I DESIDERI DEI RAGAZZI.

Non sono immaginazione mia: li manifestarono per scritto trentacinque alunni d'una seconda classe elementare delle scuole municipali di Torino, ai quali la maestra diede per tema: I miei desideri, e fece fare il componimento nella scuola, senza brutta copia, concedendo un'ora di tempo. La maggior parte sono ragazzi dai sette agli otto anni, che venti mesi fa non leggevano ancora l'alfabeto, e diciotto sui trentacinque, figliuoli d'operai. Da ieri ho fra le mani i loro componimenti, — un mucchio di foglietti di carta rigata, coperti d'ogni forma di scrittura, dalla calligrafia quasi perfetta alla pura e pretta raspatura di gallina, e sparsi d'una flora maravigliosa di grossi e piccoli spropositi che fanno ridere e pensare.... — e non so risolvermi a buttarli in un canto, prima d'averne raccolto in un mazzo i fiori più belli per offrirli agli studiosi e ai dilettanti di letteratura fanciullesca.

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Prima di principiare a leggere pensai che questi componimenti non potessero essere che elenchi di balocchi e di giochi, tutti eguali a un dipresso, come le vetrine dei venditori di giocattoli; non pensai, fra l'altre cose, che potesse essere così generale, come lo riscontrai, in ragazzi di quell'età il desiderio dei viaggi; il quale poteva dare, come dà infatti, ai loro lavori una varietà inaspettata e dilettevole; e sono appunto le espressioni diverse di questo desiderio ciò che mi divertì sopra tutto e che mi parve più meritevole d'osservazione nei periodi bizzarramente scarmigliati e claudicanti dei miei piccoli prosatori.

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Quasi tutti manifestano, prima d'ogni altro, il desiderio di viaggiare, e nominano le città che preferirebbero di vedere. Le città più “desiderate„ sono, per ordine di voti, Milano, Napoli e Roma. Penso che abbia il primato Milano per la ragione che, essendo la più vicina a Torino, è quella di cui i ragazzi sentono parlare più spesso. Quelli che vorrebbero andare a Roma son quattro, e due di questi paiono mossi da sentimenti politici opposti, perchè l'uno vorrebbe andarvi soltanto “per vedere dove abita il papa„, l'altro, per vedere quel bel palazzo dove ci sta Umberto I. Il terzo, indifferente al monarca e al pontefice, dice che desidera di andar a Roma non per altro che perchè “c'è stato il suo padrino„, ed è dubbio il quarto perchè scrive che vorrebbe andare “sul bastimento a rona„ e può darsi che abbia inteso di scrivere a Arona sul Lago Maggiore. C'è un altro, del resto, che parla d'andare “col bastimento„ a Milano. Per Firenze non ci sono che due aspiranti, per Genova uno e uno per la Sicilia. Ce n'è sette, invece, per l'America; ma è da notarsi che i più di questi dicono l'America perchè ci ebbero o ci hanno qualche parente; ed è lo stesso dei tre che desiderano d'andare in Francia. Due soli hanno desideri senza confini; uno che vorrebbe visitare tutto il mondo, e un altro che desidera di viaggiare tutti i paesi; e altri due sognano viaggi avventurosi di scoperte e di lotte. Il mio desiderio, sarebbe di attraversare il mare e di cercar le oasi (voleva dir le isole forse), e il secondo: Mi piacerebbe visitare i deserti dove c'è le bestie feroci. C'è anche un originale che vorrebbe non solo andare, ma stare in Asia; in quale parte non lo dice; si può intendere fra Gerusalemme e Pechino; e la ragione della sua scelta è un po' vaga: — perchè è molto bello e mi piace molto e c'è un sole molto caldo. — Invitato dalla maestra a spiegarsi meglio, si chiuse in un silenzio pien di mistero. Più comprensibile è uno dei sette già rammentati, che vorrebbe visitare quella grande città d'America (non dice quale) perchè ci sono quelle grosse piante, quei tronchi che sono di una grandezza straordinaria; ed esprime in questa forma ingenua la sua ammirazione per la fecondità della natura: — E poi da quelle piante piccole a venire e quelle piante straordinariamente grosse! — E gli accozzamenti delle grandi città e dei piccoli comuni sono curiosi. Uno vorrebbe veder Milano, Firenze, Castellamonte; un altro vorrebbe andare in America, e poi a Crescentino, un comune della provincia di Novara, dove dice che è “puro il cielo„. Ma la cosa più amena sono le ragioni che adducono, gli scopi particolari che si prefiggono alcuni al loro viaggio. Quello che dice: — vorrei andare a Genova a pigliare i bagni di mare, ma ho un po' paura della burrasca — si capisce; ma quello che vorrebbe andare a Firenze! Non pensate che sia per veder Santa Croce, i musei, i monumenti: si può dare in mille a indovinare. — Per bere il latte che è squisito! — Donde gli sarà mai venuto un così straordinario concetto del latte fiorentino? Può fare il paio con quell'altro che desidera d'andare a Napoli, oltre che per vedere il vulcano o vesuvio, sapete perchè? Perchè si mangiano dei maccheroni napoletani; e questo passi; ma soggiunge il sudicioncello: — e sono molto buoni e non si prendono col cucchiaio ma si mangiano con le mani. — Chiedo scusa per costui, come cittadino torinese, ai miei compaesani di Napoli, e li assicuro che si tratta d'un'opinione affatto personale dello scrittore.

