III.
Fermina era tale veramente da ispirare a chiunque la vedesse le bizzarre fantasie che passavano pel capo a Menendez; la sua indole, la sua bellezza e la sua vita erano ugualmente singolari. Nel sobborgo di Triana la chiamavano la princesa; i giovani sul serio, le ragazze con ironia; ma queste più d'ogni altri sentivano ch'essa meritava veramente l'onore di quel soprannome. Era forse la più alta ragazza del sobborgo: Menendez, che sarebbe stato un bel corazziere della guardia reale, non la passava che di mezza la fronte. Il suo occhio nero e triste e le larghissime soppracciglia che si toccavano, davano al suo viso bruno, d'una struttura un po' africana, un'espressione quasi di minaccia; la quale si cangiava a un tratto in una ilarità dolcissima, appena schiudeva le sue labbra tumide e irrequiete. Ma come le diceva Menendez, essa non sorrideva che una volta al giorno; e per solito teneva gli occhi socchiusi quasi in atto di disprezzo. Portava una rosa nei capelli, una mantiglia di trina bianca, un busto nero, una veste rosea, e due stivaletti di stoffa chiara che stringevano vigorosamente il suo piede di bimba e la sua gamba fina e nervosa. Era questo il costume invariabile in cui Fermina si mostrava, una volta la settimana, ai mille sguardi curiosi, amorosi, rabbiosi, impertinenti, procaci, che la saettavano da tutte le parti. Nessuno però osava d'accostarsele, nemmeno quando era sola, poichè si sapeva che le tre o quattro mani audaci che s'erano stese sopra di lei, nella prima settimana del suo soggiorno in Siviglia, s'erano tirate indietro insanguinate. — O è un angelo — si diceva, — o è un mostro; — ma nessuno sapeva sicuramente quello che fosse. Si diceva che fosse venuta da Granata, si sapeva che stava sola, si credeva che vivesse del suo lavoro; e sul resto non si facevano che congetture; nè i suoi vicini di casa, nè le poche ragazze con cui scambiava un saluto, conoscevano i fatti suoi meglio di chi la vedeva passare per strada. Essa s'era invaghita di Menendez, e Menendez era pazzo d'amore per lei; s'adoravano; erano alteri l'un dell'altro; si guardavano lungamente, con una attenzione profonda, senza sorridere; si temevano; si trattavano qualche volta, per eccesso d'amore, con modi violenti e brutali, che provocavano lacrime di rabbia dalle due parti, e finivano in pioggie di baci ch'eran tocchi di ferro rovente e in espansioni di tenerezza da cui rimanevano prostrati. Una sola cosa turbava la felicità di Menendez: un sentimento vago e intermittente di gelosia, ch'essa, senza volerlo, alimentava, respingendolo con una fierezza, la quale pareva a Menendez troppo sdegnosa, e quindi non sincera. Ma s'ingannava, perchè Fermina sentiva veramente più che disprezzo, orrore per tutti quei piccoli e bassi sentimenti che pullulano dall'amore anche più schietto nelle anime volgari. — Manuel, — gli aveva detto una volta — il giorno in cui tu mi crederai capace d'averti tradito, ossia d'essere una creatura spregevole, il mio amore sarà morto. Pensaci bene. Io non sono una donna come le altre donne; tu non devi essere un uomo come gli altri uomini. Voi altri siete quasi tutti vigliacchi. Io ho posto amore a te perchè non me lo sei parso. Non lo diventare. Io sono superba. T'ho dato il mio onore: rispettalo. Non giocare col mio amore. Io non son di quelle che perdonano. Se si cade una volta dal mio cuore, non vi si rientra più. Fermina t'ha detto una volta che t'ama: ti basti per tutta la vita. Stampati bene queste parole in fondo all'anima, Menendez.