi fece cadere lo sdegno dal cuore e non mi lasciò che un sentimento d’amarezza. Per chi poi desiderasse di sapere in che modo si bastona al Marocco, basterà dire che qualche volta, terminata l’operazione, si porta la vittima al cimitero.
Di là fino a Zeguta la carovana passò di collina in collina, di valle in valle, sempre tra campi di grano e d’orzo e prati verdissimi, circondati d’aloé, di fichi d’India, d’olivi selvatici, di quercie nane, di cisti, di corbezzoli, di mirti, di cespugli fioriti. Non si vedeva una tenda, non s’incontrava un’anima viva. La campagna era tutta lussureggiante, solitaria e tacita come un giardino fatato. Giungendo sulla sommità d’un’altura, vedemmo le cime azzurre delle montagne di Fez, che subito si rinascosero come se avessero alzata la testa un momento per vederci passare; e nel più forte del caldo arrivammo a Zeguta.
Era uno dei più bei luoghi che si fosser veduti in tutto il viaggio.
L’accampamento era posto sulla china d’un monte, in una grande cavità rocciosa, della forma d’un anfiteatro, nella quale appunto i massi e le piccole incavature formate a poco a poco, l’una sull’altra, con una certa regolarità, dal passaggio della gente e degli animali, presentavano l’aspetto d’una vasta gradinata; e giusto in quell’ora, la gradinata era affollata d’arabi seduti a schiere semicircolari, come spettatori d’un anfiteatro vero. Dinanzi, s’apriva in forma di conca una grande valle tutta scompartita dalla varietà delle coltivazioni in quadrati verdi, gialli, bianchi, rossi, violetti, che pareva un immenso scacchiere di pezzi di velluto e di seta. Guardando col cannocchiale, si vedeva, sulle colline più lontane, qua una fila di tende, là una cuba nascosta fra gli aloé, più in là un cammello, più oltre un arabo accovacciato, un armento, un gruppo di donne; una vita sparsa e lenta che faceva sentire anche meglio d’una completa solitudine la profonda pace del luogo. Su tutta questa bellezza, si stendeva un cielo bianco, infocato, abbarbagliante, che costringeva a star col capo basso e cogli occhi socchiusi.
Ma assai più che per il paesaggio, ricorderò perpetuamente l’accampamento di Zeguta per l’esperimento che vi feci del famoso kif.
Il kif, per chi non lo sappia, è la foglia d’una specie di canapa, chiamata hascisc, conosciuta in tutto l’Oriente per la sua virtù inebriante. Nel Marocco se ne fa grandissimo uso, e si può dire che sono quasi tutte vittime di questa foglia deleteria, quegli arabi e mori, molto frequenti nelle città, che guardano chi passa cogli occhi sbarrati e stupidi, e camminano, quasi strascicandosi, come gente sbalordita da una percossa nel capo. La maggior parte fumano il kif, mescolato con un po’ di tabacco, in piccolissime pipe di terra cotta; altri lo mangiano in una specie di pasta dolce chiamata madjun, fatta con burro, miele, noce moscata e garofani. Gli effetti sono stranissimi. Il dottor Miguerez, che ne aveva fatto esperimento, me ne parlava sovente, dicendo, fra le altre cose, ch’era stato preso da un accesso di riso irresistibile, e che gli pareva di sentirsi sollevato da terra, tanto che, passando sotto un portone alto due volte lui, aveva chinato la testa per paura d’urtare. Stimolato dalla curiosità, io l’avevo pregato più volte di darmi una porzioncina di madjun, poca, per non perdere affatto la bussola, ma bastante a farmi vedere e sentire qualcuna almeno delle mille meraviglie ch’egli mi raccontava. Il bravo dottore per i primi giorni si scusò, dicendo che sarebbe stato meglio fare l’esperimento a Fez, con tutti i comodi; ma io continuai a sollecitarlo, e a Zeguta, finalmente, un po’ a controvoglia, mi presentò in un piattino il boccone sospirato. Eravamo a tavola. Con me, se non m’inganno, ne presero un po’ l’Ussi e un altro po’ il Biseo; ma di quello che abbia prodotto in loro, non mi ricordo. Era una pasta molle, di colore violetto e di sapore di pomata. Per una mezz’ora circa, dalla minestra alle frutta, non sentii nulla, e già canzonavo il dottore per le sue paure. Ma lui mi rispondeva:—Aspetti, aspetti—e sorrideva. I sintomi dell’ebbrezza, infatti, si manifestarono alle frutta. Fu da principio una viva ilarità e una rapidissima parlantina. Poi cominciai a ridere di tutto quello che sentivo dire e che dicevo io stesso; ogni parola mia e d’altri mi faceva l’effetto d’un’arguzia finissima; ridevo dei servi, degli sguardi dei miei commensali, della mia seggiola squilibrata, delle figurine dipinte sui tondi, della forma di certe bottiglie, del colore del cacio che mangiavo. All’improvviso m’accorsi che non avevo più la testa a segno e mi diedi a pensare a qualche cosa di serio per contenermi. Pensai al ragazzo che volevan bastonare la mattina. Povero ragazzo! M’inteneriva. Avrei voluto condurlo in Italia, farlo educare, fargli abbracciare una carriera. L’amavo come un figlio. E anche il caid Abù-ben-Gileli, povero vecchio. Il caid Abù-ben-Gileli l’amavo come un padre. E i soldati della scorta? Eran tutti buoni ragazzi, pronti a difenderci, a rischiar la vita per noi. Io li amavo come fratelli. Amavo pure li Algerini, e perchè no? pensavo; non sono della stessa razza dei Marocchini? E poi, che razza! Siamo fratelli tutti, siamo stretti ad un patto, bisogna amarci, io amo, io sono felice, e mettevo il braccio intorno al collo del dottore, che scoppiava dalle risa. Da quest’allegrezza caddi a un tratto in una mestizia confusa e profonda. Ricordai le persone che avevo offese, i dolori di cui ero stato cagione a coloro che m’amavano, mi sentii oppresso da mille rimorsi e da mille rammarichi, mi parve di sentire delle voci che mi parlavano nell’orecchio con un accento d’amore e di rimprovero, mi pentii, domandai perdono, mi asciugai furtivamente una grossa lacrima che mi tremolava nell’occhio. Poi mi si levò nella memoria un turbinìo rapidissimo d’immagini disparate e bizzarre che svanivano l’una nell’altra: certi amici d’infanzia dimenticati, certe parole di dialetto non più pronunziate da vent’anni, dei visi di donna, il mio antico reggimento, Guglielmo il Taciturno, Parigi, l’editore Barbera, un cappello di castoro che avevo da bimbo, l’Acropoli d’Atene, il conto d’un albergatore di Siviglia, mille stranezze. Ricordo confusamente che i commensali mi guardavano sorridendo. Di tratto in tratto chiudevo gli occhi e poi li riaprivo e non sapevo se avessi o no dormito, se fossi stato così un minuto o mezz’ora. Avevo un pensiero lucido nel capo, cominciavo a parlare, dicevo:—una volta sono andato.... Dove sono andato? Chi è andato? Tutto era svanito. I pensieri brillavano e si spegnevano come lucciole, fitti, intricati, inestricabili. A un certo punto vidi l’Ussi con una testa allungata come un’immagine riflessa da uno specchio convesso; il Viceconsole con un viso largo due palmi; tutti gli altri assottigliati, gonfi, scontorti, contraffatti come caricature fantastiche, che mi facevano delle smorfie inesprimibilmente buffe; ed io ridevo e dondolavo il capo e sonnecchiavo e pensavo ch’eran tutti matti, che ci trovavamo in un altro mondo, che nulla di quel che vedevo era vero, che stavo male, che non capivo che cosa fosse accaduto, che non sapevo dove fossi. E poi tutto fu buio e silenzio. E quando rinvenni in me, mi trovai sotto la mia tenda, steso sul letto, col dottore accanto, il quale, guardandomi al lume della candela, disse sorridendo:—È passata, via; ma dev’esser la prima e l’ultima volta.
DA ZEGUTA AL TAGAT
Mentre io corro qua e là in cerca della mia cavalcatura, che non so come, ritrovo poi appiattata in mezzo ai bagagli, l’Ambasciata parte. Avrei ancora tempo di raggiungerla; ma all’uscita dall’accampamento, scendendo per una china rocciosa, la mula vacilla, la sella si slaccia, la letteratura precipita, ci vuole una mezz’ora per riassestare ogni cosa, e addio Ambasciata! Mi tocca fare il viaggio solo, seguito alla lontana da un servo zoppicante, che arriverà appena in tempo, quando io sia assalito, a vedermi dare gli ultimi tratti. Sia fatta la volontà d’Allà! La campagna è deserta e il cielo nuvoloso. Di mezz’ora in mezz’ora vedo comparire, sulla sommità delle alture lontane, una cavalcata variopinta e sparsa, in mezzo alla quale riconosco il cavallo bianco dell’Ambasciatore e il caffettano rosso di Selam; e per qualche momento mi pare di non esser più solo; ma la cavalcata sparisce, e la solitudine mi torna a pesare sul cuore. A un’ora dall’accampamento raggiungo una retroguardia di dodici cavalieri, condotti dal vecchio Abu Ben Gileli, il caid delle cinquanta bastonate, il quale mi lancia uno sguardo terribilmente espressivo rasente la schiena. Sorrido umilmente e passo oltre. Esco dalla bella valle che si dominava collo sguardo dall’accampamento, e m’inoltro in un’altra valle spaziosa, fiancheggiata da alture ripidissime, vestite d’aloé e d’olivi, che formano come due grandi muraglie verdi a destra e a sinistra d’una immensa strada diritta, chiusa, in fondo, da una cortina di monti azzurri. Incontro parecchi arabi, che si fermano per vedermi passare e guardano intorno, stupiti ch’io non sia scortato. Mi assaltano? non mi assaltano? Uno s’accosta a un albero, ne stacca in fretta e in furia un grosso ramo, e mi corre incontro. Ci siamo! Arresto la mula, afferro la pistola. Egli si mette a ridere e mi porge il bastone, spiegandomi che l’ha staccato per me, per picchiare la mula, che non vuol camminare. In quel momento mi vedo venir incontro, di gran galoppo, due soldati della scorta. La mia ora, si vede, non è ancora sonata. I due soldati mi si mettono uno a destra e uno a sinistra, come due carabinieri, e mandano innanzi il mio quadrupede col calcio dei fucili,—dicendo:—Embasciador! Embasciador!—Li ha mandati l’Ambasciatore a vedere che cosa è accaduto di me. Meritano una ricompensa. Mi fermo, ed offro loro una bottiglietta di vino che porto in tasca. Non dicono nè si nè no; si guardano sorridendo, mi accennano che non ne han mai bevuto.—Assaggiate,—dico io col gesto. Uno prende la bottiglia, versa una goccia sulla palma della mano, dà una leccata e rimane un momento pensieroso. L’altro fa lo stesso. Poi si guardano, si mettono a ridere e fanno cenno di sì.—Bevete dunque.—Uno vuota mezza la bottiglia d’un fiato; l’altro, d’un fiato, la finisce; poi si metton tutti e due una mano sul petto e guardano il cielo cogli occhi luccicanti di voluttà. Ci rimettiamo in cammino. Incontriamo altri arabi, uomini, donne e ragazzi, che mi guardano con grande stupore. Uno, fra gli altri, dice alcune parole, alle quali i soldati rispondono con un brusco cenno negativo. Ho poi saputo che, credendomi arrestato, aveva detto:—Ecco un cristiano che ha rubato all’Ambasciatore.—Si vede qualche villaggio di case bianche sulla sommità delle alture che fiancheggiano la valle; spesseggiano le cube, le palme, gli alberi fruttiferi, i leandri fioriti, i roseti; la campagna è tutta verdissima, e comincia a mostrare qua e là qualche traccia di divisione di poderi. Entriamo finalmente in una gola angusta e tortuosa, formata da due muraglie di roccia; uscendo dalla quale, ci troviamo sul terreno dell’accampamento. Siamo sulla sponda del Miches, affluente del Sebù, vicino a un piccolo ponte di muratura costrutto diciassette anni sono, in una conca formata da un semicerchio di colline rocciose. Il cielo grigio come una vôlta di piombo piove una luce smorta e uggiosa, che ci costringe a star sette ore immobili sotto le tende. Il termometro segna quarantun grado. L’aria è infocata e grave. Fra le tende non si sente altro che il canto dei grilli e il suono della chitarra del Ducali. Una noia profonda pesa su tutto l’accampamento. Ma verso sera tutto cangia. Una passata d’acqua rinfresca l’aria, un fascio di raggi abbarbaglianti, prorompendo come una corrente di luce elettrica per l’apertura della gola, indora una metà del campo; arrivano corrieri da Tangeri, corrieri da Fez, curiosi dai villaggi; due terzi della carovana si tuffano nel fiume; e il desinare è rallegrato dall’apparizione d’un nuovo personaggio, venuto dalla gran città dei Sceriffi: il moro Scellal, un altro dei protetti della Legazione d’Italia che ha una lite pendente col Governo del Sultano: il più voluminoso turbante, il più rotondo faccione, la più beata pinguedine moresca che siasi veduta da Tangeri in poi. La mattina seguente, all’alba, ci rimettiamo in cammino, senz’altra scorta che i quaranta soldati comandati da Hamed Ben Kasen. È scoppiata una rivolta nelle terre confinanti coll’Algeria, e tutta la cavalleria della provincia di Fez è stata immediatamente mandata contro i ribelli.—Vedremo molte teste appese alle porte di Fez,—dice il Ducali. Per due ore camminiamo fra le colline in mezzo alle ginestre e ai lentischi. Poi sbocchiamo nella vastissima pianura di Fez, coronata di montagne e di colli, biondeggiante di grano, sparsa di grandi duar, percorsa dal fiume della Fontana azzurra, che si va a versare nel Miches, e dal Fiume delle perle, affluente del Sebù, che va a dividere in due la città sacra dell’Impero; sorvolata da stormi di grù, d’oche selvatiche, di tortore, di pernici, d’aghironi; lussureggiante di vegetazione, piena di luce, quieta e ridente come un immenso giardino. Piantiamo l’accampamento sulla riva del fiume della Fontana azzurra. La giornata passa in un lampo, tra le caccie, le visite ai duar, gli ebrei che vengon da Fez a raccontarci dei grandi apparecchi dell’esercito, i messi della corte che portano i saluti del Sultano; le famiglie arabe che guadano il fiume, in lunghe file, prima il cammello, poi gli uomini, poi le donne coi bimbi sul dorso, poi i ragazzi, poi i cani a nuoto; le carovane che passano, le frotte di curiosi che accorrono, un tramonto che innamora e la notte più luminosa ch’abbia mai contemplato occhio umano. La mattina all’alba di nuovo in cammino. Si rientra fra le colline, si torna a discendere nella pianura, e s’infila una strada serpeggiante incassata fra due rive, che ci nascondono l’orizzonte. Tutt’a un tratto una voce sonora grida:—Ecco Fez!—Tutti si fermano. Diritto, davanti a noi, lontano parecchie miglia, ai piedi delle montagne, si vede una vasta selva di torri, di minareti e di palme, velata leggermente dalla nebbia. Un allegro:—Ci siamo!—prorompe nello stesso punto da tutte le bocche in italiano, in spagnuolo, in francese, in arabo, in genovese, in siciliano, in napoletano; e al breve silenzio della prima meraviglia, succede una conversazione rumorosa. Ci rimettiamo in cammino e andiamo ad accamparci, per l’ultima volta, ai piedi del monte Tagat sulla riva del Fiume delle perle, a un’ora e mezzo da Fez. Qui per tutta la giornata è un andirivieni e un affaccendamento che ci pare il quartier generale d’un esercito in guerra. Sono messi del Sultano, messi del primo ministro, messi del gran cerimoniere, messi del Governatore di Fez, ufficiali, maggiordomi, negozianti, patenti de’ mori della carovana, tutta gente ben vestita, linda, cerimoniosa, circonfusa dell’aura della corte e della metropoli, che parla con voce grave e gesti maestosi dell’esercito formidabile, della folla immensa, del palazzo delizioso che ci aspetta. L’entrata a Fez è stabilita per le otto della mattina seguente. All’alba tutti sono in piedi. È un gran lavorìo di rasoi, di spazzole, di pettini, di striglie, e un’allegrezza che ci rifà ad usura di tutte le fatiche del viaggio. L’Ambasciatore si mette il suo berretto dorato, Hamed Ben Kasen la sciabola di gala, Selam un caffettano color di rosa, Civo un fazzoletto verde intorno al capo, segno di grande solennità; tutti i servi, la cappa bianca; tutti i soldati della scorta, le armi lucide; tutti gl’italiani, la roba più sfoggiata dei loro bauli. Siamo, fra tutti, un centinaio, e si può affermare che l’Italia non ha mai avuto un’ambasciata più bizzarramente composta, più pomposamente colorita, più allegramente impaziente, più impazientemente aspettata di questa. Il tempo è bellissimo, i cavalli scalpitano, i caic ondeggiano al venticello della mattina, tutti i volti brillano, tutti gli sguardi si fissano sull’Ambasciatore che conta i minuti sull’orologio. Son le otto—un cenno—tutti a cavallo—e avanti. Ah! che vuol dire essere eternamente bambino! Mi sento battere il cuore!
FEZ
Non abbiamo ancora fatto mezzo miglio verso la città, che siamo già circondati da una folla d’arabi e di mori accorsi da Fez e dalla campagna, parte a piedi, parte a cavallo a mule ed a asini, a due a due per cavalcatura, come gli antichi Numidi, smaniosi a tal segno di vederci che i soldati della scorta, perchè non ci si stringano addosso, sono costretti a spazzare la strada a colpi di calcio di fucile. Il terreno essendo basso, la città di Fez, della quale si vedevano le mura merlate dall’accampamento, ci rimane per un buon pezzo nascosta. Poi, tutt’a un tratto, riapparisce e vediamo dinanzi alle mura un immenso formicolìo bianco e porporino, che pare una miriade di gigli e di rose che tremolino al vento. La città si nasconde daccapo e daccapo ricompare, ma questa volta vicinissima, e fra noi e le sue mura, il popolo, l’esercito, la corte, una pompa, uno splendore, una bizzarria, una bellezza che in quel punto mi fece cadere di mano le briglie, e in questo momento la penna.
Una schiera di ufficiali a cavallo ci viene incontro di galoppo, saluta, si divide in due e s’unisce alla scorta.
Dietro costoro, un grosso stuolo di cavalieri vestiti pomposamente, montati su cavalli bellissimi, preceduti da un moro di alta statura, col turbante bianco e il caffettano roseo, s’avanza verso di noi. È il gran cerimoniere Hadje Mohammed Ben Aissa, cogli ufficiali di corte, che dà il benvenuto all’Ambasciatore in nome del Sultano, e s’accompagna alla scorta.
Andiamo innanzi, fra due ali di soldati di fanteria che trattengono a stento la folla.
Che soldati! Sono vecchi, uomini maturi, e ragazzi di quindici, di dodici, persino di nove anni, vestiti di rosso scarlatto, colle gambe nude, colle pantofole gialle, schierati, senz’ordine di statura, sopra una sola riga, coi comandanti dinanzi. Ci presentano, ognuno a modo suo, i loro fucili rugginosi, colle baionette scontorte. Chi tiene un piede innanzi, chi sta a gambe larghe, chi col mento sul petto, chi colla testa chinata sopra una spalla. Alcuni si son messi la giacchetta rossa sul capo per ripararsi dal sole. Di tratto in tratto v’è un tamburino, un trombetta, cinque o sei bandiere le une accanto alle altre, rosse, gialle, verdi, ranciate, tenute come si tengono le croci nelle processioni. Non si vede nessuna divisione di squadre o di compagnie. Paiono soldatini di cartone messi in fila da un ragazzo. Vi son dei neri, dei mulatti, dei bianchi, faccie d’un colore indefinibile; uomini di statura ciclopica accanto a bimbi che appena possono reggere il fucile; vecchi con una lunga barba bianca, curvi, che s’appoggiano col gomito ai vicini; figure selvaggie che fan l’effetto, con quell’uniforme, di scimmie vestite ed ammaestrate; tutti ci guardano cogli occhi attoniti e la bocca aperta e si stendono dinanzi a noi in due file a perdita d’occhio.
Una seconda folla di cavalieri ci viene incontro, a sinistra. È il vecchio governatore Gilali Ben Amù, seguito da diciotto sotto-governatori e dal fiore dell’aristocrazia di Fez, tutti vestiti di bianco da capo a piedi, come uno stuolo di sacerdoti: visi austeri, barbe nere, caic di seta, bardature dorate. Salutano, ci girano intorno e s’uniscono alla scorta e alla Corte.
Andiamo innanzi, sempre in mezzo a due schiere di soldati, dietro ai quali ondeggia una folla bianca e incappucciata che ci divora cogli occhi. Son sempre gli stessi soldati, per buona parte ragazzi, col fez, la giacchetta rossa e le gambe nude. Alcuni hanno i calzoncini turchini, altri bianchi, altri verdi; molti sono in maniche di camicia; chi tiene il fucile al piede, chi sulla spalla; chi sta avanti, chi sta indietro. Gli ufficiali son vestiti a capriccio, da zuavi, da turcos, da spahì, alla greca, all’albanese, alla turca, con divise gallonate e arabescate d’oro e d’argento, con sciabole a scimitarra, spade, pugnali ricurvi, pistoloni, daghe, stivali alla scudiera e stivaletti gialli senza tallone; alcuni color di porpora da capo a piedi, altri tutti bianchi, altri tutti verdi che paiono mascherati da diavoli. Di tratto in tratto si vede fra loro un viso europeo che ci guarda con un’espressione di simpatia e di tristezza. Si vedono fino a dieci bandiere schierate insieme. Al nostro passaggio, squillano le trombe. Qualche braccio di donna s’intromette fra le teste di due soldati e s’agita col pugno chiuso verso di noi in atto di minaccia. Le mura della città par che s’allontanino via via che andiamo innanzi, e le due schiere di soldati si allungano dinanzi a noi come due siepi sterminate di roseti vermigli.
Un’altra folla di cavalieri, più pomposi dei precedenti, ci viene incontro. È il vecchio ministro della guerra. Sid-Abd-Allà ben-Hamed, nero, montato sopra un cavallo bianco bardato di color celeste; e con lui i governatori militari della provincia, il comandante del presidio di Fez, e un folto stato maggiore di generali coronati di turbanti bianchi come la neve e vestiti di caffettani di cento colori.
Ci rimettiamo in via. Ormai è più di mezz’ora che camminiamo in mezzo ai soldati e qualcuno ne ha contati oltre a quattro mila. Da una parte è schierata la cavalleria; dall’altra un’accozzaglia che non ha più nome; uomini e ragazzi vestiti di cento uniformi diverse, o piuttosto di brandelli d’uniformi, metà armati e metà senz’armi, colla cappa, senza cappa, con un cencio intorno al capo, col capo scoperto, scamiciati; visi del deserto, del litorale dell’Oceano, delle montagne dell’Atlante, del Rif, della provincia di Sus; teste rapate e teste ornate di lunghe treccie; colossi e nani, ceffi di belve e faccie di morti—disotterrati, larve, fantocci, comparse teatrali, gente razzolata Dio sa dove per far numero e paura. E dietro costoro, su due grandi rialti di terreno che sorgono a destra e a sinistra della strada, due turbe innumerevoli di donne velate, che gridano e gesticolano in atto di meraviglia, di sdegno, d’allegrezza, sollevando i bambini sopra la testa.
Ci avviciniamo alle mura, in direzione d’una porta monumentale, coronata di merli. Scoppia il suono d’una banda e nello stesso tempo tutte le trombe e tutti i tamburi dell’esercito prorompono in un fragore infernale. Allora si sciolgono gli ordini del ricevimento e tutti ci si affollano intorno, magistrati, generali, cortigiani, ministri, ufficiali, schiavi; la nostra scorta è scompigliata, i nostri servi dispersi e noi stessi separati gli uni dagli altri. È un torrente di turbanti e di cavalli, che ci avvolge e ci travolge con un impeto irresistibile; un barbaglio di colori, una fantasmagoria di faccie strane, un frastuono di voci stridule, una furia, una confusione di battaglia, uno spettacolo grandioso e selvaggio che innamora e sbalordisce.
Passiamo per la gran porta, ci guardiamo intorno credendo di veder le case della città: siamo ancora in mezzo a mura e a torri merlate; a sinistra v’è una cuba, colla cupola verde, ombreggiata da due palme; gente intorno alla cuba, ai piedi delle mura, sulle mura, sulle torri, da ogni parte. Passiamo sotto un’altra porta, ed entriamo finalmente in una strada fiancheggiata da case.
Non ricordo che molto confusamente quello che vidi in quel tragitto, tanto ero sbalordito dallo spettacolo dell’entrata e intento a salvarmi la vita, poichè si camminava sui pietroni in mezzo a una calca di cavalli, e guai a chi avesse fatto un capitombolo. Passammo, mi ricordo, per parecchie strade strette, deserte, fiancheggiate da case molto alte, salendo, scendendo, soffocati dal polverìo e assordati dallo scalpitìo dei cavalli; e dopo una buona mezz’ora di cammino, attraversato un labirinto di vicoli in salita dove ci toccò passare a uno a uno, scendemmo dinanzi a una piccola porta, in mezzo a due file di soldati scarlatti che ci presentarono le armi, ed entrammo in casa nostra.
Fu una sensazione deliziosa.
Era una casa principesca di puro stile moresco con un piccolo giardino ombreggiato da filari paralleli d’aranci e di limoni. Dal giardino s’entrava nel cortiletto interno per una porta bassissima, e un corridoio appena tanto largo da potervi passare una persona. Tutt’intorno al cortile s’alzavano dodici pilastri bianchi, congiunti da altrettanti archi a ferro di cavallo, che sostenevano all’altezza del primo piano una galleria arcata e munita d’una balaustrata di legno. Il pavimento del cortile, della galleria e delle stanze era tutto uno splendido musaico a quadrettini smaltati di vivi colori; gli archi arabescati e dipinti; la balaustrata lavorata a giorno con una delicatezza finissima; tutto l’edifizio disegnato con un’armonia e una grazia degna degli architetti dell’Alhambra. Nel mezzo del cortile v’era una fontana, e un’altra, a tre getti d’acqua, dentro a un vano del muro rivestito di musaico a stelle e a rosoni. Dal mezzo d’ogni arco pendeva una grande lanterna moresca. Un braccio dell’edifizio si stendeva lungo uno dei lati del giardino, e aveva una graziosissima facciata a tre archi, pure dipinti e arabescati, dinanzi alla quale zampillava una terza fontana. V’erano altri piccoli cortili e corridoi e stanzuccie e gl’innumerevoli recessi di tutte le case orientali. Qualche letto di ferro senza coperte e senza lenzuoli, qualche orologio a pendolo, uno specchio nel cortile, due seggiole e un tavolino per l’Ambasciatore, e una mezza dozzina di orciuoli e di catinelle, erano tutta la suppellettile del palazzo. Nelle stanze principali c’erano tappeti ricamati d’oro appesi alle pareti e materasse bianche distese sul pavimento. Non una seggiola, non una tavola, non un comodino. Si dovette far portare il mobilio dell’accampamento. In compenso per tutto fresco, per tutto gorgoglío d’acqua, un’ombra, una fragranza, un non so che di molle e di voluttuoso nelle linee, nei colori, nella luce, nell’aria, che faceva sorridere e pensare. Tutto l’edifizio era circondato da un muro altissimo, e intorno al muro si stendeva un labirinto di stradicciuole deserte.
Appena fummo nel cortile, cominciò un andirivieni di ministri e d’altri personaggi, ognuno dei quali fece un quarto d’ora di conversazione coll’Ambasciatore, palpandosi i piedi. Il ministro delle finanze fu quello che attirò più di tutti la mia attenzione. Era un moro sulla cinquantina, di aspetto severo, sbarbato, tutto vestito di bianco, con un grosso turbante. Più lo guardavo e meno mi potevo persuadere che quell’uomo avesse qualcosa di comune col Minghetti e col Sella. Un interprete mi disse che aveva un grande ingegno, e addusse per prova che essendogli stata portata un giorno una di quelle macchinette che fanno le operazioni aritmetiche, lui aveva fatte le medesime operazioni in un tempo eguale e cogli stessi risultati. E bisognava vedere con che espressione di sacro rispetto, Selam, Alì, Civo, e tutti gli altri servi arabi guardavano quei personaggi, che dopo il Sultano rappresentavano per loro il più alto grado di scienza, di potenza e di gloria, a cui si possa pervenire sulla terra!
Finite le visite, si pigliò possesso del palazzo. I due pittori, il medico ed io occupammo le camere che davano sul giardino; gli altri, quelle del cortile. Interpreti, cuochi, marinai, servi, soldati, tutti trovarono il loro posticino. In poche ore il palazzo cangiò aspetto.
Assestata ogni cosa, si pensò a visitare la città.
I primi ad uscire furono l’Ussi e il Biseo; poi il Comandante e il Capitano; io mi riserbai a veder ogni cosa a mente fresca la mattina seguente. Uscirono a due a due, circondati, come malfattori, da un drappello di fantaccini armati di fucili e di bastoni. Stettero fuori un’ora, che mi parve eterna, e tornarono impolverati e grondanti di sudore come da un campo di battaglia, esprimendo concitatamente, prima coi gesti che colle parole, una grandissima meraviglia. Le prime parole furono—gran città—gran folla—moschee immense—santi nudi—maledizioni—legnate—cose dell’altro mondo. Ma la più saporita notizia la diede l’Ussi. In una delle strade più frequentate, malgrado la sorveglianza dei soldati, una ragazza di quindici anni gli s’era slanciata alle spalle come una furia e gli aveva assestato tra capo e collo un vigorosissimo pugno gridando:—Maledetti questi Cristiani! Non c’è più un angolo del Marocco dove non si vengano a cacciare!
Tali furono le prime accoglienze fatte all’Arte italiana fra le mura di Fez.
A notte avanzata, feci un giro per il palazzo. Sui pianerottoli, davanti alle porte delle camere, nel giardino, per le scale c’erano soldati accovacciati, ravvolti nelle cappe, che dormivano profondamente. Dinanzi alla piccola porta del cortile russava all’aria aperta il fedele Hamed Ben Kasen, disteso sopra una stuoia, colla sciabola al fianco. La luce velata delle lanterne faceva scintillare i musaici dei pavimenti e dei muri che parevano tempestati di perle, e dava a tutto l’edifizio l’apparenza misteriosa e magnifica d’una reggia. Il cielo era tutto stellato, e un vento leggero faceva stormire gli aranci del giardino. Si sentiva distintamente, nel silenzio della notte, il rumore del Fiume delle perle, il gorgoglio delle fontane, il tic-tac degli orologi, e di tratto in tratto le voci acute delle sentinelle, che dalle varie porte esterne del palazzo si davano l’all’erta cantando delle preghiere. Che belle ore passai, quella notte, col viso all’inferriata della finestra su cui batteva la luna, pensando alla grande città sconosciuta che mi si stendeva dintorno, a casa mia, ai miei amici, alle belle del Sultano, al mondo di là, a mille cose fantastiche e care!
La mattina uscimmo quattro o cinque insieme, accompagnati da un interprete, e scortati da dieci soldati di fanteria, uno dei quali aveva ancora i bottoni coll’effigie della Regina Vittoria, poichè molte di quelle divise rosse son prese usate a Gibilterra dai soldati dell’esercito inglese. Due ci si misero davanti, due di dietro, tre a sinistra e tre a destra; i primi armati di fucili, gli altri di bastoni e di corde a nodi. Faccie che, quando me ne ricordo, benedico il bastimento che m’ha riportato in Europa.
L’interprete ci domandò che cosa volevamo vedere.—Tutta Fez!—si rispose.
Ci dirigemmo prima verso il centro della città.
Qui dovrei proprio dire:—Chi mi darà la voce e le parole! Come esprimere lo stupore, la meraviglia, la pietà, la tristezza che provai dinanzi a quel grandioso e lugubre spettacolo? Il primo effetto è quello d’una immensa città decrepita, che si vada sfacendo lentamente. Case altissime, le quali paion formate di più case sovrapposte, che si scompongano; scalcinate, screpolate di cima in fondo, puntellate da ogni parte, senz’altre aperture che qualche buco in forma di feritoia o di croce; lunghi tratti di strada fiancheggiati da due muri alti e nudi come muri di fortezza; strade in salita e in discesa, ingombre di calcinacci, di pietre e di rottami d’edifizi, che svoltano di trenta in trenta passi; ad ogni tratto un lungo passaggio coperto, buio come un andito sotterraneo, dove bisogna camminare a tentoni; vicoli senza uscita, recessi, antri, meandri umidi e sinistri, sparsi di ossami, d’animali morti e di strame imputridito; tutto ciò rischiarato da una luce crepuscolare che mette malinconia. In alcuni punti il terreno è così rotto, il polverio così denso, il fetore così acuto, i moscerini così fitti, che bisogna fermarsi per riprendere lena. In una mezz’ora di cammino abbiamo fatto tanti giri che, disegnati, formerebbero uno dei più intricati arabeschi dell’Alhambra. Di tratto in tratto sentiamo il rumore d’una ruota da mulino, un mormorio d’acqua, lo strepito d’un telaio, una cantilena di voci nasali, che ci dicon che venga da una scuola di bambini; ma non si vede nulla da nessuna parte. Ci avviciniamo al centro della città; la gente spesseggia; gli uomini si fermano per lasciarci passare, guardandoci con aria attonita; le donne tornano indietro o si nascondono; i bambini gridano e scappano; i ragazzi brontolano e ci mostrano i pugni da lontano, tenendo d’occhio il bastone dei soldati. Vediamo fontane ornate di ricchi musaici, porte arabescate, qualche cortile ad archi, qualche resto di bella architettura araba annerito dal tempo. Ogni momento, a cagione dei passaggi coperti, ci troviamo al buio; poi intravvediamo un po’ di luce; poi di nuovo al buio. Entriamo in una delle strade principali, larga due metri, piena di gente. Tutti si voltano e ci si serrano intorno. I soldati gridano, urtano, picchiano per far largo, e infine si debbono contentare di farci un baluardo coi loro petti, tenendosi per mano gli uni cogli altri, per non esser divisi dalla folla. Abbiamo mille occhi addosso, ci sentiamo mancare il respiro, grondiamo di sudore, andiamo innanzi lentissimamente, fermandoci ogni tanto per lasciar passare un moro a cavallo, un asino carico di teste di montone sanguinolente, un cammello che porta una donna velata. A destra e a sinistra ci sono bazar affollati; cortili d’alberghi ingombri di mercanzie; porte di moschee, per le quali si vedono lunghissime fughe d’arcate bianche, e gente prostrata che prega. Per tutta la strada, fin dove arriva lo sguardo, non si vedono che cappucci, è tutto bianco, e si direbbe che tutti camminano in punta di piedi. L’aria è impregnata d’un odore acuto d’aloé, di spezie, d’incenso, di kif; pare di camminare in una immensa drogheria. Passano frotte di ragazzi colla testa tignosa e piena di cicatrici; vecchie deformi, senza un capello, col seno ignudo, che s’aprono il passo a forza imprecando furiosamente contro di noi; pazzi quasi nudi affatto, incoronati di fiori e di pennacchi, con un ramo d’albero in mano, che ridono e cantano, o ripetono continuamente la medesima parola, ballonzolando davanti ai soldati, che li cacciano via a spintoni. Svoltando in un’altra strada, incontriamo un santo, un vecchio smisuratamente pingue, nudo dalla testa ai piedi, che si trascina a fatica tenendo una mano dove i pittori metton la foglia di fico, e appoggiandosi coll’altra a una lancia fasciata di panno rosso. Passandoci accanto, ci guarda di sbieco e brontola non so che cosa. Un po’ più oltre, vediamo quattro soldati che trascinano un disgraziato tutto lacero e sanguinoso,—un ladro colto sul fatto,—e dietro uno sciame di ragazzi che gridano:—La mano! La mano! Tagliargli la mano!—In un’altra strada, incontriamo due uomini che portano una barella scoperta sulla quale è disteso un cadavere, stecchito come una mummia, ravvolto in un sacco di tela bianca stretto intorno al collo, alla vita e alle ginocchia. Io mi domando dove sono, se sogno o son desto, e se la città di Fez e la città di Parigi si trovano veramente sul medesimo astro! Entriamo nei bazar. Per tutto c’è folla. Le botteghe, come a Tangeri, sono tane aperte nel muro. I cambisti sono seduti in terra, con un mucchio di monete nere dinanzi. Attraversiamo, pigiati dalla folla, il bazar delle stoffe, quello delle pantofole, quello della terraglia, quello degli ornamenti di metallo, che formano tutti insieme un labirinto di stradicciuole coperte da un tetto sfracellato di canne e di rami d’albero. Passiamo per mercati di verzura affollati di donne che alzano le braccia per maledirci, e usciamo dalla parte centrale della città. Daccapo salite, discese, giri, rigiri, vicoli tetri, passaggi tenebrosi, moschee, fontane, porte arcate, rumor di mulini, cori di voce nasali, donne che si nascondono, un sudiciume che ammorba e un polverio che leva il fiato. Usciamo finalmente per una porta delle mura e facciamo un giro intorno alla città. La città si stende in forma d’un otto immenso fra due colline, sulla cima delle quali torreggiano le rovine di due antiche fortezze quadrate. Di là dalle colline c’è una corona di monti. Il Fiume delle perle divide la città in due, Fez nuova, sulla riva sinistra, Fez antica, sulla destra; e una cintura di vecchie mura merlate e di grosse torri, di un fosco color calcare, rotta in più punti, stringe tutt’intorno la parte antica e la nuova. Dalle alture si domina collo sguardo tutta la città: una miriade di case bianche coronate di terrazze, al di sopra delle quali s’alzano bei minareti lavorati a musaico, palme gigantesche, mucchi di verzura, torricine merlate, cupolette verdi. A primo aspetto, s’indovina la grandezza della metropoli antica, di cui la città d’oggi non è più che lo scheletro. In vicinanza delle porte e sopra le alture, per un grande spazio la campagna è sparsa di monumenti e di rovine: cube, case di santo, zauie, archi d’acquedotti, sepolcri, ruderi enormi, traccie di fondamenta che paiono i resti d’una città spianata dal cannone e divorata dalle fiamme. Tra la città e la più alta delle due colline che la fiancheggiano, è tutto un giardino, un bosco fitto e intricatissimo di gelsi, d’olivi, di palme, d’alberi fruttiferi e di pioppi smisurati, vestiti d’edera e di pampini, dove da ogni parte corrono rigagnoli, zampillano fontane e s’incrociano canali, fra spalliere altissime di verzura e di fiori. L’altura opposta è coronata di migliaia d’aloè alti due volte un uomo. Lungo le mura sono grandi scoscendimenti di terreno, fossi profondi, ricolmi di vegetazione; frammenti immani di bastioni e di torri franate; un disordine grandioso e severo di rovine e di verde, che rammenta i tratti più pittoreschi delle mura di Costantinopoli. Passiamo dinanzi alla porta del Ghisa, alla porta di Ferro, alla Porta del Padre delle Cuoia, alla porta nuova, alla porta bruciata, alla porta da aprirsi, alla porta del Leone, alla porta di Sidi Buxida, alla porta del Padre dell’Utilità, e rientriamo, per la porta della Nicchia del burro, nella nuova Fez. Qui sono grandi giardini, vasti spazi aperti, larghe piazze circondate di mura merlate, di là dalle quali si vedono altre piazze e altre mura, e porte arcate e torri e ponti, e bellissimi prospetti lontani di colline e di monti. Alcune porte sono altissime e hanno i battenti rivestiti di lastre di ferro, tempestate di enormi chiodi. Avvicinandoci al Fiume delle perle, troviamo un cavallo fradicio steso in mezzo alla strada. Lungo il muro v’è un centinaio d’arabi lavandai, che saltellano sopra la biancheria ammucchiata sulla sponda. Incontriamo pattuglie di soldati, personaggi di corte a cavallo, piccole carovane di cammelli, frotte di donne della campagna, coi bimbi sospesi alla schiena, che si coprono il viso passandoci accanto. E finalmente vediamo dei visi che ci sorridono. Entriamo nel Mellà, il quartiere degli Ebrei. È una vera entrata trionfale. S’affacciano alle terrazze e alle porte, scendono nella strada, si chiamano l’un l’altro, accorrono da tutti i vicoli. Gli uomini capelluti e ravvolti nel loro lungo vestito, col capo coperto d’un fazzoletto annodato sotto il mento, come le donne, s’inchinano con un sorriso cerimonioso. Le donne, bianchissime, rotondette, vestite di panni verdi e rossi gallonati e ricamati d’oro, ci augurano buenos dias e ci dicono mille cose gentili coi loro smaglianti occhi neri. Alcuni bimbi ci vengono a baciare le mani. Per sottrarci a quell’ovazione e al sudiciume delle strade, prendiamo una via traversa e riusciamo in un campo tutto coperto di grandi sepolcri di muratura, della forma di parallelepipedi, bianchi come la neve, che ci dicono essere il cimitero israelitico. Di qui torniamo in città, e dopo un altro miglio di cammino per strade tortuose e immonde, bruciati dal sole, saettati da mille sguardi, maledetti da mille bocche, rientriamo finalmente, colla testa in tumulto e le ossa rotte, nel palazzo dell’Ambasciatore.
