IX.

Iride e suo fratello erano nel salotto da pranzo, soli; Iride, seduta vicino alla finestra, in modo che se ne vedeva la testa dal giardino. — Curiosa quella Candida, — diceva Riconovaldo; — ha qualcosa di sua zia; vedesti come m'ha ricevuto? La stessa scena dell'anno passato.

— Le avevi fatto qualcosa? — domandò la sorella.

— Nulla, sono stato qui dieci giorni e non le ho parlato che tre o quattro volte; si vede che non le vado a genio.

— Vorrei vedere! — rispose Iride con un sorriso.

In quel punto entrò Candida col lavoro in mano e andò a sedere accanto a Iride, senza alzare gli occhi. Iride e il fratello si ricambiarono uno sguardo. Questi stava in piedi, appoggiato alla tavola, a un passo dalla seggiola di Candida.

Riconovaldo le domandò che cosa facesse; essa, senza alzare gli occhi, gli porse il ricamo.

— State tutto il giorno in casa? — ridomandò il giovane, dopo aver dato un'occhiata al lavoro.

— Quasi, — rispose Candida.

— Passeggerete la sera; il giardino è bellissimo: andate a passeggiar tutti insieme, o voi sola? M'immagino che conosciate qualche vicino.

— Una volta; ora son mutati quasi tutti, e non si conosce più nessuno.

— Nessuno! E come passate tutta la giornata? Vi occuperete molto dei fiori; ho visto che n'avete il terrazzino pieno.

— Sì.

— E infatti i fiori....

Iride s'accorse che suo fratello, punto di quella freddezza, stava per isnocciolare un complimento di cattivo gusto, e glielo ricacciò in bocca con uno sguardo.

Allora egli prese un panchettino, lo portò dinanzi a Candida, e sedette, in modo che veniva a riuscir colla testa poco sopra alle ginocchia di lei; e lei, se poteva ancora non guardarlo, non poteva più non vederlo, perchè aveva proprio la sua fronte a un palmo dalle mani. Candida corrugò leggermente le sopracciglia.

— Stasera ci condurrete a vedere il giardino, non è vero? — domandò il giovine; — verrete a fare un giro con noi.

— Se vi piace, — essa rispose.

— E a voi non piace? —

Candida non rispose.

— Sì o no?

— Sì. —

Riconovaldo diede un'occhiata a sua sorella, che significava: — Vedi? Non avevo ragione di dire che non mi può vedere? —

Subito dopo fingendo di voler guardare da vicino il ricamo, abbassò la testa in maniera che i suoi bei riccioli biondi toccarono le mani di Candida. Essa le ritirò subito e fece l'atto di alzarsi.

— Ve n'andate? — domandò il giovine stupito.

— No, — rispose, — volevo solamente alzarmi — e risedette spingendo indietro la seggiola.

In quel punto un soffio di vento portò via di sulla finestra il fazzoletto d'iride, e lo spinse nel giardino; essa non se n'accorse.

— Vi do noia, Candida? — domandò con affettata dolcezza Riconovaldo.

— Perchè noia? — rispose Candida in tono distratto; — io non m'annoio mai quando lavoro.

— Temevo.... Vi dispiacerebbe ch'io sonassi? —

— Non c'è motivo perchè mi debba dispiacere.

— Ma io desidererei d'esser certo che vi piace.

— Ebbene, mi piace.

Il giovane s'alzò indispettito, andò a sedere al pianoforte che era in un angolo del salotto, e cominciò a sonare con molta vivezza e molta grazia. Iride guardava Candida per vedere se la musica le facesse qualche effetto; ma il suo viso era sempre impassibile; continuava a lavorare colla testa bassa, senza neanco dar segno di sentire. A un tratto Riconovaldo si fermò, si voltò a guardarla, diede un colpo stizzoso sulla tastiera e s'alzò esclamando; — È un'indegnità... questo pianoforte.

— Con permesso, — disse allora Candida, e se n'andò lentamente e freddamente come era venuta.

Il giovane rimase in mezzo al salotto colle braccia incrociate sul petto e gli occhi fissi alla porta per dove Candida era uscita. Iride diede in uno scroscio di risa.

— In verità, — uscì a dire il fratello, — io non ci capisco nulla!

Poi gli balenò un'idea: Ch'io le paia stupido! — E restò pensieroso: una volta entratogli nella testa quel sospetto, per lui era finita: addio serenità.

— Ho perduto il mio fazzoletto, — disse Iride guardandosi intorno. Poi corse alla finestra, e guardò fuori, non c'era più.