I BAMBINI DI VAL D'ANDORNO.
Una delle più care bellezze dell'alta valle di Andorno sono i bambini; per i quali io credo che il Correggio redivivo, se li vedesse una volta, andrebbe a villeggiare ogni anno a Campiglia. Salendo dalla Balma a Piedicavallo, se ne vedono da ogni parte; in mezzo ai prati, fra i pietroni del Cervo, su per i sentieri che salgono e si perdono fra i faggi e i castagni, e a mucchi e a processioni in ogni villaggio: tanto numerosi da far pensare che non ci sia altra valle in Italia così prolifica. E poichè d'estate, emigrando quasi tutta la popolazione maschile (composta in gran parte di muratori e di scalpellini), è rarissimo incontrare dalla Balma in su un uomo giovane o maturo, ne segue che al nuovo arrivato vien fatto di domandarsi donde provenga tutta quella razza minuta: se sia una produzione spontanea della terra, o merce importata, per la stagione estiva, da altri paesi. Sono tutti floridi e biondi, di tutte le sfumature dell'oro monetato e delle barbe di pannocchia di meliga: teste d'inglesi e di scandinavi d'una carnagione maravigliosa di colorito e di freschezza, con occhi di tutte le gradazioni dell'azzurro, da quello forte delle loro Alpi a quello chiarissimo del loro torrente, leggermente verdeggiante come i cieli del Veronese: alcuni con biancori di latte sulla fronte, dietro le orecchie e nel collo; e tutti segnati di due rose rosse sulle guance, eguali di forma e di tono in quasi tutti, come quelle delle bambole che l'artefice imporpora una dopo l'altra con lo stesso tocco meccanico del pennello. E non solo per i capelli e per i colori, sono belli anche per i lineamenti fini, per la forma gentile della bocca, per la grazia scultoria di tutte le forme: e più belli appariscono per il risalto che dà alle loro capigliature aurine scompigliate dall'aria viva e ai loro visi bianchi e rosati il verde vivissimo della vegetazione su cui si disegnano per solito le loro personcine rotondeggianti, quando, dall'alto dei muri a secco o di mezzo alle macchie, in gruppi o in schiere immobili, coi piedi nudi nell'erba, stanno a vedere il forestiere che vien su lentamente in carrozza per lo stradone della valle.
V'è per lo più molta rassomiglianza tra fratelli e sorelle; ci son famiglie numerose in cui tutti i figliuoli e le figliuole rappresentano una serie di edizioni in formato vario dello stesso libro, non riveduto nè corretto: tanto rassomiglianti che, incontrandoli per via, a una certa distanza, l'un dopo l'altro, vi pare di vedere sempre lo stesso bimbo, ora ingrandito ora rimpicciolito, ora maschio ora femmina, come se cambiasse di statura e di sesso a modo d'un personaggio dei racconti fantastici dell'Hoffman. Ci diranno i fisiologi se questo possa derivare dall'essere stati tutti concepiti nelle condizioni medesime, nei ritorni periodici e a data fissa dei padri emigrati, i quali riportano a casa quella quantità solita di risparmi di danaro e di castità, a cui corrisponde sempre fra i due coniugi, con gli stessi pensieri e gli stessi discorsi, la stessa misura d'allegrezza domestica e d'impulso generativo.
A loro l'ardua sentenza.
Questi ragazzi così somiglianti, peraltro, questi bei fiori montanini nati di rudi lavoratori pratici e positivi in sommo grado, dei quali è ultima qualità lo spirito poetico, si distinguono per nomi classici e romantici, che paiono stati scelti da padri letterati e da madri poetesse; benchè, in realtà, non sia invalsa la consuetudine di quei nomi insoliti che per ovviare alla confusione dei cognomi, diventati comuni a un gran numero di famiglie per effetto della rete fitta di parentele che allaccia i valligiani, devoti al proverbio del “moglie e buoi„. La sera, all'udir le mamme chiamar di sull'uscio la prole dispersa per i vicoli e per la campagna, vi par di udir invocare gli eroi e le eroine della storia e della poesia di ogni paese e d'ogni secolo. Dante vi passa accanto piegato in due sotto una fascina che lo nasconde tutto; Clorinda, settenne, raccatta per la strada le reliquie fecondatrici dell'orto; qui stimola i porci Temistocle; là sferza le vacche Tarquinio; Rinaldo strascica il sedere sui ciottoli con una fetta di polenta fra le mani, e
Erminia intanto fra le ombrose piante
si soffia il nasino con la camicia.
