II.

Nella provincia di***, in Piemonte, v'è un villaggio, che la gente dei dintorni chiama il villaggio dei Musi duri, per canzonare la musoneria dei suoi abitanti. E debbono essere in fatti i più serii della provincia, se è vero che la natura del luogo dove s'abita produca sempre un qualche effetto sulle indoli e sugli umori; perchè il villaggio è posto in una bassura profonda, scarsa di luce, quasi sempre coperta di nebbia e circondata dì monti alti e rocciosi. Però quel duri s'addirebbe anche meglio alle teste che ai visi, perchè il contadino di quella terra ha in sommo grado il carattere del contadino piemontese; buono, onesto, operoso; ma in tutte le faccende di questo mondo, in cui occorra di mutar parere, di cedere, di piegarsi, più duro del granito. E come in mercato, per ridurlo a lasciarvi passare, dopo avergli detto tre volte: — Permettete! — siete costretti a dare cinque passi indietro, prendere una rincorsa di fianco, e urtarlo in modo da sbalzarlo nel muro; così quando si tratta di sradicargli un pregiudizio, di spuntargli una picca, di rimuoverlo da una risoluzione, il più longanime e vigoroso ragionatore del mondo ci perde la pazienza e la voce; e gli bisogna proprio concludere, come dicono le mamme ai fanciulli testardi, che non c'è altro che tagliargli il capo. E son così rigidi e cocciuti, ma non punto corti d'intelligenza. Stentano ad intendere, sì, e stanno un pezzo cogli occhi imbambolati e la bocca aperta prima d'afferrare un'idea; ma poi la imprigionano in quella loro mente rozza, e ce la tengono, quasi gelosi della conquista, con una stretta così tenace, e tanto la voltano e la rivoltano e la rimuginano, che finiscono per possederla e comprenderla meglio d'un'intelligenza aperta che l'abbia colta di volo. Ma questa loro tardità d'intelletto, che essi sanno d'avere, e una tal quale grossolana astuzia che li fa temere sempre d'essere gabbati dalla gente più destra, dà ai loro modi e al loro linguaggio un che di monco, di gretto, di diffidente, che, a primo aspetto, li fa giudicare assai peggio di quello che sono. Del resto, hanno capito fin dalle prime, che per non essere messi in mezzo dai furbi, una delle prime cose da farsi era imparare a leggere e scrivere, e perciò hanno fatto buon viso alle prime scuole che furono aperte nel villaggio, e ci mandarono i figliuoli, e finirono con andarci anche i vecchi. In fondo è un villaggio, che beati noi se da un capo all'altro d'Italia gli somigliassero tutti.

Pochi anni sono, in una casa di contadini posta all'estremità di questo villaggio, accanto alla strada maestra, ci stava un giovane che per la sua cocciutaggine e il suo cipiglio si poteva proprio dire che fosse la espressione più fedele della natura di quella gente. Non era un accattabrighe, nè un ipocrita, nè un vizioso; che anzi bazzicava pochissimo cogli altri giovani del paese, e passava il più dei giorni in casa, e non aveva mai fatto sparlare dei fatti suoi; ma spiaceva a molti e di pochissimi era amico, non per altro che per l'orgogliaccio ombroso e stizzoso che traspariva dai suoi modi e dalle sue parole. Era uno di quelli che quando vi parlano, vi guardano il vestito, il cappello, le scarpe, e vi girano cogli occhi intorno al viso, e non vi fissano mai; sorridono e rassegano subito il sorriso; sbadigliano, e strozzano a mezzo lo sbadiglio; muovono una mano e la lasciano in aria come la mano d'un fantoccio; e ogni loro parola, o sguardo, o gesto è pensato e stentato; e finiscono col metter nell'imbarazzo anche voi, e non vedete l'ora di lasciarli, e voltandovi, quando li avete lasciati, sorprendete il loro sguardo nel punto che, sorpreso, vi fugge. Carlo era uno di costoro, e per questo spiaceva anche alle donne, benchè non fosse punto sgradevole d'aspetto. Era una figura, che nel villaggio, in mezzo alla folla che esciva di chiesa dopo la Messa, tra quelle cento faccie dalle fronti schiacciate, dai ciuffi irsuti, dai nasi torti e dal colore di terra cotta, tirava lo sguardo subito pei suoi tratti regolari, per gli occhi grandi e per la pallidezza. Era bassetto della persona e asciutto, ma d'apparenza robusta; e quel suo continuo corrugar della fronte gli dava allo sguardo una espressione di fierezza, che quando non era turbata dalla collera poteva piacere.