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Al mare accennano più d'una metà, ed è notevole che quasi tutti quelli che v'accennano desiderino di fare i bagni marini. Sarà un segno di progredita cultura igienica? Perchè non uno su trenta scolaretti di Torino, quando io ero ragazzo, avrebbe forse espresso un tal desiderio; certo, non ci avrebbe pensato nessun ragazzo di famiglia povera. L'immagine più poetica, riguardo al mare, è quella del figliuolo d'un operaio, il quale dice: — Mi piacerebbe andare sugli alti mari dove si vede per tutto acqua e celo; — ma vorrebbe avere con sè la mamma, la zia e un cugino “per dividere i pericoli„. Sono anche di più quelli che desiderano di andare in montagna; ed è naturale anche questo poichè vivono tutti davanti allo spettacolo incantevole delle Alpi. Uno dice che vorrebbe andare in montagna per vedere i buoi; un altro per stare molti giorni ad una certa altezza numerosa; un bel traslato ardito, se lo volle riferire, come pare, al numero dei metri d'altitudine. Un ragazzo povero esprime lo stesso desiderio con una frase semplice e triste che tocca il cuore: — Vorrei andare sulle più alte montagne, a pigliare un po' d'aria buona, che non sono mai andato in nessun paese. — Andare a passar l'estate in campagna, senza determinazione di luoghi, è il desiderio più comune; più vivo in quelli che non lo possono soddisfare, ed espresso da tutti con un'insistenza e un calore di parola, in cui si sente un bisogno vero del corpo e dello spirito, un fremito d'uccelletti ingabbiati, assetati d'aria e di verde. Conviene anche dire, peraltro, che quanto a viaggi e a escursioni i desideri di una buona parte sono assai moderati, arrestandosi in alcuni ai Santuari d'Oropa e di Graglia, e in altri a villaggi dei dintorni di Torino e alla basilica di Superga; nella quale uno degli scrittori vorrebbe andare a vedere “quei sotterranei dove è morto il re„. Parecchi sono anche più modesti: non desiderano che “una passeggiata nel Corso Palestro„ che vedono ogni giorno, poichè è a un passo dalla loro scuola, o una di quelle passeggiate in via Po (chi sa quali?), o fino alla succursale (niente di meno), che è una stazione minuscola della strada ferrata di Milano, dentro la cinta. Ce n'è uno, poi, che non vuol andare in nessun luogo, e manifesta per i viaggi un'avversione assoluta; dicendo che vorrebbe star tutta la vita a Torino, per una ragione che siete mille miglia lontani dall'immaginare: perchè c'è aria fina. E neppure potete immaginare la ragione, tanto è semplice, che adduce un altro del non poter fare i grandi viaggi che vorrebbe. — Ma fare tutti questi viaggi non posso--dice — perchè o da frequentar la scuola tutte le mattine.

