Un fiume d'inchiostro.

Rientrai allora nella mia fucina letteraria e non ne uscii più per il rimanente di quell'anno. Ebbi solo qualche giorno di malinconia, all'aprirsi dell'anno scolastico, pensando ai miei antichi compagni che entravano nel terzo corso del Liceo, al quale io avevo rinunciato: un sentimento come di nostalgia della scuola, ch'io lasciavo prima d'aver compiuti gli studi, e più che altro di rimpianto degli studi classici abbandonati, come d'uno scadimento della mia dignità intellettuale. Ma fu una malinconia presto soverchiata dall'ardor del lavoro, se può darsi questo nome a quella mia eruzione di parole, che riprese dopo i giorni d'Aspromonte più copiosa e più violenta che mai. Rimasi veramente stupefatto quando, molti anni dopo, ritrovai in fondo a un cassone i miei manoscritti di quel tempo, d'aver potuto rovesciar sulla carta in pochi mesi un tal diluvio d'inchiostro: racconti, dialoghi, satire, paralleli di scrittori, pappolate filosofiche: una specie di Decamerone, fra le altre cose, che Dio e il Boccaccio me lo perdonino. La mia passione prese davvero in quell'ultimo periodo il carattere d'una malattia mentale, degenerando di letteraria in libraria, in un bisogno pedantesco e puerile di vedere i miei parti in forma di volumi stampati e legati, con gran lusso calligrafico d'intestazioni, di indici e di fregi, e ciò che è più strano, immuni di correzioni quanto più fosse possibile; tanto che ci lasciavo spesso intatti dei grossi spropositi per non deturpare la pagina con un frego. E come non mi spiego da che mi nascesse quella fisima, poichè non davo a leggere le mie “opere„ neppure agli amici più stretti, non capisco neppure il perchè di quella smodata produzione, non pensando io neppur per ombra a dare alle stampe quelle bracciate di prosa. Avevo bisogno di scrivere, credo, come avevo avuto l'anno avanti il bisogno di saltare e di arrampicare; erano umori del cervello che dovevan dar fuori; bisognava che m'affaticassi le facoltà eccitate per castigarle e renderle atte più tardi a un lavoro pensato e tranquillo. Nondimeno, mi vergogno ancora un poco, quando ci ripenso, di quella lunga orgia di letteratura, la quale mi dimostra quanto stessi ancora male a buon senso in quell'anno, quantunque mi cominciassero a spuntare i baffi. Mi conforta solo il ricordare che non mi facevo grandi illusioni intorno al valore intrinseco dei miei finti libri; dei quali, per mia fortuna, ero io l'unico lettore. Il che non toglieva, peraltro, che io avessi la certezza, ma proprio la certezza assoluta di riuscire un giorno a qualche cosa, la previsione netta e sicura che la carriera militare non sarebbe stata che un episodio della mia vita, che la mia vera ed unica vocazione fosse quella di metter del nero sul bianco a beneficio del genere umano. Non era una certezza fondata sui saggi che davo di me a me medesimo in quel periodo di esercitazione letteraria meccanica; ma sul presentimento di facoltà che sarebbero poi sorte nella mia mente, su promesse confuse della coscienza, su non so quale armonia che mi suonava dentro, non ancor formulata in idee, vaga, profonda, dolce, continua, su non so che cosa che mi sentivo correre per le vene e per le fibre e brillare sotto la fronte e nel cuore, e ch'io pensavo sarebbe sgorgato fuori come uno zampillo di fuoco per effetto d'un avvenimento inaspettato, dello spettacolo d'una città nuova, della compagnia di nuovi amici, della vita libera, dal dischiudersi delle porte dorate della gioventù, di cui stavo per varcare la soglia.