Coi nomi terribili e romanzeschi non concorda l'indole, che è generalmente placida e prudente. Il forestiere, che passa per la prima volta, essi guardano con occhio intento e scrutatore, come se prevedessero d'aver da trattare con lui un appalto o una vendita: con occhio scrutatore, ma rispettoso. E rispettosi sono coi villeggianti abituali, che sogliono salutare in modo originale, pronunciando il loro nome, quando li incontrano, e fissandoli, come fanno i soldati coi superiori, senza inchinare la testa. Sono anche poco rissosi, come se volessero serbare le forze battagliere per la lotta disperata che combatteranno un giorno coi lavoratori concorrenti di tutto il mondo, e attendere a leticar fra di loro quando saranno proprietari di quella terra divisa in mille scacchi e in mille striscie, sulla quale e per la quale s'accapigliano intanto i loro parenti. E sono dignitosi: nessuna di quelle piccole mani, neanche dei più poveri, si stende a chiedere il soldo al passante; e quando uno ne stringono, non c'è caso che lo sciupino o lo perdano; somigliantissimi pure in questo ai loro genitori. E anche nei loro spassi mostrano mirabilmente l'eredità delle facoltà acquisite. In nessun altro luogo vidi mai i ragazzi costrurre muricciuoli e casette di sassi, mulini e condotti d'acqua con arte così esperta e con diligenza così paziente, per ore ed ore, in silenzio, concordi fra molti all'opera come squadre d'operai disciplinati, prolungando il lavoro anche per vari giorni e smettendolo e ripigliandolo ogni giorno all'ora stessa, come al suono della campana d'un opificio.
Bambine di sette o otto anni aiutano la mamma ai lavori muratori, portando nella loro gerla minuscola quattro manate di sabbia o un par di mattoni per volta, con la serietà muta e col passo lungo e grave d'operaie adulte. Bambini, alti un palmo, stanno seduti tutta una mattinata, per trastullo, sulla proda d'una strada, a picchiare con un chiodo e un martello un pezzo di sienite, come se avessero preso il lavoro a cottimo, senza alzare una volta in un quarto d'ora la testina bionda, dardeggiata dal sole.
Questa forza tranquilla di volontà, congiunta a un amor proprio precocemente guardingo, dimostrano in ogni cosa. Intoppate per la strada dei quinti d'uomo, usciti appena dalla prima elementare, che non possiedono un vocabolario di più di venti sostantivi (i verbi sono sempre incerti); ma che, se gli interrogate in italiano, incapati di rispondervi nella lingua nazionale, s'ingegnano d'accozzare alla meglio quelle venti parole, facendo lunghe pause riflessive fra l'una e l'altra, come fanno in Italia i viaggiatori inglesi e tedeschi, con una flemma di filologi scrupolosi, senza darsi un pensiero della vostra impazienza, non intesi ad altro, con tutte le forze del cervello, che a scansare gli spropositi.
Ricordo uno di questi che, domandato da me di un suo zio impresario a Torino, volendomi dar la notizia che era stato decorato della Corona d'Italia, dopo due buoni minuti di cogitazione, mise fuori questa curiosa frase di suo conio: — L'hanno fatto passar cavaliere — ma con un accento di trionfo, che traduceva il pensiero: — l'ho cercata un pezzo, ma l'ho trovata bene. — E hanno delle trovate singolari, da montanari sottili, diverse in questo da quelle degli altri bimbi, che vengon fuori in una forma di gravità comicamente impropria all'età loro. Un piccino, a cui diedi una pera candita perchè la dividesse in parti uguali fra sè e le due sorelle più piccole che gli stavano al fianco, volendo, ma non osando di farsi sotto i miei occhi la parte del leone, stette pensieroso un pezzo con gli occhi fissi sul frutto, e poi disse solennemente alle sorelle: — Qui non si fa niente senza il coltello, — e con questo pretesto si diresse verso casa per fare il comodo suo; ma con l'incesso e il viso d'un uomo assorto in tutt'altri pensieri, per distornare, s'intende, il mio sospetto; il quale mutavano invece in certezza gli sguardi obliqui e indagatori di cui ogni tanto mi saettava.