O Fez!—dice uno storico arabo—tutte le beltà della terra sono riunite in te! E soggiunge che Fez è stata sempre la sede della saggezza, della scienza, della pace, della religione; la madre e la regina di tutte le città del Magreb; che i suoi abitanti hanno l’ingegno più fino e più profondo degli altri abitanti del Marocco; che tutto quello che è in essa e intorno ad essa è benedetto da Dio; persino l’acqua del Fiume delle perle, la quale guarisce dal mal della pietra, immorbidisce la pelle, profuma i panni, distrugge gl’insetti, rende più dolci (se è bevuta a digiuno) i piaceri dei sensi e contiene pietre preziose d’inestimabile valore. E non meno poeticamente è raccontata dagli scrittori arabi la storia della sua fondazione. Quando gli Abassidi, sul finire dell’ottavo secolo, si divisero in due fazioni, un principe della fazione vinta, Edris-ebn-Abd-Allà, si rifugiò nel Magreb, poco lontano dal luogo dove sorse poi la città di Fez; e qui visse nella solitudine, pregando e meditando, finchè per la sua origine illustre e per la sua santa vita, avendo acquistato gran fama in mezzo ai Berberi della contrada, questi lo elessero loro capo. A poco a poco, colle armi e coll’alta autorità di discendente d’Alì e di Fatima, egli estese la sua sovranità sopra una gran parte del paese, convertendo forzatamente all’islamismo idolatri, cristiani ed ebrei; e pervenne a tal grado di potenza, che il Califfo d’Oriente Arun-er-Rescid, ingelosito, lo fece avvelenare da un finto medico, per distruggere con lui il suo impero nascente. Ma i Berberi diedero solenne sepoltura ad Edris e riconobbero per Califfo un suo figliuolo postumo Edris-ebn-Edris, il quale salì sul trono a dodici anni, consolidò ed accrebbe l’opera del padre, e si può dir che sia stato il vero fondatore dell’Impero del Marocco, il quale rimase fino alla fine del decimo secolo nelle mani della sua dinastia. Fu questo medesimo Edris che gettò le prime fondamenta di Fez il tre febbraio dell’anno 808, «in un vallone posto fra due alte montagne coperte di ricchi boschi e irrigate da mille ruscelli, sulla riva destra del Fiume delle perle.» La tradizione spiega in vario modo l’origine di quel nome. Scavando per le fondamenta si sarebbe trovata nella terra una grande scure (che si chiama in arabo Fez) del peso di sessanta libbre, e questa avrebbe dato il nome alla città. Lo stesso Edris, dice un’altra leggenda, lavorava alle fondamenta in mezzo ai suoi operai, i quali, in segno di gratitudine, gli offrirono una scure d’oro e d’argento, ed egli volle perpetuare nel nome della nuova città la memoria di quell’omaggio. Secondo un altro racconto, il segretario d’Edris avrebbe domandato un giorno al suo Signore qual nome egli intendesse di porre alla città.—Il nome, rispose il principe, della prima persona che incontreremo.—Passò un uomo, lo interrogarono, rispose che si chiamava Farès; ma essendo balbuziente, pronunziò invece di Farès, Fez, e il principe ritenne questo nome. Altri dice che si chiamava Zef una grande città posta sul Fiume delle perle, la quale esistette mille e ottocento anni e fu distrutta prima che l’Islam risplendesse sulla terra; ed Edris impose alla sua metropoli il nome rovesciato della città distrutta. Comunque sia, la città nuova s’accrebbe rapidamente, e già sul principio del decimo secolo rivaleggiava di splendore con Bagdad; racchiudeva fra le sue mura la moschea El-Caruin e quella d’Edris, ancora esistenti, una la più vasta e l’altra la più venerata dell’Affrica; ed era chiamata la Mecca dell’occidente. Verso la metà del undicesimo secolo Gregorio IX ci stabiliva un episcopato. Sotto la dinastia degli Almoadi, aveva trenta sobborghi, ottocento moschee, novantamila case, diecimila botteghe, ottantasei porte, vasti ospedali, bagni magnifici, una grande biblioteca ricca di preziosissimi manoscritti greci e latini; scuole di filosofia, di fisica, d’astronomia e di lingua, a cui accorrevano dotti e letterati d’ogni parte d’Europa e Levante; si chiamava l’Atene dell’Affrica, ed era ad un tempo la sede d’una fiera perpetua, dove affluivano i prodotti dei tre continenti; e il commercio europeo v’aveva i suoi bazar e i suoi alberghi, e vi prosperavano, tra mori, arabi, berberi, ebrei, neri, turchi, cristiani e rinnegati, cinquecentomila abitanti. Ed ora quanto mutata! Quasi tutti i giardini sono scomparsi, la più parte delle moschee rovinarono, della gran biblioteca non rimane che qualche volume tarlato, le scuole son morte, il commercio languisce, gli edifici si sfasciano, e la popolazione è ridotta a meno assai della quinta parte dell’antica. Fez non è più che una enorme carcassa di metropoli abbandonata in mezzo all’immenso cimitero del Marocco.
La nostra maggiore curiosità, dopo la prima passeggiata per Fez, era di visitare le due famose moschee El-Caruin e Mulei-Edris; ma essendo vietato ai cristiani di mettervi piede, ci dovemmo contentare del po’ che se ne vede dalle strade: le porte ornate di musaici, i cortili ad archi, le navate basse e lunghissime, divise da una foresta di colonne e rischiarate da una luce misteriosa. Non è però da credere che queste moschee siano oggi quali erano al tempo della loro gran fama, poichè già nel secolo decimoquinto, il celebre storico Abd-er-Rhaman ebn-Kaldun, descrivendo quella d’El-Caruin (che Dio la nobiliti di più in più, com’egli dice), accenna a parecchi ornamenti che non esistevano più ai suoi tempi. Le prime fondamenta di questa immensa moschea furono gettate il primo sabato di Ramadan; l’anno 859 di Gesù Cristo, a spese d’una pia donna del Kairuan. Era da principio una piccola moschea di quattro navate; ma l’abbellirono e l’ampliarono a poco a poco governatori, emiri e sultani. Sulla cima del minareto, innalzato dall’Imam Ahmed ben Aby Beker, brillava una palla d’oro, tempestata di perle e di pietre preziose, nella quale era confitta la spada d’Edris-ebn-Edris, fondatore di Fez. Alle pareti interne erano appesi dei talismani che premunivano la moschea dai nidi dei topi, degli scorpioni e dei serpenti Il Mirab—la nicchia rivolta verso la Mecca—era così splendido, che gl’imam dovettero farlo imbiancare perchè non distraesse i fedeli dalla preghiera. V’era un pulpito d’ebano ornato d’avorio e di gemme. V’erano duecento settanta colonne che formavano sedici navate di ventun arco ciascuna, quindici grandi porte d’entrata per gli uomini e due piccole per le donne, e mille settecento lampade che nella ventisettesima notte di Ramadan consumavano tre quintali e mezzo d’olio. Tutti particolari che lo storico Kaldun reca con grandi esclamazioni di meraviglia e di gioia, soggiungendo che fra le navate, il cortile, le gallerie, i vestiboli e le soglie delle porte, misurato lo spazio palmo per palmo, la moschea potea contenere ventiduemila settecento persone, e che per pavimentare il solo cortile erano stati impiegati cinquantaduemila mattoni. «Gloria ad Allà, signore dei mondi, immensamente misericordioso e re del giorno del giudizio finale!».
Aspettando che il Sultano fissasse il giorno per il ricevimento solenne, si fecero varie passeggiate, in una delle quali ricevetti «un’impressione» affatto nuova per me. Ci avvicinavamo alla Porta bruciata, Beb-el-Maroc, per rientrare in città, quando il vice-console uscì in una esclamazione che mi fece rabbrividire:—Due teste!—Alzai gli occhi al muro, intravvidi due lunghe striscie di sangue rappreso e non ebbi cuore di guardar più su. Erano due teste, mi dissero, appese per i capelli al di sopra della porta; una che pareva d’un giovanetto d’una quindicina d’anni, l’altra d’un uomo tra i venticinque e i trenta: tutti e due mori. Si seppe in seguito ch’erano state appese nella notte, e si diceva che fossero due teste di ribelli delle terre confinanti coll’Algeria, portate a Fez il giorno avanti. Ma il sangue colato faceva sospettare che fossero state recise nella città medesima e forse davanti a quella medesima porta. Comunque fosse, ci fu noto in quella occasione che le teste dei ribelli sono sempre, dalla terra ribellata, portate alla sede della corte e presentate al Sultano; dopo di che i soldati imperiali acciuffano il primo ebreo che incontrano, gli fanno cavare dalle teste il cervello e riempire il vuoto di stoppa e di sale, e le appendono a una porta della città. Dopo che son state là qualche giorno—a Fez, per esempio—un corriere se le mette in un canestro e le porta a Mechinez, dove sono esposte daccapo, e poi ritolte per essere portate a Rabatt, e via via, di città in città fin che sian putrefatte. Non sembra però che questo sia accaduto delle due teste di Beb-el-Maroc, poichè il giorno dopo, non vedendole più, domandammo a un servo arabo che cosa ne avessero fatto, ed egli rispose con un gesto:—Sepolte.—Ma s’affrettò a soggiungere, come per consolarci:—Ce n’è già per strada molte altre.
Due giorni prima del ricevimento solenne, fummo invitati a colezione da Sid-Mussa.
Sid-Mussa non ha il titolo nè di gran vizir, nè di ministro, nè di segretario; si chiama semplicemente Sid-Mussa; è nato schiavo; è un mancipio del Sultano, che domani può spogliarlo d’ogni suo avere, cacciarlo in fondo a una prigione o fare appendere il suo capo ai merli di Fez, senza renderne conto a nessuno; ma è nello stesso tempo il ministro dei ministri, l’anima del governo, la mente che tutto abbraccia e tutto move dall’Oceano alla Muluia e dal Mediterraneo al deserto, e dopo il Sultano il personaggio più famoso dell’Impero. Si può dunque immaginare la curiosità che ci fremeva dentro, la mattina che, circondati, come al solito, di gente armata, e accompagnati dal Caid e dagl’interpreti, ci recammo, con un lungo codazzo di popolo, a casa sua, che si trova nella nuova Fez.
Fummo ricevuti alla porta da uno stuolo di servi arabi e neri, ed entrammo in un giardino chiuso da alti muri, in fondo al quale, sotto un piccolo portico, aspettava Sid-Mussa, circondato dei suoi ufficiali, tutti vestiti di bianco.
Il famoso ministro porse tutt’e due le mani, con un atto vivace, all’Ambasciatore, chinò la testa sorridendo verso di noi e ci fece entrare in una piccola sala a terreno, dove sedemmo.
Che strana figura! Per un pezzo rimanemmo tutti attoniti a guardarlo. È un uomo sulla sessantina, mulatto, quasi nero, di mezzana statura; ha una testa grossissima e oblunga, due occhi lampeggianti che lanciano uno sguardo astutissimo, un gran naso forcuto, una gran bocca, due file di denti enormi, un mento smisurato; e malgrado questi tratti ferini, un sorriso affabile, un’espressione benigna e modi e inflessioni di voce quanto si può dire cortesi. Ma con nessuna gente quanto coi mori, dice chi li conosce, è facile ingannarsi giudicando l’animo dall’aspetto. Non nell’animo però, nella testa di quell’uomo io avrei voluto vedere! Non ci avrei trovato per certo una grande dottrina. Forse non più che qualche pagina del Corano, qualche periodo della storia dell’Impero, qualche vaga nozione geografica dei primi stati d’Europa, qualche idea di astronomia, qualche regola d’aritmetica. Ma in compenso, che profonda conoscenza del cuore umano, che prontezza di percezione, che sottigliezza di scaltrimenti, che trama intricata di faccende lontanissime da ogni nostra consuetudine, quanti curiosi segreti di reggia, e chi sa che guazzabuglio di rimembranze d’amori, di supplizi, d’intrighi, di vicende strane e tremende! E c’era fors’anche, sotto quel bianco turbante, un concetto della civiltà europea e dello stato del Marocco, non molto diverso dal nostro; tanto che, se avesse potuto esprimere il suo pensiero, avrebbe esclamato:—Eh! cari signori, ne sono più persuaso di voi!—ma era un pensiero imprigionato nel turbante. La stanza, per stanza moresca, era sontuosamente mobiliata, poichè conteneva un piccolo sofà, un tavolino, uno specchio e parecchie seggiole. Le pareti erano decorate di tappeti rossi e verdi, il soffitto dipinto, il pavimento a musaico. Nulla però di straordinario per la casa d’un ministro ricchissimo come Sid-Mussa.
Scambiati i complimenti d’uso, fummo condotti nella sala della mensa, ch’era da un altro lato del giardino.
Sid-Mussa, giusta il suo costume, non venne.
La sala della mensa era, come l’altra, decorata di tappeti rossi e verdi. In un angolo si vedeva un armadio, con su due mazzi di vecchi fiori finti, coperti da una campanella di vetro; e accanto all’armadio uno di quei piccoli specchi colla cornice dipinta a fiori, che si trovano da noi in tutte le locande di villaggio. Sulla tavola, una ventina di piatti pieni di grossi confetti bianchi, della forma di palle e di carrube; le posate e le stoviglie bellissime; molte bottiglie d’acqua; non una goccia di vino. Sedemmo e fummo subito serviti. Ventotto piatti senza contare i dolci! Ventotto enormi piatti, ognuno dei quali sarebbe bastato a sfamare venti persone: di tutte le forme, di tutti gli odori, di tutti i sapori; pezzi smisurati di montone allo spiedo, polli impomatati, selvaggina alla ceretta, pesci al cosmetico, fegatini alla stearina, torte all’unto di sego, legumi in salsa di sugna, ova in conserva di manteca, insalate trite peste impastate e combinate a musaico; dolci di cui ogni boccone basterebbe a purgare un uomo d’un delitto di sangue; e con tutte queste ghiottonerie, grandi bicchieri d’acqua fresca, nei quali spremevamo dei limoni che c’eravamo portati in tasca; e poi una tazza di tè giulebbato; e infine uno stuolo di servi che irruppe nella sala, e innondò d’acqua di rosa noi, la tavola e le pareti: tale fu la colezione di Sid-Mussa.
Quando ci alzammo da tavola, venne un ufficiale ad annunciare all’Ambasciatore che Sid-Mussa stava dicendo le sue preghiere, e che appena finito, avrebbe con grandissimo piacere conferito con lui. Subito dopo comparve un vecchio tutto tremante, sorretto da due mori, il quale afferrò le mani all’Ambasciatore e gliele strinse furiosamente dicendo con grande concitazione:—Benvenuto! Benvenuto! Benvenuto l’Ambasciatore del Re d’Italia! Benvenuto fra noi! Bel giorno per noi!—Era il gran sceriffo Bacali, uno dei più potenti personaggi della corte e dei più ricchi proprietari dell’Impero, confidente del Sultano, possessore d’un grande arém, malato da due anni di dispepsia; il quale rallegra, si dice, gli ozî del suo Signore con motti arguti e atteggiamenti comici; facoltà che non traspare affatto dal suo viso truce e dai suoi modi impetuosi. Dopo di lui comparirono i due figliuoli di Sid-Mussa; uno di cui ho dimenticato affatto la fisonomia, che disparve dopo i primi saluti; l’altro, un bellissimo giovane di venticinque anni, segretario intimo del Sultano: un viso di donna con due grand’occhi castagni d’una dolcezza indescrivibile; allegro, disinvolto, irrequieto, che stropicciava continuamente, con tutt’e due le mani, le falde del suo ampio caffettano aranciato.
Usciti il Bacali e l’Ambasciatore, rimanemmo noi con alcuni ufficiali seduti sul pavimento, e il segretario del Sultano, seduto, in onor nostro, sopra una seggiola.
Il simpatico giovane intavolò subito la conversazione per mezzo di Mohammed Ducali.
Fissò gli occhi in viso all’Ussi e domandò sottovoce chi era.
—È il signor Ussi,—rispose il Ducali,—gran maestro di pittura.
—Dipinge colla macchina?—domandò il giovane.
Voleva dire la macchina fotografica.
—No signore;—rispose l’interprete—dipinge a mano.
Parve che dicesse tra sè:—che peccato!—e rimase un momento sopra pensiero. Poi disse:—Domandavo.... perchè colla macchina si lavora più preciso.
Il Comandante pregò il Ducali di domandargli in che punto di Fez si trovasse la fontana chiamata di Ghalù, dal nome d’un ladro che Edriss, il fondatore della città, fece inchiodare in un albero vicino. Il giovane segretario si mostrò altamente meravigliato che il Comandante sapesse questo particolare storico, e gli fece domandare in che maniera lo aveva saputo.
—L’ho letto nella storia del Kaldun,—rispose il Comandante.
—Nella storia del Kaldun!—esclamò il giovane.—Avete dunque letto la storia del Kaldun! Vuol dire dunque che sapete l’arabo! E dove avete trovato quest’istoria?
Il Comandante rispose che quella storia si trovava in tutte le nostre città, ch’era un libro conosciutissimo in Europa, che l’avevan tradotto in inglese, in francese e in tedesco.
—Ma davvero!—esclamò l’ingenuo giovane.—Voi tutti l’avete letta! E sapete queste cose! Io non me lo sarei mai immaginato!
E non finiva di farne le meraviglie.
A poco a poco la conversazione s’infervorò, ci presero parte anche gli ufficiali, e riuscimmo a sapere varie cose singolari. L’Ambasciatore inglese aveva regalato al Sultano due macchine telegrafiche, e fatto insegnare a parecchie persone della corte la maniera di servirsene; e già se ne servivano, non pubblicamente, perchè nella città, alla vista di quei fili misteriosi, sarebbe nato un sottosopra; ma nell’interno del palazzo imperiale; e non è a dire se il grande ritrovato avesse stupito tutti. Non però fino al punto che noi potremmo supporre, perchè da quello che ne avevano inteso dir prima, se n’erano fatto tutti, compreso il Sultano, un concetto assai più meraviglioso; credevano, cioè, che la trasmissione del pensiero non si facesse già per mezzo della trasmissione successiva delle lettere e delle parole; ma tutta d’un colpo, istantaneamente, in modo che bastasse un tocco per esprimere e trasmettere issofatto qualsivoglia discorso. Riconoscevano, ciò non ostante, che la macchina era ingegnosa e che poteva riuscir utile, particolarmente nei nostri paesi, dove essendoci molta gente e molto traffico, doveva esserci bisogno di far ogni cosa alla spiccia. Il che significava in altre parole: che cosa faremmo noi del telegrafo? E a che termini sarebbe ridotta la politica del nostro Governo, se alle domande dei rappresentanti degli Stati d’Europa si dovesse risponder subito e in poche parole? e rinunziare a quella gran scusa dei ritardi e a quell’eterno pretesto delle lettere smarrite, che sono i corrieri, grazie a cui si può strascicare per due mesi una quistione che potrebbe esser risolta in due giorni? Si seppe, oltre a questo, o piuttosto si capì, che il Sultano è un uomo d’indole mite e di cuore gentile, che vive austeramente, che ama una donna sola, che mangia senza forchetta, come tutti i suoi sudditi, e seduto in terra, ma coi piatti posti sopra una piccola tavola dorata, alta un palmo; che prima d’esser Sultano, correva il lab el barod coi soldati, ed era uno dei più destri; che ama il lavoro e fa molte volte egli stesso quello che dovrebbero fare i suoi servi, fino a incassare le proprie robe nelle occasioni di partenza; e che infine il popolo lo ama, ma anche lo teme, perchè sa di certo che quando scoppiasse una grande rivolta, egli sarebbe il primo a saltare a cavallo e a slanciarsi colla spada nel pugno contro i ribelli. Ma con che garbo dicevan queste cose! Che bei sorrisi e che bei movimenti! Che peccato non intendere il loro linguaggio tutto figure e colori, e non poter leggere e frugare a nostro bell’agio dentro quell’ingenua ignoranza!
Dopo due ore ricomparvero l’Ambasciatore, Sid-Mussa, il gran sceriffo e tutti gli ufficiali; ci fu uno scambio interminabile di strette di mano, di sorrisi, d’inchini, di saluti, di cerimonie, che pareva si ballasse una contraddanza; e finalmente, passando fra due lunghe ali di servi attoniti, s’uscì. Uscendo, vedemmo all’inferriata d’una grande finestra a terreno una decina di visi di donne, nere, bianche e mulatte, indiademate e scarmigliate; le quali, appena apparimmo, scomparvero facendo un gran rumore di pantofole e di sottane sbattute.
Fin dal primo giorno del viaggio, il Sultano Mulei-el-Hassen era, come ognuno può immaginare, l’oggetto principale della nostra curiosità. Fu dunque una festa per tutti la sera che l’Ambasciatore ci annunziò il ricevimento solenne per la mattina seguente. In vita mia, non ho mai levato le pieghe alla giubba, nè fatto scattare la molla del gibus, con più profonda compiacenza che in quella occasione.
Quella gran curiosità derivava, in parte, dalla storia della sua dinastia. Si desiderava di vedere un volto di quella terribile famiglia dei Sceriffi Fileli, a cui gli storici danno il primato del fanatismo, della ferocia e dei delitti su tutte le dinastie che regnarono nel Marocco. Sul principio del secolo decimosettimo, alcuni abitanti del Tafilet, provincia dell’Impero che confina col deserto, dalla quale gli sceriffi di quella dinastia prendono il nome di Fileli, condussero dalla Mecca nel loro paese uno sceriffo chiamato Alì, nativo di Iambo, e discendente di Maometto per Hassen, secondo figliuolo d’Alì e di Fatima. Il clima della provincia di Tafilet, poco dopo il suo arrivo, riprese una regolarità che da qualche tempo aveva perduta; i datteri crebbero in grande abbondanza; il merito ne fu attribuito ad Alì; Alì venne eletto re, sotto il nome di Mulei-Sceriffo; i suoi discendenti allargarono, a poco a poco, colle armi, il dominio dell’avo; s’impadronirono di Marocco e di Fez, scacciarono la dinastia dei sceriffi Saadini, e regnarono, fino ai nostri giorni, su tutto il paese compreso fra la Muluia, il deserto ed il mare. Sidi-Mohammed, figlio di Mulei-Sceriffo, regnò con sapiente clemenza; ma dopo di lui il trono dei Sceriffi s’affondò nel sangue. El Rescid governa col terrore, ruba l’ufficio al carnefice, lacera di propria mano le mammelle alle donne perchè rivelino il nascondiglio dei tesori dei mariti. Mulei Ismaele, il principe lussurioso, l’amante di ottomila donne e padre di mille duecento figli, il fondatore del corpo famoso delle guardie nere, il galante sultano che chiede in isposa a Luigi XIV la figliuola della duchessa La Valliére, fa appendere diecimila teste ai merli di Marocco e di Fez. Mulei Ahmed el Dehebi, avaro e crapulone, ruba i gioielli alle donne di suo padre, s’istupidisce col vino, fa strappare i denti alle sue belle e recidere il capo a uno schiavo che ha troppo premuto il tabacco nella sua pipa. Mulei Abd-Allà, vinto dai Berberi, fa sgozzare, per sfogar la sua rabbia, gli abitanti di Mechinez, aiuta il carnefice a decapitare gli ufficiali del suo valoroso esercito sconfitto, e inventa l’orribile supplizio di cucir l’uomo vivo dentro un toro sventrato perchè si putrefacciano insieme. Appare migliore della propria razza Sidi-Mohammed, suo figliolo, il quale si circonda di rinnegati cristiani, cerca la pace e ravvicina il Marocco all’Europa. Poi, daccapo, Mulei Yezid, violento, crudele e fanatico, che per pagare i suoi soldati, gli sguinzaglia al saccheggio dei quartieri degli Ebrei in tutte le città dell’Impero; Mulei Hesciam, che dopo un regno di pochi giorni, va a morire in un santuario; Mulei Soliman, che distrugge la pirateria e ostenta amicizia all’Europa, ma con arte astuta segrega il Marocco da tutti gli Stati civili, e si fa portare ai piedi del trono la testa degli ebrei rinnegati a cui è sfuggita una parola di rammarico sulla loro abjura forzata; Abd-er-Rhaman, il vinto d’Isly, che fa calcinar vivi i congiurati nelle mura di Fez; e infine Sidi-Mohammed, il vinto di Tetuan, che per inculcare nei suoi popoli il rispetto e la devozione, fa portare per i duar e per le città le teste dei suoi nemici confitte nei fucili dei suoi soldati. Nè son queste le maggiori calamità che affliggono l’Impero sotto la sciagurata dinastia dei Fileli. Sono guerre colla Spagna, il Portogallo, l’Olanda, l’Inghilterra, la Francia, i Turchi d’Algeri; insurrezioni feroci di berberi, spedizioni disastrose nel Sudan, rivolte di tribù fanatiche, ammutinamenti delle guardie nere, persecuzioni di cristiani; guerre accanite di successione tra padre e figlio, tra zii e nipoti, tra fratelli e fratelli; l’Impero a volta a volta smembrato e ricomposto; Sultani cinque volte scoronati e cinque volte rimessi in trono; vendette snaturate tra principi consanguinei, gelosie di donne e delitti orrendi, e miseria immensa, e decadenza precipitosa alla barbarie antica; e in ogni tempo questo principio trionfante: che non potendo assidersi la civiltà europea se non sulle rovine di tutto l’edifizio politico e religioso del Profeta, l’ignoranza è la miglior salvaguardia dell’Impero, e la barbarie un elemento necessario di vita. Con quest’aureola storica ci si presentava alla fantasia il giovine Sultano a cui stavamo per comparire dinanzi.
Alle otto della mattina, l’Ambasciatore, il vice-console, il signor Morteo, il Comandante e il Capitano, vestiti delle loro splendide uniformi, erano già radunati nel cortile, in mezzo a una folla di soldati, fra i quali il caid, tutti in pompa magna. Noi soli, i due pittori, il medico ed io, tutti e quattro in giubba, gibus e cravatta bianca, non osavamo uscire dalle stanze, per timore che il nostro bizzarro vestire, forse non mai visto a Fez prima d’allora, facesse ridere il pubblico.—Vada prima lei—no, tocca a lei—no, tocca a loro—; per un quarto d’ora non si fece altro discorso, l’uno cercando di spinger l’altro fuori della porta. Finalmente, dopo una savia osservazione del dottore, che disse:—L’unione fa la forza—; uscimmo tutti e quattro insieme, stretti in un gruppo, col capo basso e il cappello sugli occhi. La nostra comparsa nel cortile destò una viva meraviglia fra i soldati, i custodi e i servi del palazzo, alcuni dei quali si nascosero dietro i pilastri per ridere al sicuro. Ma fu ben altra cosa per la città. Montammo tutti a cavallo e ci dirigemmo verso la porta della Nicchia del burro, preceduti da un drappello di fantaccini dalla divisa rossa, seguiti da tutti i soldati della legazione, fiancheggiati da ufficiali, interpreti, cerimonieri e cavalieri della scorta di Ben-Kasen-Buhammei. Era un bellissimo spettacolo quella mescolanza di cappelli cilindrici e di turbanti bianchi, di uniformi diplomatiche e di caffettani rosei, di spadine di gala e di sciaboloni barbareschi, di guanti canarini e di mani nere, di calzoni dorati e di gambe nude; e lascio considerare che figura ci facessimo noi quattro, vestiti da ballo, a cavallo a una mula, seduti sopra una sella rossa alta come un trono, grondanti di sudore e coperti di polvere appena usciti di casa. Le strade erano piene di gente. Al nostro apparire tutti si fermavano e facevano ala. Guardavano il cappello piumato dell’Ambasciatore, i cordoni d’oro del capitano, le medaglie del Comandante, e non davano alcun segno di meraviglia. Ma quando passavamo noi quattro, ch’eravamo gli ultimi, era prima uno stralunamento d’occhi e poi un esilararsi di volti che metteva un vero dispetto. Accanto a noi cavalcava Mohammed-Ducali: lo pregai di tradurmi qualcuna delle osservazioni che gli riuscisse di cogliere a volo. Un moro, in mezzo a un crocchio, disse non so cosa, a cui mi parve che gli altri assentissero. Il Ducali diede in uno scroscio di risa e mi notificò che quella brava gente ci credeva esecutori di giustizia. Alcuni, forse perchè il nero è un colore odiato dai mori, ci guardavano con un’aria quasi di disprezzo e di sdegno. Altri scrollavano il capo in segno di commiserazione.—Signori,—disse allora il medico,—se non sappiamo farci rispettare, è colpa nostra; abbiamo le armi; serviamocene; io darò per il primo l’esempio.—Così dicendo, si tolse il gibus, lo schiacciò e passando dinanzi a un gruppo di mori che sorridevano, lo fece scattare improvvisamente. La meraviglia e il turbamento di quella gente, alla vista di quello scatto misterioso, non si può esprimere. Tre o quattro diedero un passo indietro e slanciarono sul diabolico cappello uno sguardo di profonda diffidenza. I pittori ed io, incoraggiati dall’esempio, lo imitammo, e così a furia di pugni nel gibus, arrivammo, rispettati e temuti, alle mura delle città.
Fuori della porta della Nicchia del Burro erano schierati sul passaggio dell’ambasciata duemila soldati di fanteria, in gran parte ragazzi, che presentarono le armi, a modo loro, gli uni dopo gli altri, e passati noi, si misero la divisa sulla testa per ripararsi dal sole.
Passammo un piccolo ponte che accavalcia il Fiume delle perle e ci trovammo nel luogo destinato al ricevimento, dove si discese tutti da cavallo.
Era una vastissima piazza rettangolare, chiusa su tre lati da alte muraglie merlate e da grosse torri; sul quarto lato, dal Fiume delle perle. Nell’angolo più lontano da noi s’apriva una stradicciuola, fiancheggiata da due muri bianchi, che conduceva ai giardini e alle case del Sultano, completamente nascoste dai bastioni.
La piazza, quando v’arrivammo, presentava un aspetto ammirabile.
Nel mezzo v’era una folla di generali, di cerimonieri, di magistrati, di nobili, d’ufficiali, di schiavi, arabi e neri, tutti vestiti di bianco, divisi in due grandi schiere, l’una di fronte all’altra, alla distanza d’una trentina di passi.
Dietro una di queste schiere, dalla parte del fiume, erano disposti in fila tutti i cavalli del Sultano, grandi e bellissimi, bardati di velluto ricamato d’oro; ciascuno tenuto da un palafreniere armato. A un’estremità della schiera dei cavalli, c’era una piccola carrozza dorata, che la regina d’Inghilterra regalò all’Imperatore; il quale la fa mettere in mostra in tutti i ricevimenti.
Dietro i cavalli, e dietro l’altra schiera dei personaggi della corte, si stendevano due file lunghissime di guardie dell’Imperatore, vestite di bianco.
Tutt’intorno alla piazza, ai piedi delle mura e lungo la riva del fiume, tremila soldati di fanteria che apparivano appena come quattro lunghissime strisce d’un color rosso fiammante; e sull’altra riva del fiume, una folla immensa di popolo, tutta bianca.
Nel mezzo della piazza eran schierate le casse contenenti i regali del Re d’Italia: un Ritratto del re stesso, specchi, quadri di musaico, candelabri, seggioloni.
Noi ci andammo a mettere vicino alle due schiere dei personaggi, in modo da formar con esse un quadrato aperto verso il lato della piazza donde doveva venire il Sultano. Dietro di noi v’eran le casse; dietro le casse, tutti i soldati dell’ambasciata schierati. Da un lato Mohammed Ducali, il comandante della scorta, Salomone Aflalo, e i marinai in uniforme.
Un cerimoniere di faccia arcigna, armato d’un nodoso bastone, ci schierò su due righe; il Comandante, il capitano e il viceconsole, davanti; il medico, i pittori ed io, dietro. L’ambasciatore stette cinque o sei passi davanti a noi, col signor Morteo, che doveva fare da interprete.
Tutti e sette, senz’accorgercene, ci avanzammo a poco a poco d’alcuni passi.
Il cerimoniere ci fece tornare indietro e c’indicò col bastone il punto preciso dove dovevamo restare.
Quella esigenza ci fece specie, tanto più che ci parve di veder brillare negli occhi del cerimoniere un risolino astuto. Nello stesso punto sentimmo un vivace bisbiglio che veniva dall’alto. Guardammo in su, e vedemmo nei bastioni, a una certa altezza, quattro o cinque finestre, chiuse da persiane verdi, dietro le quali si muovevano confusamente molte teste. Erano teste di donna; il bisbiglio veniva di là; le finestre appartenevano a una specie di loggia, che per un lungo corridoio comunicava coll’arem del Sultano; e il cerimoniere ci faceva stare in quel certo punto per ordine del Sultano stesso, al quale le donne avevano chiesto di poter vedere i cristiani. Che peccato non aver sentito quello che dicevano dei nostri cappelli a staio e dei nostri vestiti a coda di rondine!
Il sole era ardentissimo, nella vasta piazza regnava un profondo silenzio, tutti gli occhi erano rivolti dalla stessa parte. Credo che in quei momenti ai miei compagni, come a me, batteva il cuore più forte.
Aspettammo circa dieci minuti.
All’improvviso, corse un fremito per tutto l’esercito, s’intese un suono di banda, le trombe squillarono, i personaggi della corte si curvarono profondamente, le guardie, i palafrenieri e i soldati misero un ginocchio in terra, e da tutte le bocche uscì un grido prolungato e tonante:—Dio protegga il nostro Signore!
Il Sultano s’avanzava verso di noi.
Era a cavallo, seguito da una turba di cortigiani a piedi, uno dei quali sorreggeva sopra il suo capo un enorme parasole.
Arrivato a pochi passi dall’Ambasciatore, si fermò; una parte del suo seguito chiuse il quadrato; gli altri gli rimasero intorno.
Il cerimoniere del bastone gridò ad alta voce:—L’Ambasciatore d’Italia!
L’Ambasciatore, accompagnato dall’interprete, col capo scoperto, s’avvicinò al Sultano.
Questo gli disse in arabo:—Benvenuto! Benvenuto! Benvenuto!—Poi gli domandò se aveva fatto buon viaggio, e s’era stato soddisfatto del servizio della scorta e del ricevimento dei Governatori.
Ma di tutto questo noi non udimmo nulla. Eravamo affascinati. Quel Sultano, che l’immaginazione ci aveva rappresentato sotto l’aspetto d’un despota selvaggio e crudele, era il più bello e più simpatico giovane che possa brillare alla fantasia d’un’odalisca. È alto di statura e snello, ha gli occhi grandi e soavi, un bel naso aquilino, il viso bruno d’un ovale perfetto, contornato d’una corta barba nera; una fisonomia nobilissima e piena di dolce mestizia. Una cappa bianca come la neve gli scendeva dalla testa ai piedi; il turbante era coperto da un alto cappuccio; i piedi nudi e infilati in due babbucce gialle; il cavallo grande e bianchissimo, colla bardatura verde e le staffe d’oro. Tutta quella bianchezza e quell’ampia e lunga cappa gli davano un aspetto sacerdotale, una grazia di regina, una maestà semplice ed amabile, che corrispondeva ammirabilmente all’espressione gentilissima del suo viso. Il parasole, insegna del comando, che un cortigiano teneva un po’ inclinato dietro di lui,—un gran parasole rotondo, alto quasi tre metri, rivestito, sopra, di seta color amaranto, sotto di seta azzurra, ricamata d’oro, con una grossa palla dorata sulla cima,—aggiungeva gentilezza e dignità alla sua figura. L’atteggiamento grazioso, lo sguardo così tra pensieroso e ridente, la sua voce sommessa e monotona come il mormorìo d’un ruscello, tutta insomma la sua persona e la sua maniera aveva un non so che d’ingenuo e di femmineo, e nello stesso tempo di solenne, che ispirava una simpatia irresistibile ed un rispetto profondo. Non mostrava d’aver più di trenta due o trentatrè anni.
