XVI.

A una donna che avesse avuto un briciolo di cervello, la scena di quella sera sarebbe bastata a fare tutto capire, e anche mettendola solo in sospetto, l'avrebbe indotta a mutar modi col ragazzo. Ma Iride era tanto leggiera che in lei la curiosità vinse immediatamente la prudenza. E non seppe reprimere nemmeno un sentimento di compiacenza vanitosa, che le sorse nel cuore così vivo da non lasciarla nemmeno riflettere ch'era un sentimento colpevole e pericoloso. Non già ch'essa potesse pigliar sul serio l'amore di Furio; ma una donna, chiunque l'ami, se ne tiene; e tanto più era naturale che se ne tenesse lei capricciosa e vanissima. E poi ci trovava da divertirsi: porgergli la mano e vederlo arrossire; appoggiare il braccio sul suo e vederlo scotersi; dirgli: caro! e vedere i suoi occhi risplendere; aver lì un ragazzo da poterne fare quel che voleva con un'occhiata, era una cosa amena. Poi per quietare la propria coscienza aveva mille scuse: non era giusto di volere un po' di bene, e dimostrarglielo, a quel povero ragazzo trascurato e aspreggiato, e pure così buono, dolce e avido d'affetto? Non sarebbe mica stata benevola e carezzevole con lui a fin di male; non sarebbe neanco stata in dovere, per così dire, di dubitare che del male gliene potesse fare; davanti alla sua coscienza non faceva che esercitare un sentimento di pietà consolatrice, un sentimento materno, irreprensibile; essa non doveva saperne nulla di ciò che potesse sentir per lei quel poverino; che c'era dunque da ridire? Ora si rendeva ragione di quella strana timidezza, di quei turbamenti, di quei tremiti, di quei rossori. — Questa è nuova davvero! — ripeteva tra sè la mattina, scendendo le scale, — un bambino di quattordici anni!... mio cognato! — e rideva.