I.

La canzonetta andalusa intitolata Don Manuel Menendez è una favola che non ha quasi punto che fare col fatto vero, il quale si può sapere soltanto dai Sivigliani che conobbero intimamente il personaggio, e che son rari, perchè egli partì da Siviglia di quattordici anni, quando perdette il padre e la madre; non vi tornò che dieci anni dopo, e ne ripartì per sempre in capo a pochi mesi. In questo breve tempo riempi la città del suo nome. Non stava però sempre in città: partiva, tornava, spariva, senza che nessuno sapesse nè perchè, nè dove; e qualche volta la notizia del suo ritorno giungeva inaspettata ai suoi amici insieme con quella d'un colpo di spada ch'egli aveva dato o toccato fuori della Porta di Cordova per una quistione di donne o di politica. Molti dicevano che aveva un ramo di pazzia, e la credevano conseguenza d'una cornata nel capo che aveva ricevuto, a tredici anni, da un toro novillo, nei giochi domenicali del circo. L'aveva ricevuta infatti, e ne portava ancora la traccia; ma il suo cervello n'era rimasto illeso. Aveva una meravigliosa esuberanza di vita che espandeva in amore, in moto, in versi, in lacrime, in sangue, senza riuscire a trovar pace; un cuor grande, un orgoglio satanico, degl'impeti di rabbia in cui si sfracellava una mano contro il muro, una forza d'animo da far fremere e il coraggio d'un forsennato. Una signora aveva detto di lui uno scherzo che gli si attagliava a meraviglia: — Io mi son fitta in testa che se nelle comete ci sono degli uomini, debbono essere tutti come Manuel Menendez. — La sua parola non usciva, esplodeva, e pareva sempre che una parte della sua vita fuggisse nel suono della sua voce. Quando un torero, impaurito, vibrava un colpo da traditore o straziava l'animale senza ucciderlo, il più formidabile: — Codardo! — che risonasse nel circo di Siviglia, era il suo; nel teatro di San Fernando, quando si sentiva improvvisamente nel silenzio d'una scena sublime, uno di quei bravo fuggiti dalle viscere, che fanno correre un brivido per la platea, nessuno domandava di chi fosse: tutti sapevano che era di Manuel Menendez. Qualche suo amico diceva ch'egli aveva un talento colosal; ma era una pura sballonata andalusa. Le sue liriche non erano che un solo lungo periodo, un'ondata di parole sonore e d'immagini luccicanti, che finiva in un verso inaspettato, il quale doveva fare un gran colpo; e tutta la poesia era architettata su questo verso, che il più delle volte non si capiva. Non si capiva la sua poesia come non si capiva la sua vita. Chi lo vedeva a mezzanotte attraversare la Halameda de Hercules senza cappello; chi lo vedeva uscire all'alba da una piccola porta della Cattedrale; chi lo vedeva andare e venire tutta una mattinata per la famosa strada delle cento svoltate, colla testa bassa, come se cercasse uno spillo; nella sua casa, dalla strada, di notte, ora si sentiva leggere, ora ridere sgangheratamente, una volta spezzare i vetri delle finestre, un'altra volta singhiozzare una donna; qualunque cosa si raccontasse di lui, fuorchè una vigliaccheria, era creduta. Tutta Siviglia lo conosceva. La società alta, che bazzicava poco, lo guardava di mal occhio un po' per diffidenza e un po' per paura; il basso popolo lo rispettava perchè aveva salvato un vecchio facchino dalle acque del Guadalquivir; e non v'era forse un ventaglio in tutta la città, da quello della Governatrice a quello dell'ultima operaia della fabbrica di tabacchi, il quale, almeno una volta, fingendo di riparar dal sole il viso della sua padrona, non avesse lasciato passare tra le sue stecche uno sguardo o curioso o provocatore, diretto a quell'indomabile scapato; poichè Menendez aveva un bel viso d'arabo, contornato da una selva di capelli neri, e il suo vestire strano, ma elegante, segnava come una maglia le forme vigorose e signorili del suo bel corpo di ventiquattr'anni. Così era Menendez, e non una specie d'animale selvaggio come lo dipinge la canzone popolare, non certo stata fatta dal popolo; o così fu almeno fino all'ultimo dì del settimo mese del suo soggiorno in Siviglia, che è la data del suo gran cangiamento. Il suo amico don Hermógenes, che vive ancora, si ricorda di quel giorno come di ieri, e assicura che egli presentì quel cangiamento fin da quel giorno. — Manuel — gli disse — tu sei un uomo sfrenato; codesto non è il modo di vivere; tu ti uccidi; tu hai bisogno d'un amore potente che ti soggioghi; finora hai sempre comandato, ora bisogna che tu obbedisca; bisogna che tu trovi un'anima più forte della tua; bisogna che tu trovi una dominatrice. — L'ho trovata — rispose sorridendo Manuel. — Chi è? — domandò con aria incredula don Hermógenes — Fermina! disse Menendez, — Fermina? gridò l'amico; Fermina del sobborgo di Triana? Fermina di Granata? Fermina la princesa? — Menendez accennò di sì. — Don Hermógenes balzò d'un salto alla finestra e gridò con voce solenne: — Sivigliani don Manuel Menendez è morto!