—Sono lieto,—disse,—che il Re d’Italia abbia mandato un Ambasciatore per stringere maggiormente i legami della nostra antica amicizia. La casa di Savoia non fece mai la guerra al Marocco. Io amo la casa di Savoia e ho seguito con gioia e con ammirazione i grandi avvenimenti che si compirono sotto i suoi aspicii in Italia. Ai tempi di Roma antica, l’Italia era il paese più potente del mondo. Poi si divise in sette stati. I miei antenati furono amici di tutti e sette questi stati. Ed io, ora che tutti e sette si sono riuniti in un solo, ho concentrata in quest’uno tutta l’amicizia che i miei antenati nutrivano per gli altri.
Disse queste parole lentamente, a pause, come se le avesse studiate prima, e facesse di tratto in tratto uno sforzo per rammentarsele.
Fra le altre cose, l’Ambasciatore gli disse che il Re d’Italia gli aveva mandato il suo ritratto.
—È un dono prezioso,—rispose;—e io lo farò porre nella sala dove dormo, in faccia a uno specchio, che è il primo oggetto su cui cadono i miei occhi allo svegliarmi; e così ogni mattina, appena desto, vedrò riflessa l’immagine del Re d’Italia, e penserò a lui.
E poco dopo soggiunse:
—Sono contento, e desidero che restiate lungo tempo in Fez e spero che ne serberete una buona memoria quando sarete tornati nella vostra bella patria.
Dicendo queste cose, teneva quasi sempre gli occhi fissi sulla testa del cavallo. A momenti, pareva che volesse sorridere; ma subito corrugava le soppracciglia come per richiamare sul suo volto la gravità imperiale. Era curioso,—si capiva,—di vedere che razza di gente fossimo noi sette schierati a dieci passi dal suo cavallo; ma non volendo guardarci direttamente, girava gli occhi a poco a poco, e poi con uno sguardo rapidissimo ci abbracciava tutti e sette insieme, e in quel momento nel suo occhio brillava una certa espressione indefinibile d’ilarità infantile, che faceva un graziosissimo contrasto colla maestà di tutta la sua persona. Il folto corteo che gli stava dietro e ai lati, pareva pietrificato. Tutti gli occhi eran fissi in lui, non si sentiva un respiro, non si vedevano che volti immobili in un atteggiamento di venerazione profonda. Due mori, con mano tremante, gli cacciavano le mosche dai piedi; un altro, di tratto in tratto, gli passava la mano sul lembo della cappa come per purificarla dal contatto dell’aria; un quarto, in atto di sacro rispetto, accarezzava la groppa del cavallo; quello che reggeva il parasole, stava cogli occhi bassi, immobile come una statua, quasi fosse confuso e sgomento dalla solennità del suo ufficio. Tutto, intorno a lui, esprimeva la sua enorme potenza, l’immensa distanza che lo separava da tutti, una sottomissione sconfinata, una devozione fanatica, una svisceratezza d’amore pauroso e selvaggio, che sembrava domandare d’essere provato col sangue. Non pareva un monarca; ma un Dio.
L’Ambasciatore gli porse le sue credenziali e gli presentò il Comandante, il capitano e il vice-console, i quali gli s’avvicinarono l’un dopo l’altro e stettero qualche momento dinanzi a lui nell’atteggiamento del saluto.
Guardò con particolare attenzione le decorazioni del Comandante.
—Il medico,—disse poi l’Ambasciatore accennando noi quattro,—e tre scienziati.
I miei occhi incontrarono gli occhi del Dio, e tutti i periodi, già concepiti, di questa descrizione, mi si scompigliarono nella mente.
Il Sultano domandò con curiosità chi fosse il medico.
—Quello a destra,—disse l’interprete.
Lo guardò attentamente.
Poi, accompagnando le parole con un atto gentile della mano destra, disse:—La pace sia con voi! La pace sia con voi! La pace sia con voi!
E voltò il cavallo.
La banda suonò, le trombe squillarono, i cortigiani curvarono la testa, le guardie, i soldati e i servi misero un ginocchio in terra, e scoppiò un’altra volta da tutti i petti un grido lungo e sonoro:—Dio protegga il nostro Signore!
Scomparso il Sultano, si confusero le due schiere dei grandi personaggi, e vennero verso di noi Sid-Mussa, i suoi figliuoli, i suoi ufficiali, il ministro della guerra, il ministro delle finanze, il gran sceriffo Bacali, il grande cerimoniere, i più grossi pezzi della corte, sorridendo, vociando, agitando le braccia in segno di festa. Poco dopo, avendo Sid-Mussa invitato l’Ambasciatore a riposarsi in un giardino del Sultano, si montò tutti a cavallo, si attraversò la piazza, s’infilò la stradicciuola misteriosa e s’entrò nell’augusto recinto del quartiere imperiale. Vicoli fiancheggiati da alti muri, piazzette, cortili, case in rovina, case in costruzione, porte ad arco, corridoi, giardinetti, piccole moschee, un labirinto da perderci il capo, e per tutto operai affaccendati, schiere di servi, sentinelle armate, e qualche viso di schiava dietro le inferriate delle finestre e agli spiragli delle porte: non si vide altro. Non un edifizio di bella apparenza, nè altra cosa, fuor delle guardie, che indicasse l’abitazione d’un Monarca. Entrammo in un giardino vasto ed incolto, tutto viali ombrosi incrociati ad angolo retto e chiuso da mura altissime come il giardino d’un convento, e di là, dopo un breve riposo, ritornammo a casa,—spargendo per la strada,—il medico, i pittori ed io,—l’ilarità colla giubba e il terrore coi gibus.
Per tutto quel giorno non si parlò d’altro che del Sultano. Aveva innamorato tutti. L’Ussi si provò cento volte a schizzarne la figura e buttò via la matita disperato. Lo proclamammo tutti il più bello e il più amabile di tutti i Monarchi maomettani; e perchè la proclamazione fosse veramente nazionale, ci piacque di sentire il parere anche del cuoco e dei due marinai.
Il cuoco, al quale tutti gli spettacoli veduti da Tangeri a Fez non avevano strappato mai altro che un sorriso di profonda commiserazione, si mostrò generoso coll’Imperatore.
—A l’è un bel omm,—disse,—a i é nen a diie (è un bell’uomo, non c’è che dire); ma bisognerebbe che andasse a viaggiare (parole testuali) dove c’è l’istruzione.
Questo dove, naturalmente, era Torino.
Luigi, il calafato, benchè napoletano, fu più laconico. Domandato che cosa avesse osservato nell’Imperatore, stette un po’ sopra pensiero e rispose sorridendo:
—Aggio osservato ch’a stu paese manc’ u Re porta i’ calzette!
Il più comico fu il Ranni.—Che cosa t’è parso del Sultano?—gli domandò il Comandante.
—M’è parso,—rispose francamente e colla maggior serietà,—che avesse paura.
—Paura!—esclamò il Comandante.—Di chi?
—Di noi. Non ha visto com’è diventato smorto e come parlava, che quasi gli mancava il fiato?
—Ma tu sei matto! E vuoi che lui, in mezzo a tutte le sue guardie e a tutto il suo esercito, avesse paura di noi altri?
—Così m’è parso,—rispose il Ranni imperturbabile.
Il Comandante lo guardò fisso e poi si pigliò la testa fra le mani in atto di profondo scoraggiamento.
Quella stessa sera entrarono nel palazzo, condotti da Selam, due mori, i quali avendo inteso raccontare meraviglie dei nostri gibus, desideravano di vederli. Andai a prendere il mio e lo apersi sotto i loro occhi. Vi guardarono dentro tutti e due con grande curiosità e parvero molto meravigliati. Credevano probabilmente di trovarci chi sa che complicato meccanismo di ruote e di cerniere, e non vedendoci nulla, si confermavano forse nella superstizione divulgatissima fra il volgo moresco che in tutti gli oggetti dei cristiani ci sia qualcosa di diabolico.—Ma non c’è nulla!—esclamarono tutti e due ad una voce.—Ma qui sta,—risposi per mezzo di Selam,—qui sta appunto il meraviglioso di questi cappelli soprannaturali, che facciano quello che fanno, senz’aiuto d’ordigni!—Selam rise, essi sospettarono la celia, e allora m’ingegnai di spiegare il meccanismo nascosto; ma mi parve che ne capissero poco. Domandarono poi, andandosene, se i cristiani mettevano quella molla nei cappelli «per ricreazione.»—E tu, domandai a Selam—che cosa ne dici di questi arnesi?—Dico,—rispose con un’alterezza sprezzante, appuntando il dito contro il cappello,—che se dovessi vivere cento anni nei vostri paesi, forse, a poco poco, adotterei la vostra maniera di vestire,—le scarpe, la cravatta ed anche i brutti colori che piacciono a voi;—ma quell’arnese lì,—quella orribile cosa nera... ah! Dio m’è testimonio che vorrei piuttosto la morte!
A questo punto comincia il mio giornale di Fez, che abbraccia tutto il tempo trascorso dal ricevimento dell’Imperatore fino alla partenza per Mechinez.
***
20 Maggio.
..... Oggi il primo custode del palazzo ci diede in segretezza la chiave della terrazza, raccomandandoci caldamente di usare prudenza. Pare ch’egli abbia ricevuto ordine, non di rifiutarci quella chiave, ma di non darla che quando ne fosse pregato; e questo perchè le terrazze (a Fez come nelle altre città del Marocco) appartengono alle donne, e sono considerate quasi come un’appendice dell’arem. Siamo dunque saliti sulla terrazza, che è vastissima, e tutta circondata da un muro più alto d’un uomo, munito di alcune finestre della forma di feritoie. Il palazzo essendo molto alto, e posto in un luogo eminente, si vedono di lassù migliaia di terrazze bianche, le alture circostanti alla città, i monti lontani; e sotto, un altro piccolo giardino, di mezzo al quale s’alza una palma smisurata, che sorpassa l’edifizio di quasi un terzo del proprio fusto. Avvicinando il viso a quelle finestrine, ci parve d’affacciarci a un mondo nuovo. Sulle terrazze vicine e lontane v’erano molte donne, la maggior parte, a giudicar dal vestito, di condizione agiata,—signore,—se questo titolo si può dare alle donne moresche. Parecchie stavano sedute sui parapetti, altre passeggiavano, alcune saltellavano con un’agilità di scoiattoli di terrazza in terrazza, si nascondevano, ricomparivano, e si spruzzavano acqua nel viso ridendo come pazze. Più d’una era seduta in un atteggiamento che avrebbe senza dubbio corretto se avesse sospettato che l’occhio d’un uomo la stava osservando. C’erano vecchie, giovani, bambine di otto o dieci anni, tutte con vestiti di forme bizzarre e di colori vivissimi. Le più avevano le treccie giù per le spalle, un fazzoletto di seta rossa o verde stretto intorno al capo a modo di benda, una specie di caffettano di vario colore, con larghe maniche, serrato intorno alla vita da una cintura azzurra o vermiglia; un corpettino di velluto aperto sul petto; calzoncini, babbuccie gialle e grossi anelli d’argento sopra la noce del piede. Le serve e le bambine non avevano altro che la camicia. Una sola di queste «signore» era abbastanza vicina da poterne discernere il viso. Era una donna sui trent’anni, vestita in gala, affacciata a una terrazza posta a un salto di gatto sotto la nostra. Guardava in un giardino, colla testa appoggiata sulla mano. La osservammo col cannocchiale. Dei del cielo, che pittura! Nero d’antimonio sotto gli occhi, rossetto sulle guancie, bianchetto nel collo, hennè sulle unghie: era tutta una tavolozza. Ma bella, malgrado i trent’anni: un visetto pieno, due occhi a mandorla, velati di lunghe ciglia e languidissimi; un nasino un po’ rivolto in su; una boccuccia rotonda, secondo l’espressione dei poeti moreschi, come un anello; e un corpicino di silfide di cui il vestito sottile metteva in evidenza le curve molli e gentili. Pareva triste, e forse era cagione della sua tristezza una quarta sposa di quattordici anni, entrata nell’arem pochi dì innanzi, della quale essa aveva già sentito il trionfo nel freddo amplesso di suo marito. Di tratto in tratto si guardava una mano, un braccio, le treccie che le cadevano sul seno, e sospirava. Una voce sfuggita a un di noi la riscosse; guardò in su, e accortasi che la guardavamo, scavalcò il parapetto della terrazza colla destrezza d’un acrobata, saltò sopra una terrazza sottostante, e scomparve. Per veder meglio, mandammo a pigliare una seggiola, si giocò a pari e dispari a chi toccasse pel primo, toccò a me, la misi contro il muro, vi salii su e riuscii con mezzo il busto al disopra del parapetto. Fu come l’apparizione d’un nuovo astro nel cielo di Fez: mi si passi il paragone immodesto. Mi videro subito dalle prime case, fuggirono, ricomparvero, annunziarono l’avvenimento alle donne delle terrazze più vicine; in pochi minuti, di terrazza in terrazza, si sparse la notizia per mezza la città; sbucarono curiose da tutte le parti, io mi trovai alla berlina. Ma la bellezza dello spettacolo mi tenne fermo al mio posto. Erano centinaia di donne e di bambine, ritte sui parapetti, sulle torricine, sulle scale esterne, tutte rivolte verso di me, tutte vestite di colori fiammanti, dalle più vicine di cui discernevo i volti attoniti, fino alle più lontane, d’altri quartieri della città, che apparivano appena come puntini bianchi, verdi e vermigli; alcune terrazze affollate che sembravano piene di fiori; per tutto un brulichio, un va e vieni, un gesticolamento, da parere che tutta quella gente assistesse a qualche fenomeno celeste. Per non mettere sottosopra tutta la città, tramontai, ossia discesi dalla seggiola, e per qualche minuto non ci salì nessuno. Poco dopo stava alla berlina il Biseo ed era anch’egli bersagliato da mille sguardi, quando, sopra una terrazza lontana, tutte le donne gli voltarono improvvisamente le spalle, e corsero ad affacciarsi dalla parte opposta; e così di terrazza in terrazza, per una lunga fila di case. Sul primo momento non capimmo che cosa fosse accaduto. Il vice-console fu il primo a indovinarlo.—Un grande avvenimento,—disse;—passano per le strade di Fez il Comandante e il capitano.—E infatti di lì a poco, si videro rosseggiare sopra una delle alture che dominano la città, le divise dei soldati della scorta, e col cannocchiale si riconobbe il Comandante ed il capitano a cavallo. Un altro voltafaccia di donne sopra un gran numero di terrazze, ci annunziò, poco dopo, il passaggio d’un’altra comitiva italiana; e trascorsi dieci minuti vedemmo biancheggiare sull’altura opposta la cuffía egiziana dell’Ussi e il cappello inglese del Morteo. Dopo questo l’attenzione universale si rivolse daccapo a noi, e saremmo stati là a godercela un pezzo; ma sopra una terrazza vicina cinque o sei monelle di schiave, di tredici o quattordici anni, si misero a guardarci e a sghignazzare così insolentemente, che fummo costretti, per il decoro della cristianità, a privare il bel sesso metropolitano della nostra meravigliosa presenza.
***
Ieri siamo stati a pranzo dal Gran Visir Taib Ben Iamani, soprannominato Boascerin, che significa, secondo alcuni, vincitore al gioco della palla, e secondo altri, padre di venti figli: gran vizir, però, non d’altro che di titolo, per aver occupato quella carica suo padre sotto il regno del precedente Sultano.
Il messo latore dell’invito fu ricevuto dall’Ambasciatore in nostra presenza.
—Il Gran Vizir Taib Ben Iamani Boascerin,—disse con molta gravità,—prega l’Ambasciatore d’Italia e il suo seguito di voler pranzare oggi in casa sua.
L’Ambasciatore ringraziò.
—Il Gran Vizir Taib Ben Iamani Boascerin,—continuò colla stessa gravità—prega pure l’Ambasciatore e il suo seguito di portar le forchette e i coltelli e di condurre con sè i loro servi per farsi servire a tavola.
Andammo verso sera, tutti in giubba e cravatta bianca, a cavallo, col solito seguito armato. Non ricordo in che parte della città si trovi la casa, tanti sono i giri e le svolte, le salite e le discese che si fecero per stradicciuole coperte, uggiose, sinistre, badando ogni momento a frenare le mule che scivolavano, e a curvare la testa per non urtare nelle volte umide delle interminabili gallerie.
Scendemmo in un androne oscuro ed entrammo in un vasto cortile rettangolare, pavimentato a musaico, e circondato da altissimi pilastri bianchi, sui quali s’incurvano dei piccoli archi ornati d’arabeschi di stucco e dipinti di verde: una bizzarra architettura moresco-babilonese, che ci destò una piacevole meraviglia. Nel mezzo del cortile spicciavano da sette vasche di marmo bianco sette alti zampilli, che facevano il rumore d’una pioggia dirotta. Tutt’intorno v’erano porticine socchiuse e finestrine binate. Nel mezzo dei due lati più corti, due grandi porte aperte, che davano accesso a due sale. Sulla soglia d’una di queste porte ci aspettava il Gran Vizir, in piedi; dietro di lui due vecchi mori, suoi parenti; a destra e a sinistra due ali di schiavi e di schiave.
Scambiati i soliti saluti, il Gran Vizir sedette sopra una materassa distesa lungo la parete, incrociò le gambe, si strinse sul ventre con tutte e due le mani un grosso guanciale rotondo,—suo atteggiamento abituale e notissimo,—e non si mosse più di così per tutta la sera.
Era un uomo sui quarantacinque anni, vegeto, di lineamenti regolari, ma non simpatico per una certa falsa luce che gli brillava negli occhi. Aveva il turbante e il caffettano bianco. Parlava con molta vivacità e rideva sonoramente ad ogni parola propria o d’altri, rovesciando indietro la testa, e continuando a tener la bocca spalancata molto tempo dopo che aveva riso.
Alle pareti erano appesi alcuni quadretti con iscrizioni del Corano in caratteri d’oro; nel mezzo della sala una tavola da osteria di villaggio e alcune seggiole rustiche; tutt’intorno materasse bianche, sulle quali buttammo i nostri cappelli.
Sidi-Ben-Iamani intavolò una vivace conversazione coll’Ambasciatore; gli domandò se era ammogliato, perchè non s’ammogliava; gli disse che, se fosse stato ammogliato, gli avrebbe fatto un grande piacere conducendo la moglie a pranzo con sè; che l’Ambasciatore inglese ci aveva condotto la figliuola, la quale s’era molto divertita; che tutti gli Ambasciatori avrebbero dovuto ammogliarsi espressamente per condurre le loro donne a veder Fez e a pranzare in casa sua, e simili discorsi, interrotti da alte risate.
Mentre, il Gran Vizir parlava, i pittori ed io, seduti sulla soglia della porta, guardavamo di sott’occhio le schiave, le quali a poco a poco, incoraggiate dalla nostra aria di curiosità benigna, s’erano avvicinate, non viste dal Gran Vizir, fino quasi a toccarci, e stavan lì piantate a guardare e a farsi guardare, con una certa compiacenza. Erano otto bei pezzi di ragazze tra i quindici e i vent’anni, alcune mulatte, altre nere, con grand’occhi, narici dilatate, seni prominenti, tutte vestite di bianco, strette intorno alla vita da una larghissima cintura ricamata, le braccia e i piedi nudi, braccialetti ai polsi, grandi cerchi d’argento alle orecchie e due grossi anelli alle gambe. Non avrebbero avuto nessuno scrupolo, ci parve, a lasciarsi pizzicare la guancia da una mano cristiana. L’Ussi accennò al Biseo il bellissimo piede d’una di esse; questa se n’accorse e si mise a osservare il proprio piede con grande curiosità. Tutte le altre fecero lo stesso, paragonando i propri ai piedi della prima. L’Ussi fece scattare il gibus; diedero un passo indietro, poi sorrisero e si riavvicinarono. Una voce del Gran Vizir, che ordinava di apparecchiare la tavola, le fece scappare.
La tavola fu apparecchiata dai nostri soldati. Un servo della casa vi piantò nel mezzo tre grosse torcie di cera vergine di vario colore. Le stoviglie erano del gran vizir: non due piatti uguali; grandi e piccoli, bianchi e dipinti, finissimi e di qualità infima, alla rinfusa. Le serviette pure appartenevano alla casa, ed erano pezzi di tela di cotone, di diversa grandezza, senz’orlo, tagliati in fretta e in furia poche ore prima del desinare.
Ci mettemmo a tavola a notte fatta. Il Gran Vizir rimase sulla sua materassa, col guanciale tra le braccia, discorrendo e ridendo coi suoi due parenti.
Non descriverò il pranzo; non voglio ridestare memorie dolorose. Basterà dire che furono trenta piatti, ossia trenta dispiaceri gravi, senza contare i piccoli fastidi dei dolci.
Al quindicesimo piatto riuscendo oltremodo difficile il proseguire la lotta senza il refrigerio d’un po’ di vino, l’ambasciatore incaricò il Morteo di far domandare al Gran Vizir se non gli sarebbe spiaciuto che mandassimo a pigliare qualche bottiglia di Champagne.
Il Morteo parlò nell’orecchio a Selam e Selam ripetè la domanda nell’orecchio a Sua Eccellenza.
Sua Eccellenza fece una lunga risposta a bassa voce, e intanto noi colla coda dell’occhio spiavamo ansiosamente il suo volto. Ma il suo volto non ci dava grandi speranze.
Selam s’alzò mortificato, e riferì la risposta nell’orecchio all’Intendente il quale ci diede il colpo di grazia colle seguenti parole:
—Il Gran Vizir dice che non avrebbe difficoltà.... che anzi ben volentieri acconsentirebbe.... ma che ci sarebbe un inconveniente... ed è che si macchierebbero i bicchieri.... e forse anche la tavola.... e che in ogni modo la vista... l’odore.... e poi la novità della cosa....
—Ho capito,—rispose l’Ambasciatore;—non parliamone più.
Tutti i nostri volti presero un leggero color verde.
Finito il pranzo, l’Ambasciatore rimase a discorrere col Gran Vizir, e noi uscimmo dalla sala. Era buio e piovigginava. Nell’altra sala, in fondo al cortile, illuminata da una torcia, desinavano, seduti sul pavimento, il nostro caid, i suoi ufficiali e i segretari del Gran Vizir. A tutte le finestrine dei quattro muri rischiarate di dentro, facevano capolino donne e bambini, dei quali non apparivano che i contorni neri. Per una porta socchiusa del pian terreno si vedeva una sala illuminata splendidamente, dove erano sedute e sdraiate in cerchio, in atteggiamenti voluttuosi, le mogli e le concubine del gran vizir, indiademate come regine; ma velate leggermente dal fumo dei profumieri che ardevano ai loro piedi. Schiave e servi andavano e venivano fra la sala da pranzo e le cucine, attraversavano il cortile, entravano in certe porte, salivano e scendevano; saranno state cinquanta persone in movimento, e non si sentiva una voce, un passo, un fruscìo. Era una scena muta e misteriosa come uno spettacolo fantasmagorico, dinanzi alla quale rimanemmo lungo tempo attoniti, nascosti nell’ombra, senza profferire parola.
Andandocene, si vide appesa a un pilastro del cortile una grossa correggia di cuoio con molti nodi. L’interprete domandò a un servo della casa a che cosa servisse:
—A flagellarci—rispose.
Montammo a cavallo, e ci mettemmo in cammino verso casa, accompagnati da uno stuolo di servi del gran vizir, ognuno dei quali portava una grande lanterna. Era buio fitto e pioveva a rovescio. Non si può immaginare lo strano effetto di quella lunghissima cavalcata, di quelle lanterne, di quella turba di gente armata e incappucciata, di quello scalpitìo assordante, di quel frastuono di grida selvaggie, per quel labirinto di strade anguste e di passaggi coperti, in mezzo al profondo silenzio della città addormentata. Pareva una processione funebre per i meandri d’una immensa grotta o un’incamiciata di soldati che s’avanzasse per le gallerie sotterranee d’una fortezza per fare un colpo di mano. A un tratto, il convoglio si fermò, si fece un silenzio sepolcrale e s’intese una voce irata che disse in arabo:—La strada è chiusa!—Un momento dopo si sentì uno strepito precipitoso di colpi. Erano i soldati della scorta che cercavano di rovesciare coi calci dei fucili una delle mille porte che durante la notte impediscono la circolazione per le strade di Fez. Il lavoro durò un pezzo; lampeggiava, tonava, scrosciava la pioggia; i servi e i soldati andavano e venivano colle lanterne, proiettando le loro lunghe ombre sui muri; il caid, ritto sulle staffe, minacciava gli abitanti invisibili delle case circostanti; e noi ci godevamo quel bel quadro del Rembrandt con un gusto infinito. Finalmente s’udì un fortissimo schianto, la porta cadde e ci rimettemmo in cammino. A poca distanza da casa, sotto una volta sepolcrale, sei soldati di fanteria ci presentarono le armi con una mano sola, tenendo coll’altra un moccolo acceso; e fu questa l’ultima scena della rappresentazione fantastica intitolata:—Un pranzo in casa del gran vizir.—Ma no; l’ultima scena fu quando, appena rientrati nel nostro cortile, ci precipitammo sulle sardine di Nantes e sulle bottiglie di Bordeaux, e l’Ussi, alzando il bicchiere sopra le nostre teste, esclamò con accento solenne:—A Sidi-Ben-Iamani Boascerin, gran vizir del Marocco, nostro graziosissimo ospite, Stefano Ussi, cristianamente perdonando, consacra!
***
Il Sultano ha ricevuto l’Ambasciatore in udienza privata. La sala dei ricevimenti è grande, bianca e nuda come una prigione. Non v’è altro ornamento che un gran numero di orologi a pendolo, di tutte le dimensioni e di tutte le forme, in parte schierati sul pavimento, lungo le pareti; in parte ammucchiati sopra una tavola, in mezzo alla sala. Gli orologi, è da notarsi, sono per i mori un oggetto principalissimo d’ammirazione e di divertimento. Il Sultano stava dentro una piccola alcova, seduto, colle gambe incrociate, sopra un palco di legno, alto un metro. Aveva indosso, come al ricevimento pubblico, una cappa bianchissima, il cappuccio sul capo, i piedi nudi, le babbuccie gialle in un canto e un cordone verde a traverso il petto, al quale doveva essere appeso un pugnale. In questa forma gl’Imperatori del Marocco ricevono tutti gli Ambasciatori: il loro trono, come disse il Sultano Abd-er-Rhaman, è il cavallo e il loro padiglione il cielo. L’Ambasciatore, avendone prima manifestato il desiderio a Sid-Mussa, trovò dinanzi al palco imperiale una modesta seggiola, sulla quale, a un cenno del Sultano, sedette; il signor Morteo, interprete, rimase in piedi. Sua Maestà Mulei el Hassen parlò lungamente, senza mai levar le braccia di sotto la cappa, senza fare un movimento del capo, senza alterare d’un solo accento l’abituale monotonia della sua voce dolce e profonda. Parlò dei bisogni del suo Impero, di commerci, d’industrie, di trattati, scendendo a particolari minuti, con molto ordine e grande semplicità di linguaggio. Fece molte domande ascoltò le risposte con viva attenzione, e conchiuse dicendo con un accento di leggera mestizia:—È vero; ma siamo costretti a procedere lentamente;—strane ed ammirabili parole sulle labbra d’un Imperatore del Marocco. Vedendo che non accennava mai, neanche negl’intervalli di silenzio, a troncare il colloquio, l’Ambasciatore si credette in dovere d’alzarsi.—Restate ancora;—disse con un certo garbo ingenuo il Sultano;—mi piace discorrere con voi.—Quando l’Ambasciatore, andandosene, s’inchinò per l’ultima volta sulla soglia della porta, egli abbassò leggermente la fronte, e rimase immobile, come un idolo, nel suo tempio deserto.
***
È venuta una comitiva di donne ebree a presentare non so che istanza all’Ambasciatore.
Nessuno potè sottrarre le mani alla pioggia dei loro baci.
Eran mogli, figliuole e parenti di due agiati negozianti: bellissime donne, di fulgidi occhi neri, di carnagione bianca, di labbra porporine, di mani piccolissime. Le due madri, già vecchie, non avevano un capello bianco, e brillava ancora nelle loro pupille tutto il fuoco della giovinezza. Avevano un vestimento pittoresco e splendido: un fazzoletto di seta di colori vivissimi, stretto intorno alla fronte; una zuavina di panno rosso, ornata di larghi e spessi galloni d’oro; un panciotto tutto dorato; una sottana corta e stretta, di panno verde, pure listata di galloni risplendenti; una cintura di seta rossa o azzurra intorno alla vita. Parevan tante principesse asiatiche, e questa pompa contrastava bizzarramente colle loro maniere servilmente ossequiose.
Parlavano tutte spagnuolo.
Soltanto dopo qualche minuto, ci accorgemmo che avevano i piedi nudi e le babbuccie gialle sotto il braccio.
—Perchè non vi calzate?—domandai a una delle vecchie.
—Come!—mi domandò alla sua volta, meravigliandosi—non sa ella dunque che gl’Israeliti non possono portare le scarpe che nel Mellà, e che, entrando nella città mora, debbono andare a piedi nudi?
Rassicurate dall’Ambasciatore, si calzarono.
Così è infatti. Non sono assolutamente obbligati ad andar sempre a piedi nudi; ma dovendo levarsi le babbuccie quando passano per certe strade, davanti a certe moschee, accanto a certe cube, finisce per essere lo stesso. E non è questa la sola nè la più umiliante vessazione a cui vanno soggetti. Non possono testimoniare in giudizio, e debbono prostrarsi a terra parlando davanti ai tribunali; non possono possedere terreni o case fuori del loro quartiere; non possono andare a cavallo per la città; non possono alzar la mano sopra un mussulmano nemmeno per difendersi, eccetto il caso in cui siano assaliti in casa propria; non possono vestirsi che di colori oscuri; debbono portare correndo i loro morti al cimitero, debbono domandare al Sultano il permesso di sposarsi, debbono rientrare nel Mellà al tramonto del sole, debbono pagare la guardia mora che veglia alle porte del loro quartiere, debbono presentare dei ricchi doni al Sultano nelle quattro feste dell’Islamismo e in occasione d’ogni nascita e d’ogni matrimonio della famiglia imperiale. Ed era anche peggiore la loro condizione prima del Sultano Ald-er-Rhaman, il quale impedì almeno che si spargesse il loro sangue. Nè, anche volendo, potrebbero i Sultani migliorarne gran fatto lo stato, senza esporre quegli infelici a mali peggiori della orribile schiavitù che li schiaccia, tanto è fanatico e feroce contro di loro l’odio dei Mori. Esempio l’Imperatore Solimano, il quale, avendo decretato che potessero portar le babbuccie, ne furono uccisi tanti, in pieno giorno, per le strade di Fez, ch’essi medesimi domandarono, per salvarsi dalla strage, la revocazione del decreto. Rimangono nondimeno nel paese, e perchè ci arricchiscono, servendo d’intermediarii fra il commercio d’Europa e il commercio dell’Affrica; e perchè il Governo, comprendendo di quale importanza essi sono per la prosperità dello Stato, oppone una barriera quasi insormontabile all’emigrazione, proibendo ad ogni donna ebrea l’uscita dal Marocco. Servono, tremano e strisciano nella polvere; ma non darebbero, per acquistar la dignità d’uomini e la libertà di cittadini, il mucchio di monete d’oro che tengon nascoste nelle pareti delle loro luride case. In Fez sono intorno a otto mila, divisi per sinagoghe e retti dai rabbini, che godono d’una grande autorità.
Quelle povere donne ci mostrarono parecchi grossi braccialetti d’argento cesellato, degli anelli ingemmati e degli orecchini d’oro, che tenevano nascosti nel seno. Domandammo perchè li nascondevano.
—Nos espantamos de los Moros.—Abbiamo paura dei mori,—risposero a voce bassa, guardando intorno con diffidenza. Diffidavano persino dei soldati della Legazione.
Fra loro v’erano parecchie bambine vestite colla medesima pompa delle donne.
Una di esse stava accanto alla madre in atteggiamento più timido che le altre. L’Ambasciatore domandò alla madre che età avesse. Rispose dodici anni.
—Si mariterà presto,—disse l’Ambasciatore.
—Che!—esclamò la madre;—è già troppo vecchia per pigliar marito.
Credemmo tutti che scherzasse.
—Dico davvero;—rispose la madre quasi meravigliandosi della nostra incredulità;—vedono quest’altra qua?—E c’indicò una bambina più piccola.—Avrà dieci anni fra sei mesi ed è già maritata da più d’un anno.
La bambina chinò la testa. Noi non credemmo.
—Che cosa ho da dire?—continuò la madre;—se non vogliono credere alla mia parola, ci facciano l’onore di venire a casa nostra, di sabato, affinchè possiamo riceverli degnamente, e vedranno il marito e gli attestati del matrimonio.
—E quanti anni ha il marito?—domandai.
—Dieci compiuti, Signore.
Vedendo che stentavamo a credere, ci accertarono la cosa tutte le altre donne, aggiungendo che sono rare le ragazze che si maritino dopo i dodici anni, che la maggior parte son già spose a dieci, e molte a otto, e non poche perfino a sette, con ragazzi press’a poco della stessa età; e che, naturalmente, fin che son così piccoli vivono coi parenti, i quali continuano a trattarli come bambini, li nutrono, li vestono, li sballottano, li sculacciano senza alcun riguardo alla loro dignità maritale; ma stanno sempre insieme e la moglie è sottomessa al marito.
A noi pareva di sentir parlare d’un altro mondo, e stavamo a sentire colla bocca aperta, titubando fra la voglia di ridere, la compassione e lo sdegno.
—Ma....—disse esitando l’Ambasciatore—stanno insieme anche.... dalla sera alla mattina?
—Naturalmente—rispose la madre;—poichè sono marito e moglie!
—Ma non capite,—disse l’Ambasciatore con un movimento di sdegno;—che questo è mal fatto? che è contro le leggi della natura? che è dannoso all’anima e al corpo? che in questo modo invece di educare moralmente e fisicamente l’infanzia, la profanate, l’avvelenate, la soffocate?
—Che, che, signor Ambasciatore!—rispose la madre con la più amena disinvoltura;—non creda questo. Non segue nulla di tutto questo. Son bambini....—E qui s’avvicinò a noi e abbassò la voce.—Son bambini, non sanno nulla, non pensano a nulla, discorrono e ridono fra loro, e poi quando son stanchi, chinan la testa così e s’addormentano come angioletti. Nulla di male, signor Ambasciatore.
L’Ambasciatore tentò ancora di persuaderla che del male ce n’era; ma la buona donna, continuando a ripetere:—nulla di male, nulla di male... a poco a poco, a poco a poco—rimase del proprio parere.
In quel frattempo la sposina di nove anni mandava dei baci al cane da caccia del signor Paxcot, legato in un angolo del cortile.
Povere creature! Fu una pietà il vederle, quando s’accomiatarono, rimettersi le babbuccie sotto il braccio e i braccialetti in seno, e così belle e vestite riccamente, avviarsi a piedi nudi per quelle strade sassose ed immonde, guardando intorno con un’espressione di umiltà supplichevole, come per scongiurare gl’insulti e le percosse dei passanti!
***
Una colezione in casa del ministro della guerra.
Ci ricevette, appena entrati, in un cortile angusto, chiuso fra quattro muri altissimi e oscuro come un pozzo. Da un lato v’era una porticina alta poco più d’un metro, dall’altro una gran porta senza battenti e una stanza nuda, con una materassa distesa sul pavimento, e alcuni foglietti di carta infilati in uno spago appeso a una parete: la corrispondenza giornaliera, credo, di Sua Eccellenza.
Si chiama Sid-Abd-Allà Ben Hamed, è fratello maggiore di Sid-Mussa, ha circa sessant’anni, è nero, piccolo, magro, malfermo sulle gambe, tremante, ridotto, come suol dirsi, sulle cigne; ma d’aspetto e di modi simpatici. Parla poco, chiude spesso gli occhi e sorride cortesemente abbassando la testa mezzo nascosta in un grosso turbante.
Scambiate poche parole, fummo invitati a passare nella sala da pranzo. Primo l’Ambasciatore, e poi tutti gli altri, ad uno ad uno, piegandoci quasi ad angolo retto, infilammo la porticina, e riuscimmo in un altro cortile, spazioso, circondato d’archi eleganti, e coperto di musaici splendidi e svariatissimi. È un palazzo regalato a Sid-Abd-Allà dall’Imperatore. Egli medesimo ce lo disse, chinando la testa e chiudendo gli occhi in atto di religiosa venerazione.
In un angolo del cortile v’era un gruppo d’ufficiali in turbante e cappa bianca; dalla parte opposta uno stuolo di servi, in mezzo ai quali giganteggiava un giovanotto di bellissimo aspetto, vestito tutto di turchino, alla zuava, con una lunga pistola alla cintura. A tutte le finestrine e porticine dei quattro muri, si vedevano apparire e sparire teste di donne e di ragazzine di ogni colore, e da ogni parte si sentivano vagiti di bimbi.
Sedemmo intorno a una piccola tavola, in una piccolissima stanza, ingombrata in gran parte da due letti enormi. Il Ministro si pose vicino all’Ambasciatore, un po’ indietro, e stette là per tutto il tempo della colezione stropicciando vigorosamente il suo nero piede nudo piantato ritto sul ginocchio, in modo che le rispettabili dita ministeriali riuscivano per l’appunto sull’orlo della tavola, a mezzo palmo dal piatto del Comandante. I soldati della Legazione servivano. A un passo dalla tavola stava il gigante turchino, immobile come una statua, con una mano sul pistolone.
Sid-Abd-Allà fu assai gentile coll’Ambasciatore.
—Voi mi siete simpatico,—gli fece dire, senza preamboli, dal signor Morteo.
L’Ambasciatore gli rispose che provava per lui un eguale sentimento.
—Appena vi vidi,—continuò il Ministro,—il mio cuore fu vostro.
L’Ambasciatore ricambiò il complimento.
—Al cuore—concluse Sid Abd-Allà,—non si resiste; e quando egli ci comanda d’amare una persona, anche senza saperne la ragione, la si ama.
L’Ambasciatore gli porse la mano ed egli se la strinse sul cuore.