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Sento una domanda del mio buon amico Moneta: — La propaganda per la pace ha recato qualche frutto? Si può riconoscere in codesti componimenti uno scemato spirito guerresco nel desiderio scemato di quei giocattoli che rappresentano strumenti e idee di guerra e di morte? — Mi manca, per dare una risposta, il termine di paragone; ma temo che, se anche l'avessi, non potrei dare una risposta molto consolante. Su trentacinque sono undici che desiderano trombe, soldati di piombo, fucili, sciabole, pistole, un intero arsenale. Credo soltanto minore di quello che sarebbe stata trent'anni fa la richiesta dei tamburi (due soli ne chiedono) perchè, non usandosi più il tamburo nell'esercito, manca l'impulso dell'imitazione. È vero, peraltro, che uno solo di quegli undici esprime chiaramente delle idee belligere, e anche in senso puramente difensivo, dicendo: — Vorrei essere vestito da soldato per andare in guerra a combattere contro il nemico e salvar la mia patria. — Quasi tutti gli altri non chiedono armi che per giocare. Ce n'è uno, anzi, che confessa la propria avversione alla guerra in un modo assai comico, ed è di quelli che vorrebbero viaggiare in Africa. — Ma andare in Africa — soggiunge — non mi piace perchè c'è la battaglia, ma io vado quando non fanno la battaglia. — E dice anche, contraddicendosi, che non gli piace d'andare in Africa, perchè vi sono neri gli Abissini.

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Più delle armi sono desiderati gli animali, naturalmente, poichè dopo l'uomo — primo oggetto d'osservazione pei fanciulli, — son quello che più gli rassomiglia; e fra gli animali, per la bellezza delle forme, e per la vivacità delle mosse e la varietà degli usi a cui serve, il più desiderato è il cavallo. Sedici alunni vorrebbero averne uno, ma due soli specificano: un cavallino sardo. Poi viene il cane, desiderato da cinque: uno dei quali vorrebbe uno di quei cani inglesi, e un altro, un bel can barbone; ma per licenziare la serva, parrebbe: perchè — dice — il can barbone è docile e serve a far la spesa ai padroni. Sono desiderati da altri una pecora, una pecorella viva, un asinetto, ed altri animali domestici; di uccelli non è nominato che il canarino. Anche il gatto ha un voto solo; forse perchè quasi tutti ne hanno uno da tormentare in casa propria. Ma a proposito di bestie il più saporito periodo lo scrisse quello che vorrebbe “un bel cane e un cagnolino da guardia: sentite se si può essere più assennati e più previdenti; par che ripeta un discorsetto di suo nonno: — Ma con questi due cani — dice — uno piccolo, e l'altro grosso, non vorrei che fossero invidiosi, che non si mordessero malamente, come fanno certi cani, e non mi piacerebbe niente se venissero arrabbiati, allora poi li farei uccidere perchè senò si uccidono tra loro....„

