Primi studi di lingua.

In quello stesso mese di giugno seguì nella mia vita di studente un piccolo avvenimento, che ebbe per me una importanza straordinaria, e che noto soltanto per i miei lettori di quindici anni; per i quali appunto mi par necessaria una breve prefazione.

Nelle scuole classiche, allora come ora, non s'insegnava, nel senso proprio della parola, la lingua italiana, come se per il solo fatto d'esser nati in Italia tutti i ragazzi dovessero naturalmente saperla, o come se bastassero a farla imparare quelle poche letture di scrittori italiani, disordinate, frammentarie e superficiali, che si facevano a scuola e in casa; delle quali, come d'ogni semplice lettura, resta tanto meno di lingua nella memoria quanto più è assorbita l'attenzione dal contenuto. I professori ci correggevano nei componimenti gli errori grossi, suggerendoci la frase e la parola da sostituire al modo errato, e consigliandoci ogni tanto di leggere i buoni autori: e questo era quanto facevano per insegnarci quella lingua, che da nessun'altra bocca fuorchè dalla loro noi potevamo imparare. E neppure dalla loro bocca non potevamo imparare gran cosa, perchè, essendo tutti piemontesi (e sarebbe stato lo stesso se fossero stati di qualunque altra regione, fuorchè toscani), essi non possedevano un vocabolario molto più ricco che non fosse il nostro; parlavano corretto e non altro. Che un ragazzo non nato in Toscana, e più se nato ai piedi delle Alpi, non potesse imparare in altro modo la lingua italiana, non parlata da alcuno intorno a lui, che studiandola come avrebbe fatto d'una lingua straniera, ossia formandosi a poco a poco, per via di ricerche e d'appunti, un corredo di vocaboli, di frasi e di costrutti, da imprimersi nella memoria a uno a uno, a modo di date e di sentenze, non passava per il capo a nessuno. Procedendo dunque di classe in classe, noi imparavamo a scansar gli spropositi; ma quanto a ricchezza di lingua non si faceva quasi nessun acquisto, e si continuava a rimpastare nel liceo, presso a poco, lo stesso materiale linguistico che s'era usato nelle prime scuole, a scrivere, cioè, un italiano misero, scolorito, rachitico, senza forza e senza finezza, e senz'alcun sentore di distinzione fra il linguaggio accademico e il familiare, come lo scriverebbe un francese o uno spagnuolo che avesse studiato la nostra lingua sui libri, quel tanto che è necessario per capire e farsi capire senza far ridere.

Mi trovavo a questi termini quando mio fratello maggiore mi mise sotto gli occhi le Poesie del Giusti — un'edizione di Capolago, che aveva in capo una prefazione del Correnti e in coda un dizionarietto di modi toscani — e mi disse: — Leggi questo, se vuoi imparare la lingua. — Del Giusti non avevo ancora letto che due o tre poesie, sparse per le Crestomazie scolastiche. Le lessi per la prima volta dalla prima all'ultima. Fu come una festa. Non saprei paragonare il piacere che n'ebbi se non a quello che si prova da fanciulli quando ci è messa in mano la prima scatola di colori o il primo strumento di musica; un piacere puramente artistico, e questo quasi tutto filologico, nel quale non entrava che in minima parte il pensiero satirico e politico del poeta, che in molti punti mi riusciva oscuro. Quella grande ricchezza di modi nuovi per me, familiari ed efficacissimi, quella varietà di scorci e di rilievi di lingua, di costrutti arditi e di legature eleganti e flessibili fra idea e idea, quella profusione di gemme e di perle fini, infilate l'una sull'altra, incastonate nel verso con quel garbo, fatte come saltar nelle mani con quella lestezza e con quella grazia; che esprimevano mirabilmente mille cose ch'io non avrei saputo neppure adombrare con la parola, e ch'erano come risposte inaspettate a mille domande curiose accumulate da un pezzo nella mia mente, mi misero il cervello in ebollizione. Quelle parole, quelle frasi mi risplendevano agli occhi come fuochi di mille colori, mi suonavano all'orecchio come le note d'un coro di voci argentine, mi si imprimevano nella memoria, e quasi nell'animo, come sguardi e lineamenti di creature umane; me le volgevo e rivolgevo nel pensiero a una a una, come per cercarne la virtù segreta; godevo a staccarle dalla strofa e ad assaporarle pure, come a spiccare dei fiori da una pianta e a odorarli l'un dopo l'altro a occhi chiusi. Il mio amore per la lingua nacque da quella lettura. E fu un amore non punto eccitato dalla coscienza d'aver delle facoltà di scrittore o dalla speranza d'acquistarle, chè a questo allora non pensavo punto: fu come la passione di chi raccoglie monete preziose o conchiglie rare per il solo piacere di osservarle e di palparle, senza neppur pensare di mostrarle agli amici. Mi comprai un grosso quaderno legato, e vi cominciai a far delle note; feci lo spoglio di tutte le poesie, trascrissi quasi tutto il dizionario; in pochi giorni il quaderno fu pieno. Mi passavano le ore come minuti in quel lavoro piacevolissimo, come a studiare una lingua nuova e maravigliosa, di cui non avessi avuto fino allora che una nozione confusa. Mi pareva d'imparare ad un tempo lingua, musica, e pittura, e di diventare da un giorno all'altro, per effetto di quello studio, più intimamente, più patriotticamente italiano. E tanta parte aveva in quella passione questo sentimento, benchè non ne avessi allora una ben chiara coscienza, che sentii la prima volta in quei giorni il bisogno di correggere la mia pronunzia, giovandomi della conversazione d'un bersagliere, nativo di Siena, poeta improvvisatore e caporale: altra piccola miseria, questa della pronunzia italiana, di cui non si davano alcun pensiero gl'insegnanti di lettere; ai quali si poteva leggere un verso del Petrarca nel seguente modo, per citare un esempio:

Giuvine dona soto un frasco louro,

senza che se ne dessero per intesi. E naturalmente, poichè la passione della lingua era mossa, il mio lavoro non s'arrestò all'ultima poesia del Giusti. Cercai altre miniere, e m'abbattei per mia ventura sul Guerrazzi, del quale avevo già letto bensì vari libri, ma soltanto con l'occhio del patriotta, non inteso ad altro che a pescarvi delle invettive contro i tiranni da innestare nei componimenti d'effetto. Ma dal Guerrazzi, preso all'amo del suo stile immaginoso e forte, non mi bastò più levar le parole e le frasi; tirando forte, portavo via il pezzo, e oltre al trascrivere, mandavo a memoria pagine intere, che recitavo poi a un mio compagno di scuola, allora guerrazziano nell'anima, ora sindaco della città da ventitrè anni; il quale in quell'esercizio gareggiava con me, e mi vinceva, perchè sapeva a menadito tutti i più bei passi dell'Assedio di Firenze, e li diceva con un garbo squisito. Poi feci nella passione della lingua delle volate come quelle che facevo nell'amore. Passai dal Guerrazzi al Guadagnoli....