Ci furono portati diciotto piatti. Non ne parlo. Mi basta dire che son certo che me ne sarà tenuto conto il giorno in cui verrò giudicato. Per giunta l’acqua era muschiata, la tovaglia variopinta e le seggiole barcollanti. Ma queste piccole calamità, invece di metterci di malumore, ci accesero la vena degli scherzi per modo che poche volte fummo più allegramente bricconi di quella mattina. Se ci avesse sentiti Sid-Abd-Allà! Ma Sid-Abd-Allà era tutt’occhi e tutt’orecchi coll’Ambasciatore. Ci spaventò per un momento il signor Morteo, avvertendoci a bassa voce che il gigante turchino, essendo di Tunisi, poteva darsi che capisse qualche parola d’italiano. Ma guardandolo attentamente ad ogni scherzo, e vedendolo sempre impassibile come una statua, ci rassicurammo e tirammo innanzi senza badargli. Quante similitudini calzanti, inaspettate, e d’un effetto comico clamoroso, ma sventuratamente irripetibili, furono trovate a quegl’intingoli e a quelle salse!
Finita la colezione, s’andò tutti nel cortile, dove il Ministro della guerra presentò all’Ambasciatore uno dei più alti ufficiali dell’esercito. Era il Comandante supremo dell’artiglieria: un piccolo vecchio, secco, inarcato come una C, con un enorme naso adunco e due occhiettini diabolici; una figura d’uccello di rapina; caricato, piuttosto che coperto, d’uno smisurato turbante giallo di forma quasi sferica, e vestito presso a poco alla zuava, tutto turchino, con un mantello bianco sulle spalle. Aveva una lunga sciabola al fianco e un pugnale inargentato alla cintura. L’Ambasciatore gli fece domandare a quale grado della gerarchia militare europea corrispondesse quello ch’egli aveva nell’esercito marocchino. Parve che quella domanda lo mettesse nell’imbarazzo. Pensò qualche momento e rispose balbettando:—Generale;—poi ripensò e soggiunse:—No, colonnello—e rimase un po’ confuso. Disse ch’era nativo d’Algeri. Mi balenò il sospetto che fosse un rinnegato. Chi sa per che strane vicende si trovava colonnello nel Marocco!
Gli altri ufficiali, in quel frattempo, facevano colezione in una stanza a terreno aperta sul cortile, tutti seduti in cerchio sul pavimento, coi piatti nel mezzo. Capii benissimo, vedendoli mangiare, come i mori possano far di meno del coltello e della forchetta. Non si può dire il garbo, la destrezza, la precisione con cui facevano in pezzi i polli, il montone allo spiedo, la caccia, i pesci, ogni cosa. Con pochi movimenti rapidissimi delle mani, senza scomporsi menomamente, ognuno spiccava giusta e netta la sua porzione. Pareva che avessero delle unghie taglienti come rasoi. Immergevano le dita nelle salse, facevano delle palle di cuscussù, mangiavano l’insalata a manate, e non un briciolo, non una goccia cadeva fuor del piatto; e vedemmo infatti quando s’alzarono che avevano i caffettani bianchi immaculati come prima. Di tratto in tratto un servo portava in giro una catinella e un asciugamano; si davano una lavatina e poi tutti insieme rituffavano lo zampino in un altro piatto. Nessuno parlava, nessuno alzava gli occhi, nessuno mostrava d’accorgersi che noi fossimo là a contemplarli.
Che ufficiali saranno stati? Maggiori di stato maggiore? Aiutanti di campo? Capi-divisione del Ministero della guerra? Chi può saper nulla nel Marocco, particolarmente dell’esercito, che è il più misterioso di tutti i misteri? Si dice, per esempio, che nel caso d’una guerra santa, quando sia proclamata la legge Djehad, che chiama tutti gli uomini validi alle armi, l’Imperatore può raccogliere duecentomila soldati; ma se non si conosce nemmeno presso a poco il numero della popolazione dell’Impero, su che fondamento s’appoggia quella cifra? E l’esercito permanente, chi sa quanto sia? E a chi riesce di saper qualcosa, non solo del numero, ma dell’ordinamento, se, fuor dei capi, nessuno sa nulla, e questi o non vogliono rispondere, o non dicono il vero, o non sanno farsi capire?
Sid-Abd-Allà, cortesissimo ospite, volle aver scritti sul suo portafoglio i nostri nomi e ci accomiatò stringendosi sul cuore le mani di tutti.
Eravamo già sulla porta, quando ci raggiunse il gigante turchino. Ci fermammo, egli ci guardò sorridendo furbescamente e poi disse sottovoce in pretto italiano, salvo la pronunzia moresca:
—Signori, stiano bene!
Ci balenarono alla mente le corbellerie dette a tavola e restammo fulminati.
—Ah cane!—gridò l’Ussi.
***
Ogni passeggiata è una piccola spedizione militare: bisogna avvertire il caid, radunare una scorta, cercare un interprete, mandar a prendere le cavalcature, e prima che tutto sia in ordine ci vuole un’ora. Perciò restiamo gran parte della giornata in casa. Ma lo spettacolo della casa ci compensa largamente della prigionia. È una processione continua di soldati rossi, di servi neri, di messi della corte, di negozianti della città, di mori malati che cercano il medico, di rabbini che vengono a inchinare l’Ambasciatore, d’ebree che portano mazzi di fiori, di corrieri che portan lettere da Tangeri, di facchini che portano la muna. Nel cortile lavorano dei musaicisti per Visconti Venosta; sulla terrazza, dei muratori; in cucina, un visibilio di cuochi; nel giardino, i negozianti stendono le loro stoffe e il signor Vincent le sue uniformi; il medico si dondola in una branda appesa a due alberi; i pittori dipingono davanti alla porta della loro camera; i soldati e i servi saltano e gridano nei vicoli intorno; tutte le fontane zampillano col rumore d’una pioggia dirotta e fra gli aranci e i limoni del giardino cantano centinaia d’uccelli. Il giorno si passa fra il giuoco della palla e la storia del Kaldun; la sera fra gli scacchi e i canti, diretti dal Comandante, primo tenore di Fez. La notte la passerei meglio, se non mi passassero continuamente davanti, come fantasmi, i neri servi di Mohammed Ducali, che dorme in una stanzina accanto alla mia. Nella mia dorme pure il dottore e abbiamo fra tutti e due un povero diavolo di servo arabo che ci fa morire dalle risa. Ci dicono che è di famiglia, se non agiata, non bisognosa, e che s’aggregò come servo alla carovana, a Tangeri, per fare un viaggio di piacere. Appena arrivato a Fez, meta del suo viaggio di piacere, non so per che mancanza, ma per poca cosa di certo, fu legnato. Dopo d’allora si mise a servirci con uno zelo furioso. Non capisce nulla, nemmeno i gesti; ha sempre l’aspetto d’un uomo spaventato; gli domandiamo gli scacchi, porta la sputacchiera; ieri il medico gli disse d’andargli a prendere del pane; lui, per far più presto, gli portò un pezzo di crosta che trovò in mezzo al giardino. Abbiamo un bel rassicurarlo: ha terrore di noi, cerca di placarci con ogni sorta di servizi stranissimi, che non gli domandiamo: compreso quello di cambiare tre volte l’acqua nella catinella prima ancora che ci alziamo da letto. Di più, per farci una cosa grata, aspetta ogni mattina, ritto in mezzo alla stanza, colla tazza del caffè in mano, che il dottore od io ci svegliamo, e al primo che dia il menomo segno di vita, gli si precipita addosso e gli caccia la tazza sotto il naso colla furia d’uno che voglia far bere un contravveleno. Un altro bel personaggio è la lavandaia, un donnone col viso coperto, la sottana verde e i calzoncini rossi, che viene a pigliar la nostra biancheria, destinata, ahimè! alle zampate dei mori. È superfluo il dire che non ci stirano nulla: in tutta Fez non esiste un ferro da stirare, e noi ci rimettiamo la roba tale e quale esce di sotto alle zampe dei lavandai.—Forse,—ci fu detto,—ci sarà qualche ferro nel Mellà!—C’è di tutto; il difficile è trovare. C’è, per esempio, una carrozza; ma appartiene all’Imperatore. Si dice che c’è pure un pianoforte; lo si è visto entrare nella città anni sono; ma non si sa bene chi lo possegga. È un divertimento poi il mandar a comprare alle botteghe. Una candela?—Non c’è,—rispondono;—ma ve la facciamo subito.—Un metro di nastro? Sarà fatto per domani sera.—Dei sigari? Abbiamo il tabacco; ve li daremo fra un’ora.—Il viceconsole cerca da qualche giorno un vecchio libro arabo, e tutti i mori interrogati si guardano in viso e dicono:—Un libro? Chi ha dei libri a Fez? N’aveva uno tempo fa, se non c’inganniamo, il tale dei tali; ma è morto e non sappiamo chi siano gli eredi.—E giornali arabi, d’altri paesi, se ne potrebbero avere?—Un solo giornale arabo, stampato in Algeri, arriva regolarmente a Fez, ma è diretto all’Imperatore.—Insomma, ho un bel pensare che sono a meno di duecento miglia da Gibilterra, dove appunto stassera, probabilmente, si rappresenta la Lucia di Lammermor, e che di qui a otto giorni potrei passeggiare sotto la loggia dei Lanzi a Firenze. Malgrado ciò, provo il sentimento d’una lontananza immensa. Non son le miglia, son le cose e la gente che ci allontanano di più dal nostro paese. Con che piacere stracciamo la fascia alla Gazzetta Ufficiale e rompiamo il suggello alle lettere! Povere lettere che sfuggirono alle mani dei Carlisti, passarono in mezzo ai briganti della Sierra Morena, superarono le roccie della montagna rossa, sornotarono, strette dalla mano d’un beduino, le acque del Kus, del Sebù, del Meches, del fiume della fontana azzurra, e ci portarono una parola amorosa in mezzo agli improperi e alle maledizioni.
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Passiamo molte ore a veder lavorare i pittori. L’Ussi ha fatto un bello schizzo del gran ricevimento, in cui è colta meravigliosamente la figura del Sultano; il Biseo, pittore valentissimo d’architettura orientale, sta copiando la facciata della casetta del giardino. Bisogna sentire, per divertirsi, i soldati e i negozianti di Fez che vengono a vedere quel quadretto. Vengono in punta di piedi alle spalle del pittore, guardano facendo cannocchiale della mano e poi quasi tutti si mettono a ridere come se avessero scoperto qualche grande stranezza. La grande stranezza è che nel disegno il secondo arco della facciata è più piccolo del primo, e il terzo più piccolo del secondo. Digiuni come sono d’ogni idea di prospettiva credono quella ineguaglianza un errore, e dicono che i muri sono storti, che la casa balla, che la porta è fuori di posto, e ne fanno le alte meraviglie, e se ne vanno dando di ciuco all’artista. L’Ussi è più stimato dopo che si sa che è stato al Cairo e che ha dipinto la partenza della grande carovana per la Mecca, d’incarico del Vicerè, che gli diede quindicimila scudi. Dicono però che il Vicerè è diventato matto a pagare quindicimila scudi un lavoro in cui, a metter molto, l’artista avrà speso cento lire di colori. Un negoziante domandò al Morteo se l’Ussi dipinge anche i mobili. Ma le più belle toccano al Biseo, che va ogni mattina in Fez nuova a copiare una moschea. Ci va, s’intende, scortato da quattro o cinque soldati armati di bastone. Prima che abbia messo al posto il cavalletto, gli sono intorno trecento persone, e i soldati sono costretti a urlare e a sbracciarsi come dannati per tenergli sgombro dinanzi appena tanto spazio ch’egli possa vedere la moschea. Ben presto però non bastan più nè gli urli nè le spinte, e allora bisogna che c’entri il bastone. Ogni pennellata, una legnata; ma si lascian legnare e fanno peggio. Ogni tanto gli s’accosta un Santo con intenzioni minacciose, e i soldati lo trattengono. V’è pure qualche moro progressista, che gli s’avvicina in aspetto amichevole, s’inchina, guarda, approva e s’allontana facendogli degli atti d’incoraggiamento. La maggior parte però di questi progressisti ammirano assai più la struttura del cavalletto e della seggiola portatile, che non la pittura. Un giorno un moro d’aspetto selvaggio gli mostrò il pugno, e poi, rivolgendosi verso i suoi concittadini, fece un lungo discorso con voce e gesti da spiritato. Un interprete là presente ci riferì che incitava il popolo contro il Biseo, dicendo che quel cane era stato mandato dal Re del suo paese a copiare le più belle moschee di Fez, perchè l’esercito cristiano, venendo poi ad assalire la città, le potesse riconoscere e bombardare per le prime. Ieri poi (c’ero presente) gli si accostò un vecchio moro stracciato, un viso di buon diavolo, tutto ridente, che pareva avesse grandi cose da dirci, e stentando un po’ a spiccicar le parole, esclamò con voce commossa:—France! Londres! Madrid! Roma!—Rimanemmo molto meravigliati, come ognuno può pensare. Gli domandai se sapeva parlare francese o italiano o spagnuolo. Fece cenno di sì.—Parlate dunque,—dissi. Si grattò la fronte, sospirò, pestò i piedi e poi esclamò di nuovo:—France! Londres! Roma! Madrid!—e accennava l’orizzonte. Voleva dire che aveva visto quei paesi, e forse che una volta sapeva farsi capire nelle nostre lingue; ma che aveva tutto dimenticato. Gli feci altre domande, ma non ne cavai nulla di più di quei quattro nomi. E se n’andò ripetendo:—Madrid! Roma! France! Londres! e fin che ci vide, ci salutò affettuosamente, esprimendo col gesto il rammarico di non poter parlare.—Si trova di tutto fra questa gente,—diceva il Biseo indispettito,—persino degli originali che ci voglion bene; ma non un cane che voglia lasciarsi copiare!—Finora, infatti, tutti gli sforzi dei pittori non hanno approdato a nulla. Si rifiutò persino il nostro fido Selam.—Hai paura del diavolo?—gli domandò l’Ussi.—No,—rispose col suo accento solenne,—ho paura di Dio.
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Siamo saliti sulla cima del monte Zalag, il comandante, l’Ussi ed io, guidati dal capitano di Boccard, carissimo giovane, ugualmente ammirabile per la destrezza del corpo, per la forza dell’animo e per l’acume dell’ingegno. Ci accompagnarono un ufficiale della scorta, tre fantaccini, tre cavalieri e tre servi. Arrivati ai piedi del monte, che è a un’ora e mezzo di cammino a nord-est della città, ci arrestammo per far colezione; dopo di che il capitano mise una mela sulla cima d’un bastone confitto in terra, e sulla mela uno scudo, e fece tirar a segno colla sua rivoltella servi e soldati. Il premio era ghiotto; tirarono tutti con grande impegno; ma essendo la prima volta che pigliavano in mano quell’arma, nessuno colpì, e lo scudo fu regalato all’ufficiale perchè lo dividesse fra tutti. C’era da ridere a vedere gli atteggiamenti che prendevano per aggiustare la mira. Chi rovesciava la testa indietro, chi si curvava tutto avanti, chi premeva il mento sul cane, chi si metteva in guardia come un tiratore di sciabola. Abituati tutti agli atteggiamenti terribili, nessuno sapeva adattarsi all’atteggiamento composto e riposato, che il capitano insegnava. Un soldato venne a domandarci se volevamo dare la mancia a una contadina dalla quale egli aveva preso un vaso di latte per noi. Gli si rispose di sì, ma a patto che la contadina stessa venisse a pigliarla. La contadina venne. Era una donna sui trent’anni, nera, disfatta, coperta di cenci, che avrebbe ispirato ripugnanza anche a un uomo affetto dalla più cieca satiriasi. S’avvicinò a passo lento, coprendosi il viso con una mano, e arrivata a cinque passi da noi, ci voltò le spalle e tese l’altra mano. Quanto si stizzì il Comandante!—Stia tranquilla,—gridò,—non m’innamoro, non perdo la testa, mi posso ancora dominare: Dio de’ dei, che spaventoso pudore!—Le mettemmo una moneta nella mano, raccolse il vaso del latte, prese la corsa verso la sua capanna, e arrivata sulla porta, spezzò il vaso profanato contro un sasso.... Cominciammo la salita, a piedi, accompagnati da una parte della scorta. Il monte è alto circa mille metri sopra il livello del mare, roccioso, ripidissimo, senza sentieri. In pochi minuti il capitano disparve fra le roccie; ma per il Comandante, l’Ussi e me, fu una delle dodici fatiche d’Ercole. Avevamo ciascuno un arabo al fianco, che ci sorreggeva e c’indicava dove mettere il piede; il che non c’impedì di battere molte patte sui pietroni, rammentando con terrore le due prime strofe del Natale d’Alessandro Manzoni. In alcuni punti fummo costretti ad arrampicarci come gatti, aggrappandoci ai cespugli e all’erbe, strisciando sulle roccie, raspando, sgambettando, afferrando le braccia delle nostre guide come il naufrago afferra la tavola di salvamento. Di tratto in tratto vedevamo sopra di noi qualche capra che pareva sospesa sulle nostre teste, tanto era erta la salita; e i sassi, appena tocchi, rotolavano fino ai piedi del monte. Coll’aiuto di Dio, dopo un’ora di stenti, riuscimmo sulla cima, sfiniti, ma senza rotture. Che bellezza di veduta! Giù nel fondo la città, una piccola macchia bianca della forma d’un otto, circondata di mura nere, di cimiteri, di giardini, di case di santo, di torri, e tutta la conca verdissima che la contiene; a sinistra una lunga striscia luccicante, il Sebù; a destra, la grande pianura di Fez, rigata d’argento dal Fiume delle perle e dal Fiume della fontana azzurra; a mezzogiorno, le cime azzurrine della gran catena dell’Atlante; a settentrione, le vette delle montagne del Rif; ad oriente, la vasta pianura ondulata dove è la fortezza di Teza, che chiude il passo fra il bacino del Sebù e il bacino della Muluia; sotto di noi, grandi ondulazioni di terreno, gialle di grano e d’orzo, segnate da innumerevoli sentieri, percorse da lunghissimi filari di aloè giganteschi; una grandezza di linee, una magnificenza di verde, una limpidezza di cielo, un silenzio, una quiete che beava l’anima. Chi direbbe che in questo paradiso terrestre sonnecchia un popolo decrepito, incatenato sopra un mucchio di rovine! Il monte che, visto dalla città, pareva un cono, ha invece una forma allungata, e sulla sommità è tutto roccia. Il capitano era salito sulla punta più alta; noi tre, più curanti della vita, ci sparpagliammo tra le roccie più basse, e ci perdemmo di vista. Fatti pochi passi, all’uscita d’una piccola gola, mi trovai faccia a faccia con un arabo. Mi fermai; si fermò e parve molto meravigliato di vedermi solo. Era un uomo sui cinquant’anni, d’aspetto truce, armato d’un grosso bastone. Ebbi un momento il sospetto che mi volesse accoppare per pigliarmi la borsa; ma con mio gran stupore, invece di assalirmi, mi salutò, sorrise e accennando il mio mento con una mano e accarezzando la propria barba coll’altra, disse due o tre volte non so cosa, che mi parve una domanda, a cui gli premesse d’aver risposta. Punto dalla curiosità, chiamai l’ufficiale della scorta che sa qualche parola di spagnuolo, e lo pregai di dirmi che cosa voleva quell’uomo. Chi l’avrebbe mai potuto immaginare! Per farmi un complimento, e che altro poteva essere? mi aveva domandato così ex abrupto perchè non mi lasciassi crescere tutta la barba, che sarebbe stata più bella della sua! I soldati della scorta ci seguitavano tutti e tre alla distanza d’una ventina di passi, e siccome ogni tanto noi ci chiamavamo l’un l’altro ad alta voce, ed era la prima volta che sentivano i nostri nomi, li trovavano strani, ne ridevano e li ripetevano tra loro con pronuncia moresca, stroppiandoli nella più bizzarra maniera:—Isi! Amigi!—A un certo punto l’ufficiale disse bruscamente:—Scut! (Silenzio!) e tutti tacquero. Il sole era alto, la roccia scottava; anche il capitano, benchè esercitato agli ardori della Tunisia, sentiva il bisogno dell’ombra; per cui, dato un ultimo sguardo alle cime dell’Atlante, scendemmo a rotta di collo, e inforcate alla lesta le nostre selle porporine, ripigliammo la via di Fez, dove si ebbe un’amena sorpresa. La porta di El-Ghisa per la quale dovevamo rientrare in città, era chiusa!—Entriamo per un’altra,—disse il Comandante.—Son tutte chiuse,—rispose l’uffiziale della scorta; e vedendoci stralunar gli occhi, ci spiegò il mistero, dicendo che ogni giorno di festa (era venerdì), fra mezzodì e il tocco, che è l’ora della preghiera, si chiudono tutte le porte di tutte le città, perchè è credenza dei Mussulmani che sarà in un giorno di festa, e appunto in quell’ora, che, non si sa in qual anno, i cristiani s’impadroniranno con un colpo di mano del loro paese. Bisognò dunque aspettare che fosse aperta la porta. E appena entrammo, ci toccò un complimento fiorito. Una vecchia ci mostrò il pugno a un per uno borbottando alcune parole. Domandai all’uffiziale che cosa significavano.—Nulla, nulla,—rispose;—è una sciocca. Insistetti, assicurandolo che, qualunque cosa avesse detto, non me ne avrei avuto per male.—Ebbene,—disse allora l’ufficiale sorridendo;—è un modo di dire del paese: gli ebrei all’uncino, i cristiani.... allo spiedo.
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Il medico ha operato un malato di cateratta, coram populo, nel giardino del palazzo. C’era una folla di parenti, d’amici, di soldati, di servi, parte disposti in circolo intorno al malato, gli altri in una lunga fila che dal luogo dell’operazione si stendeva fino alla porta di strada, dove un’altra folla stava aspettando. Il malato era un vecchio moro cieco affatto da più di tre anni. Al momento di mettersi sulla seggiola, si arrestò come impaurito; poi sedette con un movimento risoluto, e non diede più segno di debolezza. Mentre il medico operava, tutta quella gente pareva petrificata. I bimbi stavano stretti alle sottane delle donne e queste abbracciate fra di loro, in atteggiamenti di terrore, come se assistessero a un esecuzione capitale. Non si sentiva un respiro. Noi pure, per l’importanza «diplomatica» dell’operazione, stavamo in grande ansietà.... Tutt’a un tratto il malato gettò un grido di gioia e cadde in ginocchio. Aveva sentito la prima impressione della luce. Tutta la gente ch’era nel giardino salutò il medico con un urlo, a cui rispose un altro urlo della folla radunata nella strada. I soldati fecero immediatamente uscir tutti, fuor che il malato, dal recinto del palazzo, e in poche ore si sparse per tutta Fez la notizia dell’operazione meravigliosa. Fortunato dottore! Egli ne colse il premio la sera medesima, visitando le più belle donne dell’arem del gran sceriffo Bacali, che gli si mostrarono col viso scoperto, in tutta la pompa dei loro vestimenti principeschi, e gli parlarono languidamente dei propri dolori, fissandogli negli occhi i loro sguardi infocati. Che può fare di tante donne il vecchio gran sceriffo? Quello forse che facevano delle proprie i cortigiani mutilati dei Faraoni d’Egitto, delli Scià di Persia, degl’Imperatori greci di Costantinopoli e dei Sultani di Stambul. Visitò, fra le altre, una bellissima nera, di forme matronali, coperta d’anelli, di braccialetti e di collane; la quale, come quasi tutte le altre, si doleva d’un grande languore. Il medico la interrogò intorno alle cagioni del suo male.
—Non potresti,—essa gli rispose—suggerirmi la medicina senza farmi queste domande?
Il medico rispose che le faceva quelle domande per necessità.
—I cristiani,—disse la donna,—sono molto curiosi.
—E quando la loro curiosità non vien soddisfatta,—rispose il medico,—essi indovinano.
—E che cosa hai indovinato?
Il medico espresse il suo pensiero e la nera si coperse il viso.
Io pure gli domandai che cosa avesse indovinato; ma non rispose altro che:—Lesbo! Lesbo!
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Viene di tratto in tratto qualche spagnuolo rinnegato a cercare il signor Patxot. Si dice che questi disgraziati siano intorno a trecento in tutto l’Impero. I più sono spagnuoli, condannati per delitti comuni, che fuggirono dalle galere della costa; gli altri, in parte disertori francesi, fuggiti dall’Algeria; in parte canaglia avventuriera venuta da differenti paesi d’Europa. In altri tempi salivano ad alte cariche nella corte e nell’esercito, formavano corpi militari speciali ed erano lautamente pagati. Ma ora le loro condizioni son molto mutate. Appena giungono, abiurano la religione cristiana e abbracciano l’Islamismo, senza circoncisione nè altre cerimonie, pronunziando semplicemente una formula. Nessuno bada poi che adempiano o no i doveri religiosi; i più, infatti, non metton mai piede nelle moschee e non sanno neppure le preghiere. Per legarli al paese il Sultano esige che si sposino subito. Dà a chi la vuole una delle sue nere, gli altri possono sposare una mora o un’araba libera; a tutti il Sultano fa le spese del matrimonio. Si debbono tutti arrolare nell’esercito; ma possono esercitare nello stesso tempo qualche mestiere. La maggior parte appartengono all’artiglieria, e parecchi alla banda musicale, il cui capo è uno spagnuolo. I soldati ricevono cinque soldi al giorno e gli ufficiali venticinque o trenta: chi ha qualche talento speciale può guadagnare fino a due lire. In questi giorni, per esempio, si parla molto d’un rinnegato tedesco, dotato d’un certo ingegno meccanico, che s’è fatto una sorte invidiabile. Costui, non si sa perchè, fuggì nel settantatrè da Algeri, andò a Tafilet, sul confine del deserto; vi stette due anni, imparò l’arabo, venne a Fez, s’arrolò, e in alcuni giorni, con pochi strumenti che aveva portati con sè, costrusse una rivoltella. L’avvenimento fece chiasso; la rivoltella passò di mano in mano fin che giunse al Ministro della guerra; il Ministro ne parlò all’Imperatore; l’Imperatore volle vedere il soldato, l’incoraggiò, gli diede dieci lire ed elevò la sua paga giornaliera a quaranta soldi. Ma queste fortune son rare. Quasi tutti vivono miseramente e in un tale stato d’animo, che per quanto si sappian macchiati di gravi delitti, ispirano piuttosto compassione che orrore. Ieri se ne presentarono due, rinnegati da parecchi anni, che hanno moglie e figliuoli nati a Fez. Uno ha circa trent’anni, l’altro cinquanta; tutt’e due spagnuoli fuggiti da Ceuta. Il giovane non parlò. L’altro disse d’esser stato condannato ai lavori forzati per aver ucciso un uomo nell’atto che bastonava a morte suo figlio. Era pallido e parlava con voce commossa, stropicciando un fazzoletto colle mani tremanti.—Se mi promettessero di non tenermi più che altri dieci anni in galera,—diceva,—ci tornerei. Ho cinquant’anni, uscirei a sessanta, potrei vivere ancora qualche anno nel mio paese. Ma è l’idea di morire colla divisa del galeotto indosso che mi spaventa. Tornerei in galera a qualunque patto, purchè fossi sicuro di morire libero in Spagna. Questa che meniamo qui non è vita. Siamo come in mezzo a un deserto. È una cosa che sgomenta. Tutti ci disprezzano. La nostra stessa famiglia non è nostra, perchè i figliuoli non ci amano e sono incitati da tutti ad odiarci. E poi non si dimentica mai la religione in cui s’è nati, le chiese dove nostra madre ci condusse a pregare, i suoi consigli, il tempo più bello della nostra vita... e queste memorie.... siamo rinnegati, siamo galeotti, è vero; ma infine siam sempre uomini... queste memorie ci straziano l’anima!—Dicendo questo, piangeva.
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La pioggia che vien giù dirottamente da quasi tre giorni, ha ridotta Fez in uno stato che, a descriverlo, c’è da non esser creduti. Non è più una città, è un’immensa cloaca. Le strade son gore; i crocicchi, laghi; le piazze, paludi; la gente a piedi sprofonda nella melma fino a mezzo lo stinco; le case sono impillaccherate fin sopra le porte; uomini, cavalli, muli, par che si siano ravvoltolati nel fango, e i cani ne sono addirittura vestiti in modo che non mostran più un pelo. Non si vede che pochissima gente, la maggior parte a cavallo; e non un ombrello, ma neppure alcuno che affretti il passo per non pigliare la pioggia. Fuori del quartiere dei bazar, tutto è deserto e oscuro che stringe il cuore. Per tutto acqua che corre, precipita e ringorga, travolgendo ogni sorta di putridumi, e non una voce, non un rumore umano che rompa la monotonia di quello strepito assordante. Pare una città abbandonata dagli abitanti nel momento d’una inondazione. Dopo una passeggiata d’un’ora, son tornato a casa pieno di malinconia, e ho passato parecchie ore nella mia stanza, col viso all’inferriata e gli occhi fissi su gli alberi sgocciolanti del giardino, pensando a un povero corriere che forse in quei momenti passava a nuoto, a rischio della vita, il Sebù ingrossato, stringendo fra i denti una borsa di cuoio con dentro una lettera di mia madre.
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Chi dice e chi nega che sia stata fatta in questi giorni un’esecuzione capitale davanti a una porta di Fez. Nessuna testa però fu vista spenzolare dalle mura ed io preferisco credere che la notizia sia falsa. La descrizione, che io lessi, d’una esecuzione capitale fatta a Tangeri anni sono, mi tolse la barbara curiosità, che mi solleticò qualche volta, di assistere a uno di questi spettacoli.
L’inglese Drummond Hay, uscendo una mattina da una porta di Tangeri, vide un drappello di soldati che trascinavano verso il macello degli ebrei due prigionieri legati per le braccia e per la vita. Uno era un montanaro del Rif, antico giardiniere d’un europeo domiciliato a Tangeri; l’altro un bel giovane, d’alta statura, di fisonomia aperta e simpatica.
L’inglese domandò al capo dei soldati che delitto avessero commesso quei due disgraziati.
—Il Sultano,—rispose,—che Dio prolunghi i suoi giorni! ha ordinato di tagliar loro la testa perchè facevano commercio di contrabbando sulla costa del Rif cogl’infedeli Spagnuoli.
—È un castigo ben severo per una simile colpa,—osservò l’inglese;—e se il loro supplizio deve servire d’avvertimento e d’esempio, perchè è stato proibito agli abitanti di Tangeri d’assistervi?
(Le porte della città erano state chiuse. Drummond Hay s’era fatto aprire dando una mancia a un custode).
—Non ragionate con me, Nazareno!—rispose l’ufficiale;—ho ricevuto un ordine, debbo ubbidire.
La decapitazione doveva farsi nel macello degli ebrei. Un moro d’aspetto volgare e perverso, vestito da macellaio, stava là ad aspettare i condannati. Aveva in mano un piccolo coltello lungo circa sei pollici. Era il carnefice. Straniero alla città, egli s’era offerto a quell’opera perchè i macellai maomettani di Tangeri, che sono ordinariamente incaricati delle esecuzioni capitali, s’erano rifugiati in una moschea.
Nacque un alterco fra i soldati e il carnefice a cagione della ricompensa promessa a costui per la decapitazione dei due infelici, i quali, ritti in disparte, eran costretti a sentir disputare sul prezzo del loro sangue. Il carnefice insisteva, dicendo ch’egli aveva pattuito venti lire per una sola testa e che glien’erano dovute altre venti per l’altra. L’ufficiale finì per acconsentire di mala grazia. Allora il macellaio afferrò il primo condannato, già mezzo morto di terrore, lo gettò a terra, gli s’inginocchiò sul petto e gli mise il coltello alla gola. Drummond Hay torse il viso. Gli parve che seguisse una lotta violenta. Il carnefice gridava:—Datemi un altro coltello; il mio non taglia!—Il condannato giaceva in terra supino colla gola mezz’aperta, il petto ansante, tutte le membra contratte. Fu dato un altro coltello al carnefice e la testa venne spiccata dal busto.
I soldati gridarono con voce fioca:—Dio prolunghi la vita del nostro signore e padrone!—Ma parecchi di essi parevano istupiditi dal terrore.
Venne innanzi l’altra vittima. Era il giovane bello e simpatico. Il suo sangue fu argomento d’un altro alterco. L’ufficiale, rinnegando la sua parola, disse che non avrebbe pagato che venti lire per tutt’e due le teste. Il carnefice dovette rassegnarsi. Il condannato domandò che gli fossero sciolte le mani. Sciolto che fu, si tolse la cappa, e porgendola al soldato che gli aveva tolto la corda, gli disse:—Accettate questo; ci rivedremo in un mondo migliore!—Gettò il suo turbante a un altro, che lo aveva guardato con aria di pietà, e dirigendosi a passo fermo dove era disteso il cadavere insanguinato del compagno, esclamò con voce chiara e sicura:—Non c’è altro Dio che Dio e Maometto è il suo profeta!—Voltandosi poi verso il carnefice, si tolse la cintura e gliela porse dicendo:—Prendete! Ma per l’amor di Dio tagliatemi la testa più presto di quello che avete fatto al mio fratello.—Si distese per terra, nel sangue, e il carnefice gli mise il ginocchio sul petto.
—Un contrordine! fermate!—gridò l’inglese.
Un cavaliere s’avanzava a briglia sciolta.
Il carnefice tenne il coltello sospeso.
—Non è che il figliuolo del Governatore,—disse un soldato.—Egli viene a vedere l’esecuzione. Aspettatelo.
Così era infatti.
Poco dopo le due teste sanguinose pendevano dalle mani dei soldati.
Le porte della città furono aperte e ne uscì una turba di ragazzi che prese il carnefice a sassate e lo inseguì fino a tre miglia dalla città, dove cadde svenuto, tutto coperto di ferite. Il giorno dopo si seppe che era stato ucciso con una fucilata da un parente d’una delle vittime, e sotterrato nel luogo stesso dov’era caduto. Pare che le Autorità di Tangeri non giudicassero opportuno di occuparsi di questo fatto, perchè l’uccisore tornò in città e non fu molestato.
Dopo essere state esposte tre giorni, le teste furono mandate al Sultano affinchè sua maestà imperiale riconoscesse la sollecitudine colla quale erano stati eseguiti i suoi ordini.
I soldati che le portavano incontrarono per via il corriere che recava la grazia, il quale era stato arrestato dalla cresciuta improvvisa d’un fiume.
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Trovo sovente dei negozianti di Fez che son stati in Italia. Ce ne vanno ogni anno da quaranta a cinquanta, e parecchi hanno agenti mori od arabi nelle nostre città principali. Vanno particolarmente nell’alta Italia dove comprano seta greggia, damaschi, coralli, velluti, refe, porcellane, perle, conterie di Venezia, carte da giuoco di Genova e mussolina di Livorno. Di proprio non ci portano che cera e lana, poichè l’industria marocchina è molto ristretta, e si può dir che le stoffe, le armi, le pelli e il vasellame sono i soli prodotti che chiamino l’attenzione d’un Europeo. Le stoffe si fanno principalmente in Fez e in Marocco. Sono caic per donne, turbanti signorili, ciarpe, foulards, tessuti sottilissimi di seta frammisti d’oro e d’argento, per lo più a righe diritte e parallele, bianchi o di colori gentili ed armonici, bellissimi a primo aspetto, ma disuguali, se si guardano bene, e ingommati, e poco resistenti. Forti, invece, e finissime le berrettine di lana rossa, che prendono il nome dalla città di Fez, e ammirabili per solidità e graziosa ricchezza di colori i tappeti che si fanno a Rabat, a Casa Blanca, a Marocco, a Sciadma, a Sciauia. Da Tetuan provengono in gran parte i fucili damascati, inargentati, intarsiati d’avorio, tempestati di pietre preziose, di forme eleganti e leggiere; e dalle città di Mechinez e di Fez, e dalla provincia del Sus le armi bianche, fra cui son lavorati con grazia ammirabile i pugnali. I cuoi, sorgente precipua di guadagno per il paese, si preparano abilmente in varie provincie, e le pelli scarlatte di Fez, le gialle di Marocco, le verdi di Tafilet sono ancora degne della loro antica reputazione. Di Fez è un vanto particolare il vasellame di terra smaltata; ma è raro il trovarvi la nobile purezza delle forme antiche, e il suo principale pregio è la vivacità dei colori e una certa barbara originalità di disegno, che non appaga, ma seduce l’occhio. V’è pure, in Fez, un gran numero di gioiellieri e d’orefici, che fanno cose semplici non prive di buon gusto; ma poco variate, e in piccolo numero, poichè il rito malekita proscrive lo sfoggio degli ornamenti preziosi come contrario all’austerità maomettana. Notevoli, più dei gioielli, i mobili che vengon da Tetuan: specie di scaffali, attaccapanni, piccole tavole poligonali per prendere il tè, arcate, arabescate e dipinte di mille colori; i vassoi di rame, incisi di disegni complicati e ornati di smalti verdi, rossi ed azzurri; e sopra ogni cosa, i musaici dei pavimenti e delle pareti, composti con gusto squisito da operai abilissimi, che formano ad uno ad uno, a colpi di piccozza, le stelle e i quadrettini innumerevoli, con una precisione meravigliosa. Nessun dubbio che questo popolo è dotato di mirabili attitudini, e che le industrie sue piglierebbero un grande incremento, come lo piglierebbe l’agricoltura, che fu già fiorentissima, se le desse vita il commercio; ma il commercio è inceppato dalle proibizioni, dalle restrizioni, dai monopoli, dalle tariffe eccessive, dalle modificazioni continue, dalla inosservanza dei trattati; e benchè gli Stati d’Europa abbiano molto ottenuto in questi ultimi anni, esso non è ancora che piccolissima cosa appetto a ciò che diventerebbe agevolmente, grazie alla ricchezza naturale e alla posizione geografica del paese, sotto un governo civile. Il commercio principale, dalla parte d’Europa, è coll’Inghilterra; dopo la quale vengon la Francia e la Spagna, che danno cereali, metalli, zucchero, tè, caffè, seta greggia, tessuti di lana e di cotone, e ricevono lana, pelli, frutti, sanguisughe, gomme, cera e gran parte dei prodotti dell’Affrica centrale. Il commercio che si fa per Fez, Taza e Udjda (e non è di piccola importanza, benchè minore assai di quello che la vicinanza dei due paesi dovrebbe produrre) comprende, oltre i tappeti, i tessuti, le cinture, i cordoni, e tutti gli oggetti del vestiario arabo e moresco, braccialetti e anelli da piede d’argento e d’oro, vasi di Fez, musaici, profumi, incenso, antimonio per gli occhi, hennè per le unghie e tutte le altre tinture del bel sesso affricano. Più importante, più antico e più regolare il commercio coll’interno dell’Affrica, per dove partono ogni anno grandi carovane, portando stoffe di Fez, panni inglesi, conteria veneziana, corallo d’Italia, polvere, armi, tabacco, zucchero, specchietti di Germania, pennati d’Olanda, scatolette del Tirolo, chincaglierie d’Inghilterra e di Francia, e sale che raccolgono per via nelle oasi del Sahara; e il loro viaggio è come una fiera ambulante nella quale cambiano le proprie mercanzie con schiavi neri, polvere d’oro, penne di struzzo, gomma bianca del Senegal, gioielli d’oro di Nigrizia che vanno poi in Europa e in Oriente; stoffe nere di cui s’ornano il capo le donne moresche; bezoaro, che preserva gli arabi dai veleni e dalle malattie; e molte droghe che, abbandonate dall’Europa, conservano il loro antico valore nell’Affrica. Qui sta, per l’Europa, l’importanza maggiore del Marocco: porta principale della Nigrizia; la quale aperta, s’incontreranno il commercio europeo e il commercio dell’Affrica centrale. Frattanto la civiltà e la barbarie se ne contendon la soglia.
