VI.
Lo studio in cui lavorava Alberto, era in una delle strade più solitarie di Firenze. Vi lavoravano con lui tre o quattro giovani, tra praticanti e scrivani, coi quali aveva poca dimestichezza, perchè troppo diversi da lui di natura e di abitudini. L'avvocato, a cui apparteneva lo studio, era un uomo sulla cinquantina, d'aspetto severo, di modi bruschi e di poche parole; ma buono, si diceva, e giusto, e qualche volta anche affabile coi suoi sottoposti; a patto però che non gli contradicessero mai, che aspettassero la riparazione d'un torto, quando ne facesse, dal suo pentimento spontaneo, senza sollecitarlo con richiami o con proteste; galantuomo, in una parola, salvo l'orgoglio e l'indole irascibile, che lo facevan più temere che amare. Nei suoi giovani, anche più dell'operosità e del raccoglimento, gli piaceva la deferenza manifestata col contegno modesto e colle parole ossequiose; e perciò non gli era mai andato molto a genio Alberto, che soleva obbedire tacendo, salutare senza sorridere e rispettare senza inchinarsi. L'altro scrivano (eran due) era più nelle sue grazie, e a questo egli affidava di preferenza i lavori straordinarii che davano qualche piccolo guadagno, oltre lo scarso assegnamento mensuale. Questi era premuroso, sorridente, pieghevole; preveniva, con una rapidità mirabile, ogni suo atto; rifletteva, colla prontezza d'uno specchio, ogni suo sorriso; ripeteva, colla fedeltà dell'eco, l'ultima parola d'ogni sua frase; vestiva con un certo garbo; non portava quei soprabitini e quei calzoncini slavati e spelati d'Alberto, che pareva tenessero i punti per miracolo, e rinfacciassero continuamente all'avvocato la meschinità dello stipendio e la miseria dello stipendiato. Questi era intimamente e apertamente il prediletto. Per la qual cosa Alberto lo guardava bieco, non per invidia della predilezione, chè non era anima capace d'invidia; ma per l'ostentazione maligna che quegli faceva dei suoi privilegi, con un perpetuo leggerissimo sorriso di benevolenza protettrice, più insolente che la superbia. Aveva qualche anno più d'Alberto, era mingherlino, sempre vestito da zerbinotto, gaio, parolaio, seccante.
Era una mattinata piovosa degli ultimi di marzo, sette giorni prima che seguisse in casa di Giulia il fatto che s'è raccontato; faceva freddo ed era stato acceso il fuoco in tutti i camminetti dello studio. Alberto scriveva in una stanza accanto a quella del principale, poco distante dall'altro scrivano, il quale si alzava di tratto in tratto per andarsi a riscaldare. All'improvviso si presentò sulla soglia del suo gabinetto l'avvocato, e col solito cipiglio accennò ad Alberto che aveva bisogno di lui. Alberto s'alzò e corse nel gabinetto. L'avvocato sedette davanti alla sua scrivanìa, ch'era di fronte al camminetto, e cominciò a cercare tra i suoi fogli, dicendo: — Ho da darle una cosa a copiare. — Alberto stava ritto nella posizione d'un soldato, un passo discosto dalla sua seggiola. — Non c'è, — disse l'avvocato, e, chiudendo con impeto un grosso libro di conti che gli stava dinanzi, s'alzò ed uscì. Tornò poco dopo con un foglio di carta in mano, dicendo: — Eccolo, — lo porse ad Alberto, e fece un atto della mano che voleva dire: lo copii. Alberto ritornò nella sua stanza e cominciò a copiare. Dopo pochi momenti sentì nel gabinetto dell'avvocato un romore confuso come di libri e di fogli messi sossopra, voci d'impazienza, sbuffi, e poi silenzio; di lì a poco di nuovo il romore, più forte e più affrettato di prima, e poi daccapo silenzio; finalmente udì il suo nome. Corse nel gabinetto e si piantò come sempre dinanzi al tavolino, dicendo: — A' suoi ordini. —
L'avvocato lo guardò. Alberto, non abituato allo sguardo di quell'uomo, a cui sapeva di non esser simpatico, arrossì.
— Mi dica la verità, — disse l'avvocato severamente, abbassando gli occhi sulla scrivanìa.
Il giovane lo guardò stupito. L'avvocato fissò lui di nuovo, corrugò le sopracciglia, parve un momento incerto, e poi ripigliò con tono risoluto:
— Mi dica la verità.... e resterà sepolta fra me e lei per sempre.
— Non intendo! — rispose il giovane sorridendo.
Ci sono dei momenti sfortunati, pur troppo, in cui basta il più fuggevole indizio a mutare un vano sospetto in una certezza profonda, risoluta, cieca, che strappa dal labbro parole fatali.
— Qui — disse con vivacità l'avvocato — c'era un biglietto da cento lire.
— Oh! — esclamò il giovane diventando pallido, e facendo un gesto vigoroso come per respingere da sè quel sospetto.
L'avvocato lo fissò come per leggergli nell'anima.
— Signor avvocato! — gridò Alberto con una voce che non pareva più la sua — le proibisco di guardarmi in quel modo!
— Ci sono io solo, — rispose imperiosamente l'avvocato, — io solo che posso dire qui: proibisco! Ed io le proibisco di rimetter più piede nel mio studio!
— Ma badi a quello che fa, in nome di Dio! — gridò Alberto con un accento supplichevole e disperato.
L'avvocato, fremendo, gli accennò la porta.
Erano accorsi gli altri giovani; Alberto li guardò, guardò di nuovo l'avvocato, fece uno sforzo per parlare, non potè, si diede un gran colpo sulla fronte, ed uscì a passi concitati.
— Se ne vadano! — disse bruscamente il principale ai giovani; e fu lasciato solo. Rimase immobile, pallido, cogli occhi fissi sulla porta. L'ira sbollì presto, lo assalì un dubbio improvviso, si rimise a cercare in fretta e in furia sul tavolino, sotto, intorno, tra i libri; non trovò nulla, mise un respiro, si abbandonò sulla seggiola ansando. — Era qui — mormorò battendo la mano su tavolino — qui, ne son certo come della mia esistenza, non mi posso essere ingannato! — E poi ricominciò a pensare e a cercare.
Dopo quel giorno Alberto non ricomparve più, e l'avvocato non ne fece più parola. Credendo che nessuno avesse sentito le parole che erano state la cagione del diverbio — qui c'era un biglietto da cento lire — non rivelò questa cagione a nessuno. Ricercò il biglietto, ma sempre inutilmente; perdette ogni dubbio; ebbe anzi a momenti l'intenzione di far cercare il giovane per costringerlo a confessare. Ma quando gli si presentava l'immagine di quel volto trasfigurato e pallido, e di quel gesto imperioso, un senso di timore segreto, più forte quasi della sua certezza, lo stornava dal suo disegno.
Questa era stata la cagione del cangiamento seguìto in Alberto, e di tutto quello che gli era avvenuto dipoi. Non era più tornato allo studio, e non aveva più incontrato nessuno di coloro che v'appartenevano.
E Giulia, in quella sera della fame, aveva saputo ogni cosa.