Egli aveva solamente il padre, che lavorava in una città lontana; e viveva nel villaggio con certi suoi zii e cugini, tra i quali una ragazza che si chiamava Camilla, rimasta orfana, e stata accolta in casa dalla famiglia stessa che aveva accolto lui. Con questa ragazza egli era vissuto fin da bambino, e com'è facile immaginare, appena arrivato all'età, in cui si comincia a guardar con occhio diverso il compagno di scuola e la figliola del portinaio, aveva preso, per dirla colle contadine toscane, a discorrerle; ed essa a rispondere, e la famiglia a lasciar correre, pensando che a suo tempo si sarebbero potuti sposare.

Questa ragazza che aveva sedici anni (tre meno di Carlo), era d'indole e di modi affatto diversi da lui. Ma l'affetto era nato colla dimestichezza, quasi di nascosto, ed anco perchè gli estremi, posto che si dice che si toccano, bisogna pure che s'avvicinino; e poi perchè in lei, umile e affettuosa, c'era quel sentimento segreto che spinge la donna verso gli uomini di natura aspra e violenta, quasi per un bisogno naturale di versare in altri la dolcezza dell'animo proprio, un desiderio di combattere e di soffrire, di espiare colpe altrui, di fare scudo della propria bontà e dei proprii dolori, a chi ne ha bisogno, contro i castighi del cielo. Carlo, a modo suo, le voleva bene; ma la feriva spesso con parole durissime, o la spaventava con selvaggi impeti di collera; il che seguiva per lo più quando essa, vivace e risoluta nel combattere il male e nel propugnare il bene, lo affrontava in qualche sua caparbietà colpevole, e col linguaggio stringente della convinzione e dell'affetto gli faceva capire d'aver torto; onde il suo orgoglio ferito, non sapendo come difendersi, assaliva. Ma le battaglie duravan poco: essa implorava la pace; e quando quella stessa sommissione, che era una maniera di vittoria, non tornava a inasprire l'avversario, la pace era fatta. Qualche volta riusciva a frenarlo, ad ammansirlo, a volgerlo al bene, e allora n'andava altera. E ogni giorno più si stringeva a lui per quel che di chiuso, di misterioso quasi, che v'era nel suo carattere; appunto perchè, come sempre segue, il suo cuore era tenuto in una continua curiosità d'affetto, e sempre immaginava che la parte nascosta fosse la migliore, e che a furia di cure, di sommissione, di sacrifizii sarebbe riuscita a cavarla fuori e a darle il di sopra.

La sera essi solevano stare insieme, davanti alla porta di casa: Camilla, seduta, lavorando; egli ritto colle spalle al muro. Parlavano poco, specialmente Carlo. Quando aveva la lingua sciolta era cattivo segno: era certo un po' di bile compressa, cui aveva bisogno di dare sfogo; e allora gli uscivan di bocca i discorsi più strampalati del mondo: non lavorar più, fare il contrabbandiere, andare in un paese straniero: e la ragazza a combatterlo fin che aveva fiato e speranza, e poi lagrime. — Sono un cattivo soggetto, eh? — finiva per dir lui, mezzo pentito; e Camilla, racconsolata subito da quelle poche parole, gli rispondeva asciugandosi le lagrime: — Non lo credo... —