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L’Ambasciatore ha frequenti abboccamenti con Sid-Mussa. Il suo intento principale è d’ottenere dal governo dei Sceriffi delle concessioni che agevolerebbero certi commerci fra l’Italia e il Marocco: di più non mi è lecito dire. Gli abboccamenti durano più di due ore; ma il discorso non si aggira che brevissimo tempo sulle questioni che ne sono lo scopo, poichè il ministro, seguendo un uso che par tradizionale nella politica del governo marocchino, non entra in materia che dopo aver divagato su mille soggetti estranei, e quando proprio ci è tirato per forza.—Parliamo ancora un po’ di cose divertenti!—dice quasi in tuono di preghiera. Il tempo, la salute, l’acqua di Fez, le proprietà di certi tessuti, qualche aneddoto storico, dei proverbi, quanta sia la popolazione di certi Stati d’Europa: son tutti discorsi più gradevoli che il parlar d’affari.—Che ne dite di Fez?—domandò un giorno, e inteso dir ch’era bella:—Ha ancora un altro merito—soggiunse;—quello di esser pulita.—Un altro giorno domandò quant’era la popolazione del Marocco. Ma bisogna pure venirci, a parlar d’affari; e allora sono lunghi giri di parole, esitazioni, reticenze, un dire e non dire, un mettere innanzi mille dubbi a un consenso già dato dentro al cuore, un negare fingendo d’accondiscendere, uno sguisciar di mano, un lasciar cascare continuamente il discorso al momento di stringere il nodo, e poi quell’eterno spediente:—A domani.—Il dì dopo, ricapitolazione delle cose dette il dì innanzi, nuovi dubbi, restrizioni, riconoscimento di equivoci, rammarico di non aver ben inteso e di non essersi fatto bene intendere, e sudori dell’interprete incaricato di chiarire le cose. E poi conviene aspettare il ritorno dei corrieri mandati a Tangeri e a Tafilet ad assumere informazioni; informazioni di poco conto, ma che servono a rimandare lo scioglimento della quistione a dieci giorni più tardi. E in fine tre grandi ostacoli ad ogni cosa: il fanatismo del popolo, l’ostinazione degli ulema, la necessità di procedere cautamente, senza scosse, senza farsi scorgere, con una lentezza che abbia apparenza d’immobilità, se non è possibile di retrocessione. Qualche volta, messo a questi ferri, anche Giobbe direbbe la sua; ma vengon poi le calde strette di mano, i dolci sorrisi, le dimostrazioni d’una simpatia irresistibile e d’un affetto che non si spegnerà che colla vita. L’affare più duro è quello del grosso moro Scellal, e si dice che ne dipenda la sorte di tutta la sua vita: perciò egli è nel palazzo a tutte le ore, ravvolto nel suo ampio caic, inquieto, pensieroso, qualche volta colle lagrime agli occhi, e tien sempre fisso sull’Ambasciatore uno sguardo supplichevole, che par quello d’un condannato a morte che domandi la grazia. Mohammed Ducali, invece, che ha il vento in poppa, è tutto festante, fuma, si profuma, cambia ogni giorno di caffettano e spande da ogni parte vezzi, parole soavi e sorrisi. Eh! se non ci fosse di mezzo la sudditanza italiana, come quei sorrisi si cangierebbero presto in lacrime di sangue!
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Esperimentiamo in questi giorni la verità di quello che ci fu detto a Tangeri circa agli effetti dell’aria di Fez. Ma son poi effetti dell’aria o dell’acqua? o dell’olio scellerato? o del burro infame? o di tutte queste cose insieme? Comunque sia, è un fatto che stiamo tutti male. È languidezza, disappetenza, prostrazione di forze, pesantezza del capo, e quel ch’è più grave, un’abitudine, contratta da tutti, di attraversare di tratto in tratto il cortile rapidissimamente, senza voltarsi indietro, come se fossimo inseguiti. Strana debolezza! E a tutti questi malanni s’aggiunge un tedio, un fastidio d’ogni cosa, una tetraggine, che da qualche giorno ha fatto mutar faccia alla casa. Tutti desiderano il ritorno. Siamo giunti a quel punto inevitabile di tutti i viaggi, in cui tutt’a un tratto la curiosità si smorza, ogni cosa si scolora, le memorie della patria rincalzano in folla; tutti i desiderii, soffocati nei primi giorni, si risollevano in tumulto; e da qualunque parte si rivolga lo sguardo, si vede la nostra porta di casa. Siamo sazi di turbanti, di faccie nere, di moschee; stanchi d’aver mille occhi addosso, annoiati di questa immensa mascherata bianca a cui assistiamo da due mesi. Quanto si darebbe soltanto per veder passare, foss’anche di lontano, una signora europea! per sentire il suono d’una campana! per vedere sopra il muro d’una casa un manifesto del teatro delle marionette! Oh dolcissime memorie!
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Ho scoperto che fra i soldati di guardia al palazzo ve n’è uno a cui manca l’orecchio destro, e mi fu detto che gli fu tagliato legalmente, in presenza di testimoni, da un altro soldato al quale egli aveva mozzato l’orecchio medesimo qualche tempo prima. Tale è la legge del taglione che vige nel Marocco. Non solo un parente qualunque d’una persona uccisa ha il diritto d’ammazzar l’uccisore lo stesso giorno della settimana, alla stess’ora e nel luogo stesso dove cadde la vittima, ferendolo colla medesima arma nella medesima parte del corpo; ma chiunque venga privato d’un membro qualsiasi, ha diritto di privare dello stesso membro il suo feritore. Un fatto di questa natura, accompagnato da circostanze singolarissime, è accaduto, anni sono, a Mogador, e ce lo raccontò un impiegato del Consolato francese, che conobbe, a quanto pare, una delle due vittime. Un negoziante inglese di Mogador rientrava in città la sera d’un giorno di mercato, nel momento in cui la porta era ingombra da una folla di campagnuoli che conducevano asini e cammelli. Quantunque gridasse a squarcia gola:—bal ak! bal ak! (largo! largo!), una vecchia mora fu urtata dal suo cavallo, stramazzò e picchiò il viso contro un sasso. Disgrazia volle che in quel picchio gli si rompessero gli ultimi due denti anteriori. Rimase un momento sbalordita; poi si rialzò rabbiosa e convulsa, e prorompendo in ingiurie e in maledizioni feroci, dopo aver seguitato l’inglese fino a casa, andò a domandare al Caid, in virtù della legge del taglione, che facesse rompere due denti al nazareno. Il Caid cercò di pacificarla e la consigliò a perdonare; ma non venendo a capo di nulla, la congedò promettendo di farle render giustizia, colla speranza che si sarebbe calmata a poco a poco e avrebbe desistito dal suo proposito. Ma passati tre giorni, la vecchia si ripresenta più inferocita che mai, chiede giustizia, vuole che si pronunzi una sentenza formale contro il cristiano.—Ricordati,—dice al Caid,—che me l’hai promesso!—E che!—risponde il Caid;—mi pigli tu forse per un cristiano che mi credi schiavo della mia parola?—Ogni giorno, per un mese, la mora assetata di vendetta si presenta alla porta della cittadella, e tanto grida, strepita e impreca, che il Caid, per liberarsene, si trova costretto ad esaudirla. Chiama il negoziante, gli espone la querela della vittima, il diritto che le dà la legge, il dovere che impone a lui la promessa, e lo prega, per finirla di lasciarsi levare due denti, due qualunque, benchè, in giusta regola, debbano essere due denti incisivi. L’inglese si rifiuta per gl’incisivi, pei canini e pei molari; e il Caid è costretto a rimandare definitivamente la vecchia, ordinando alle guardie di non lasciarle più metter piede nella Casba.—Sta bene;—dice essa;—poichè qua non vi son più che mussulmani degenerati, poichè si rifiuta la giustizia a una mussulmana, madre di sceriffi, contro un cane d’infedele, andrò a trovare il Sultano, e vedrò se il principe dei credenti rinnega anche lui la legge del profeta.—Fedele alla sua parola, si mette in cammino, sola, con un amuleto in seno, un bastone in mano e una bisaccia a tracolla, e fa a piedi le cento leghe che separano Mogador dalla città sacra dell’Impero. Arrivata a Fez, chiede un’udienza al Sultano, gli si presenta, gli espone il suo caso e domanda, giusta il diritto che le accorda il Corano, l’applicazione della legge del taglione. Il Sultano la esorta a perdonare: essa insiste. Le dicono le difficoltà gravissime che si oppongono alla soddisfazione della sua domanda:—che il Console d’Inghilterra negherà il suo consenso, che il governo si troverà impicciato in una quistione grave, che non si può, per una cagione così futile, mettere a repentaglio la pace dell’Impero e turbare la buona amicizia che lega il Governo dei sceriffi alla potente Inghilterra.—La vecchia mora rimane inesorabile. Le offrono, perchè desista, una somma di denaro, colla quale potrà passare il resto dei suoi giorni nell’agiatezza. Rifiuta.—Che faccio io dei vostri denari?—soggiunge;—io son vecchia e abituata a vivere miseramente; quello che voglio sono i due denti del cristiano; li voglio, li pretendo, li domando in nome del Corano; e il Sultano, principe dei credenti, capo dell’islamismo, padre dei suoi sudditi, non può rifiutare di render giustizia a una mussulmana.—Questa ostinazione mise il Sultano in un grave imbarazzo; la legge era formale e il diritto incontestabile; e il fermento del popolo, eccitato dalle declamazioni fanatiche della donna, rendeva pericoloso il rifiuto. Il Sultano, che era Abd-er-Rahman, scrisse al console inglese domandandogli, come un favore, che inducesse il suo concittadino a lasciarsi rompere i due denti. Il mercante rispose al console che non avrebbe mai acconsentito. Allora il Sultano riscrisse dicendo che, se acconsentiva, gli avrebbe accordato, per ricompensa, qualunque privilegio commerciale gli piacesse di domandare. Questa volta, solleticato nella borsa, il mercante cedette. La vecchia partì da Fez benedicendo il nome del pio Abd-er-Rahman, e ritornò a Mogador, dove in presenza sua e di molto popolo, furono rotti due denti al nazareno. Quando li vide cadere in terra, gettò un grido di trionfo e li raccolse con gioia feroce. Il mercante, grazie ai privilegi che gli furono accordati, in meno di due anni si fece una bella fortuna, e tornò in Inghilterra sdentato e felice.
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Più studio questi mori e più tendo a credere che non siano molto lontani dal vero, come mi parvero da principio, i giudizii dei viaggiatori, i quali sono concordi nel chiamarli una razza di vipere e di volpi, falsi, pusillanimi, umili coi forti, insolenti coi deboli, rosi dall’avarizia, divorati dall’egoismo, accesi delle più abbiette passioni che possano capire nel cuore umano. Come potrebbe essere altrimenti? La natura del governo e lo stato della società non permettono loro alcuna virile ambizione; trafficano e brigano, ma non conoscono il lavoro che affatica e rasserena; sono digiuni affatto d’ogni piacere che derivi dell’esercizio dell’intelligenza; non si curano dell’educazione dei propri figliuoli; non hanno nessun nobile scopo alla vita; si danno dunque con tutta l’anima e per tutte le vie ad ammassar danaro e dividono il tempo che loro riman libero da questa cura fra un ozio sonnolento che li sfibra e una venere cieca, smodata e grossolana, che gli abbrutisce. In questa vita effeminata diventano naturalmente pettegoli, vanitosi, piccoli, maligni; si lacerano la reputazione, gli uni cogli altri, con una rabbia spietata; mentono per abitudine, con un’impudenza incredibile; affettano animo caritatevole e religioso, e sacrificano l’amico per uno scudo; disprezzano il sapere e accolgono le più puerili superstizioni del volgo; fanno il bagno tutti i giorni e tengono il sudiciume a mucchi nei recessi della casa; e aggiungono a tutto questo un orgoglio satanico, dissimulato, quando occorre, da maniere umili e insieme dignitose, che paiono indizio d’animo gentile. E così m’ingannarono nei primi giorni; ma ora son persuaso che l’ultimo di costoro crede, in fondo al cuore, di valer infinitamente più di tutti noi messi in un mazzo. Gli arabi nomadi conservano almeno la semplicità austera dei costumi antichi, ed i Berberi selvaggi hanno lo spirito guerriero, il coraggio, l’amore dell’indipendenza. Costoro soli congiungono in sè barbarie, depravazione e superbia, e son la parte più potente della popolazione dell’Impero: quella che dà i negozianti, gli ulema, i tholba, i Caid, i pascià; che possiede i ricchi palazzi, i grandi arem, le belle donne, i tesori nascosti; riconoscibile alla pinguedine, alla carnagione chiara, all’occhio astuto, ai grossi turbanti, all’andatura maestosa, alla fiaccona, ai profumi, alla boria.
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Il moro Scellal ci condusse a prendere il tè in casa sua. Entrammo per uno stretto corridoio in un cortiletto oscuro, ma bellissimo; bellissimo, ma sucido quanto le più sucide case del ghetto d’Alkasar. Fuor che i musaici del pavimento e dei pilastri, tutto era nero, crostoso, viscoso, schifoso. Vi sono due stanzine buie a terreno; al primo piano, gira una galleria, e sulla sommità dei muri il parapetto della terrazza. Il grosso moro ci fece sedere davanti alla porta della sua stanza da letto, ci diede il tè e dei dolci, ci bruciò dell’aloè, ci spruzzò d’acqua di rosa e ci presentò due suoi bambini graziosissimi, che s’avvicinarono a noi bianchi dalla paura e tremarono come foglie sotto le nostre carezze. Dal lato opposto del cortile v’era una ragazza nera d’una quindicina d’anni, non vestita d’altro che d’una camicia tagliata da una parte in modo che lasciava vedere la gamba nuda dal fianco fino al piede, e stretta alla cintura, che segnava tutte le forme del corpo: il più snello, il più elegante, il più seducente corpo di donna, lo attesto sul capo del signor Ussi, ch’io abbia visto nel Marocco fino al momento in cui scrivo. Era una schiava. Stava appoggiata a un pilastro colle braccia incrociate sul seno e ci guardava con aria di suprema indifferenza. Poco dopo uscì da una porticina un’altra nera, una donna sui trent’anni, d’alta statura, di viso austero, di forme robuste, diritta come il fusto d’un aloè, la quale, per quello che ci parve, doveva essere una favorita del padrone, poichè gli si avvicinò famigliarmente, gli susurrò alcune parole nell’orecchio e gli tolse una festuca dai baffi, premendogli la mano sulle labbra, con un certo atto tra sbadato e carezzevole, di cui il moro sorrise. Alzando gli occhi, vedemmo tutta la galleria del primo piano e tutto il parapetto della terrazza coronati di teste di donne, che si nascosero immediatamente. Era impossibile che fossero tutte donne della casa. Quelle della casa avevano senza dubbio annunziato la visita dei cristiani alle amiche delle case vicine, e queste dalle loro terrazze s’erano arrampicate o buttate giù sulla terrazza dello Scellal. In un momento che guardavamo in su, ce ne passarono accanto tre come tre larve, col capo tutto coperto, e sparirono in una porticina. Erano tre amiche che non avendo potuto entrare in casa per la terrazza, avevano dovuto rassegnarsi a entrar per la porta; e un momento dopo comparirono le loro teste sopra il parapetto della galleria. La casa, insomma, s’era convertita in teatro, e noi eravamo lo spettacolo. Le spettatrici, tutte velate, cinguettavano, ridevano sommessamente, facevano capolino e si ritiravano con una rapidità che pareva che scattassero; ad ogni nostro movimento, corrispondeva un leggero mormorìo; ogni volta che alzavamo la testa, seguiva un gran tumulto nei palchi di prim’ordine; si capiva che si divertivano, che raccoglievano materia per un mese di conversazione, che non stavano in sè dal piacere di trovarsi, così inaspettatamente, dinanzi a uno spettacolo tanto bizzarro e tanto raro! E noi, compiacenti, concedemmo loro questo spettacolo per quasi un’ora; silenziosi, però, e tediati; effetto che produce, dopo qualche tempo, ogni casa moresca, per quanto sia cortese l’ospitalità che vi si riceve. Poichè, dopo aver ammirato i bei musaici, le belle schiave e i bei bimbi, si cerca quasi istintivamente la persona che incarna la vita domestica, che rappresenta la gentilezza e l’onore della casa, che suggella l’ospitalità, che colora la conversazione, che vi alita nell’anima l’aura dei Lari;—si cerca, insomma, la perla di questa conchiglia;—e non vedendo che donne a cui il padrone dà gli amplessi e non il cuore, e figliuoli di madri sconosciute, e tutta la casa personificata in un solo, l’ospitalità riesce una fredda cerimonia, e nell’ospite spariscono i tratti simpatici d’un amico che v’onora, sotto l’aspetto d’un sensuale e odioso egoista.
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Non c’è dubbio che questa gente, se proprio non ci odia, almeno non ci può patire, e non gliene mancano, tra buone e cattive, le ragioni. Nei discendenti dei mori di Spagna, molti dei quali conservano ancora chiavi di città andaluse e titoli di possessione di terre e di case di Siviglia e di Granata, è viva particolarmente l’avversione alla Spagna, da cui i loro padri furono spogliati, sterminati, banditi. Tutti gli altri odiano generalmente tutti i cristiani, non solo perchè quest’odio è istillato loro nelle scuole e nelle moschee fin dall’infanzia, collo scopo di renderli avversi ad ogni commercio colle genti civili;—commercio che, scemando la superstizione e l’ignoranza, scalzerebbe le fondamenta dell’edifizio politico e religioso dell’Impero;—ma perchè hanno tutti in fondo all’anima il vago sentimento d’una forza espansiva, crescente, minacciosa degli Stati europei, dalla quale tosto o tardi saranno schiacciati. Sentono rumoreggiare la Francia alle loro frontiere di levante; vedono gli Spagnuoli fortificati sulla loro costa del Mediterraneo; Tangeri, occupata da un’avanguardia di cristiani; le città occidentali, guardate da negozianti europei distesi su tutta la costa dell’Atlantico come una catena di sentinelle avanzate; ambasciate che percorrono il paese in tutte le direzioni, per recare dei doni al Sultano, in apparenza, ma in realtà, pensan loro, per vedere, scrutare, fiutare, corrompere, preparare il terreno; sentono, insomma, la minaccia perpetua d’un’invasione e immaginano quest’invasione accompagnata da tutti gli orrori dell’odio e della vendetta, persuasi, come sono, che i Cristiani nutrano contro i Mussulmani gli stessi sentimenti che nutrono loro contro di noi. Come possono poi cangiare quest’avversione in simpatia vedendo noi, stretti nei nostri abiti impudichi, che segnano le forme; vestiti di colori sinistri; noi, carichi di taccuini, di cannocchiali, di strumenti misteriosi, che ci ficchiamo per tutto, notiamo tutto, misuriamo tutto, vogliamo saper tutto; noi che ridiamo sempre e non preghiamo mai; noi irrequieti, chiaccheroni, beoni, fumatori, pieni di pretese, e pitocchi, che abbiamo una donna sola, e non un servo dei nostri paesi! E si formano dell’Europa un’idea oscura, come d’un’immensa congerie di popoli turbolenti, dove regni una vita febbrile, tutta ambizioni ardenti, vizi sfrenati, tumulti, viaggi, imprese temerarie, un affanno, un rimescolìo vertiginoso, una confusione di Babelle, che dispiace a Dio.
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Oggi gran rumore nel palazzo, a cagione del primo ed unico tentativo di conquista amorosa, fatto da un cristiano del basso personale dell’ambasciata. Questo buon giovane, al quale cominciava a pesare, a quel che sembra, la vita diplomaticamente austera che si mena da quaranta giorni; avendo visto, non so di dove, una bella mora che passeggiava in un giardino, pensò (tutti hanno le loro debolezze) ch’essa non avrebbe potuto resistere alle attrattive della sua bella persona, e senza badare al pericolo s’insinuò per un buco del muro nel recinto vietato. Se, giunto in cospetto della ninfa, abbia fatto una dichiarazione d’amore od abbia tentato di sopprimere il preambolo, se la ninfa gli abbia prestato orecchio pietoso o sia fuggita strillando, non si sa, poichè tutto, in questo paese, è mistero. Si sa però che tutt’a un tratto sbucarono di dietro a un cespuglio quattro mori armati di pugnale, due dei quali gli si slanciarono contro da una parte e due dall’altra; e che il malcapitato seduttore o non sarebbe più uscito del giardino, o ne sarebbe uscito con qualche occhiello nelle reni, se non fosse comparso improvvisamente il caid Hamed-Ben Kasen Buhammei, il quale arrestò con un gesto imperioso i quattro cerberi, e diede modo al fuggitivo di riportare la pelle intatta al palazzo. La notizia dell’avvenimento si sparse, ci fu un sottosopra, il colpevole ricevette una solenne ammonizione in presenza di tutti e il Comandante, sempre spiritoso, gli fece per giunta un sermoncino che gli produsse un’impressione profonda.—Che le donne degli altri, e particolarmente le donne dei mussulmani, bisogna lasciarle stare; che quando si è con un’ambasciata europea nel Marocco, bisogna far conto di non esser più un uomo; che nei paesi maomettani queste quistioni di donne finiscono facilmente in quistioni politiche; e che sarebbe una bella responsabilità quella d’un giovane onesto il quale, per non aver saputo resistere a un impulso inconsiderato... del cuore, trascinasse il suo paese in una guerra... di cui non si potrebbero prevedere le conseguenze.—A questo discorso, il povero giovane, che già vedeva la flotta italiana con centomila soldati salpare verso il Marocco per cagion sua, si mostrò atterrito del suo fallo a tal segno, che non parve più necessario d’infliggergli altro castigo.
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Vorrei saper bene che concetto hanno costoro della propria potenza militare e del proprio valore guerresco rispetto alla potenza e al valore dei popoli europei. Ma non oso interrogarli direttamente su questo soggetto perchè sono ombrosissimi e temo che le mie domande possano parere un’ironia o una spacconata. Son riuscito nondimeno, tastandoli con mano leggera, e senza farmi scorgere, a raccapezzare qualche cosa. Sulla superiorità della nostra potenza militare non ci hanno dubbio; poichè se qualche dubbio rimaneva loro trent’anni sono, quando non avevano ancora ricevuto dagli europei alcuna veramente grave batosta, le guerre della Francia e della Spagna, e principalmente le due battaglie famose d’Isly e di Tetuan, dissiparono quei dubbi per sempre. Ma riguardo al valore, mi pare che si credano ancora superiori di molto agli europei; le vittorie dei quali attribuiscono all’artiglieria, all’ordine, alla furberia (chè per loro sono furberie la strategia e la tattica) e non al valore. E le vittorie conseguite con quei mezzi, pare che non le considerino nobilmente conseguite. Il volgo, poi, aggiunge a quei mezzi l’alleanza coi cattivi spiriti, senza la quale nè i cannoni nè le furberie sarebbero bastati a sgominare gli eserciti mussulmani. Certo è che agli Arabi puri e ai Berberi, che sono la maggioranza guerriera del Marocco, non si può negare il valore, e nemmeno restringersi a riconoscere in loro quel valore comune e indeterminato che in Europa si considera, con cavalleresca reciprocanza, proprietà di tutti gli eserciti. Poichè tenuto pur conto della natura del terreno e degli aiuti segreti dell’Inghilterra, l’esercito marocchino, scompigliato, mal condotto, male armato, male approvvigionato, non avrebbe potuto tener fronte, come fece, per quasi un anno, con una tenacia inaspettata in Europa, all’esercito spagnuolo, disciplinato, ordinato e fornito di tutti i nuovi mezzi d’offesa, senza supplire con un grande valore alla potenza militare che gli mancava. Si potrà negare il nome proprio di valore al fanatismo che slancia un uomo contro dieci a cercare una morte che gli aprirà le porte del paradiso; al furore selvaggio che induce un soldato a spaccarsi il cranio contro una rupe piuttosto che cader nelle mani dei nemici; alla rabbia forsennata d’un ferito, che si strappa le bende e si squarcia le piaghe per liberarsi colla vita dalla prigionia; al disprezzo del dolore, alla cieca audacia, all’ostinazione brutale di chi si fa uccidere senza scopo; ma bisognerà ammettere almeno che questi sono elementi di valore, ed è incontestabile che questa gente ne diede molti e tremendi saggi alla Spagna. Dopo due mesi di guerra, l’esercito spagnuolo non aveva presi che due prigionieri, un arabo della provincia d’Oran e un pazzo che s’era presentato agli avamposti; e nella sanguinosa battaglia di Castillejos cinque marocchini soli, e tutti e cinque feriti, caddero nelle mani dei vincitori. La loro tattica tradizionale è di avanzarsi in massa contro il nemico, distendersi rapidamente, correre fino a mezzo tiro, sparare e ritirarsi precipitosamente per ricaricare le armi. Nelle grandi battaglie si dispongono a mezza luna, l’artiglieria e la fanteria al centro, e alle ali la cavalleria, che cerca d’avvolgere il nemico e cacciarlo fra due fuochi. Il capo supremo dà un ordine generale, ma ogni capo inferiore ritorna all’assalto o si ritira quando gli sembra opportuno, e l’esercito sfugge facilmente al comando principale. Cavalieri infaticabili, destri tiratori, tenaci dietro un riparo, facili a sgominarsi in pianura aperta, strisciano come serpenti, s’arrampicano come scoiattoli, corrono come caprioli, passano rapidamente dall’assalto temerario alla fuga precipitosa, e da un esaltazione di valore che pare pazzia furiosa a uno sgomento che non ha nome. Ci sono ancora nel Marocco dei mori impazziti di terrore alla battaglia d’Isly; e si sa che alle prime cannonate del maresciallo Bugeaud, il Sultano Abd-er-Rahman, gridò:—Il mio cavallo! Il mio cavallo!—e inforcata la sella, si diede a una fuga disperata, lasciando sul campo i suoi musici, i suoi negromanti, i suoi cani da caccia, lo stendardo sacro, il parasole ed il tè, che i soldati francesi trovarono ancora bollente.
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Incontro tanti neri per le strade di Fez, che alle volte mi par di trovarmi in una città del Sudan e sento vagamente fra me e l’Europa l’immensità del deserto di Sahara. Dal Sudan, infatti, vengono la maggior parte, poco meno di tremila all’anno, molti dei quali si dice che muoiono in breve tempo di nostalgia. Sono portati per lo più all’età d’otto o dieci anni. I mercanti, prima di esporli in vendita, li ingrassano a pallottole di cuscussù, cercano di guarirli dalla nostalgia colla musica e insegnano loro qualche parola araba; il che ne aumenta il prezzo, che è ordinariamente trenta lire per un ragazzo, sessanta per una bimba, circa a quattrocento per una giovane di diciassette o diciott’anni, bella, che sappia parlare e che non abbia ancora partorito; e cinquanta o sessanta per un vecchio. L’Imperatore ritiene il cinque per cento della materia importata, e ha il diritto della prima scelta. Gli altri sono venduti nei mercati di Fez, di Mogador e di Marocco, e partitamente, all’incanto, in tutte le altre città, dove i compratori, per tradizione, usano loro il pudico riguardo di non visitarne pubblicamente le parti coperte. Abbracciano tutti, senza difficoltà, la religione maomettana, conservando però molte delle loro stranissime superstizioni, e le feste bizzarre del proprio paese, consistenti in balli grotteschi che durano fino a tre giorni e tre notti consecutive, accompagnati da una musica diabolica, e non interrotti che per inghiottire con avidità bestiale ogni sorta di porcherie. Servono per lo più nelle case, son trattati con dolcezza, vengono in gran parte affrancati in ricompensa dei loro servigi, hanno la via aperta anche alle più alte cariche dello stato, e si palesano qui come per tutto: ora febbrilmente operosi, ora torpidamente pigri, lussuriosi come scimmie, astuti come volpi, feroci come tigri; ma contenti del loro stato, e per lo più fedeli e grati ai padroni: il che pare che non segua dove la schiavitù è più dura, come a Cuba, e dove la libertà di cui godono è eccessiva, come in Europa. Le arabe e le more rifuggono da loro, ed è rarissimo che un nero sposi altra donna che del suo colore; ma gli uomini, e in specie i mori, non solo le cercano avidamente come concubine, ma le sposano colla stessa facilità che le bianche; onde il grandissimo numero di mulatti di tutte le sfumature che son nel Marocco. Strane vicende! Il povero nero di dieci anni, venduto sui confini del Sahara per un sacco di zucchero o un pezzo di stoffa, può, e si diede il caso discutere trent’anni dopo,—ministro del Marocco,—un trattato di commercio coll’ambasciatore d’Inghilterra; e molto più probabilmente, la bambina nera nata in una tana immonda e scambiata all’ombra d’un’oasi con un otre d’acquavite, trovarsi, appena adulta, coperta di gemme e fragrante di profumi, tra le braccia del Sultano.
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Da qualche giorno, passeggiando per Fez, mi si affaccia alla mente con una persistenza ostinata l’immagine d’una grande città americana, alla quale accorre gente da ogni parte del mondo, una di quelle città che rappresentano quasi il tipo a cui tutte le città nuove si vanno lentamente informando, e la cui vita è forse un esempio di quello che sarà fra un secolo la vita di tutte; una città la cui immagine non si può presentare a nessun europeo, accanto a quella di Fez, senza farlo sorridere di pietà, tanto è grande la distanza che le separa sopra la via del progresso umano. Eppure, più mi fisso col pensiero in quella città, più mi sento preso da un dubbio che mi rattrista. Vedo quelle grandi strade, diritte e interminabili, in cui s’innalzano a perdita d’occhi i pali giganteschi del telegrafo. «È l’ora della chiusura degli opifici e delle botteghe. Torrenti d’operai, uomini, donne e ragazzi, passano a piedi, in omnibus, in tramway, seguendo quasi tutti la stessa direzione, verso i quartieri lontani; e tutti hanno l’aspetto triste e ansioso e sembrano estenuati dalla fatica.... Nuvole dense di fumo di carbone escono dalle innumerevoli torricine degli opifici, scendono nelle strade, gettano le loro ombre nere sulle splendide vetrine delle botteghe, sulle lettere dorate degli annunzi che coprono le facciate fino ai tetti, sulla folla che, colla testa bassa, a passo cadenzato, dondolando le braccia, fugge in silenzio i luoghi che, durante il giorno, videro colare il suo sudore. Di tratto in tratto, il sole squarcia il velo lugubre che l’industria ha disteso sulla capitale del lavoro; ma questi bagliori improvvisi, fuggitivi, invece di rallegrare la scena, non fanno che illuminarne la tristezza... Tutte le fisonomie hanno la medesima espressione. Ognuno ha fretta di arrivare a casa per «economizzare» le sue poche ore di riposo dopo aver tratto il maggior vantaggio possibile dalle lunghe ore di lavoro. Par che ognuno sospetti nel suo vicino un concorrente. Tutti portano l’impronta dell’isolamento. L’aria morale in cui vive questa gente non è la carità, è la rivalità... Un gran numero di famiglie vivono negli alberghi, vita che condanna la donna alla solitudine e all’ozio. Lungo il giorno, il marito fa i suoi affari fuor di casa, e non rientra che all’ora del desinare, che trangugia colla rapidità d’un uomo affamato. Poi ritorna alla sua galera. I ragazzi, all’età di cinque o sei anni, frequentano le scuole, ci vanno e ritornano soli e passano il rimanente del loro tempo a loro capriccio, godendo della più ampia libertà. L’autorità paterna è pressochè nulla. I figliuoli non ricevono altra educazione che quella delle scuole.... maturano rapidamente e si preparano fin dall’infanzia alle fatiche e alle lotte della vita sovreccitata, aspra e avventurosa che li aspetta. La vita dell’uomo non è che una sola e lunga campagna, un seguito non interrotto di combattimenti, di marcie e di contro-marcie. La dolcezza, l’intimità del focolare domestico non hanno che un’assai piccola parte nella sua esistenza militante e febbrile. È egli felice? A giudicarne dal suo aspetto faticato, triste, inquieto, spesso delicato e malsano, c’è da dubitarne. L’eccesso del lavoro non interrotto gli spezza le forze, gl’interdice i piaceri dello spirito e gl’impedisce il raccoglimento dell’anima. E la donna soffre di questa vita anche più del marito. Essa non lo vede che una volta al giorno, mezz’ora tutt’al più, e la sera, quando, rotto dalla fatica, rientra in casa per cercare il sonno; e non può alleggerire il fardello ch’egli porta, nè partecipare alle sue pene, alle sue cure e ai suoi lavori perchè non li conosce, non esistendo quasi affatto fra loro, per mancanza di tempo, il commercio delle anime....»
La città è Chicago, e chi la descrive il barone Hübner, grande ammiratore dall’America. Ora il dubbio è questo: non so quale delle due città, Fez e Chicago, mi faccia più compassione. Sento però che se fossi nei panni d’un moro di Fez, ed un cristiano, conducendomi in una di quelle grandi città civili, mi domandasse se l’invidio, gli farei una risata sul volto.
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Stamattina Selam mi raccontò, a modo suo, la storia famosa del brigante Arusi; una delle infinite istorie che girano di bocca in bocca dal mare al deserto; fondata però sopra un fatto vero e recentissimo, di cui molti testimoni vivono ancora.
Poco dopo la guerra colla Francia, il Sultano Abd-er Rahman mandò un esercito a castigare gli abitanti del Rif che avevano incendiato un bastimento francese. Fra i varii sceicchi, a cui il comandante dell’esercito intimò di denunziare i colpevoli, ce ne fu uno, chiamato Sid-Mohammed-Abd-el-Djebar, già innoltrato negli anni, il quale, essendo geloso d’un tale Arusi, giovane valoroso e bellissimo, lo rimise, benchè innocente, nelle mani del generale, affinchè lo conducesse nelle carceri di Fez. Fu infatti condotto a Fez, ma non stette in prigione che un anno. Rilasciato in libertà, andò a Tangeri. Stette qualche tempo a Tangeri e poi tutt’a un tratto scomparve, e per un pezzo nessuno seppe più notizie di lui. Ma poco dopo la sua disparizione, si cominciò a parlare in tutta la provincia del Garb d’una banda di ladri e d’assassini che infestava la campagna fra Rabat e Laracce. Le carovane erano assalite, i negozianti spogliati, i caid malmenati, i soldati del Sultano pugnalati; nessuno osava più attraversare quelle terre; e i pochi che, presi dagli assassini, ne uscivan salvi, tornavano nelle città istupiditi dal terrore.
Le cose durarono in questo stato per molto tempo, e nessuno era mai riuscito a scoprire chi fosse il capo della banda, quando un negoziante rifano, assalito una notte al lume della luna, riconobbe fra coloro che lo spogliavano il giovane Arusi, e ne portò a Tangeri la notizia che si sparse rapidamente per tutto il Garb. Il capo della banda era Arusi. Molti altri lo riconobbero. Egli appariva nei duar e nei villaggi, di giorno e di notte, vestito da soldato, da caid, da ebreo, da cristiano, da donna, da ulema, uccideva, rubava, spariva, inseguito da ogni parte, non raggiunto da nessuno, sempre inaspettato, sempre in un nuovo aspetto, capriccioso, feroce, infaticabile; e non s’allontanava mai dai dintorni della cittadella El-Mamora; cosa di cui nessuno capiva la ragione. La ragione era questa: il caid della cittadella El-Mamora era in quel tempo l’antico sceicco Sid-Mohammed Abd-el-Dijebar che aveva messo Arusi nelle mani del generale del Sultano.
In quei giorni appunto Sid-Mohammed Abd-el-Dijebar aveva data in isposa una sua figliuola di meravigliosa bellezza, chiamata Rahmana, al figliuolo del pascià di Salè, che si chiamava Sid-Alì. Le feste nuziali erano state celebrate con gran pompa, in presenza dei più ricchi giovani della provincia, accorsi a cavallo, armati, vestiti dei loro più begli abiti, alla cittadella d’El-Mamora; e Sid-Alì doveva condurre la sua sposa a Salè, in casa di suo padre. Il corteo uscì dalla cittadella di notte. Doveva passare per una gola strettissima formata da una catena di collinette boscose e da una catena di dune. Andava innanzi una scorta di trenta cavalieri; dietro a questi, Rahmana sulla groppa d’una mula, in mezzo allo sposo e al fratello; dietro Rahmana, il caid suo padre e una folla di parenti e d’amici. Entrarono nella gola. La notte era serena, lo sposo teneva per mano Rahmana, il vecchio caid si lisciava la barba: tutti erano allegri.
All’improvviso una voce formidabile urlò nel silenzio della notte:
—Arusi ti saluta, o sceicco Sid Mohammed Abd-el Dijebar!
Nello stesso punto, sull’alto d’una collina scintillarono trenta fucili e tuonarono trenta colpi. Cavalli, soldati, parenti, amici, chi stramazza morto, chi vacilla ferito, chi fugge; e prima che il caid e Sid-Alì, rimasti illesi, rinvengano dallo sbalordimento, un uomo, una furia, un demonio, Arusi insomma precipita dalla collina, afferra Rahmana, se la mette in sella e fugge a briglia sciolta verso la foresta di Mamora.