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Tra le cose inanimate quelle che destano più desideri sono la lavagnetta col gesso e il teatro coi burattini; ma perchè l'una e l'altro servono all'imitazione della vita. Anche la lavagnetta, in fatti, benchè dicano quasi tutti — le mascherine — di desiderarla per esercitarsi alle operazioni aritmetiche (che suol essere il pretesto con cui se la fanno comperare), in realtà la vogliono per rabescarvi su dei fantocci. Quattro desiderano una biblioteca, senza dir altro; uno eccettuato, il quale ha pretensioni bibliografiche molto discrete, poichè la vorrebbe composta di tutti e cinque i libri di lettura delle cinque classi elementari e di una bella storia sacra per leggere la venuta dei magi. Di altri libri che si desiderino non trovo accennati che due libri di preghiere e un bel libro di preghiere a Gesù Bambino. Opere d'arte ne desidera uno solo, che vorrebbe una statua, e non aggiunge parola: la prima statua venuta. Non metto fra gli oggetti d'arte i due quadri, uno del re e uno della regina, a cui accenna un altro, perchè possono essere desiderati per sentimento di devozione alla monarchia; come forse per sentimento religioso desiderano altri tre un bel crocifisso, un bel quadro della Madonna, una Madonna dipinta. Un solo filarmonico si palesa, uno che vorrebbe un pianoforte per imparare a sonarlo molto bene. Fra gli oggetti di desiderio più singolari noto una bell'arnia e un servizio da caffè. Ma come badano tutti, quando può nascere equivoco, a far ben capire che vogliono oggetti da grandi, e non dei trastulli. — Vorrei un bell'orologio — dice uno — ma non di quelli da cinque centesimi, e che vada. Un altro vorrebbe una barca — ma proprio di quelle da metterci noi dentro e partire; — l'espressione potrebbe essere forse più elegante, ma non più chiara. E uno di quelli che desiderano un cavallo spiega bene: — un cavallo, ma da andare in groppa. Un quarto mette in un mazzo, come tre cose affini, questi tre desideri: un teatro, una gallina, una spada. È strano come non uno di questi trentacinque ragazzi, di cui la più parte sono di famiglia povera, esprima il desiderio d'un bel vestito, d'un oggetto d'ornamento, d'una qualunque cosa che dimostri la vanità di volersi distinguere esteriormente. Qualcuno si stupirà che non sia stata ancor nominata la bicicletta, e ci sarebbe davvero da stupire se non l'avesse rammentata nessuno. I desiderosi del nuovo “locomobile„ come lo chiama prosaicamente il regolamento municipale, o del ferreo corsiero, come lo chiama poeticamente Lorenzo Stecchetti, son cinque; uno dei quali espone il suo desiderio con questa piccola spampanata: — Mi piacerebbe andare a Napoli a traversare il mare che è veramente bello; ma se io avevo una bicicletta sarei già andato.

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Nell'ordine della “proprietà dei beni immobili„ i desideri son pochi, e non irragionevoli. La proprietà più ambita è il giardino — un giardino con molti fiori — un giardino tutto fiorito di rose — ed altri, definiti brevemente, con immagini graziose, che esprimono un desiderio vivo. V'è un solo ragazzo, più pratico, chè vorrebbe “un campo pieno di frumento„. Tre desiderano una casa, che uno chiama una costruzione, e la vorrebbe mobiliare a modo suo, col proponimento, pare, di rimaner celibe, perchè scrive: una piccola casetta per mettervi un lettuccio, un sofà, un guardaroba, con alcune seggiole e un seggiolone. Più numerosi son quelli che desiderano indeterminatamente la ricchezza; ma quasi tutti (e in questo è evidente che esprimono un'idea inculcata loro alla scuola più che un sentimento spontaneo) dicono di desiderar d'essere ricchi per poter soccorrere i poveri. Uno solo determina l'ammontare del patrimonio che vorrebbe avere, aggiungendo quali sventurati soccorrerebbe di preferenza: — Vorrei avere una lira per fare elemosina agli infelici, cioè come lo storpio, il cieco e il monchino. Desideri riguardo all'avvenire, e in specie alla carriera, tre soltanto ne espongono: uno che vorrebbe esser marinaio, e due che vogliono far l'avvocato. E pare che uno di questi faccia conto di pescar nel Foro fior di quattrini perchè dice: — I miei desideri sono pure, quando sarò già avvocato, due bellissimi cavalli e una magnifica carrozza, e quando avremo voglia d'andare a cavallo, io e il mio papà, andremo, e quando avremo voglia di andare in carrozza, andremo. — E perchè no? Non si direbbe che c'è sotto una sfida ai socialisti? Un altro, meno ambizioso, dice di desiderare un caffè; ma non si capisce se sia per “esercitare il negozio„ o solamente per vuotare a suo libito le bocce e le zuccheriere; che è forse la versione più ragionevole. Osservo, a questo proposito, che non ci sono in tutti e trentacinque i componimenti se non pochissimi indizi di ghiottoneria. Quattro soli desiderano dei dolci, pochi altri delle frutta; e dice uno di questi che vorrebbe andare in America perchè c'è lo zucchero e in Africa perchè c'è i datteri. Cito ancora ad onore un ragazzo sobrio che vorrebbe fare una bella cena in un giardino, e bevere un pochino, ma non bevere molto, e un altro capetto scarico, il quale desidera che i suoi genitori diano un pranzo in casa, e numera le persone che vorrebbe invitate, una caterva di parenti, congiunti, padrini, madrine ed amici, da dar fondo alle dispense dell'Albergo d'Europa.