E come un bell'esempio di posatezza e di precisione rammento un bimbo di men di tre anni, bellissimo, che, avendogli io porto una scatoletta della Regia su cui fissava lo sguardo con grande curiosità, la rivoltò con le manine per tutti i versi, l'aperse con cautela, vi guardò in fondo attentamente, ne tirò fuori l'una dopo l'altra tre sigarette, le esaminò ad una ad una, le rimise dentro adagio adagio dalla stessa parte dove le aveva prese, gingillò un pezzo con le dita finchè riuscì a far rientrare la linguetta nel taglio e, dopo essersi assicurato col pollice che era chiusa bene, me la ripose sulla palma della mano e ve la premè colla sua zampetta come per farmi prender atto che era fatta in tutte le regole la restituzione della mercanzia.
Questi ragazzi, che sentono parlare in casa di tutti i paesi d'Europa e d'Africa e d'Oriente e d'America, dove i loro padri lavorarono e lavorano, viaggiano un po' coll'immaginazione, anche prima d'uscire dal guscio, per il mondo intero. Appena sono in forza da portar la secchia della calce, la più parte vanno a fare il tirocinio di muratori nelle città grandi, e, compiuto questo, emigrano dall'Italia. Ma le separazioni della famiglia si fanno senza lagrime, e quasi senza commozione, perchè tutti ci hanno il cuore preparato fin dall'infanzia. Non senza tristezza, però, quando li vedo giocar per le strade così rosei e sereni, io me li raffiguro giovinetti, curvi sotto il carico su per le alte scale oscillanti degli edifici in costruzione, o ammucchiati nelle soffitte, dove essi stessi si fanno da mangiare e si rimendano i panni, stillando ogni sorta di più duro risparmio; e poi, più grandi, soli in terre straniere, in mezzo a gente di cui ignorano la lingua, invisi quasi sempre ai concorrenti indigeni per il loro accanimento al lavoro e per la loro parsimonia spartana, e vittime qualche volta di persecuzioni crudeli.
Ma mi conforta il pensiero che darà saldo coraggio a tutti l'immagine della valle nativa a cui sempre pensano, e che, se campano, li riavrà tutti quanti certissimamente, arricchiti o poveri, stretti a lei fino alla morte. Quanti sono già dispersi per il mondo che vidi bambini fare i castelli coi sassi e scheggiar la sienite col chiodo, coi capelli biondi dorati dal sole e agitati dal vento!
Ogni anno leva il volo una schiera di questi miei antichi amici, e i loro nomi e i loro visi prima si confondono, poi svaniscono nella mia memoria.
Ma i vuoti si riempiono continuamente. Ritornando nella valle vi trovo ogni anno nuove capigliature d'oro, nuovi occhi celesti, nuove guance vermiglie, un drappello nuovo di Danti, di Temistocli e di Goffredi, figliuoli di padri lontani che non vidi e non vedrò mai; e questi nuovi eroi nascono e crescono così somiglianti, sotto ogni aspetto, ai partiti, che, insomma, mi par di ritrovarmi sempre in mezzo alla stessa popolazione infantile. Bella e strana popolazione di piccoli impresari in forma di cherubini, di futuri capomastri, che paiono putti scappati dai quadri del Rubens, di scalpellini e di muratori in erba a cui possono invidiare le rose e i gigli del viso i figliuoli dei principi: innocenti sì, e amabili come tutti i bambini; ma che pure hanno qualcosa nell'indole, negli occhi e nella parola da far credere che nella notte di Natale, quando sognano la scarpetta che hanno messo sulla finestra, non vagheggino di trovarvi dentro dei dolci, ma una cedola del Consolidato 5%.