Il caid e Sid-Alì, uomini risoluti, invece di abbandonarsi ad una vana disperazione, fecero giuramento solenne di non radersi più la testa prima d’essersi spaventosamente vendicati. Domandarono e ottennero soldati dal Sultano, e cominciarono a dar la caccia ad Arusi, che s’era rifugiato colla sua banda nella grande foresta di Mamora. Fu una guerra faticosissima, tutta colpi di mano, imboscate, assalti notturni, astuzie, combattimenti feroci, che durò più d’un anno, e ridusse a poco a poco la banda nel centro della foresta. La banda era accerchiata e il cerchio si stringeva si stringeva. Molti dei seguaci di Arusi eran già morti di fame, molti fuggiti, molti stati uccisi in combattimento. Il caid e Alì, vicini a raggiungere la meta, s’inferocivano sempre più, non chiudevan più occhio nè notte nè giorno, non respiravano più che la vendetta. Ma d’Arusi e di Rahmana non si sapeva più nulla. Chi diceva che fossero morti di stento, chi riteneva che fossero fuggiti, chi credeva che il bandito avesse ucciso la sposa e sè stesso. E Sid-Alì e il caid cominciavano a disperare, perchè più s’innoltravano, e più gli alberi si facevan fitti, più alti e più intricati i cespugli, le liane, i rovi, i ginepri; tanto che i cavalli e i cani non potevano più aprirsi la via. Un giorno, finalmente, mentre tutti e due passeggiavano scoraggiati e silenziosi per la foresta, un arabo accorse da lontano verso di loro e disse d’aver visto Arusi nascosto in mezzo ai giunchi, sulla riva d’un fiume, all’estremità della foresta. Il caid raccoglie in furia i suoi cavalieri, li divide in due drappelli e li sguinzaglia, un drappello a destra, l’altro a sinistra, verso il fiume. Dopo una lunga corsa, il caid per il primo vede da lontano, in mezzo ai giunchi, rizzarsi un fantasma, un uomo d’alta statura e d’aspetto terribile: Arusi. Si slanciano tutti verso quel punto, arrivano, girano, frugano, fiutano: Arusi non v’è più. Erano sulla riva del fiume.—Ha passato il fiume! grida il caid. Tutti si gettano nel fiume e raggiungono la riva opposta. La riva era segnata di alcune orme; tutti si mettono su quell’orme; ma dopo pochi passi, mancano.—s’è rigettato nel fiume,—grida il caid,—e andò a riuscir più lontano.—Subito i cavalieri si slanciano di galoppo lungo la riva. Nello stesso punto l’attenzione del caid è attirata da suoi tre cani, che si sono arrestati, fiutando, vicino a una pianta di giunchi. Sid-Alì accorre pel primo, e vede vicino ai giunchi un largo fosso, in fondo al quale c’erano alcuni piccoli fori. Salta nel fosso, introduce il fucile in uno dei fori, lo sente respinto, spara, chiama il caid, accorrono i soldati, guardano di qua e di là, e scoprono una piccola apertura rotonda a fior d’acqua nella riva tagliata a picco. Arusi doveva essere entrato nel suo sotterraneo per quell’apertura.—Scaviamo!—grida il caid. I soldati corrono a pigliar vanghe e piccozze nei duar vicini, tornano, scavano, rompono una specie di volta di terra e scoprono una tana...
In fondo alla tana c’era Arusi ritto, immobile, pallido come un morto, colle braccia spenzoloni.
Lo afferrarono: non fece resistenza. Lo tiraron fuori: aveva l’occhio sinistro crepato. Lo legarono, lo portarono in una tenda, lo distesero in terra, e per prima vendetta, Sid-Alì gli recise col pugnale tutti i diti dei piedi, gettandoglieli ad uno ad uno sul viso. Ciò fatto, mise sei soldati a custodirlo e si ritirò sotto un’altra tenda insieme col caid, per concertare che torture gli dovessero infliggere prima di troncargli la testa. La discussione durò lungo tempo: andavano a gara a chi proponesse dei tormenti più dolorosi; nessuno strazio pareva abbastanza orrendo; la sera era venuta, e non avevano ancora nulla deciso. Rimandarono la decisione alla mattina e si separarono.
Un’ora dopo, il caid ed Alì riposavano ciascuno sotto la sua tenda; la notte era oscurissima, non spirava un alito di vento, non stormiva una foglia, non si sentiva che il mormorio del fiume e il respiro dei dormenti.
All’improvviso una voce formidabile urlò nel silenzio della notte:
—Arusi ti saluta, o sceicco Sid Mohammed Abd-el Dijebar!
Il vecchio caid balza in piedi atterrito e sente la pesta precipitosa d’un cavallo che s’allontana. Chiama i soldati, che accorrono in furia, e grida:—Il mio cavallo! Il mio cavallo!—Cercano il suo cavallo, il più superbo animale del Garb: è sparito. Corrono alla tenda di Sid-Alì: è steso in terra morto, con un pugnale confitto nell’occhio sinistro. Il caid scoppia in pianto: i soldati si slanciano dietro al fuggitivo. Lo intravvedono, come un ombra, per qualche momento; lo perdon di vista; lo rivedono; ma egli va come la folgore, e sparisce ben presto per non più ricomparire. Continuano a inseguirlo, nondimeno, per tutta la notte, sin che arrivano a un bosco fittissimo, dove si arrestano per aspettare che aggiorni. Appena aggiorna, vedono lontano il cavallo del caid, che viene verso di loro spossato e insanguinato, riempiendo l’aria di nitriti lamentevoli. Pensando che Arusi sia nel bosco, sguinzagliano i cani e s’avanzano colle armi nel pugno. Dopo un breve cammino, scoprono una casuccia diroccata, mezzo nascosta fra gli alberi. I cani v’accorrono e s’arrestano. I soldati li seguono in punta di piedi, arrivano alla porta, spianano i fucili... e li lascian cadere in terra gettando un grido di stupore. In mezzo a quelle quattro mura, stava disteso in terra il cadavere d’Arusi, e accanto a lui una bellissima donna, vestita splendidamente, coi capelli sciolti, la quale gli fasciava i piedi sanguinosi, singhiozzando, ridendo, mormorando con voce infantile parole di disperazione e d’amore. Era Rahmana. La condussero in casa di suo padre, vi stette tre giorni senza profferire parola e disparve. La trovarono qualche tempo dopo fra le rovine della casa del bosco, che raspava la terra colle mani, chiamando Arusi. E di là non si mosse più.—Dio,—come dissero gli arabi—aveva richiamato a sè la sua ragione ed essa era santa.
Se sia ancora viva, non si sa. Certo è che viveva ancora venti anni sono, e che la vide nel suo romitaggio il signor Narciso Cotte, impiegato al consolato di Francia a Tangeri, che ne ha raccontata la storia.
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Oramai non v’è più un angolo di Fez che ci sia sconosciuto; e nondimeno ci par sempre d’essere arrivati il giorno innanzi, tanta è la varietà d’aspetti che ci presenta questa scena grandiosa di mura, di porte, di torri, di rovine; tanto ogni cosa ci ravviva ad ogni momento il sentimento della nostra solitudine; tanto stentiamo ad abituarci ad essere l’oggetto della curiosità universale. E questa curiosità non è punto scemata, benchè ormai tutti gli abitanti di Fez ci abbiano visti e rivisti. È scemata, invece, la diffidenza, e pare anche un poco l’antipatia: i bambini ci si avvicinano e ci toccano i vestiti per sentire di che sostanza sono; le donne ci guardan con occhio torvo, ma non tornan più indietro vedendoci apparir di lontano; le maledizioni son diventate più rare, i soldati non picchian più bastonate, e il pugno toccato dall’Ussi fu, è da sperarsi, il primo ed unico pugno di cui io possa portare la notizia in Italia. E benchè, passeggiando per la città, ci preceda e ci segua sempre una folla fittissima, io credo che potremmo uscir soli senza ombra di pericolo d’essere ammazzati. Già la popolazione, da quanto ci dicono i soldati dell’ambasciata, ci ha messo a tutti, giusta la consuetudine moresca, un sopranome. Il medico è l’uomo degli occhiali, il vice-console è l’uomo del naso forcuto, il capitano è l’uomo degli stivali neri, l’Ussi è l’uomo del fazzoletto bianco, il Comandante l’uomo delle gambe corte, il Biseo l’uomo dei capelli rossi, il Morteo l’uomo di velluto, perchè è tutto vestito di velluto, ed io sono l’uomo della scarpa rotta, perchè un dolore al piede m’ha costretto a dare un lungo taglio a uno stivaletto. Parlano molto dei fatti nostri, si capisce, e par che dicano che siamo tutti brutte faccie, nessuno escluso, neppure il cuoco, il quale accolse questa notizia con una risata di disprezzo, battendo la mano sopra una tasca del panciotto, dove tiene una lettera della sua amante. E mi pare anche che ci trovino o fingano di trovarci ridicoli, perchè, per istrada, si mettono a ridere con una certa ostentazione ogni volta che uno di noi scivola, o dà del capo nel ramo d’un albero, o perde il cappello. Malgrado ciò, e la varietà delle vedute, questa popolazione tutta d’un colore e senza distinzione apparente di ceto, questo non sentir mai altro rumore che un eterno fruscìo di pantofole e di cappe, queste donne velate, queste case cieche e mute, questa vita piena di mistero finisce per tediar mortalmente. Gli abitanti son vivi, la città è morta. Al tramonto del sole bisogna rientrare in casa e non si può più uscire. Col calar della notte, cessa ogni commercio, ogni movimento, ogni segno di vita; Fez non è più che una vasta necropoli, dove se si sente per caso una voce umana, è l’urlo d’un pazzo o il grido d’un assassinato; e chi volesse andare a zonzo a ogni costo, dovrebbe farsi scortare da una pattuglia coi fucili carichi e da un drappello di falegnami, i quali ogni trecento passi buttassero giù una porta che sbarra la strada. Di giorno poi la città non somministra altra novità che qualche donna trovata morta in mezzo alla via con una pugnalata nel cuore, la partenza d’una piccola carovana, l’arrivo d’un governatore o sotto-governatore di provincia che venne gettato in fondo a un carcere, la bastonatura di qualche pezzo grosso, una festa in onore d’un Santo di cui sentiamo le fucilate dal palazzo, e altre cose simili, annunziate per lo più da Mohammed Ducali o dal Scellal, che sono i nostri due giornali quotidiani ambulanti. E queste notizie, e quello che vedo ogni giorno, e la vita singolarissima che vivo qui, mi danno poi nella notte dei sogni così stranamente intricati di teste recise, di deserti, d’arem, di prigioni, di Fez, di Tumbuctù, di Torino, che la mattina mi sveglio con un caos inesprimibile nella testa, e per qualche momento non raccapezzo più in che mondo mi sia.
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Di quante figure belle, grottesche, orribili, buffe, stranissime, mi rimarrà la memoria per tutta la vita! Ne ho la testa affollata, e quando son solo me le faccio passare dinanzi ad una ad una, come le figure d’una lanterna magica, con un piacere che non so esprimere. Passa Sid Buker, il personaggio misterioso che viene tre volte al giorno, ravvolto in una gran cappa biancastra, colla testa bassa, cogli occhi socchiusi, pallido come un morto, furtivo come uno spettro, a conferire segretamente coll’Ambasciatore; e svanisce a modo di una figura fantasmagorica, senza che nessuno se n’accorga. Passa il servo favorito di Sid-Mussa, un giovane mulatto bellissimo, grazioso come una fanciulla, elegante come un principe, fresco e sorridente, che sale e scende le scale saltellando e ci saluta con una certa civetteria inchinandosi profondamente e stendendo una mano in atto di mandare un bacio. Passa un soldato di guardia, un berbero, nato sulle montagne dell’Atlante, una faccia sanguinaria che non posso guardare senza fremere, e mi figge negli occhi, ogni volta che mi vede, uno sguardo immobile, freddo, perfido, come se meditasse d’uccidermi; e più lo sfuggo e più l’incontro, e par che indovini il ribrezzo che m’ispira e ci provi un satanico piacere. Passa una vecchia decrepita, che ho vista sulla porta d’una moschea, nuda da capo a piedi, fuor che un cencio intorno ai fianchi, colla testa rasa come la palma della mano e il corpo disfatto a segno che mi strappò un’esclamazione d’orrore e rimasi per lungo tempo col sangue sossopra. Passa una mora briccona, che rientrando in casa, mentre noi passavamo dinanzi alla sua porta, buttò giù in fretta e in furia, nell’atto di chiudere, il caic che la copriva, ci lasciò intravvedere il suo bel corpo diritto e tornito, e saettandoci un’occhiata sfavillante di mille vezzi, chiuse. Passa un bottegaio vecchissimo, una faccia tra spaventosa e ridicola, curvo tanto che, stando seduto in fondo alla sua nicchia oscura, si tocca quasi i piedi col mento; e tiene aperto un occhio solo, appena visibile; e ogni volta che passando dinanzi alla sua bottega, lo guardo, quell’occhio gli si apre smisuratamente e brilla d’un sorriso beffardo indefinibile, che mi mette non so che inquietudine nel cuore. Passa una bellissima morina di dieci anni, coi capelli sciolti giù per le spalle, vestita d’una camicia bianca stretta alla vita da una ciarpa verde, la quale spenzolandosi dal parapetto d’una terrazza per saltare sulla terrazza di sotto, la camicia le si attaccò alla punta d’un mattone e restò su, lasciando molti segretini all’aria aperta; ed essa, che sapeva d’esser guardata dal palazzo dell’Ambasciata, e non poteva più nè risalire nè scendere, si mise a strillare come una disperata, e tutte le donne della casa accorsero smascellandosi dalle risa. Passa un mulatto gigantesco, pazzo, che tormentato dall’idea fissa che i soldati del Sultano lo cerchino per tagliargli una mano, fugge per le strade come una fiera inseguita, agitando convulsivamente il braccio destro, come se glie l’avessero già mutilato, e mette ululati spaventosi che risuonano da un quartiere all’altro della città. Passano molti e molti altri; ma quello che s’arresta più lungamente, è un nero di cinquant’anni, servo del palazzo, alto poco più e largo poco meno d’un metro, un cor contento, che sorride sempre cacciando tutta la bocca verso l’orecchio destro; la più grottesca, la più spropositata, la più imperiosamente ridicola figura che sia mai comparsa sotto la cappa del cielo; ed ho un bel mordermi le dita, e dirmi che è ignobile il ridere delle deformità umane, e farmi vergogna in mille maniere;—è inutile,—è un riso che vince le mie forze,—ci dev’esser dentro qualche intenzione misteriosa della Provvidenza,—bisogna che scoppi! E Dio mi perdoni: mi venne più volte l’idea di comprarlo per farmene una pipa.
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Essendo vicino il giorno della partenza, i negozianti accorrono in folla al palazzo e si compra a furia. Le stanze, il cortile e la galleria hanno preso l’aspetto d’un grande bazar. Per tutto lunghe file di vasi, di babbuccie ricamate, di vassoi, di cuscini, di tappeti, di caic. Quanto v’è in Fez di più dorato, di più arabescato, di più caro assaettato, ci è passato sotto gli occhi in questi giorni. E bisogna vedere come vendono costoro, senza proferire parola, senza lasciarsi sfuggire un sorriso, non accennando che sì o no colla testa, e andando via, abbiano o non abbian venduto, colla stessa faccia d’automi con cui sono venuti. Fra tutte, è bella a vedersi la stanza dei pittori, convertita in una gran bottega di rigattiere, piena di selle, di staffe, di fucili, di caffettani, di ciarpe lacere, di terraglia, di orecchini barbareschi, di vecchie cinture da donna, venute Dio sa di dove, che hanno forse sentito molte volte la stretta amorosa delle braccia imperiali, e forse l’anno venturo luccicheranno in un quadro magistrale alla mostra di Napoli o di Filadelfia. Un solo genere manca, e sono gli oggetti d’antichità, ricordi dei varii popoli che conquistarono o colonizzarono il Marocco; e benchè si sappia che sovente se ne trovano sotto terra o fra le rovine, non c’è mezzo d’averne, poichè ogni oggetto scoperto dovendo essere portato alle Autorità, chi scopre, tien nascosto, e le Autorità, non conoscendone il valore, distruggono o vendono come materia inutile il poco che ricevono. Così, anni sono, un cavallo ed alcune statuette di bronzo trovate in un pozzo vicino ai resti d’un acquedotto, furon rotte e vendute come vecchio rame a un rigattiere israelita.
***
Oggi ho fatto con un negoziante di Fez una viva discussione, coll’intento di scoprire quello che pensano i mori della civiltà europea; e per questo non mi affannai a ribattere i suoi argomenti se non quanto era necessario per dargli spago. È un bel moro sui quarant’anni, di fisonomia onesta e severa, che visitò, per affari di commercio, le principali città dell’Europa occidentale, e stette lungo tempo a Tangeri dove imparò un po’ di spagnuolo. Già nei giorni scorsi avevo scambiato con lui qualche parola a proposito d’un piccolo pezzo di stoffa intessuto di seta e d’oro di cui pretendeva la bellezza di dieci marenghi. Ma oggi toccandolo sull’argomento dei suoi viaggi, gli attaccai una parlantina di cui i suoi compagni stessi, che ascoltavano senza capire, rimasero stupiti. Gli domandai dunque che impressione gli avessero fatta le grandi città europee non aspettandomi peraltro di sentire grandi espressioni di meraviglia, perchè sapevo, come tutti sanno, che dei quattro o cinquecento negozianti marocchini che vanno ogni anno in Europa, la maggior parte ritornano nel loro paese più stupidamente fanatici di prima, quando non ritornano più viziosi e più birbanti; e che se tutti rimangono stupiti dello splendore delle nostre città e delle meraviglie delle nostre industrie, nessuno però ne rimane scosso nell’anima, acceso nella mente, spronato a fare, a tentare, a imitare; nessuno intimamente persuaso della inferiorità complessiva del paese proprio; e nessunissimo, poi, se anche avesse questi sentimenti s’arrischierebbe ad esprimerli, e tanto meno a cercar di diffonderli, per paura di tirarsi addosso l’accusa di mussulmano rinnegato e di nemico del suo paese.
—Che cosa avete da dire—gli domandai—delle nostre grandi città?
Mi guardò fisso e rispose freddamente:
—Strade grandi, belle botteghe, bei palazzi, belle officine.... e tutto pulito.
Con ciò parve che avesse detto tutto quello che aveva da dir d’onorevole per noi.
—Non ci avete trovato altro di bello e di buono?—domandai.
Mi guardò come per domandarmi alla sua volta che cosa pretendevo ch’egli ci avesse trovato.
—Ma possibile—(mi stizzii)—che un uomo ragionevole come voi siete, che ha visto dei paesi così meravigliosamente diversi e superiori al suo, non ne parli almeno con stupore, almeno colla vivacità con cui il ragazzo d’un duar parlerebbe del palazzo d’un pascià? Ma di che cosa vi meravigliate dunque al mondo? Che gente siete? Chi vi capisce?
—Perdóne Usted,—rispose freddamente;—io vi rispondo che non capisco voi. Quando v’ho detto tutte le cose nelle quali credo che siate superiori a noi, che volete che vi dica di più? Volete che vi dica quello che non penso? Vi dico che le vostre strade sono più grandi delle nostre, che le vostre botteghe sono più belle, che avete delle officine che noi non abbiamo, che avete dei ricchi palazzi. Mi par d’aver detto tutto. Dirò ancora una cosa: che sapete più di noi perchè avete dei libri e leggete.
Feci un atto d’impazienza.
—Non v’impazientate, caballero;—ragioniamo tranquillamente. Voi convenite che il primo dovere d’un uomo, la prima cosa che lo rende stimabile, e quella in cui importa massimamente che un paese sia superiore agli altri paesi, è l’onestà; non è vero? Ebbene, in fatto d’onestà io non credo in nessuna maniera che voi altri siate superiori a noi. E una.
—Adagio. Spiegatemi prima che cosa intendete di dire con questa parola onestà.
—Onestà nel commercio, caballero. I mori, per esempio, nel commercio, ingannano qualche volta gli europei; ma voi altri europei ingannate molto più spesso i mori.
—Saranno casi rari—risposi, per dir qualche cosa.
—Casos raros?—esclamò accendendosi. Casi di tutti i giorni!—(E qui vorrei poter riferire tale e quale il suo linguaggio rotto, concitato e infantile). Prove! Prove! Io a Marsiglia. Sono a Marsiglia. Compro cotone. Scelgo il filo, grosso così. Dico:—questo numero, questo bollo, tanta quantità, mandate.—Pago, parto, arrivo al Marocco, ricevo cotone, apro, guardo, stesso numero, stesso bollo.... filo tre volte più piccolo! non serve a niente! migliaia di lire perdute! Corro al Consolato.... niente. Otro. Un altro. Mercante di Fez ordina Europa panno turchino, tanti pezzi, tanto larghi, tanto lunghi, convenuto, pagato. Riceve il panno, apre, misura: primi pezzi, giusti; sotto, più corti; gli ultimi, mezzo metro meno! Non servono più alle cappe, mercante rovinato. Otro, otro. Mercante di Marocco ordina, Europa, mille metri gallone d’oro per ufficiali e manda denaro. Gallone viene, tagliato, cucito, portato.... rame! Y otros, y otros, y otros!—Ciò detto alzò il viso al cielo, e poi, rivolgendosi vivamente verso di me:—Più onesti voi?
Ripetei che non potevano essere che casi eccezionali: non rispose.
—Più religiosi voi?—domandò poi bruscamente.—No!
E dopo qualche momento:—No! Basta essere entrati una volta nelle vostre moschee.
—Ora dite,—soggiunse poi, incoraggiato dal mio silenzio;—nei vostri paesi, succedono meno matamientos? (uccisioni).
Qui sarei stato imbarazzato a rispondergli. Che cosa avrebbe detto se io gli avessi confessato che soltanto in Italia si commettono tremila omicidi all’anno, e che ci sono novantamila prigionieri tra condannati e da giudicarsi?
—Non credo,—disse, leggendomi negli occhi la risposta.
Non sentendomi sicuro su questo terreno, lo attaccai coi soliti argomenti sulla quistione della poligamia.
Saltò su come se l’avessi scottato;
—Sempre questo!—gridò facendosi rosso fino alle orecchie.—Sempre questo! Come se voi aveste una donna sola! E ce lo volete far credere! Una sola è vostra, ma ci son poi quelle de los otros, e quelle che sono de todos y de nadie, di tutti e di nessuno. Parigi! Londra! Caffè pieni, strade piene, teatri pieni. Verguenza! E rimproverate i Mori?
Dicendo questo, stropicciava con mano tremante il suo rosario, e si voltava di tratto in tratto per farmi capire, con un leggero sorriso, che non mi avessi a male del suo sdegno, perchè egli non l’aveva con me; ma coll’Europa.
Vedendo che in questa quistione se la pigliava troppo a cuore, sviai il discorso, e gli domandai se non riconosceva le maggiori comodità della nostra maniera di vivere. Qui fu comicissimo. Aveva degli argomenti preparati.
—È vero,—rispose con un accento ironico;—è vero... Sole? Ombrello. Pioggia? Paracqua. Polvere? Guanti. Camminare? Bastone. Guardare? Occhialino. Passeggiare? Carrozza. Sedere? Elastico. Mangiare? Strumenti. Una scalfittura? Medico. Morto? Statua. Eh! di quante cose avete bisogno! Che uomini, por Dios! Che bambini!
Insomma, non me ne voleva passar una. Trovò persino a ridere sull’architettura.
—Che! Che!—rispose quando gli parlai dei comodi delle nostre case.—State trecento in una casa sola, gli uni sugli altri, e poi salire, salire, salire—e manca aria e manca luce e manca giardino.
Allora gli parlai di leggi, di governo, di libertà, e cose simili; e siccome era un uomo perspicace, mi parve d’esser riuscito, se non a fargli capire tutta la differenza che, sotto questi aspetti, corre fra il suo paese e il nostro; almeno a fargliene brillare alla mente un barlume. Visto che non poteva tenermi fronte su quel soggetto cangiò improvvisamente il discorso, e guardandomi da capo a piedi, disse sorridendo:
—Mal vestidos. (Mal vestiti).
Gli risposi che il vestito importava poco, e gli domandai se non riconosceva la nostra superiorità anche in questo, che, invece di star tante ore oziosi colle gambe incrociate sopra una materassa, noi impieghiamo il tempo in mille maniere utili e divertenti.
Mi diede una risposta più sottile che non m’aspettassi. Disse che non gli pareva buon segno questo aver bisogno di far tante cose per passare il tempo. La vita per sè sola è dunque un supplizio per noi, che non possiamo stare un’ora senza far nulla, senza distrarci, senza affannarci a cercare divertimenti? Abbiamo paura di noi stessi? Abbiamo qualche cosa dentro che ci tormenta?
—Ma vedete,—dissi—che spettacolo triste presentano le vostre città, che solitudine, che silenzio, che miseria. Siete stato a Parigi? Paragonate un po’ le strade di Parigi colle strade di Fez.
Qui fu sublime. Saltò in piedi ridendo, e più coi gesti che colle parole fece una descrizione canzonatoria dello spettacolo che presentano le strade delle nostre città. Va, vieni, corri; carri di qui, carrette di là; un rumore che stordisce, gli ubbriachi che barcollano, i signori che si abbottonano il soprabito per paura dei borsaiuoli; a ogni passo una guardia che guarda intorno come se a ogni passo ci fosse un ladro; i bambini e i vecchi che ogni momento corron rischio d’essere schiacciati dalle carrozze dei ricchi; le donne sfrontate, e persino bambine, orrore! che lanciano occhiate provocanti, urtano i giovani col gomito e fanno mille smancerie; tutti col sigaro in bocca; da ogni parte gente che entra nelle botteghe a mangiucchiare, a ber liquori, a farsi lisciare i capelli, a specchiarsi, a inguantarsi; e i zerbinotti piantati davanti ai caffè che dicono delle parole nell’orecchio alle donne degli altri che passano; e che maniera ridicola di salutare e di camminare in punta di piedi, dondolandosi, saltellando; e poi, Dio buono, che curiosità di femminuccie!—E toccando questo tasto pigliò la stizza e disse che un giorno, in una piccola città d’Italia, essendo uscito vestito da moro, si radunò in un momento una gran folla, e tutti gli correvano dietro e davanti gridando e ridendo, e quasi non lo lasciavano camminare, tanto ch’egli dovette ritornare alla locanda e cangiar vestito.—Ed è così che si fa nei vostri paesi? mi domandò.—Che si faccia qui, si capisce, perchè non si vedon mai dei cristiani; ma nei vostri paesi dove si sa come siamo vestiti, perchè ci sono i quadri, e mandate qui i pittori colle macchine e coi colori a farci i ritratti; fra voi che sapete tutto non vi pare che non dovrebbero accadere queste cose?
Fatto questo sfogo, mi sorrise cortesemente come per dire:—Ciò non toglie che noi due siamo amici.
Cadde poi il discorso sulle industrie europee, sulle strade ferrate, sul telegrafo, sulle grandi opere d’utilità pubblica; e di questo mi lasciò parlare senza interrompermi, assentendo anzi, di tratto in tratto, con un cenno del capo. Quand’ebbi finito, però, mise un sospiro e disse:—Infine poi... a che servono tante cose se dobbiamo tutti morire?
—Insomma,—conclusi,—voi non cangereste il vostro stato col nostro!
Stette un po’ pensando e rispose:
—No, perchè voi non vivete più di noi, nè siete più sani, nè più buoni, nè più religiosi, nè più contenti. Lasciateci dunque in pace. Non vogliate che tutti vivano a modo vostro e sian felici come volete voi. Rimaniamo tutti nel cerchio che Allà ci ha segnato. Con qualche fine Allà ha disteso il mare fra l’Africa e l’Europa. Rispettiamo i suoi decreti.
—E credete,—domandai,—che rimarrete sempre quello che siete? che a poco a poco non vi faremo cangiare?
—Non lo so,—rispose.—Voi avete la forza, voi farete ciò che vorrete. Tutto quello che deve accadere, è già scritto. Ma qualunque cosa accada, Allà non abbandonerà i suoi fedeli.
Ciò detto, mi prese la destra, se la strinse sul cuore e se n’andò a passi maestosi.
***
Stamattina, al levar del sole, sono stato a vedere la rassegna del presidio di Fez, che il Sultano fa tre volte la settimana, nella piazza dove ricevette solennemente l’Ambasciata.
Uscendo dalla porta della Nicchia del burro, ebbi un primo saggio delle manovre dell’artiglieria. Uno stuolo di soldati, vecchi, di mezza età e ragazzi, tutti vestiti di rosso, correvano dietro a un cannoncino tirato da una mula. Era uno dei dodici cannoni di campagna che il governo spagnuolo regalò al Sultano Sid-Mohammed dopo la guerra del 1860. Di tratto in tratto la mula scivolava o deviava o s’arrestava, e tutta quella ragazzaglia si metteva a urlare e a picchiare, ballando e sghignazzando, come se conducesse un carro da carnevale. In un tragitto di cento passi, si saranno fermati dieci volte. Ogni momento seguiva un’avaria: ora cadeva il secchiolino, ora lo scovolo, ora non so che altro; poichè tutto era appeso all’affusto. La mula andava innanzi a zig zag, a suo capriccio, o piuttosto dove la spingeva il cannone scendendo impetuosamente dai rialti del terreno; tutti davano ordini, nessuno obbediva; i grandi scappellottavano i piccoli, i piccoli scappellottavano i piccolissimi, e questi si scappellottavano fra loro; e il cannone rimaneva presso a poco allo stesso posto. Era una scena che avrebbe messo la febbre terzana al generale Lamarmora.
Sulla riva sinistra del Fiume delle perle, v’erano circa due mila soldati di fanteria, parte sdraiati per terra, parte ritti in crocchi. Nella piazza, chiusa tra il fiume e le mura, tirava al bersaglio l’artiglieria; quattro cannoni, dietro ai quali stava un gruppo di soldati, e ritta in mezzo a loro una figura alta e bianca,—il Sultano,—di cui però, dal luogo dov’ero, discernevo appena i contorni. Mi parve che di tratto in tratto parlasse agli artiglieri in atto di dar consigli. Dalla parte opposta della piazza, vicino al ponte, v’era un gruppo di mori, d’arabi, di neri, uomini e donne, gente di città e gente di campagna, signori e pezzenti, tutti stretti in un gruppo, che aspettavano, mi fu detto, d’esser chiamati ad uno ad uno dinanzi al Sultano, a cui dovevano chieder favori o giustizia; poichè il Sultano dà udienza tre volte la settimana a chiunque faccia domanda di parlargli. Parte di quella povera gente era forse venuta da città o da terre lontane a lagnarsi delle angherie dei governatori o a domandar grazia per i loro parenti sepolti in un carcere. V’erano donne cenciose e vecchi cadenti; tutti visi stanchi e tristi, su cui si leggeva il desiderio impaziente e insieme la paura di dover comparire dinanzi al Principe dei Credenti, al giudice supremo, che avrebbe in pochi momenti, con poche parole, deciso forse della sorte di tutta la loro vita. Non mi parve che avessero nulla nelle mani o ai loro piedi, e per questo credo che il Sultano regnante abbia tolto l’uso, che c’era altre volte, di accompagnare ogni domanda con un regalo; il quale non veniva sdegnato, qualunque fosse, ed era qualche volta un paio di polli o una dozzina d’ova.
Girai in mezzo ai soldati. I ragazzi erano divisi in gruppi di trenta o quaranta e si divertivano a inseguirsi o a saltarsi gli uni gli altri, appoggiandosi le mani sulle spalle. In alcuni gruppi però il divertimento consisteva in una specie di pantomima, che, appena ne capii il significato, mi fece rabbrividire. Rappresentavano l’amputazione delle mani, il taglio della testa col coltello ed altri supplizi ai quali probabilmente avevano assistito parecchie volte. Un ragazzo faceva da caid, uno da boia, uno da vittima; questo, quando gli era tagliata la mano, fingeva di tuffar il moncherino nel catrame; un altro raccoglieva la mano recisa e la buttava in pasto ai cani; e tutti gli spettatori ridevano. Le faccie patibolari che avevan la maggior parte di quei soldatuccoli, non si possono descrivere. Ve n’era di tutte le sfumature dal nero d’ebano fino al giallo d’arancio, e non uno, neppure fra i più piccoli, che conservasse l’espressione della ingenuità infantile: avevan tutti qualchecosa di duro, di sfrontato, di beffardo, di cinico, che metteva pietà, piuttosto che sdegno. E non c’è bisogno di grande perspicacia per capire che non potrebb’essere altrimenti. Degli uomini, la maggior parte sonnecchiavano distesi in terra; altri ballavano alla negra in mezzo a un circolo di spettatori, facendo ogni sorta di smorfie e di lazzi; altri tiravano di scherma colle sciabole, nello stesso modo che i tiratori di Tangeri, saltellando con atteggiamenti da danzatori di corda. Gli ufficiali, tra cui molti rinnegati, che si riconoscevano al viso, alla pipa, e a un non so che di ricercato nel vestimento, passeggiavano in disparte, e quando gl’incontravo, sfuggivano i miei sguardi. Di là dal ponte, in un luogo appartato, c’era una ventina d’uomini ravvolti in cappe bianche, distesi in terra gli uni accanto agli altri, immobili come statue. Mi avvicinai: vidi che avevano le gambe e le braccia strette da grossissime catene. Erano condannati per delitti comuni che l’esercito si trascina sempre con sè, per esporli alla berlina. Al mio avvicinarsi, tutti si voltarono e mi fissarono in viso uno sguardo che mi fece tornare indietro.
Uscii di mezzo ai soldati e m’andai a riparare all’ombra d’una palma, sopra un rialto di terreno, di dove si dominava tutto lo spianato.
Ero là da pochi minuti, quando vidi un ufficiale staccarsi da un crocchio, e venir verso di me lentamente, guardando qua e là e canterellando, come per non farsi scorgere.
Era un omo piccolo, tarchiato, vestito presso a poco alla zuava, col fez, senz’armi. Poteva avere una quarantina d’anni.
Quando lo vidi da vicino, provai un senso di ribrezzo. Non ho mai visto nella gabbia di nessuna corte d’Assisie una faccia più perfida di quella. Avrei giurato che aveva sulla coscienza almeno dieci omicidii, accompagnati da insulti al cadavere.
Si fermò a due passi da me, mi fissò con due occhi vitrei e disse freddamente:
—Bonjour, monsieur.
Gli domandai s’era francese.
—Sì,—rispose.—Son venuto da Algeri. Son qui da sette anni. Son capitano nell’esercito del Marocco.
Non potendo fargli i miei complimenti, non risposi.
—C’est comme ça,—continuò con un fare spigliato.—Sono andato via da Algeri perchè non mi ci potevo più vedere. J’etais obligé de vivre dans un cercle trop étroit (voleva forse dire il capestro). La vita all’europea non si confaceva alla mia indole. Sentivo bisogno di cangiar paese.
—Ed ora siete contento? domandai.
—Contentissimo, rispose con affettazione.—Il paese è bello, Mulei el Hassen è il migliore dei Sultani, il popolo è buono, son capitano, ho una botteguccia, esercito una piccola industria, vado alla caccia, vado alla pesca, faccio escursioni sulle montagne, godo della più grande libertà. Non ritornerei in Europa, vedete, per tutto l’oro del mondo.
—Non desiderate nemmeno di rivedere il vostro paese? Avete dimenticato affatto anche la Francia?
—M’importa assai della Francia!—rispose.—Per me non esiste più Francia. La mia patria è il Marocco.
E diede una scrollata di spalle.
Quel cinismo mi rivoltò; non ci potevo quasi credere; mi venne la curiosità di scrutarlo più addentro.
—Da quando avete lasciato l’Algeria,—gli domandai,—non avete più avuto notizia degli avvenimenti d’Europa?
—Pas un mot,—rispose.—Qui non si sa nulla di nulla, ed io sono contentissimo di non saper nulla.
—Non sapete dunque che c’è stata una gran guerra tra la Francia e la Prussia.
Si scosse.
—Qui a vaincu?—domandò con una certa vivacità, fissandomi negli occhi.
—La Prussia,—risposi.
Fece un atto di sorpresa.
Gli raccontai in poche parole i grandi disastri della Francia, l’invasione, la presa di Parigi, la perdita delle due provincie.
Stette a sentire colla testa bassa e le soppracciglia aggrottate; poi si riscosse e disse con un certo sforzo:—C’est égal... je n’ai plus de patrie... ça ne me regarde pas...
E riabbassò la testa.
Io lo osservavo, se n’accorse.
—Adieu, monsieur,—disse improvvisamente, con voce alterata, e se n’andò a passi lesti.
—Tutto non è dunque morto ancora!—pensai, e me ne sentii rallegrato.
Intanto gli artiglieri avevan cessato di tirare al bersaglio, il Sultano s’era seduto sotto un padiglione bianco ai piedi d’una torre, e i soldati cominciavano a sfilargli davanti, un per uno, senz’armi, alla distanza di circa venti passi l’un dall’altro. Non essendoci nè accanto al Sultano, nè dirimpetto al padiglione alcun ufficiale che leggesse i nomi, come si fa da noi, per accertare l’esistenza di tutti i soldati segnati nei ruoli (e si dice che nell’esercito marocchino non esiston ruoli), non capii che scopo potesse avere quella rassegna, fuor che di ricreare l’Imperatore; e fui tentato di riderne. Ma un secondo pensiero, il pensiero di ciò che v’era di primitivo e di poetico in quel monarca affricano, sommo sacerdote e principe assoluto, giovane, semplice, gentile, che stando tre ore solo all’ombra d’una tenda, si faceva tre volte la settimana passare dinanzi ad uno ad uno i suoi soldati, e ascoltava le preghiere e i lamenti dei suoi sudditi sventurati, m’ispirò invece un sentimento di profondo rispetto. E poichè era quella l’ultima volta che lo vedevo:—Addio, gli dissi andandomene, con un vivo slancio di simpatia;—addio, bello e nobile principe!—e quando la sua graziosa figura bianca scomparve per sempre ai miei occhi, sentii un moto dentro, come se in quel momento stesso mi si stampasse per sempre nel cuore.