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Alcuni di questi componimenti si distinguono per un'abbondanza d'idee, per un'effusione di sentimento e un colore di sincerità, che li fanno parer lettere scritte spontaneamente, a sfogo dell'animo, più che lavori di scuola; e danno perciò a conoscere in parte, l'indole dello scrittore; la quale rimane affatto nascosta in tutti gli altri, segnati d'una comune impronta scolastica. Quattro di questi scrittori originali mi colpirono in particolar modo.

Il primo è un “appassionato„, un cuore “ardente e tenero„. Egli dà al componimento la forma d'una lettera, disordinata e oscura, in cui frammette, come un ritornello poetico, all'espressione dei propri desideri parole di caldo affetto, note quasi d'amore, per la sua maestra; alla quale dà del lei e del tu, espandendo l'anima lirica con una concitazione di stile singolarissima: — Io vorrei andare a Roma — scrive, salvo i peccati mortali d'ortografia — stare due mesi in campagna, ma che lei venisse a vedermi, vorrei giocare alla palla e pregherò per te che non ti arrivi nessuna disgrazia, io le voglio molto bene e vorrei andar nel mare, e guardi di venire a vedermi, che saremo felici, e guardi di non esser mai malata, a me piace d'andare a giocare e guardi di venire al più presto che puoi. Ma l'adoratore rientra in sè tutt'a un tratto alla chiusa, e dice rispettosamente: — Con tutta stima la riverisco.

Il secondo è un'immaginazione effervescente e sfrenata, che esprime rapidamente una quantità di desideri diversi, come se cercasse degli effetti d'antitesi imitando l'arte vittorhughesca di affollare con disordine pensato immagini disparatissime. Egli vorrebbe andare in villeggiatura, a Roma, a Massaua, sul Monte Bianco, a Parigi, sul vapore, in vettura, in tram, in pallone, e dopo aver aggiunto che vorrebbe stare in un gran palazzo e che gli piacerebbe d'essere il re, e accennato altre sue vaste aspirazioni e splendidi sogni, finisce il componimento esprimendo il desiderio modestissimo di pigliare un bagno.

Quest'altro è un filosofo semiserio, che mescola la lepidezza con l'affetto e con l'ironia, rivolgendo tratto tratto la parola a sè medesimo per darsi delle ammonizioni e dei consigli, coloriti di canzonatura. Dopo aver significato il desiderio d'andare in campagna per mangiar frutta, dice: — Ma per te, mio Cesarino, non ci andrai che quando le scuole saranno al fin dell'anno; — e poi enumera le uve che mangierà — l'uva bianca, l'uva nera, l'uva mericana, ecc., e soggiunge paternamente a sè stesso: — Ma io ti dirò, caro Cesarino, che a mangiare tanta uva fa del male, e rovina anche la salute, e fa perfino venire mal di gola; e infine si dà questo memento gentile: — Tu mangierai le frutta, ma le viole le governi per portarle alla maestra, che è tanto buona e gentile coi bambini della sua classe.

L'ultimo è un bel tipo comico di Michelaccio, amante del quieto e grasso vivere. Sentite che beati ozî vagheggia. A lui piacerebbe d'andar l'estate prossima al suo paese nativo (e lo nomina); — a spassarmela in campagna — dice — perchè là si sta molto bene, si mangia, si beve, si dorme e si va a spasso, e poi c'è molta uva, c'è di tutto e questi sono i miei più cari desideri. E dopo aver detto che andrebbe volentieri ad Alassio, dove ha un amico, già suo compagno di scuola (antico compagno, lo chiama), che se ne sta coricato nella sabbia calda dal sole, esce in questa impagabile frase esclamativa, di cui rispetto l'ortografia: E!! — ne son ben malcontento di non poterci far parte! — Ma il più curioso è che questo allegro ragazzo, che parla del paese di Cuccagna come d'un proprio feudo, è figliuolo d'un povero operaio, il quale non ha ombra di casa nè di poderi. E la chiusa del componimento è una gemma. Per dire che vorrebbe scriver dell'altro, ma che, essendo arrivato in fondo al foglio, deve far punto per mancanza di spazio, butta là questa espressione equivoca che può esser presa in un senso.... terribile: non posso più trattenermi.