***
Nove giugno: ultimo del soggiorno dell’Ambasciata italiana in Fez. Tutte le domande dell’Ambasciatore sono state esaudite, accomodati gli affari del Ducali e dello Scellal, fatte le visite di congedo, subíto l’ultimo pranzo di Sid-Mussa, ricevuti i regali d’uso del Sultano: un bel cavallo nero, con una enorme sella di velluto verde, gallonata d’oro, all’Ambasciatore; sciabole dorate e damascate ai membri ufficiali dell’Ambasciata; una mula al secondo dracomanno. Le tende e le casse son partite stamattina, le stanze son vuote, le mule son pronte, la scorta ci attende alla porta della Nicchia del burro, i miei compagni passeggiano nel cortile aspettando l’ora della partenza, ed io seduto per l’ultima volta sul mio letto imperiale, noto, col quaderno sulle ginocchia, le mie ultime impressioni di Fez. Quali sono? Che cosa ha finito per lasciarmi, in fondo all’anima, lo spettacolo di questa città, di questa gente, di questo stato di cose? Se appena penetro col pensiero sotto l’impressione gradevole della meraviglia e della curiosità soddisfatta, trovo una mescolanza di sentimenti diversi, che mi lasciano l’animo incerto. È un sentimento di pietà che mi desta la decadenza, l’avvilimento, l’agonia di questo popolo guerriero e cavalleresco, che lasciò una così luminosa traccia nella storia delle scienze e delle arti, ed ora non serba nemmen più la coscienza della sua gloria passata. È un sentimento d’ammirazione per quello che rimane in lui di forte e di bello, per la maestà virile e graziosa del suo aspetto, del suo vestire, dei suoi modi, delle sue cerimonie; per tutto ciò che presenta ancora d’anticamente semplice la sua vita triste e silenziosa. È un sentimento di sconforto al vedere tanta barbarie a così poca distanza dalla civiltà, e come in questa civiltà sia così sproporzionata la forza di innalzarsi a quella di espandersi, se in tanti secoli, pure crescendo sempre nella sua sede, non riuscì a fare da questa parte duecento miglia di cammino. È un sentimento di sdegno pensando che al grande interesse dell’incivilimento di questa parte dell’Affrica, prepongono gli Stati civili i loro privati e piccoli interessi mercantili, e scemando così nel concetto di questo popolo, collo spettacolo delle loro meschine gelosie, l’autorità propria, e quella della civiltà che gli voglion portare, rendono sempre più lenta e più difficile l’impresa comune. Infine è un sentimento di piacere vivissimo pensando che in questo paese mi son formato nella testa un altro mondicino, popolato, animato, pieno di nuovi personaggi che mi vivranno nella mente per tutta la vita, che evocherò a mio piacere, e m’intratterrò con essi, e mi parrà di rivivere in Affrica. Senonchè da questo lieto sentimento ne nasce uno triste, il sentimento inevitabile che getta un’ombra su tutte le ore serene e una goccia d’amaro in tutti i piaceri... quello che mi espresse il negoziante moro per dimostrarmi la vanità di questo grande affaccendarsi dei popoli civili a studiare, a cercare, a scoprire; e allora questo bel viaggio non mi par più che il passaggio rapidissimo d’una bella scena in uno spettacolo d’un’ora, che è la vita; e la matita mi cade di mano e mi piglia un nero sconforto... Ah! la voce di Selam che mi chiama! Si parte dunque! Si ritorna alla tenda, alle cariche guerriere, alle grandi pianure, alla gran luce, all’allegra e sana vita dell’accampamento. Addio, Fez! Addio, sconforto! Il mio mondicino affricano torna a illuminarsi di color di rosa.
MECHINEZ
Dopo ventiquattro giorni di vita cittadina, la carovana mi fece l’impressione viva d’uno spettacolo nuovo. Eppure nulla era mutato, eccetto che, in mezzo a noi, accanto a Mohammed Ducali, cavalcava il moro Scellal, il quale, benchè i suoi affari fossero stati accomodati amichevolmente, credeva più prudente ritornare a Tangeri sotto le ali dell’Ambasciatore, che rimanere a Fez sotto quelle del suo Governo. Oltre a ciò, un osservatore acuto avrebbe notato sui nostri visi, se pessimista, un certo dispetto, se ottimista, una certa serenità, che derivava dalla coscienza, profonda in tutti, di non aver lasciato nella illustre capitale dell’Impero nessuna bella malinconica, nessun marito offeso, nessuna famiglia sconvolta, nemmeno un lembo d’un caic femminino profanato. A tutti poi brillava sul viso il pensiero del ritorno, per quel po’ che se ne poteva vedere sotto gli ombrelli, i veli, i fazzoletti, di cui la maggior parte s’erano coperti la testa per ripararsi dal sole ardentissimo e dal polverio soffocante. Ahimè! Questo era il gran cangiamento! Il sole di maggio s’era cangiato in sole di giugno, il termometro segnava quarantadue gradi al momento della partenza, e dinanzi a noi si stendevano duecento miglia di terra affricana. Questo pensiero ci amareggiava non poco la soddisfazione di partire da Fez senza rimorsi.
Per tornare a Tangeri, dovevamo andare a Mechinez; di qui a Laracce; da Laracce, lungo la costa dell’oceano, ad Arzilla, e da Arzilla a Ain-Dalia, dove c’eravamo accampati la prima volta.
Impiegammo tre giorni per andare a Mechinez che è distante da Fez circa cinquanta chilometri.
Il paese non ci presentò, per quel tratto, varietà notevoli da quello che avevamo visto andando a Fez: sempre quei campi d’orzo e di grano, in molti dei quali si cominciava a mietere; quei duar neri, quei vasti spazi coperti di lentischi e di palme nane, quelle grandi ondulazioni di terreno, colline rocciose, piccoli torrenti asciutti, palme solitarie, cube bianche, una splendida pace e una tristezza infinita. Ma a cagione della vicinanza delle due grandi città, incontrammo più gente che non ne avessimo mai incontrata sulla via da Tangeri a Fez: carovane di cammelli, grandi armenti, negozianti che conducevano al mercato di Fez stormi di cavalli bellissimi; santi che predicavano al deserto, corrieri a piedi e a cavallo, gruppi di arabe armate di falce che andavano alla mietitura, e parecchie ricche famiglie moresche che si recavano a Fez con tutte le loro masserizie e tutti i loro servi. Una di queste, la famiglia d’un ricco negoziante di Mechinez, che il Ducali riconobbe, formava una lunga carovana. Venivano innanzi due servi armati di fucile; e dietro a loro il capo della famiglia, un bell’uomo d’aspetto severo, con barba nera e turbante bianco, a cavallo a una mula elegantemente bardata; il quale con una mano teneva le redini e tratteneva un bimbo di due o tre anni seduto sul dinanzi della sella; coll’altra stringeva le mani d’una donna completamente velata,—forse la sua sposa favorita,—che gli stava alle spalle, a cavalcioni alla mula, tutta raggomitolata, abbracciandolo sotto le ascelle (forse per paura di noi) come se lo volesse soffocare. Altre donne, tutte col viso coperto, a cavallo ad altre mule, venivan dietro al padrone; parenti armati, ragazzi, serve nere con bimbi in braccio, servi arabi a piedi, con fucili sulle spalle; mule ed asini carichi di materasse, di guanciali, di coperte, di piatti, d’involti; e infine altri servi a piedi che portavano gabbie con dentro canarini e pappagalli. Le donne, passandoci accanto, si ravvolsero meglio la testa nel caic, il negoziante non ci guardò, i parenti ci diedero un’occhiata diffidente, e due bambini si misero a piangere. Da questi spettacoli, però, ci distrasse il terzo giorno un avvenimento assai triste. Il povero dottore Miguerez, assalito alla seconda tappa da dolori di sciatica atrocissimi, dovette essere trasportato a Mechinez sopra una lettiga fabbricata alla meglio con una branda e due travi di tenda, e appesa alla groppa di due mule; e questo mise in tutti una profonda tristezza. La carovana si divise in due. Non si può dire quanto stringesse il cuore il vedere, come vedevamo spesso, apparire dietro di noi sulla sommità d’un’altura e scendere lentamente quella lettiga, circondata di soldati a cavallo, di mulattieri, di servi, d’amici, tutti gravi e silenziosi come un corteo funebre; e di tratto in tratto fermarsi e chinarsi tutti sull’infermo; e poi rimettersi in cammino, accennando a noi lontani che il nostro povero amico peggiorava! Era uno spettacolo doloroso, ma ad un tempo bello e gentile, che dava a tutta la carovana l’aspetto della scorta afflitta d’un Sultano ferito.
Il primo giorno ci accampammo ancora nella pianura di Fez; il secondo sulla riva destra del fiume Mduma, a cinque ore circa da Mechinez. Qui seguì un caso piacevolissimo. Verso sera andammo tutti sulla riva del fiume, a un mezzo miglio dall’accampamento, vicino a un gran duar, di cui ci venne incontro tutta la popolazione. Là c’era un ponte di muratura, di un sol arco, di stile arabo, vecchio, ma, salvo pochi guasti, ancora intero e saldo; e accanto a questo gli avanzi d’un altro ponte, parte incastrati nelle rive alte e rocciose, parte ammucchiati in fondo al letto del fiume. Sulla riva sinistra, a un cinquanta passi dal ponte, c’era una gran muraglia diroccata, alcune traccie di fondamenta, qualche macigno, qualche grossa pietra tagliata che pareva avesse appartenuto ad un edifizio ragguardevole. Tutt’intorno la campagna era deserta. Erano i resti, si diceva, d’una città araba chiamata Mduma, fabbricata sulle rovine d’un’altra città, anteriore all’invasione mussulmana. Perciò ci mettemmo a cercare tra i ruderi se mai rimanesse qualche indizio di costruzione romana; ma non trovammo o non riconoscemmo nulla, con manifesta soddisfazione degli arabi, i quali credevano senza dubbio che cercassimo, sulla fede dei nostri libracci diabolici, qualche tesoro nascosto là dai Rumli (romani), di cui, secondo loro, tutti i cristiani sono discendenti diretti. Il capitano di Boccard, però, ripassando sul ponte per tornare all’accampamento, vide giù nel fiume, sulla punta d’un enorme macigno di forma quasi piramidale, alcune piccole pietre quadrate, su cui pareva che fossero incisi dei caratteri; e il fatto che si trovassero là, come se ci fossero state poste perchè si vedessero dal ponte, avvalorava quella supposizione. Il capitano manifestò l’intenzione d’andar a vedere. Tutti lo sconsigliarono. Le rive del fiume erano ripidissime, il fondo tutto ingombro di pietroni acuti e molto discosti l’uno dall’altro, la corrente rapida, il macigno su cui eran le pietre, altissimo e di accesso o impossibile o pericoloso. Ma il capitano di Boccard è una di quelle testine che quando han fissato il chiodo in un’impresa rischiosa, è finita: o s’ammazzano o ne vengono a capo. Non avevamo ancora finito di dir no, ch’egli scendeva già, così come si trovava, cogli stivali alla scudiera e gli sproni, giù per la riva del fiume. Un centinaio d’arabi stavano a vedere, parte schierati sull’alto delle due rive, parte appoggiati alle spallette del ponte. Appena capirono dove il capitano voleva andare, parve a tutti così disperata l’impresa che si misero a ridere. Quando poi lo videro soffermarsi sulla sponda, e guardare qua e là in cerca d’un passaggio, credendo che gli mancasse l’animo, diedero in un’altra risata più insolentemente sonora.—Nessuno di noi,—disse un di loro ad alta voce,—è mai riuscito a salire là sopra: staremo a vedere se ci riesce un nazareno.—E certo nessun altro di noi italiani ci sarebbe salito; ma quello che ci si provava, era per l’appunto il più svelto personaggio dell’Ambasciata. Le risa degli arabi gli diedero l’ultima spinta. Spiccò un salto, disparve in mezzo agli arbusti, ricomparve ritto sopra un sasso, si rinascose, e così, di pietrone in pietrone, saltando come un gatto, strisciando, arrampicandosi, rischiando dieci volte di cader nel fiume o di spezzarsi la testa, riuscì ai piedi del macigno, e senza prender fiato, aggrappandosi a tutti gli sterpi e a tutti gli incavi, salì sulla sommità e vi si drizzò come una statua. Noi tirammo un gran respiro, gli arabi rimasero attoniti, l’onore italiano era salvo. Il capitano, da nobile vincitore, non degnò nemmeno d’uno sguardo i suoi avversarii scornati, e appena riconosciuto che le supposte pietre istoriate non erano che frantumi di calcestruzzo delle spallette del ponte, scese giù da un’altra parte, e in pochi salti riafferrò la riva dove fu ricevuto cogli onori del trionfo.
Il tragitto dalla Mduma a Mechinez fu un seguito d’inganni e di disinganni ottici così singolari, che se non fosse stato il caldo soffocante, ce ne saremmo immensamente divertiti. A due ore infatti, o poco più, dall’accampamento, vedemmo lontano in mezzo a una vastissima pianura nuda, biancheggiare vagamente i minareti di Mechinez, e ci rallegrammo pensando che ci saremmo presto arrivati. Ma quella che ci pareva pianura, non era invece che una successione interminabile di vallette parallele, separate da larghe onde di terreno tutte eguali d’altezza, che presentavano l’aspetto d’una superficie continua; per cui, andando innanzi, la città si nascondeva e ricompariva continuamente, come se facesse capolino; e oltre a ciò, le valli essendo dirupate, rocciose e non attraversabili che per sentieri serpeggianti e difficili, il cammino da farsi era almeno doppio di quello che, a primo aspetto, avevamo giudicato; e sembrava che la città s’allontanasse via via che ci avanzavamo; e in ogni valle si apriva il cuore alla speranza, e sopra ogni altura si tornava a disperare, e sonavan voci alte e fioche e sospiri lamentevoli e irosi propositi di rinunzia a qualunque futuro viaggio nell’Affrica, fatto con qualunque scopo e in qualunque condizione; quando, come Dio volle, uscendo da un bosco d’olivi selvatici, ci vedemmo dinanzi all’improvviso la città sospirata, e tutti i lamenti morirono in una esclamazione di meraviglia.
Mechinez, distesa sopra una lunga collina, circondata di giardini, stretta da tre ordini di grosse mura merlate, coronata di minareti e di palme, allegra e maestosa come un sobborgo di Costantinopoli, si presentava intera al nostro sguardo, disegnando le sue mille terrazze bianche sull’azzurro del cielo. Non un nuvolo di fumo usciva da quella moltitudine di case, non si vedeva un’anima viva nè sulle terrazze nè davanti alle mura, non si sentiva il più leggero rumore: pareva una città disabitata, o una immensa scena di teatro.
Fu rizzata subito la tenda della mensa in mezzo a un campo nudo, a ducento passi da una delle quindici porte della città, e pochi minuti dopo ci sedemmo per saziare, come dicono i prosatori eleganti, «il naturale talento di cibo e di bevanda.»
Appena eravamo seduti, uscì dalla porta della città e s’avanzò verso l’accampamento un drappello di cavalieri pomposamente vestiti, preceduti da una schiera di soldati a piedi.
Era il Governatore di Mechinez coi suoi parenti e i suoi ufficiali.
A venti passi dalla tenda, scesero dai loro cavalli bardati di tutti i colori dell’iride, e si slanciarono verso di noi gridando tutti insieme:—Benvenuti! Benvenuti! Benvenuti!—Il governatore era un giovane di fisonomia dolce, d’occhi neri, di barba nerissima; tutti gli altri, uomini tra i quaranta e i cinquanta, d’alta statura, barbuti, vestiti di bianco, lindi, profumati, che parevano usciti da uno scatolino. Strinsero le mani a tutti, girando intorno alla tavola a passo di contraddanza e sorridendo graziosamente, e poi si radunarono daccapo dietro al Governatore. Uno d’essi, vedendo per terra un briciolo di pane, lo raccolse e lo rimise sulla tavola dicendo alcune parole che significavano probabilmente:—Scusate: il Corano condanna il disperdimento del pane: io faccio il mio dovere di buon Mussulmano.—Il Governatore offerse a tutti l’ospitalità in casa sua, che venne acettata. Non rimanemmo nell’accampamento che i pittori ed io, ad aspettare che scemasse il caldo per andare in città.
Selam ci tenne compagnia, raccontandoci le meraviglie di Mechinez.
—A Mechinez ci sono le più belle donne del Marocco, i giardini più belli dell’Affrica e il palazzo imperiale più bello del mondo.—Così cominciò. E Mechinez gode infatti questa fama nell’Impero. Mechinesina è sinonimo di bella e mechinesino di geloso. Il palazzo imperiale, fondato da Mulei-Ismaele, che nel 1703 ci teneva quattromila donne e ottocento sessantasette figliuoli, aveva due miglia di circuito ed era ornato di colonne di marmo fatte venire in parte dalle rovine della città di Faraone, vicina a Mechinez, in parte da Livorno e da Marsiglia. V’era un grande alcazar dove si vendevano i più preziosi tessuti d’Europa, un vasto mercato riunito alla città da una strada ornata di cento fontane, un parco d’olivi immenso, sette grandi moschee, un formidabile presidio d’artiglieria che teneva in freno i berberi delle vicine montagne, un tesoro imperiale di cinquecento milioni di lire, e una popolazione di cinquantamila abitanti che erano considerati come i più colti e i più ospitali dell’Impero.
Selam ci descrisse con voce bassa e con gesti misteriosi il luogo dov’è rinchiuso il tesoro, che nessuno sa quanto sia; ma che certo dev’essere di molto scemato dopo le ultime guerre, se pure è ancora tale da meritare il nome di tesoro.—Dentro il palazzo del Sultano,—disse,—c’è un altro palazzo, tutto di pietra, che riceve la luce dall’alto ed è circondato da tre giri di muraglie. Si entra per una porta di ferro, si trova un’altra porta di ferro e poi c’è ancora una porta di ferro. Dopo queste tre porte, c’è un corridoio basso e oscuro, dove bisogna passare coi lumi, e il pavimento è di marmo nero, le pareti nere, la vôlta nera, e l’aria ha odore di sepolcro. In fondo al corridoio, v’è una gran sala, e nel mezzo della sala, un’apertura, che mette in un sotterraneo profondo, dove trecento neri gettano quattro volte all’anno, a palate, le monete d’oro e d’argento che manda il Sultano. Il Sultano sta a vedere. I neri che lavorano nella sala sono chiusi nel palazzo per tutta la vita. Quelli che lavorano nel sotterraneo non ne escono che morti. E intorno alla sala vi sono dieci vasi di terra, che contengono le teste di dieci schiavi che una volta tentarono di rubare. E Mulei-Soliman faceva tagliare la testa a tutti, appena i denari erano al posto. E nessun uomo è mai uscito vivo da quel palazzo fuor che il Sultano nostro signore.—
E raccontava questi orrori, senza dar il menomo segno d’indignazione, anzi quasi con un accento ammirativo, come se fossero cose sovrumane e fatali, di cui un uomo non dovesse giudicare nè provare altro sentimento che un misterioso rispetto.
—C’era una volta un re di Mechinez,—ripigliò poi colla sua inalterabile gravità, stando sempre ritto dinanzi alla nostra tenda, con una mano sull’impugnatura della sciabola;—il quale voleva fare una strada da Mechinez fino a Marocco, fiancheggiata da due alti muri, affinchè anche i ciechi potessero andare da una città all’altra senza bisogno di guida. E questo re perverso e crudele aveva un anello col quale poteva chiamare a suo servizio tutti i demoni. E li chiamò e li fece lavorare alla strada. Ce n’erano migliaia e migliaia, e ognuno d’essi portava delle pietre che cento uomini non sarebbero bastati a muovere d’un dito, e quelli che non avevan voglia di lavorare, il re li faceva calcinar vivi nei muri, e se ne vedono ancora le ossa. (Si vedono ancora, infatti, ma sono ossa di schiavi cristiani, che si ritrovano pure nelle mura di Salè e di Rabatt). E già i due muri della strada erano stati fabbricati per la lunghezza d’una giornata di cammino, e tutti si rallegravano pensando che la strada sarebbe presto finita. Ma quel re spiaceva ad Allà, ed Allà non volle che la strada si finisse. Un giorno ch’egli passeggiava a cavallo, una povera donna della campagna lo arrestò e gli disse:—Dove vuoi riuscire con questa strada, re temerario?—All’inferno!—rispose il re indispettito.—Sprofondavi dunque!—gridò la donna. A quelle parole il re cadde morto da cavallo, i muri crollarono, i demoni sparpagliarono le pietre per la campagna, e la strada rimase incompiuta per sempre.
—E tu credi che tutto questo sia vero, Selam?—gli domandai.
—Naturalmente,—rispose meravigliandosi del mio dubbio.
—Credi ai demoni?
—Ma certo che ci credo! Stiamo a vedere che non si deve credere ai demoni!
—Ma ne hai mai veduti?
—Mai! E per questo credo che non ce ne siano più sulla terra, e quando sento dire: Guardatevi dal passare di notte in quel tal luogo perchè ci sono i demoni,—ci vado subito, ci passo io per il primo, perchè so che i demoni sono uomini, e io con un buon cavallo tra le ginocchia e un buon fucile nel pugno, non ho paura di nessuno.
—E per che motivo, secondo te, ora non ci son più demoni e una volta ce n’era?
—Oh bella!—rispose allontanandosi;—perchè una volta il mondo non era il mondo d’adesso. E perchè, potrei domandare a lei, una volta gli uomini erano più alti, le giornate erano più lunghe e le bestie parlavano?
E se n’andò scrollando la testa in atto di compatimento.
Quel giorno, pranzando l’Ambasciatore in città, Selam e gli altri soldati non fecero che galoppare fra la città e le tende, con gran divertimento dei pittori e mio, perchè mai più di quel giorno ci colpì il ridicolo contrasto della maestà del loro aspetto coll’umiltà dei loro uffici. Ecco, per esempio, il servo Hamed, piantato sopra uno stupendo cavallo nero, che esce di galoppo dalla porta merlata di Mechinez e si slancia a briglia sciolta a traverso la campagna. Il suo alto turbante, illuminato dal sole, splende della bianchezza della neve; la sua grande cappa celeste ondeggia al vento come un manto reale; il suo pugnale scintilla; tutta la sua figura maschia e graziosa, spira la maestà d’un principe e la baldanza d’un guerriero. Quante vaghe immagini fa brillare alla mente quel bel cavaliere mussulmano che vola come un fantasma sotto le mura d’una città medioevale! Dove va? a rapire la più bella figliuola del pascià di Faraone? a sfidare il valoroso caid d’Uazzan, fidanzato alla sua amante? a versare i suoi affanni nel seno del santo secolare che prega da ottant’anni sulla cima del monte Zerhun, nella sacra zauia di Mulei-Edris?
No; viene all’accampamento a pigliare un fritto di patate per il desinare dell’Ambasciatore.
Verso il tramonto, i pittori ed io andammo in città, a cavallo alle nostre mule, accompagnati da quattro soldati a piedi del governatore di Mechinez, i quali avevano lasciato i fucili e s’erano armati di bastoncini e di funi a nodi. Prima di metterci in cammino, però, convenimmo con loro, interprete Hamed, che quando avessimo battuto tutti e tre palma a palma, in qualunque punto della città ci trovassimo, essi avrebbero preso la via più corta per ricondurci all’accampamento.
Passate due porte esterne, divise da una salita ripidissima, ci trovammo nel centro della città. La prima impressione fu una gradevole sorpresa. Mechinez che c’immaginavamo più malinconica di Fez, è invece una città allegra, piena di verde, attraversata da molte strade tortuose, ma larghe e fiancheggiate da case basse o da muri di giardini di poca altezza, che lasciano vedere le cime delle bellissime colline circostanti. Da ogni parte, si vede sorgere sopra le case un minareto, una palma, un muro merlato; a ogni passo una fontana o una porta ornata di arabeschi; quercie e fichi frondosi in mezzo alle strade e alle piazze; e per tutto aria aperta, luce, odor di campagna e una certa pace gentile di città principesca, decaduta, ma non morta. Dopo molti giri riuscimmo in una vasta piazza, sulla quale dà la facciata monumentale del palazzo del Governatore, risplendente di graziosissimi musaici di smalto di cento colori; e in quel momento battendovi gli ultimi raggi del sole, scintillava tutta come i palazzi tempestati di perle delle leggende orientali. Dieci soldati facevano il gioco della polvere, una cinquantina di servi e di guardie stavano seduti in terra dinanzi alla porta, la piazza era deserta. Che bel momento! Quella facciata luminosa, quei cavalieri, quelle torri, la solitudine, il tramonto, formavano tutt’insieme uno spettacolo così schiettamente moresco, spiravano un’aura così viva d’altri tempi, presentavano in un sol quadro tanta storia, tanta poesia, tanti sogni, che rimanemmo un pezzo tutti e tre immobili in mezzo alla piazza come trasecolati. Di là, i soldati ci condussero a vedere una grande porta esterna, di forma nobilissima, rivestita pure, dal piede dei muri fino alla sommità, di musaici delicati e multicolori, che brillavano al sole come una miriade di rubini, di zaffiri e di smeraldi, incastonati in un arco trionfale d’avorio; e i pittori la schizzarono sull’album colla testa in visibilio; e rientrammo in città. Fin qui la gente che avevamo incontrata per strada, non s’era mostrata che curiosa, e c’era parso anzi che ci guardasse con occhio meno malevolo che la popolazione di Fez. Ma tutt’a un tratto, senza un’ombra di ragione, cangiò d’umore. Cominciarono alcune vecchie a mostrarci il bianco dell’occhio, poi alcuni ragazzi a tirar sassolini fra le gambe alle nostre mule, poi uno sciame di monelli a correrci dinanzi e un altro sciame alle spalle, facendo una gazzarra d’inferno. I soldati, ben inteso, non stettero a far complimenti. Due rimasero davanti, due ci si misero dietro, e attaccarono un vero combattimento colla ragazzaglia, legnando i più vicini, tirando sassate ai più lontani, inseguendo per lunghi tratti i più insolenti. Ma fu fatica sprecata. Non osando risponder coi sassi, i monelli si misero a buttar aranci fradici, buccie di limone, sterco secco, e la pioggia diventò in pochi momenti così fitta, che ci parve prudente di consigliare i soldati a desistere dalle offese, per non provocare di peggio. Ma i soldati inaspriti o non ci sentirono o non ci vollero dar retta e continuarono a combattere con furore crescente. Non potendo sfogarsi sui monelli, se la pigliavano cogli uomini. A ogni pancia che spuntasse da una porta, una funata, a modo di avvertimento; a ogni povero diavolo che, passandoci accanto, non si stringesse al muro, un urtone che lo cacciava dieci passi indietro; a ogni vecchia che ci guardasse torvo, i pugni sul viso e un urlo sgangherato nell’orecchio. Indignati di quella brutalità, li avvertimmo con gesti risoluti che smettessero. Quei disgraziati credettero che li rimproverassimo di fiacchezza e si diedero a picchiare più forte. Per giunta, sbucarono non so di dove due ragazzi di dieci o dodici anni, forse parenti dei soldati, armati anch’essi di bastoni; s’aggregarono, bastonatori volontarii, alla scorta, e cominciarono a menar botte così disperate, a uomini, a donne, ad asini, a muli, a vicini, a lontani, che i soldati stessi si videro costretti a raccomandar loro la moderazione. E ad ogni legnata, si voltavano tutti e due a guardare noi tre, come per consigliarci di prenderne atto per ricordarcene nel dare la mancia; e siccome noi ridevamo come matti, pigliavano il nostro riso come un incoraggiamento, e tiravan via a picchiare come anime perdute. Ora che seguirà?—dicevamo noi.—Uno scandalo! una rivoluzione!—Già i legnati brontolavano, qualcuno aveva alzato la mano sui due ragazzi, bisognava uscir di città immediatamente. Il Biseo, nondimeno, esitava ancora, quando, nel passare per una piazzetta piena di gente, un sasso colpì nella testa la mia mula e una carota rasentò la nuca dell’Ussi. Allora ci decidemmo a battere tutti e tre palma a palma, il segnale convenuto per la ritirata. Ma anche questo innocente segnale provocò un baccano. I soldati, per mostrarci che avevan capito, ci risposero battendo le mani; tutta la gente ch’era nella piazza, intendendo forse di canzonarci, si mise a battere; e intanto continuavano a piovere buccie di limone e maledizioni e legnate; e piovevano ancora ch’eravamo vicini alla porta; e quando già scendevamo verso l’accampamento, ci gridavano ancora alle spalle dall’alto delle mura:—Maledetto il padre tuo!—Sia sterminata la vostra razza!—Dio faccia arrostire i vostri bisnonni!—
Così ci ricevette la città di Mechinez, e fortunati noi ch’era la città più ospitale dell’Impero!
La mattina seguente fu portata all’accampamento una lettiga per il medico, fatta in ventiquattr’ore dai più abili falegnami di Mechinez, i quali ci avrebbero senza dubbio impiegato più di ventiquattro giorni, se non li avesse sollecitati il Governatore con una certa intimazione, a cui sarebbe stato un po’ rischioso di fare il sordo. Era una macchina pesante e mal adatta, che somigliava più a una gabbia per trasportar bestie feroci, che a una lettiga per un malato; assai meglio fatta, nondimeno, di quello che tutti noi prevedessimo; e gli operai che vi diedero sotto i nostri occhi le ultime martellate, n’erano così alteri e si sentivano tanto sicuri della nostra ammirazione, che lavorando, tremavano dall’emozione, e ad ogni nostra parola, mandavan lampi dagli occhi. Quando il Morteo mise nelle loro mani i denari, ringraziarono gravemente, e se n’andarono con un sorriso di trionfo che voleva dire:—Orgogliosi ignoranti, v’abbiamo fatto vedere chi siamo.
Verso il tramonto partimmo da Mechinez e camminammo per due ore a traverso la più bella campagna che abbia mai visto in sogno un paesista innamorato. Vedo, sento ancora la divina grazia di quelle colline verdi sparse di roseti, di mirti, di leandri, d’aloè fioriti; lo splendore di quella città di Mechinez indorata dal sole, che si nascondeva al nostro sguardo minareto per minareto, palma per palma, terrazza per terrazza, e più si impiccioliva, più pareva che s’alzasse, come se le crescesse sotto la collina; e l’aria impregnata di profumi che facevano fremere, e le acque che riflettevano i mille colori della scorta, e l’infinita mestizia di quel cielo rosato; vedo, sento ancora tutto questo, e non lo so descrivere! Ah! mi morderei le dita!
SUL SEBÙ
Era il mezzodì del quinto giorno della nostra partenza da Fez, quando, dopo una cavalcata di cinque ore a traverso una successione di valli deserte, ripassavamo per la gola Beb-el-Tinca e vedevamo un’altra volta dinanzi a noi la vastissima pianura di Sebù inondata d’una luce bianca, ardente, implacabile, di cui il solo ricordo mi fa salire le vampe al viso. Tutti, fuorchè l’Ambasciatore e il capitano, che partecipano della virtù favolosa della salamandra, di star nel fuoco senz’ardere, ci coprimmo il capo come fratelli della Misericordia, ci ravvoltammo con gran cura nelle cappe e nelle coperte, e senza profferire una parola, col mento sul petto, cogli occhi socchiusi, scendemmo nella terribile pianura, confidando nella clemenza di Dio. A un certo punto si sentì la voce del Comandante il quale ci annunziava che era già morto un cavallo. Era morto infatti uno dei cavalli che portavano i bagagli. Nessuno rispose.—Si sa—soggiunse il Comandante spietato;—i cavalli muoiono per i primi.—Anche queste parole furono seguite da un silenzio mortale. Dopo mezz’ora, si sentì la voce fioca d’un altro che domandava all’Ussi a chi avrebbe lasciato il suo quadro di Bianca Cappello. Per tutto il tragitto non si sentirono altre parole. Anche i soldati della scorta tacevano. Il caldo opprimeva tutti. Persino il caid Hamed Ben Kasen, malgrado il grande turbante che gli ombreggiava il viso, gocciolava di sudore. Povero generale! Quella mattina mi dimostrò una pietà di cui mi ricorderò per tutta la vita. Vedendo che rimanevo indietro, venne al mio fianco e si mise a bastonare la mia mula con uno zelo così sviscerato, che in pochi momenti passai dinanzi a tutti, portato via di galoppo, saltellando sulla sella come un automa di gomma elastica, e arrivai all’accampamento cinque minuti prima degli altri, colle budella sottosopra e il cuore pieno di gratitudine.
Quel giorno nessuno uscì dalla tenda fino all’ora del desinare, e il desinare stesso fu silenzioso, come se tutti si sentissero già oppressi dal caldo del giorno seguente. Un solo avvenimento, a sera innoltrata, destò un po’ di chiasso nell’accampamento. Eravamo alle frutta, quando udimmo un gridìo lamentevole dalla parte del piccolo accampamento della scorta, e nello stesso tempo un rumore cadenzato di colpi che parevano frustate. Credendo che fossero i soldati o i servi che scherzassero, non ci badammo. Ma a un tratto le grida diventarono strazianti, e sentimmo profferire distintamente, con un accento d’invocazione supplichevole, il nome del fondatore di Fez:—Mulei-Edriss! Mulei-Edriss! Mulei-Edriss!—Ci alzammo tutti da tavola, e correndo verso quella parte, arrivammo in tempo a vedere una tristissima scena. Due soldati della scorta tenevano sospeso, uno per le spalle, l’altro per i piedi, un servo arabo; un terzo lo flagellava disperatamente con una frusta, un quarto teneva in mano una lanterna, gli altri facevano corona, il caid assisteva colle braccia incrociate sul petto. L’Ambasciatore fece rilasciare immediatamente la vittima, che s’allontanò singhiozzando, e domandò al caid che cosa era accaduto.—Nulla, nulla,—rispose,—una piccola correzione.—E soggiunse che aveva fatto punire quell’uomo perchè si divertiva a buttare ai suoi compagni delle pallottole di cuscussù, grave colpa, sacrilegio anzi per un Mussulmano, che deve rispettare ogni alimento prodotto dalla terra come un dono di Dio. Dicendo questo, il povero caid, bonissim’omo in fondo, non riusciva a nascondere, benchè volesse parere impassibile, il dolore d’aver dovuto infliggere quel castigo e la pietà che ne aveva provato; e questo bastò a rimetterlo al suo posto dentro al mio cuore.
La notte fummo svegliati da un caldissimo vento di levante, che ci fece balzar fuori della tenda colla bocca spalancata, in cerca d’un filo d’aria respirabile; e all’alba ci mettemmo in cammino con un tempo fosco che preannunziava una giornata anche più calda della precedente. Il cielo era tutto coperto di nuvole, da una parte infocate dal sole nascente e rotte in varii punti da raggi vivissimi; dalla parte opposta, nere e rigate da striscie oblique di pioggia. Da questo cielo inquieto scendeva una luce strana, che pareva passata a traverso una volta di vetro giallastro, e dava alla vastissima pianura tutta coperta di stoppie un arrabbiato colore sulfureo, che quasi offendeva la vista. Lontano, il vento sollevava e rigirava con una rapidità furiosa immensi nuvoli di polvere. La campagna era solitaria, l’aria pesante, l’orizzonte nascosto da un velo di vapori color di piombo. Senz’aver visto il Sahara, m’immaginai che dovesse presentare qualche volta quel medesimo aspetto, e già stavo per esprimere il mio pensiero, quando l’Ussi, che fu in Egitto, arrestandosi improvvisamente, esclamò con un accento di meraviglia:—Ecco il deserto!
Dopo quattr’ore di cammino, arrivammo sulla riva del Sebù, dove venti cavalieri dei Beni-Hassen, comandati da un bel ragazzo di dodici anni, figlio del Governatore Sid-Abd-Allà, ci vennero incontro di carriera, salutandoci colle solite fucilate e le solite grida.
L’accampamento fu piantato in fretta e in furia vicino al fiume, in un terreno nudo, rotto da profonde screpolature, e fatta colazione alla lesta, ci ritirammo tutti sotto le tende.
Fu quella la giornata più calda del viaggio.
M’ingegnerò di dare una lontana idea dei nostri tormenti.
I lettori gentili preparino il cuore a un sentimento di profonda pietà.
M’asciugo il sudore e scrivo.
Alle dieci della mattina, quando i miei tre compagni ed io ci ritirammo sotto la tenda, il termometro segnava quarantadue centigradi all’ombra. Per un’ora circa, la conversazione si mantenne animata. In capo a un ora, cominciando a provare una certa difficoltà a terminare i periodi, ci riducemmo a discorrere a proposizioni semplici. Poi, costandoci fatica anche il mettere insieme soggetto, verbo e attributo, smettemmo di parlare e tentammo di dormire. Fu un tentativo inutile. I letti caldi, le mosche, la sete, l’affanno non ci lasciavano chiuder occhio. Dopo aver molto sbuffato ed esserci molto dimenati, ci rassegnammo a star svegli, cercando d’ingannare il tempo in qualche modo. Ma non v’era modo. Sigari, pipe, libri, carte geografiche, tutto ci cadeva di mano. Provai a scrivere: alla terza riga la pagina era fradicia dal sudore che mi cadeva dalla fronte come acqua da una spugna spremuta. Mi sentivo tutto il corpo percorso da innumerevoli rigagnoli che s’intersecavano, s’inseguivano, formavano dei confluenti e dei ringorghi, e venivan giù per le braccia e per le mani fino ad annacquarmi l’inchiostro sulla punta della penna. In pochi minuti, fazzoletti, asciugamani, veli, tutto ciò che poteva servire ad asciugarci, era inzuppato che pareva stato immerso in un secchio. Avevamo un barile pieno d’acqua: provammo a bere: era bollente. La buttammo via: aveva appena toccato terra, che non se ne vedeva più traccia. A mezzogiorno il termometro segnava quarantaquattro gradi e mezzo. La tenda era un forno. Tutto quello che toccavamo, scottava. Mi posi una mano sulla testa: mi parve di metterla sopra una stufa. Il letto ci scaldava le reni a segno che non era più possibile star coricati. Provai a metter la mano in terra fuori della tenda: la terra era rovente. Nessuno parlava più. Solo di tratto in tratto si sentiva qualche languida esclamazione:—È una morte.—Non si può più resistere.—Si diventa matti.—S’affacciò un momento l’Ussi, cogli occhi fuori della testa, alla porta della tenda, mormorò con voce soffocata:—Si muore—e disparve. Diana, la povera bestiuola, accovacciata accanto al letto del Comandante, ansava in maniera da far temere che morisse di momento in momento. Fuori della tenda non si sentiva una voce umana, non si vedeva nessuno, tutto era immobile come in un accampamento abbandonato. I cavalli nitrivano in suono lamentevole. La lettiga del medico, vicina alla nostra tenda, crepitava come se si volesse spezzare. A un tratto si sentì la voce di Selam che gridò passando di corsa:—Se ha muerto un perro! (È morto un cane).—E uno!—rispose con voce fioca il Comandante, faceto fino alla morte. Al tocco il termometro segnava quarantasei gradi e mezzo. Allora cessarono anche i lamenti. Il Comandante, il viceconsole ed io stavamo distesi in terra immobili come corpi morti. In tutto l’accampamento, il capitano e l’Ambasciatore erano forse i due soli cristiani che dessero ancora segno di vita. Non ricordo quanto tempo io sia rimasto in quello stato. Ero immerso in una specie di stupore, sognavo ad occhi aperti, mi ribollivano nel capo mille immagini confuse di luoghi freschi e di cose gelate: mi precipitavo dall’alto d’una rupe in un lago, mettevo la nuca contro la bocca d’una pompa, mi fabbricavo una casa di ghiaccio, divoravo in dieci minuti tutti i pezzi duri di Napoli, e più sguazzavo nell’acqua e bevevo freddo, più mi sentivo morire di caldo, di sete, di rabbia, di sfinimento. Finalmente il capitano esclamò con voce funerea:—Quarantasette!—Fu l’ultima voce che mi ricordo d’aver sentita....