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V'è ancora espresso, in queste pagine, un ordine particolare di desideri, meritevoli d'un cenno a parte: desideri, che sarebbe più proprio chiamar propositi, di studiare, di esser buoni, di migliorarsi. Quasi tutti li esprimono: molti, certo, più per sentimento di convenienza che per impulso dell'animo, o anche per forza di consuetudine, o per dare buon concetto di sè; ma della sincerità d'alcuni è impossibile dubitare, tanto è amabilmente semplice il loro linguaggio. Dice uno: — mi piacerebbe che la madonna mi facesse essere buono a scuola e a casa. — Un altro: — Io voglio ancora studiare con tanta voglia e con tanta bontà (non è bellissimo?) e poi darò ancora 1000 e poi ancora 1000 consolazioni alla mia signora maestra. Ed hai miei superiori. C'è uno che fa un vero atto di contrizione: — Il mio più bel desiderio è di studiar bene, che la Sig. Maestra è tanto buona, di non dargli tanti dispiaceri non star cattivo, come ho fatto. E adesso guarderò di fare tutto quello che posso per star buono. E carino è l'esordio che fa un altro al componimento: — Io farò tutto quello che so per farlo bene e per scriverlo bene (senza dir che cosa); poi, di sbalzo, dice i suoi desideri, il primo dei quali è di possedere una penna d'avorio, e il secondo è espresso candidamente, così: — Io vorrei che mio padre e mia madre non mi sgridassero mai. — E ci sono anche quelli che si propongono un ideale di buona condotta addirittura disperato, come uno che vorrebbe avere un cortile per giocare “ma non di fare del chiasso, perchè nel giocare un pochino si fa sempre di chiasso„. — Che delicatezza! E in casa sarà forse il terremoto. Il più commovente, in fine, è l'atto di mesta rassegnazione d'un povero ragazzo, il quale, dopo aver esposto molti desideri, mostrando di capire che per lui sono cose dell'altro mondo, che non potrà aver mai, dice che si contenterebbe d'andare alle Colonie alpine dei ragazzi poveri, e soggiunge: — Ma i miei genitori non vogliono perchè dovrò andare a lavorare, ebbene, sia così.

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E queste ultime parole, che paiono un lamento compresso, mi turbano nell'animo la giocondità che m'avevan messo tante altre cose amene trovate in queste pagine, perchè mi rappresentano al pensiero non soltanto il ragazzo che le scrisse, ma quegli altri innumerevoli a cui nessuno dei mille desideri della fanciullezza, nemmeno i più umili, sono appagati, e che, non comprendendo ancora che cosa veramente sia l'esser poveri, non comprendono che i genitori non possono, e pensano che non vogliano, e dicono come quello: — E sia così! — rassegnatamente, ma col cuore di chi si rassegna ad un torto. Ah, i desideri dei ragazzi! Essi sono ad un tempo una delle più care e delle più tristi cose del mondo. Poterli appagare è una delle più dolci soddisfazioni della ricchezza; non potere è una delle amarezze peggiori della povertà. Questo dovrebbero aver sempre in mente quei fortunati ai quali è concessa la grande gioia di essere benefici. Accanto alla carità che domanda al ragazzo povero di che cosa abbia bisogno, ci dovrebbe esser sempre la carità che gli domanda che cosa desidera; dietro la mano che gli dà un pane, una mano che gli porga un trastullo; perchè non basta ch'egli non pianga, bisogna ch'egli sorrida; perchè nella fanciullezza che passa senza sorriso si prepara l'uomo che tratterà i fanciulli senza pietà e che odierà i suoi simili per vendetta