Verso sera venne a visitar l’Ambasciatore, in nome di suo padre malato, il figliuoletto del Governatore dei Beni-Hassen che avevamo veduto la mattina. Entrò nell’accampamento a cavallo, accompagnato da un ufficiale e da due soldati che lo presero in braccio quando scese di sella, e s’avanzò a passo grave verso la tenda dell’Ambasciatore, strascicando come un paludamento la sua gran cappa turchina, con la mano sinistra appoggiata sulla sciabola più lunga di lui, e la destra distesa in atto di saluto.
La mattina, visto a cavallo, c’era parso un bel ragazzo; ed aveva infatti due begli occhioni pieni di pensiero e un visino pallido d’un ovale gentile; ma vedendolo a piedi, ci accorgemmo ch’era rachitico e gibboso. Da ciò nasceva forse la sua tristezza. In tutto il tempo che rimase con noi, non spuntò un sorriso sulla sua bocca, non si rasserenò un momento il suo volto. Ci fissò l’un dopo l’altro con uno sguardo profondo e non rispose alle domande dell’Ambasciatore che con parole tronche e sommesse. Una sola volta gli passò un barlume di allegrezza negli occhi; e fu quando l’Ambasciatore gli fece dire che aveva ammirato, nelle cariche della mattina, il suo modo ardito e grazioso di cavalcare; ma non fu che un barlume.
Benchè gli tenessimo tutti gli occhi addosso, e fosse quella probabilmente la prima volta ch’egli compariva, in carattere ufficiale, davanti a un Ambasciata europea, non mostrò ombra d’imbarazzo. Sorbì lentamente il suo tè, mangiò dei confetti, parlò nell’orecchio al suo ufficiale, s’aggiustò due o tre volte sul capo il suo turbantino, osservò attentamente tutti i nostri stivali, lasciò indovinare che si seccava; poi si strinse sul petto, accommiatandosi, la mano dell’Ambasciatore, e tornò verso il suo cavallo colla stessa gravità di Sultano con cui s’era avvicinato alla tenda.
Messo in sella dal suo ufficiale, disse ancora una volta:—La pace sia con voi!—e partì di galoppo, seguito dal suo piccolo stato maggiore incappucciato.
Quella stessa sera vennero parecchi malati a cercare il dottore, il quale col dracomanno Salomone e un drappello di soldati era partito poco prima, per la via d’Alkazar, alla volta di Tangeri. Venne, fra gli altri, un povero ragazzo mezzo nudo, macilento, cogli occhi rovinati, che appena ci vedeva e pareva affranto dalla fatica.—Che cosa vuoi?—gli domandò il Morteo—Cerco il medico cristiano,—rispose con voce tremante. Quando intese ch’era partito rimase un momento come istupidito, e poi gridò con accento disperato:—Ma io non ci vedo più!... Io ho fatto otto miglia per venir qui a farmi guarire dal medico cristiano!... Io ho bisogno di vedere il medico cristiano!—E diede in uno scoppio di pianto da straziare il cuore. Il Morteo gli mise in mano una moneta, che accettò con indifferenza, e indicandogli la via che aveva preso il dottore, gli disse che, andando di buon passo, avrebbe forse potuto ancora raggiungerlo. Il ragazzo stette un po’ incerto, guardando verso quella parte cogli occhi pieni di lagrime, e poi si mise lentamente in cammino.
Il sole tramontò quella sera sotto un padiglione immenso di nuvole color d’oro e di bragia, e lanciando rasente la pianura i suoi ultimi raggi sanguigni, calò dietro la linea diritta dell’orizzonte come un enorme disco rovente che si sprofondasse nelle viscere della terra.
E la notte fece freddo!
La mattina, al levar del sole, eravamo già sulla riva sinistra del Sebù, nel medesimo punto dove l’avevamo passato venendo da Tangeri; e appena giunti, vedevamo comparire sulla riva opposta, accompagnato dai suoi ufficiali e dai suoi soldati, il simpatico governatore Sid-Bekr-el-Abbassi, colla stessa cappa bianca e collo stesso cavallo nero bardato di color celeste, con cui ci s’era presentato la prima volta.
Ma il passaggio del fiume presentò questa volta una difficoltà impreveduta.
Dei due barconi sui quali dovevamo traghettare, uno era in pezzi; l’altro rotto in più parti e mezzo affondato nella mota della sponda. Il piccolo duar abitato dalle famiglie dei barcaioli, era deserto; il fiume non guadabile che con grave pericolo; nessun altro barcone che alla distanza d’una giornata almeno di cammino da quel punto. Come passare? Che fare? Un soldato attraversò il fiume a nuoto e andò a portar la notizia al Governatore, il quale mandò un altro soldato, a nuoto, a dare una spiegazione della cosa. I barcaiuoli erano stati avvertiti il giorno prima di tenersi pronti per traghettare l’Ambasciata che sarebbe arrivata la mattina; ma trovandosi i barconi, per loro incuria, ridotti in stato da non poter servire, e non essendo capaci essi, o non volendo durar la fatica di accomodarli, erano fuggiti durante la notte, Dio sa dove, colle loro famiglie e coi loro animali, per sottrarsi al castigo del Governatore. Non rimaneva dunque altro da fare che tentar di riparare alla meglio il barcone meno fracassato, e così si fece. I soldati corsero a raccoglier uomini nei duar vicini e subito furono cominciati i lavori sotto l’alta direzione di Luigi il calafato, che in quell’occasione per lui memorabile, sostenne gloriosamente l’onore della marina italiana. Era bello vedere come lavoravano gli arabi e i mori. Dieci insieme, urlando e agitandosi, non facevano in mezz’ora il lavoro che facevano Luigi e il Ranni, militarmente silenziosi, in cinque minuti. Tutti comandavano, tutti criticavano, tutti andavano in collera, tutti tagliavan l’aria con gesti imperiosi, che parevan tanti ammiragli, e nessuno levava un ragno dal buco. Intanto il Governatore e il caid conversavano ad alta voce da una sponda all’altra; i cavalieri delle due scorte galoppavano lungo le rive cercando all’orizzonte i fuggitivi; le bestie da soma guadavano il fiume in lunghe file coll’acqua a mezzo il collo; i lavoratori cantavano le lodi del profeta; e sulla sponda opposta sorgeva una gran tenda azzurrina sotto la quale i servi di Sid-Bekr-el-Abbassi si affaccendavano a prepararci una squisita colezione di fichi, di confetti e di tè, che noi pregustavamo col cannocchiale, canterellando il coro d’un’opera semi-seria composta durante gli ozi di Fez col titolo:—Gl’Italiani nel Marocco.
Coll’aiuto del Profeta, il barcone fu accomodato in due ore, il Ranni ci pigliò sulle spalle e ci scaricò l’un dopo l’altro sulla prua, e giungemmo all’altra riva, coi piedi immersi fino alla noce nell’acqua che filtrava dentro da tutte le parti, ma senza esser costretti a gettarci a nuoto; inestimabile fortuna, di cui non eravamo sicuri partendo.
Il Governatore Sid Bekr-el-Abbassi che aveva risaputo le lodi fatte di lui al Sultano dal nostro Ambasciatore, fu con noi anche più amabile e più seducente della prima volta... Preso un po’ di riposo, ci rimettemmo in cammino verso Karia-el-Abbassi, dove arrivammo sul mezzogiorno, e fummo ricevuti e passammo le ore bruciate nella stessa stanzina bianca, in cui trentacinque giorni innanzi avevamo visto la bella figliuoletta del nostro ospite far capolino dietro il turbante paterno.
Qui Sid Bekr-el-Abbassi presentò all’Ambasciatore, fra gli altri personaggi, un moro sui cinquant’anni, di aspetto signorile e di modi simpatici, che nessuno di noi, credo, ha mai più dimenticato, non per sè, ma per le strane cose che ci raccontarono della sua famiglia. Era fratello d’un Sid-Bomedi, antico governatore della provincia di Ducalla, il quale languiva da otto anni nelle prigioni di Fez. Tiranno e scialacquatore sfrenato, dopo aver dissanguato il suo popolo, contratto imprestiti rovinosi coi negozianti europei, ammontato debiti su debiti, fatto ira di Dio in casa sua e fuori, era stato arrestato e condotto a Fez per ordine del Sultano, il quale credendolo possessore di tesori nascosti, aveva fatto spianare la sua casa, frugare fra i ruderi, scavare fra le fondamenta, e bandito dalla provincia, sotto pena di morte, tutta la sua famiglia, per timore che, conoscendo il nascondiglio, non s’impadronisse dei denari. Ma non essendosi trovato, forse perchè non c’era, il tesoro che si cercava, e persistendo il Sultano a credere che ci fosse, e che il prigioniero non lo volesse rivelare, questo non aveva più rivisto la luce del sole ed era forse condannato a morire in prigione. E il caso di Sid-Bomedi non è raro fra i governatori del Marocco, i quali, chi più chi meno, arricchendosi a spese del loro popolo, forniscono sempre al Governo che vuole impadronirsi dei loro averi, il vantaggio di poterlo fare sotto colore di punire un colpevole. Il Governatore o il Pascià a cui il Sultano ha posto gli occhi addosso, è chiamato, in forma amichevole, a Fez o a Marocco, oppure arrestato improvvisamente, di notte, da un drappello di soldati imperiali che lo conducono a marcie forzate alla capitale, legato supino sulla groppa d’una mula, colla testa spenzoloni e il viso rivolto al sole. Appena giunto, vien caricato di catene e gettato in una segreta. Se rivela dove ha nascosto il tesoro, è rimandato con tutti gli onori alla sua provincia, dove in poco tempo, facendo peggio di prima, può rifarsi di quello che gli è stato carpito. Se non rivela, è lasciato marcire nel suo sepolcro, e bastonato a sangue una volta al giorno, finchè, ridotto agli estremi, si decide a parlare per non morire fra le catene. Se non rivela che in parte, è bastonato ugualmente, fin che abbia fatto la rivelazione completa. Qualche governatore più accorto, subodorando per tempo la catastrofe, la scongiura, recandosi in persona alla Corte con una lunga carovana di cammelli e di mule cariche di doni preziosi; ma per far questi doni, dovendo spendere gran parte delle proprie ricchezze, ne segue che la sua salvezza non riesce meno funesta alla provincia governata da lui, di quello che riuscirebbe il suo ritorno dalla prigionia, quando fosse stato spogliato a forza dei suoi tesori. Qualcuno, anche, muore in carcere o sotto il bastone, ma non rivela, per lasciare il tesoro alla famiglia; che sa dov’è e lo scoverà a tempo opportuno; ed altri muoiono perchè non hanno nulla da rivelare. Ma son rari, perchè è uso comune nel Marocco di nascondere le ricchezze, e si sa che i mori sono meravigliosi maestri in quest’arte. Si parla di tesori murati sotto la soglia della porta di casa, nei pilastri dei cortili, negli scalini, nelle finestre; di case demolite dalle fondamenta, pietra per pietra, senza che vi si trovasse un tesoro che pure c’era; di schiavi uccisi e sepolti segretamente, dopo aver aiutato il padrone a nascondere; e il volgo mescola a queste verità dolorose ed orribili, le sue amene leggende di spiriti e di prodigi.
Il Governatore el-Abbassi ci accompagnò, verso sera, fino all’accampamento, ch’era a due ore di cammino dalla sua casa, in un prato pieno di fiori e di tartarughe, tra il fiume Dà, che si divide là presso in un gran numero di canali, e una bella collina coronata d’una tomba di santo dalla cupola verde. A un tiro di fucile dalle nostre tende v’era un gran duar circondato d’aloé e di fichi d’India. Al nostro passaggio, tutti gli abitanti saltaron fuori. Allora vedemmo quanto il governatore el-Abbassi era amato dal suo popolo. Vecchi cadenti, frotte di bimbi, uomini maturi, giovanetti, tutti correvano da lui a farsi mettere la mano sul capo, e se ne tornavano contenti, voltandosi indietro a guardarlo con un’espressione d’affetto e di gratitudine. La presenza però dell’amato Governatore non bastò a salvar noi dai soliti sguardi biechi e dai soliti improperi. Le donne, mezzo nascoste dietro alle siepi, spingevano con una mano uno dei loro figliuoletti a farsi benedire dal Governatore, coll’altra mano un altro figliuolo a dirci ch’eravamo dei cani. Vedemmo dei bimbi alti due palmi, tutti nudi, che appena si reggevano in piedi, venir verso di noi barcolloni, e mostrandoci il pugno grosso come una noce, gridare:—Maledetto il padre tuo!—E siccome avevano paura ad avanzarsi soli, si radunavano in sette o otto, e così stretti in un gruppo, che si sarebbe potuto portar tutto ritto sopra un vassoio, s’avanzavano con aria minacciosa fino a dieci passi dalle nostre mule a balbettare la loro insolenzina. Quanto ci divertimmo! Un gruppo, fra gli altri, s’avanzò contro il Biseo per augurargli che fosse arrostito non so quale suo parente. Il Biseo alzò la matita: i due primi, dando indietro atterriti, urtarono gli altri; e mezzo l’esercito andò in terra a gambe levate. Persino il Governatore diede in uno scoppio di risa.
ARZILLA
Dopo lo spettacolo delle grandi città decadute, di un popolo moribondo e d’un paese bello ma triste; dopo tanto sonno tanta vecchiezza e tante rovine, ecco il lavoro eterno e la gioventù immortale; ecco l’aria che ravviva il sangue, la bellezza che rallegra il cuore, l’immensità in cui s’espande l’anima! Ecco l’Oceano! Con che fremito di piacere lo salutammo! L’apparizione inaspettata d’un amico o d’un fratello, non ci sarebbe riuscita più cara della vista di quella lontana curva luminosa che recideva netto dinanzi a noi, come una immensa falce, l’islamismo, la schiavitù, la barbarie, e pareva che portasse più diritto e più libero il nostro pensiero all’Italia.—Bahr-el-Kibir!—(Il gran mare) esclamarono alcuni soldati. Altri dissero:—Bahr-ed-Dholma!—(Il mare delle tenebre). Tutti, involontariamente, affrettarono il passo; le conversazioni, che cominciavano a languire, si rianimarono; i servi intonarono i canti sacri; l’intera carovana, in pochi minuti, prese un’aria d’allegrezza e di festa.
La sera del 19 Giugno ci accampammo a tre ore da Laracce, e la mattina seguente entrammo in città, ricevuti alle porte dal figlio del Governatore, da venti soldati senza fucili e senza calzoni schierati lungo la strada, da un centinaio di ragazzi cenciosi, e da una banda composta d’un tamburino e d’un trombettiere, che vennero poco dopo a chiedere la mancia con uno straziante concerto nel cortile dell’agente consolare d’Italia.
Su quella costa sparsa di città morte,—come Salè, Azamor, Safi, Santa-Cruz,—Laracce conserva ancora un po’ di vita commerciale che le basta per essere considerata uno dei principali porti del Marocco. Fondata da una tribù berbera nel secolo XV, fortificata sulla fine dello stesso secolo da Mulei-ben-Nassar, abbandonata alla Spagna nel 1610, ripresa da Mulei Ismael nel 1689, ancora fiorente sul principio di questo secolo, popolata ora da quattromila circa tra mori ed ebrei, sorge sopra la china d’un colle a sinistra della foce del Kus, il Lixus degli antichi, il quale le forma un porto ampio e sicuro, chiuso però da un banco di sabbia, che impedisce l’entrata ai grandi bastimenti. Nel porto marciscono le carcasse di due piccole cannoniere, ultimo miserando avanzo della flotta che altre volte portò gli eserciti conquistatori in Ispagna e sgomentò il commercio europeo. Sulla riva destra del fiume, rimane qualche rovina di Lixus, città romana. Dietro la collina si stende un ampio bosco d’alberi giganteschi. La città non ha dentro altro di notevole che una piazza di mercato circondata da piccoli portici sorretti da colonnine di pietra; ma vista dal porto, tutta bianca sul verde cupo della collina, stretta in una cerchia di alte mura merlate d’un fosco color calcare, riflessa dalle acque azzurre del fiume, sotto quel cielo limpido, presenta un aspetto grazioso, e malgrado la vivezza dei colori, quasi malinconico, come se facesse pietà il veder quella gentile città così sola e silenziosa su quella costa barbaresca, dinanzi a quel porto deserto, in faccia a quel mare immenso.
L’accampamento fu posto la sera sulla riva destra del Kus e levato per tempo la mattina seguente. Si doveva andare ad Arzilla, distante quattr’ore da Laracce. Il convoglio dei bagagli partì la mattina; l’Ambasciata verso sera. Io, per veder la carovana sotto un nuovo aspetto, partii col convoglio dei bagagli.
E me ne trovai contento, perchè fu un tragitto pieno d’avventure.
Le mule cariche, accompagnate dai mulattieri e dai servi, andavano a gruppi, a gran distanza gli uni dagli altri. Partii solo e camminai per quasi un’ora sulle colline dove non vidi che una mula, condotta da un servo arabo, la quale portava due bisaccie di paglia, di cui una conteneva la testa e l’altra i piedi d’un palafreniere dell’Ambasciatore preso da una fortissima febbre, che gemeva da far pietà ai sassi. Il poveretto stava così coricato a traverso la mula, colla testa spenzoloni, col corpo inarcato, col sole negli occhi, e in quella maniera era venuto da Karia-el-Abbassi e doveva andare a Tangeri! E in quella maniera sono trasportati nel Marocco tutti i malati che non han denaro da noleggiare una lettiga e due mule, e fortunati coloro che possono almeno ficcar la testa in una bisaccia!
Dalle colline discesi sulla riva del mare.
Qui raggiunsi il cuoco, il Ranni e Luigi il calafato, che s’unirono a me e non mi lasciarono più fino ad Arzilla.
Per un’ora trottammo sulla sabbia, deviando di tratto in tratto dal cammino diritto, per scansare la marea.
In quel tempo il cuoco, che per la prima volta in tutto il viaggio poteva parlarmi liberamente, m’aprì il suo cuore.
Pover’uomo! Tutte le avventure del viaggio, tutte le grandi cose vedute, non lo avevano liberato da un pensiero doloroso che gli toglieva la pace fin dalla prima settimana del suo soggiorno in Tangeri. E questo dolore era una gelatina mal riuscita, fatta da lui un giorno che aveva pranzato in casa il Ministro di Francia; gelatina che aveva dato il primo crollo alla sua riputazione nel concetto dell’Ambasciatore, e che pure era riuscita male non per colpa sua, ma perchè il Marsala era cattivo. Fez, la corte, Mechinez, il Sebù, l’Oceano, egli li aveva visti, egli vedeva tutto a traverso quel disco di brodo condensato. O piuttosto non aveva visto e non vedeva niente perchè il suo corpo era bensì nel Marocco, ma l’anima viveva in piazza Castello. Gli domandai le sue impressioni di viaggio: erano poca cosa. Egli non sapeva capire chi potesse essere quella bestia che aveva stampato quel paese. Mi raccontò delle sue fatiche, delle sue liti cogli sguatteri arabi, delle difficoltà di far da mangiare in mezzo ai deserti, del suo desiderio immenso di riveder Torino; ma ricadeva poi sempre su quella desolante gelatina del Ministro di Francia.—Io non so far cucina? Mi faccia il piacere, vada Lei, quando sia a Torino,—mi diceva toccandomi il braccio per distrarmi dalla contemplazione dell’Oceano;—vada a domandarlo al conte tale, alla contessa tale, ecc., che ho serviti per anni ed anni! Vada dal generale Ricotti, ministro della guerra, che son cinque anni che è ministro e fa tutto quello che vuole, vada da lui a domandargli se so far la gelatina! Ma vada, mi dia questa soddisfazione, ci passi un momento quando saremo ritornati al paese!—E insistette tanto che per poter contemplare in pace l’Oceano, dovetti promettergli che ci sarei passato.
Intanto raggiungevamo di cento in cento passi due o tre mule cariche, soldati a cavallo, servi a piedi; piccoli frammenti della carovana che si stendeva per più d’un ora di cammino. Fra i soldati ve n’erano alcuni di Laracce, stracciati, con un fazzoletto annodato intorno al capo e un fucile rugginoso fra le mani; e fra i servi, dei ragazzi di dodici o quindici anni, non mai visti prima d’allora, i quali erano scappati, mi fu detto, da Mechinez e da Karia-el-Abbassi, e s’erano aggregati alla carovana, senz’altro addosso che una camicia, per andare a Tangeri, la città civile, a cercar fortuna, campando intanto delle limosine dei soldati. In alcuni di questi gruppi c’era uno che raccontava una storia; altri cantavano; tutti parevano allegri.
A metà strada ci fermammo all’ombra d’uno scoglio per far colezione.
Qui vidi una scena che mi rivelò l’indole di quella gente meglio d’un volume di considerazioni psicologiche.
Vicino a noi c’era un soldato seduto sulla sabbia, più in là un altro, più lontano un servo, e a una cinquantina di passi da questo, sulla china d’un piccolo colle, un altro servo, seduto vicino a una sorgente, con una brocca fra le ginocchia. Desiderando di bere, gridai al primo soldato:—Elma! (acqua)—e gli accennai la sorgente. Il soldato rispose di sì con un gesto cortese e ordinò imperiosamente all’altro soldato d’andare a prendere dell’acqua. Costui accennò che avrebbe obbedito subito, e con un accento minaccioso rimproverò il servo che era là presso, di non essere ancora corso a fare il suo dovere. Il servo rimproverato balzò in piedi e facendo due o tre passi impetuosi verso l’altro servo seduto accanto alla sorgente, gli gridò che facesse presto. Costui, vedendo che io non gli badavo, non si mosse. Passarono cinque minuti, l’acqua non venne. Mi rivolsi daccapo al primo soldato e seguì la stessa scena di prima. Infine, se volli aver l’acqua, dovetti, spolmonandomi, dar l’ordine direttamente al servo della brocca il quale, dopo qualche momento di riflessione, si decise ad attingerla e me la portò a passo di tartaruga.
Ci rimettemmo in cammino. Tirava un ventolino fresco e una nuvola nascondeva il sole, era una passeggiata deliziosa; ma continuando a crescere la marea, e restringendosi man mano quel po’ di strada sabbiosa su cui camminavamo ad uno ad uno, ci trovammo ben presto imprigionati fra il mare e le colline rocciose che pendevano quasi a picco sul nostro capo, e costretti a camminare fra gli scogli, contro cui si venivano a frangere le onde. Parecchie volte, la mula arrestandosi spaventata, mi trovai circondato dall’acqua, ravvolto in un nuvolo di spruzzi, assordato, acciecato, e mi girò il capo, e intravvidi l’intestazione degli articoletti necrologici che avrebbero scritto i miei amici. Ma la nostra ora, come diceva il cuoco, non era ancora sonata; e dopo un miglio di cammino, arrivammo a una collina accessibile, sulla quale ci arrampicammo in fretta e in furia, volgendoci indietro a rimirar lo passo.
Veniva con noi, a cavallo, un vecchio soldato di Laracce, un po’ tocco nel cervello, che rideva continuamente; ma che, grazie al cielo, conosceva la strada. Costui ci fece girare intorno alla collina e ci menò a traverso una macchia fittissima di quercie nane, di cisti, di betulle, di sugheri, di ginestri, d’arbusti d’ogni sorta, per mille avvolgimenti di sentieri scoscesi, fra i macigni, fra le spine, nel fango, nell’acqua, al buio, in recessi dove pareva che non fosse mai penetrata una creatura umana, e sempre ridendo, ci ricondusse, dopo un lungo e lentissimo giro, scorticati e stracciati, sulla riva del mare, dove rimaneva ancora un po’ di spazio libero dalle acque.
Qui la carovana non essendo ancora arrivata, la spiaggia era deserta, e camminammo per un pezzo non vedendo altro che cielo e mare, e il piede delle colline ripidissime che, formando tanti piccoli seni successivi, ci nascondevano l’orizzonte dinanzi e alle spalle. Camminavamo in silenzio, l’un dietro l’altro, sopra la sabbia intatta e morbida come un tappeto, tutti colla testa, io credo, mille miglia lontana dal Marocco, quando improvvisamente saltò fuori di dietro a uno scoglio uno spettro, un vecchio orribile, mezzo nudo, con una gran corona di fiori gialli intorno alla fronte,—un Santo—; il quale prese a inveire contro di noi urlando come un pazzo furioso e facendo con tutt’e due le mani l’atto di graffiarci il viso e di strapparci la barba. Ci fermammo a contemplarlo. Diventò più feroce. Il Ranni, senza tanti complimenti, s’avanzò per applicargli una bastonata. Io lo trattenni e gettai al santo una moneta. Questo briccone tacque immediatamente, raccolse la moneta, la guardò di sopra e di sotto, se la mise in seno, e poi ricominciò ad urlare peggio di prima.—Ah! questa volta,—disse il Ranni;—una legnata ci sta!—E alzò il bastone. Ma il soldato, fattosi serio ad un tratto, lo trattenne e dicendo al Santo qualche parola a bassa voce con un accento di profondo rispetto, lo indusse a tacere. L’orribile vecchio ci slanciò un’ultima occhiata fulminea e si rinascose in mezzo agli scogli, dove ci fu detto che vive, nutrendosi d’erbe, da più di due anni, coll’unico scopo di maledire i bastimenti dei Nazareni che passano all’orizzonte.
Di là risalimmo sui monti e camminammo lungo tempo per sentieri serpeggianti fra i lentischi, le ginestre e le roccie. In alcuni punti il sentiero correndo sull’orlo del monte tagliato a picco, vedevamo sotto, a una grande profondità, il mare che flagellava gli scogli, e un lunghissimo tratto di spiaggia, in cui si stendeva a perdita d’occhi la carovana, e l’immenso orizzonte dell’Oceano azzurro picchiettato di macchiettine bianche da qualche lontano bastimento a vela. I monti per cui ci avanzavamo formavano colle loro cime schiacciate un vasto piano ondulato, tutto coperto d’alti arbusti, dove non si vedeva alcuna traccia di coltivazione, nè una cuba, nè una capanna, nè una creatura umana, e non si sentiva altro rumore che il mormorio fioco del mare.—Che paese!—esclamava il cuoco girando lo sguardo inquieto su quella solitudine;—purchè non si faccia qualche cattivo incontro.—E mi domandò più volte se non c’era pericolo d’incontrare dei leoni. Salendo e scendendo, perdendoci di vista e ritrovandoci più volte in mezzo agli arbusti, camminavamo da quasi due ore per quei monti deserti, e cominciavamo a temere d’aver sbagliata la strada, quando dalla sommità d’un’altura vedemmo a un tratto le torri d’Arzilla e tutta la costa fino alla montagna del capo Spartel, che disegnava nettamente il suo contorno azzurro nella chiarezza limpidissima del cielo.
Fu un vivo piacere per tutta la mia piccola carovana; ma di breve durata.
Scendendo verso il mare scoprimmo lontano fra gli alberi un gruppo di cavalli e d’uomini accovacciati, i quali, appena ci videro, si rizzarono in piedi, saltarono in sella e si diressero verso di noi, distendendosi sopra una sola linea in forma di mezzaluna, come se volessero impedirci di fuggire per una scorciatoia verso la città.
—Ci siamo,—pensai;—questa volta non c’è scampo; è una banda.
E feci cenno agli altri di fermarsi.
—Ca manda avanti ’l moro! gridò il cuoco.
Il soldato moro accorse.
—Giù una trombonata!—gli gridò il cuoco fremente.
—Un momento;—io dissi;—prima d’ammazzar loro, vediamo se vogliono veramente ammazzar noi.
Li guardai attentamente; s’avanzavano di trotto; eran dieci, parte vestiti di color oscuro, parte di bianco; mi parve che nessuno avesse il fucile; il capo era un vecchio colla barba bianca; mi rassicurai.
—Formiamo il quadrato!—gridò il cuoco.
—Non c’è bisogno—risposi. Il vecchio della barba bianca s’era scoperto il capo e si dirigeva verso di me colla berretta in mano.
Era un Israelita.
A dieci passi, si fermò col suo seguito, ch’era composto di altri quattro Israeliti e di cinque servi arabi, e fece cenno di volermi parlare.
—Hable Usted, risposi.
—Sono il tale dei tali,—disse in spagnuolo, con una voce dolce inchinandosi in atteggiamento di profondo rispetto;—agente consolare d’Italia e di tutti gli altri stati d’Europa nella città d’Arzilla. Ho l’onore di essere al cospetto di sua eccellenza l’Ambasciatore d’Italia, reduce da Fez, partito questa mattina da Laracce e diretto a Tangeri?
Poi presi un atteggiamento grave e girai un lento sguardo sul mio corteo, che sfolgorava di maestà e di gioia.
Dopo aver così assaporato per un minuto secondo gli onori del ricevimento ufficiale, disingannai, sospirando, il vecchio israelita, e dissi chi ero.
Ne parve un po’ spiacente, ma non cangiò modo per questo. Mi offerse la sua casa per riposarmi, e io non accettando, volle ad ogni costo accompagnarmi nel luogo destinato all’accampamento.
Ci dirigemmo dunque tutti insieme, girando intorno alla città, verso la riva del mare. Ah! se m’avessero visto, in quel breve tragitto, l’Ussi e il Biseo! Quanto dovevo esser pittoresco io, rappresentante d’Italia in groppa a una mula, con una ciarpa bianca attorcigliata intorno al capo, seguito dal mio stato maggiore composto d’un cuoco in maniche di camicia, di due marinai armati di bastone e d’un moro stracciato! O arte italiana, quanto hai perduto!
Arzilla, Zilia dei Cartaginesi, Julia Traducta dei Romani, passata dalle mani di questi in potere dei Goti, saccheggiata dagl’Inglesi verso la metà del decimo secolo, rimasta per trent’anni un mucchio di sassi, poi rifabbricata da Abd-er-Rhaman ben Alì califfo di Cordova, posseduta dai Portoghesi e ripresa dai Marocchini, non è più che una cittaduzza di poco più di mille abitanti tra mori ed ebrei; circondata, dalla parte di terra e dalla parte di mare, da alte mura merlate, che cadono in rovina; bianca e quieta come un chiostro, e improntata, come tutte le altre piccole città maomettane, di quella ridente malinconia, che fa pensare al sorriso d’un moribondo, il quale goda di sentirsi mancare la vita.
La sera, sul tramonto, arrivò l’Ambasciatore, che venne all’accampamento attraversando la città; e ho ancor vivo dinanzi agli occhi lo spettacolo di quella bella cavalcata piena di colori e di vita, che uscendo da una gran porta merlata, s’avanzava in un pittoresco disordine, lungo la riva dell’Oceano, gettando sulla sabbia rosata dal crepuscolo, le sue lunghissime ombre nere; e risento la tristezza che provai in quel momento dicendo tra me:—Peccato! Peccato che questo bel quadro si debba dissolvere, questo bel quadro che contiene tant’Affrica e tanta Italia, tanti lieti pronostici e tante care memorie!—E là infatti si può dire che terminasse il nostro viaggio, poichè la mattina seguente ci accampavamo a Ain-Dalia, e due giorni dopo rientravamo in Tangeri, dove la carovana si scioglieva in quella medesima piazzetta del piccolo mercato, da cui due mesi prima era partita.
Il comandante, il capitano, i pittori ed io partimmo insieme per Gibilterra. L’Ambasciatore, il viceconsole, tutta la gente della legazione ci accompagnò fin sulla riva del mare. Gli addii furono molto affettuosi. Tutti erano commossi, anche il buon generale Hamed ben Kasen, il quale stringendo la mia mano contro il suo largo torace, mi disse tre volte l’unica parola europea che sapesse:—A Dios!—con una voce che veniva dal cuore. Appena mettemmo il piede sul bastimento, oh! quanto ci parve lontana e di spazio e di tempo tutta quella fantasmagoria di pascià, di neri, di tende, di moschee, di torri merlate! Non era soltanto un paese, era un mondo che in quel momento spariva ai nostri occhi, e un mondo che eravamo quasi certi di non rivedere mai più. Un po’ d’Affrica, però, ci accompagnò fino a bordo, e furono i due Selam, Alì, Hamed, Abed-er-Rhaman, Civo, i servi del Morteo ed altri bravi giovanotti, a cui la superstizione mussulmanna non aveva impedito di voler bene ai Nazareni e di servirli con devozione. E anch’essi si accommiatarono da noi con vivaci dimostrazioni d’affetto e di rammarico, e Civo più degli altri, che facendo sventolare per l’ultima volta ai miei occhi il suo camicione bianco, mi s’attaccò al collo come un amico d’infanzia, e mi stampò due baci in un orecchio. E quando il piroscafo partì, ci salutarono ancora, tutti ritti in una barca, sventolando i loro fez rossi, e gridando fin che li potemmo sentire:—Allà sia sulla vostra strada! Tornate al Marocco! Addio ai Nazareni! Addio agli Italiani! Addio! Addio!
FINE.
NOTA DEL TRASCRITTORE.
L’ortografia originaria è stata mantenuta. Minimi errori tipografici di punteggiatura sono stati corretti senza annotazione.
Sono stati corretti i seguenti refusi:
- [pag. 8]: fa il mercato. È forse di di tutti i luoghi ch’io
corretto in: fa il mercato. È forse di tutti i luoghi ch’io - [pag. 79]: Malgrado pero la vita varia e nuova che
corretto in: Malgrado però la vita varia e nuova che - [pag. 127]: a bordo del Dora, napoletano, un gïovanetto
corretto in: a bordo del Dora, napoletano, un giovanetto - [pag. 146]: manda e chiamare un medico europeo in una
corretto in: manda a chiamare un medico europeo in una - [pag. 148]: in mezzo ad olivi e cepugli altissimi;
corretto in: in mezzo ad olivi e cespugli altissimi; - [pag. 156]: Ora la presenza dell’Ambasciatore dovera sciogliere
corretto in: Ora la presenza dell’Ambasciatore doveva sciogliere - [pag. 161]: risponde.—L’usanza del paese! Vergogogna!
corretto in: risponde.—L’usanza del paese! Vergogna! - [pag. 166]: cotegoria dei soldati, servi e palafrenieri. Era
corretto in: categoria dei soldati, servi e palafrenieri. Era - [pag. 173]: Mohammed Ducali mi racontò in quel frattempo
corretto in: Mohammed Ducali mi raccontò in quel frattempo - [pag. 183]: di tende di pelo di camello, chiuse con canne
corretto in: di tende di pelo di cammello, chiuse con canne - [pag. 188]: suo vicini del Garb.
corretto in: suoi vicini del Garb. - [pag. 258]: Qualche letto di ferro sensa coperte e senza
corretto in: Qualche letto di ferro senza coperte e senza - [pag. 261]: delle fontane, il il tic-tac degli orologi, e di tratto
corretto in: delle fontane, il tic-tac degli orologi, e di tratto - [pag. 274]: donne, e mille settecento lampadi che nella
corretto in: donne, e mille settecento lampade che nella - [pag. 274]: che lo storico Kaldun reca con grande esclamazioni
corretto in: che lo storico Kaldun reca con grandi esclamazioni - [pag. 290]: diffidenza. I pittori ed io, incoraggiti dall’esempio,
corretto in: diffidenza. I pittori ed io, incoraggiati dall’esempio, - [pag. 292]: Comandante, il capitano e il vicecensole, davanti;
corretto in: Comandante, il capitano e il viceconsole, davanti; - [pag. 326]: Sib-Abd-Allà fu assai gentile coll’Ambasciatore.
corretto in: Sid-Abd-Allà fu assai gentile coll’Ambasciatore. - [pag. 356]: che Dio e Maometto è il il suo profeta!—Voltandosi poi
corretto in: che Dio e Maometto è il suo profeta!—Voltandosi poi - [pag. 356]: l’esesecuzione. Aspettatelo.
corretto in: l’esecuzione. Aspettatelo. - [pag. 356]: perche l’uccisore tornò in città e non fu molestato.
corretto in: perchè l’uccisore tornò in città e non fu molestato. - [pag. 370]: Abd-er-Rhaman, scrisse al console inglese
corretto in: Abd-er-Rahman, scrisse al console inglese - [pag. 382]: nè le furberie sarebbero bastati a sgomînare
corretto in: nè le furberie sarebbero bastati a sgominare - [pag. 387]: trattato di commercio coll’ambaciatore
corretto in: trattato di commercio coll’ambasciatore - [pag. 396]: v’è più. Erano sulla riva del fume.—Ha passato
corretto in: v’è più. Erano sulla riva del fiume.—Ha passato - [pag. 408]: gli attaccai un parlantina di cui i suoi compagni
corretto in: gli attaccai una parlantina di cui i suoi compagni - [pag. 419]: a cui dovevano chieder favori o giustizia; poiche
corretto in: a cui dovevano chieder favori o giustizia; poichè - [pag. 460]: dei barcaioli, era deserto; il fiume non guadadabile
corretto in: dei barcaioli, era deserto; il fiume non guadabile
Sono state mantenute le seguenti grafie alternative:
- aloè/aloé
- Aissaua/Aïssaua
- Allà/Allá
- arem/arém/arèm
- mormorio/mormorìo
- ozi/ozî
- polverio/polverìo
- brulichio/brulichìo
- caic/caìc/caïc
- cuscussu/cuscussù
- gorgoglío/gorgoglio
- Had-el-Garbia/Had-el-Garbìa
- hennè/henné
- seguita/seguìta
- Tumbuctu/Tumbuctù
- turbinio/turbinìo
- Lamani/Liamani
L’indice è stato spostato all’inizio del volume.